Le Conferenze Spirituali di Cassiano: Imparare dall’esperienza dei nostri antenati

 

CONFERENZA X: L’ORAZIONE (Seconda parte)

Estratto da “CONFERENZE AI MONACI

 

Indice dei Capitoli

  1. Proemio
  2. In Egitto vige il costume di preannunciare la data della Pasqua
  3. L’abate Serapione e l’eresia degli antropomorfiti, in cui l’abate per la sua semplicità era caduto
  4. Ritorno presso l’abate Isacco e questione impostata sull’errore dell’abate Serapione
  5. Risposta: l’origine dell’eresia antropomorfita
  6. Le ragioni per cui Gesù Cristo appare a ciascuno nella sua umiltà e nella sua gloria
  7. In che cosa consiste il nostro fine, ossia la nostra beatitudine
  8. Interrogazione sui criteri della perfezione, per mezzo della quale si possa giungere ad un continuo ricordo di Dio
  9. 9. L’efficacia dell’intelligenza, rafforzata dall’esperienza
  10. Trattazione intorno alla preghiera continua
  11. La preghiera perfetta, alla quale si giunge attraverso l’insegnamento dettato in precedenza
  12. Domanda: in che modo i pensieri spirituali possono essere conservati senza mutarsi?
  13. La mobilità dei pensieri
  14. In che modo è possibile raggiungere la stabilità del cuore e dei pensieri

 

 

  1. Proemio

 

Nel bel mezzo di questi sublimi insegnamenti degli anacoreti ora esposti con l’aiuto di Dio, sia pure con stile molto dimesso, l’ordine stesso della trattazione m’induce a inserirvi e a trattare qualche aggiunta che potrà apparire come l’inserzione di un neo sopra un bel volto. Io non dubito tuttavia che anche da questa modesta esposizione derivi una non minima istruzione per i lettori più semplici in rapporto all’immagine di Dio onnipotente quale si legge nella Genesi, soprattutto perché vi si tratta di un articolo della nostra fede tanto importante che la sua ignoranza non potrebbe sussistere senza una grossa bestemmia e senza il danno della stessa fede cattolica.

 

  1. In Egitto vige il costume di preannunciare la data della Pasqua

 

Nella provincia dell’Egitto viene conservato per antica tradizione il costume che, trascorso il giorno dell’Epifania, considerato da tutti i sacerdoti di quella regione non solo come il giorno del battesimo, ma anche della nascita del Signore secondo la carne, e perciò celebrato come solennità dell’uno e dell’altro mistero non in due giorni distinti, come avviene nelle province dell’Occidente, ma in un unico giorno, ebbene, in quella ricorrenza vengono inviate delle lettere da parte del vescovo di Alessandria a tutte le chiese dell’Egitto, con le quali viene determinato l’inizio della Quaresima e la data del giorno della Pasqua, e non solo per tutte le città, ma anche per tutti i monasteri. Secondo dunque questa consuetudine, trascorsi appena pochi giorni da quando s’era convenuto di trovarci insieme per la suddetta conferenza con l’abate Isacco, ecco giungere le predette solenni lettere di Teofilo, vescovo di quella città: in esse, oltre l’annuncio della Pasqua, egli respingeva l’inconcepibile eresia degli antropomorfiti con larga trattazione, e la distruggeva con abbondanti argomenti. Quell’intervento del vescovo fu accolto da quasi tutta la moltitudine dei monaci che allora abitavano la provincia dell’Egitto con tanta opposizione, poiché quell’errore, data la loro semplicità, era stato da essi condiviso, che, proprio per contrasto, la massima parte di quei monaci giudicò degno di condanna il vescovo, quasi fosse fuorviato da un gravissimo errore: essi ritenevano infatti che egli impugnasse il contenuto della Sacra Scrittura, in quanto negava che l’onnipotente Iddio avesse figura umana, mentre essa (la Scrittura) dichiarava invece con tutta evidenza che Adamo era stato creato a sua immagine. Del resto, anche da quei monaci che dimoravano nel deserto di Scete e superavano in perfezione e per scienza quanti vivevano nei monasteri dell’Egitto, fu respinta quella lettera a tal punto che, all’infuori dell’abate Pafnuzio, il quale era il prete della nostra congregazione, nessuno degli altri preti, preposti nel medesimo deserto alle altre chiese, permise che fosse letta o anche solo fatta conoscere.

 

  1. L’abate Serapione e l’eresia degli antropomorfiti, in cui l’abate per la sua semplicità era caduto

 

Fra coloro che erano implicati in quell’eresia vi fu un tale, di nome Serapione, uomo consumatosi da anni nell’austerità e nella continua disciplina la più completa, la cui ignoranza però, nei riguardi della dottrina già richiamata, era pregiudizievole per coloro che si mantenevano nella vera fede tanto quanto egli superava quasi tutti i monaci per i meriti della sua vita e la durata della sua santità. E poiché quel brav’uomo non si lasciava condurre sul sentiero della retta fede nonostante le molte esortazioni del santo prete Pafnuzio, sembrandogli queste esortazioni del tutto nuove, non sorrette da alcuna dottrina anteriore e tanto meno trasmesse per tradizione, accadde che un certo diacono, di nome Fotino, uomo di somma cultura, giungesse dalla parte della Cappadocia, indotto dal desiderio di vedere i fratelli che dimoravano in quel medesimo deserto. Il beato Pafnuzio lo accolse con incredibile piacere e, in più, lo condusse in mezzo a tutti quei fratelli, desideroso di vedere confermata quell’enunciazione di fede così com’era stata esposta dal predetto vescovo di Alessandria. Perciò gli chiese in che senso le chiese di tutto l’Oriente interpretavano quelle parole della Genesi, in cui è detto: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza” (Gn 1, 26). Fu allora che Fotino spiegò che i termini “immagine e somiglianza” di Dio non erano interpretati da tutti i capi delle chiese secondo l’umile senso letterale, ma in senso spirituale, e dimostrò tale dottrina con larghe dichiarazioni e con larghissime testimonianze della Scrittura, affermando che non si poteva attribuire a quell’immensa, incomprensibile e invisibile maestà, nulla che si riferisse a qualche composizione e similitudine umana, in quanto la natura divina non risulta composta, ma del tutto semplice: in più, poiché essa non può essere visibile agli occhi, neppure potrà essere penetrata dalla mente dell’uomo. Fu così che finalmente il vecchio, persuaso dai molti motivi addotti da quell’uomo dottissimo, s’indusse ad adottare la fede della tradizione cattolica. Al termine di quel colloquio, e proprio per l’adesione alla vera fede del vecchio, un’illimitata letizia riempì di gioia l’abate Pafnuzio e tutti noi, appunto perché il Signore non aveva permesso che quell’uomo così avanzato negli anni e così ripieno di tante virtù, fuorviato a causa della sua ignoranza e della sua rustica semplicità, deviasse fino all’ultimo della sua vita dalla via della fede retta; e così, alzatici tutti in piedi a scopo di ringraziamento, elevammo preghiere al Signore tutti insieme. Il vecchio Serapione però, durante quella preghiera, si ritrovò talmente confuso di mente, dato che avvertiva distolta ormai dal suo cuore l’immagine umana della divinità quale sempre egli era solito raffigurarsela durante le sue orazioni, che scoppiò in un pianto amarissimo e in frequenti singhiozzi al punto che, gettatosi a terra, proruppe in singulti assai forti fino ad esclamare: “Misero me! Hanno tolto via da me il mio Dio, e così io non so più a chi rivolgermi e non so più chi adorare e chi chiamare in mio aiuto!”. Noi, assai commossi per quanto stava accadendo, ed anche perché persisteva ancora nel nostro cuore l’effetto efficace della precedente conferenza, ritornammo dall’abate Isacco, e non appena gli fummo vicini, lo intrattenemmo nel seguente colloquio.

 

  1. Ritorno presso l’abate Isacco e questione impostata sull’errore dell’abate Serapione

 

«Sebbene, al di fuori della novità degli ultimi eventi, ci stimolasse il desiderio, promosso dalla precedente conferenza sulla natura della preghiera, di avvicinarci alla tua beatitudine, ponendo da parte ogni altro interesse, tuttavia s’aggiunse in noi, a questo desiderio, anche il grave errore dell’abate Serapione, certamente insinuato in lui, come noi supponiamo, dalla scaltrezza del perfido demonio. Non è poca l’amarezza, da cui ci sentiamo presi, considerando che quel monaco, a causa di una colpa dovuta alla sua ignoranza, non solo aveva perduto il frutto di fatiche così laboriose, affrontate tanto lodevolmente per ben cinquant’anni in quel deserto, ma che era incorso perfino nel rischio di meritare una morte eterna. Ne segue allora che noi desideriamo sapere anzitutto da quale origine e per quale causa un errore così grave abbia potuto insinuarsi. In secondo i luogo ti chiediamo di farci conoscere in che modo noi possiamo giungere al grado di preghiera, di cui in precedenza, non solo copiosamente, ma anche magnificamente tu hai parlato, Quell’ammirevole tua conferenza ha prodotto finora in noi soltanto dell’ammirazione da parte del nostro animo, ma non ci ha indicato in quale modo noi potremo realizzare quel processo in misura completa».

 

  1. Risposta: l’origine dell’eresia antropomorfita

 

ISACCO: «Non v’è alcuna meraviglia che un uomo assai semplice e, per di più, mai molto istruito in rapporto all’essenza e alla natura della divinità, abbia potuto divenire vittima, fino al momento presente, della sua semplicità e della continuità di quell’antico errore, e, in più, per parlare con maggiore sincerità, abbia potuto persistere in quel suo primo errore: egli non fu un bersaglio recente dei demoni, come voi credete, quanto piuttosto una vittima, sorpresa nelle reti dell’antica paganità, dato che secondo la consuetudine di quell’errore, per l’influenza del quale i pagani onoravano i demoni, rappresentandoli con figure umane, pure al presente si crede che quella incomparabile e ineffabile maestà del vero Dio debba essere adorata nella figura di qualche immagine; essi vivono nella convinzione di nulla considerare come viva realtà, se non hanno davanti ai loro occhi qualche immagine, alla quale affidarsi continuamente allorché si mettono a pregare, e così se la rechino alla mente e riescano a contemplarla, sempre tenendola avanti al loro sguardo. Ed è proprio a quest’errore che viene diretta la seguente sentenza: “Hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Iddio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile” (Rm 1, 23). Anche Geremia così si esprime: “Il mio popolo ha cambiato la sua gloria in un idolo” (Ger 2, 11). E benché un tale errore risulti favorito dalle credenze di certi pagani, di cui ho già riferito, nondimeno venne condiviso anche dalla mente di coloro che mai erano stati toccati dalle superstizioni dei gentili, e questo sotto il pretesto di quella testimonianza che così si esprime: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza” (Gn 1, 26), e ne fu causa l’ignoranza e la rusticità. Ne seguì allora che, sotto l’impulso di quella detestabile interpretazione, nacque l’eresia cosiddetta degli antropomorfiti, la quale persiste con pertinace perversità nel rappresentare l’immensa e semplice essenza della divinità come una risultanza dei nostri lineamenti e della figura umana. Pertanto, se uno è stato istruito nella dottrina cattolica, detesterà quella eresia come una bestemmia propria dei pagani, e così perverrà a quella purissima espressione di orazione, la quale, nella sua formulazione, non solo esclude ogni figurazione della divinità in lineamenti corporei, il che, anche solo a dirlo, è nefando, ma neppure conserverà il ricordo di qualche parola o la rappresentazione di qualche fatto o la forma di qualsiasi figura umana.

 

  1. Le ragioni per cui Gesù Cristo appare a ciascuno nella sua umiltà e nella sua gloria

 

Infatti, secondo la misura della sua purezza, ogni anima, come ho già dimostrato nella mia precedente conferenza (al cap. 8), si eleva nella sua preghiera e si forma, vale a dire, tanto si distacca dalla visione delle cose terrene e materiali quanto il grado della sua purezza la induce a progredire, e così essa riuscirà a contemplare Gesù con il suo sguardo interiore, com’era umile nella sua carne oppure com’è già nella sua gloria o anche nell’atto di venire nella sua maestà. Infatti non potranno contemplare Gesù, allorché Egli verrà nella maestà del suo regno, coloro i quali, ancora trattenuti in un certo modo in quella infermità giudaica, non possono dichiarare con l’Apostolo: “E anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così” (2 Cor 5, 16). Al contrario, potranno contemplare la sua divinità con occhi purissimi quelli soli i quali, distogliendosi dalle opere umili e terrene e da simili pensieri, si collocano accanto a Lui nell’alto monte della solitudine; quell’altezza, libera com’è dal tumulto di tutti i pensieri e perturbazioni terrene, e al sicuro dall’influsso di tutti i vizi, posta com’essa è in alto per effetto di una fede purissima e dell’eminenza delle virtù, rivela la gloria del suo volto e l’immagine del suo splendore a coloro che meritano di contemplarlo con lo sguardo dell’anima. Del resto Gesù è visto pure da coloro che abitano nelle città, nei castelli, nei villaggi, vale a dire da coloro che si trovano coinvolti nell’abituale attività operosa, non però in quello splendore, con il quale Egli apparve a coloro in grado di ascendere con Lui al suddetto monte delle virtù, e cioè a Pietro, a Giacomo e a Giovanni (Mt 17, 1). In questa forma infatti, nella solitudine, apparve a Mosè (Es 3, 2) e parlò ad Elia (1 Re 19, 9 ss.). Pertanto, volendo Nostro Signore confermare tutto questo e intendendo lasciare a noi gli esempi di una perfetta purezza e, in più, pur essendo Egli la fonte d’una inviolabile santità, senza il bisogno, per ottenerla, dell’aiuto d’una segregazione e del beneficio d’una solitudine esteriore (di fatto, la sua pienezza non avrebbe potuto essere macchiata da alcuna influenza, né essere contaminata da alcun contatto umano, Egli che tutto purifica e santifica), tuttavia salì “sul monte tutto solo a pregare” (Mt 14, 23), e così, con l’esempio del suo ritiro, Egli ci insegnò, qualora volessimo anche noi pregare Dio con l’affetto puro e integro del nostro cuore, a ritirarci in solitudine, lontani, in modo simile, dalla confusa inquietudine delle folle in modo che, pur dimorando noi ancora nel corpo, possiamo conformarci in qualche parte alla somiglianza di quella beatitudine promessa in vista della vita futura, e così, per noi, “Dio sia tutto in tutti” (1 Cor 15, 28).

 

  1. In che cosa consiste il nostro fine, ossia la nostra beatitudine

 

Allora infatti si realizzerà perfettamente in noi questa preghiera del nostro Salvatore, con la quale Egli si rivolse al Padre, dicendo: “… affinché l’amore, con il quale mi hai amato, sia in essi, ed essi in noi” (Gv 17, 26), come pure: “.. .perché tutti siano una cosa sola, come tu, Padre, sei in me ed io in te, così anch’essi siano una cosa sola in noi” (Gv 17, 21). È allora dunque che si realizzerà quell’amore perfetto di Dio, con il quale Egli “ci ha amati per primo” (1 Gv 4, 10.19) quando esso si trasferirà nell’intimo del nostro cuore, per il compimento di quella preghiera del Signore, la quale noi crediamo che in nessun modo possa essere mortificata. E tutto questo avverrà appunto in questo modo, allorché Dio diverrà ogni nostro amore, ogni nostro desiderio, ogni nostro motivo, ogni nostro sforzo, ogni nostro pensiero, tutta la nostra vita, ogni nostro discorso, ogni nostra aspirazione; e quella unità, che ora è del Padre con il Figlio e del Figlio con il Padre, sarà trasferita nei nostri sentimenti e nella nostra mente, ed è quanto dire che, come Egli ci ama con sincera e pura e indissolubile carità, così pure noi dobbiamo congiungerci a Lui con perpetuo e inseparabile amore al punto che, una volta uniti a Lui, si trasmuti in Dio quello a cui aspiriamo, quello che comprendiamo, quello di cui parliamo, in modo da arrivare, ripeto, al fine già da noi indicato e che il Signore stesso, pregando, desidera che sia raggiunto in noi: “…che tutti siano una cosa sola, io in essi e tu in me, affinché siano anch’essi perfetti nell’unità” (Gv 17, 22-23); e ancora: “Padre, voglio che quelli che tu mi hai dati, siano anch’essi dove sono io, con me” (Gv 17, 24). Questo dunque dev’essere l’impegno dell’uomo solitario, questa dev’essere ogni sua intenzione, quella di meritare di possedere già in questo suo corpo l’immagine della futura beatitudine e, in un certo modo, di cominciare a pregustare, in questo suo piccolo vaso, l’anticipo della vita e della gloria celeste. Questo, ripeto, è il fine di tutta la perfezione, che l’anima, rimosso ogni peso dalla carne, tenda ogni giorno verso la meta dello spirito, finché ogni sua attività e ogni movimento del suo cuore divenga una sola e continua preghiera».

 

  1. Interrogazione sui criteri della perfezione, per mezzo della quale si possa giungere ad un continuo ricordo di Dio

 

GERMANO:«All’ammirazione suscitata in noi dalla precedente conferenza, che fu il motivo della nostra decisione di venire qui, s’aggiunge ora la grandezza della meraviglia. In realtà, quanto noi ci sentiamo infiammati dall’incitamento di questa dottrina per il desiderio della perfetta beatitudine, tanto più ci sentiamo depressi a causa della grave difficoltà di raggiungerla, poiché noi ignoriamo in che modo potremo affrontare e attuare le esigenze per tanta sublimità. Pertanto, le cose che noi, durante il nostro soggiorno in cella, abbiamo iniziato a considerare con lunga meditazione, cerchiamo ora di chiarirle appuntoperché sappiamo che tu sei solito non inquietarti per le piccole questioni dei più deboli, le quali, proprio per questo motivo debbono essere portate in chiaro per essere corrette nel caso che esse risultassero addirittura assurde. Da quanto dunque risulta dalle nostre convinzioni, la perfezione d’ogni arte e disciplina necessariamente si forma tenendo presenti dall’inizio certi rudimenti semplici e assai facili in modo che l’anima, nutrita a poco a poco, in un certo qual modo, di latte spirituale, e così formatasi, sia poi in grado di crescere e di salire sensibilmente e gradatamente dai gradini inferiori a quelli più elevati; una volta impadronitasi dei principi più positivi, e quindi superate le porte della professione bramata, essa perverrà pure nei penetrali della perfezione e, per conseguenza, e senza fatica, agli alti fastigi della perfezione stessa. E in realtà, come potrebbe un qualsiasi fanciullo pronunciare la successiva unione delle sillabe, se prima egli non avrà imparato il carattere delle singole lettere? E come potrà egli raggiungere la premessa perizia nel leggere, se non sarà ancora in grado di associare le brevi e strettissime parti di una parola? Con quale risultato potrà egli esercitare l’eloquenza tutta propria della retorica, e anche la scienza della filosofia, se prima non diverrà esperto nella disciplina grammaticale? Pertanto io non dubito che anche per questa sublimissima disciplina, per la quale veniamo resi edotti nei confronti di Dio, preesistono certi fondamenti istituzionali, per i quali, una volta che essi risultino assai bene assicurati, in un secondo tempo, restino elevati gli eccelsi fastigi della perfezione, ad essi sovrapposti. Poste dunque tali premesse, noi desideriamo conoscere con quali criteri, anzitutto, sia raggiunto il pensiero di Dio, e poi, in secondo luogo, con quali mezzi sia costantemente mantenuto in noi quel pensiero in qualunque modo sia stato formato in noi, poiché non v’ha dubbio che esso costituisce il culmine della perfezione. Appunto per questo noi desideriamo che ci venga indicata una qualche soluzione in vista del principio suddetto, per effetto del quale viene concepito e mantenuto nella mente il pensiero di Dio, in modo che, avendolo presente ininterrottamente davanti ai nostri occhi, non appena ci accorgeremo d’aver deviato al di fuori, subito provvediamo per ritornare ad esso e così possiamo essere in grado di riprendere quel pensiero senza dilazione per nuove ricerche e senza difficoltà di indagini ulteriori. Avviene infatti che noi, una volta distratti dalla visione spirituale, ci rivolgiamo in noi stessi come riprendendoci da un sopore mortale; sicché, come risvegliandoci, cerchiamo di riprendere quello stato, nel quale ci sia permesso di rivivere il ricordo della visione spirituale in noi assopita, ritardati però, come ci ritroviamo, a causa dello stesso indugio della ricerca; così però, prima di ritrovarla, saremo distolti nuovamente dal nostro tentativo, e, prima che sia rinnovata in noi la visione spirituale di prima, finirà per svanire la stessa tensione del nostro animo. È abbastanza sicuro che una tale confusione avviene in noi proprio perché non usufruiamo in maniera stabile, per i nostri occhi, di un apparato speciale al modo di un procedimento al quale il nostro animo, in preda alle divagazioni, possa essere revocato anche dopo molte tortuosità e vari aggiramenti, e così riesca a entrare dopo molti naufragi come nel porto della tranquillità. Accade così che la nostra mente, continuamente ostacolata dall’ignoranza e per effetto della difficoltà stessa, sempre errabonda e come ebbra, venga sbalzata di qua e di là, e così non trattenga per sé, a lungo e fermamente, qualche elemento di natura spirituale che, sia pur per caso e non per suo impegno, le avvenga d’incontrare, al punto che, mentre essa, accogliendo in continuità un pensiero dopo l’altro, non avverte il loro primo arrivo, così non avverte neppure il loro disparire».

 

  1. 9. L’efficacia dell’intelligenza, rafforzata dall’esperienza

 

ISACCO: «La vostra ricerca, così minuziosa e così sottile, tradisce l’indizio della vostra prossimità a raggiungere la purezza. Inrealtà nessuno sarebbe in grado, non dico di porre almeno certi quesiti, ma tanto meno di esaminare e di scrutare a fondo tali questioni, a meno che un diligente ed efficace impegno della mente e una vigilantissima sollecitudine non lo inducesse ad indagare la profondità di questi argomenti, e la pratica continua di una vita castigata non lo spingesse, attraverso un’attiva esperienza, a raggiungere le soglie di quella purezza e a bussare alle sue porte. Pertanto, poiché io vedo che voi già vi trovate, non già alle porte della vera preghiera, già da noi ormai delineata, ma che ne penetrate i misteri più intimi con la pratica della vostra esperienza, e già ne attingete certi segreti, ecco allora che io non credo di dovermi troppo adoperare, con l’aiuto del Signore, per introdurvi fin dentro l’aula della preghiera, dato che voi già movete i vostri passi un po’ dubbiosi nella sua prossimità, e nemmeno dovrò adoperarmi per ritardarvi, a causa di qualche difficoltà, dall’apprendere a fondo quello che dovrà esservi manifestato. Di fatto è ormai vicino alla conoscenza colui che, con previdenza, si rende conto di quello che egli intende indagare, e neppure è lontano dalla conoscenza colui che già ha cominciato a comprendere quello che prima egli ignorava. Per questo io non temo d’incorrere in una colpa di eccesso o di leggerezza, se vi manifesterò quanto nella precedente conferenza sulla perfezione della preghiera ho lasciato in disparte: per voi, ormai così saldi in questo impegno tanto preciso, io pensavo che esso dovesse esservi rischiarato con la grazia di Dio anche senza il mio intervento.

 

  1. Trattazione intorno alla preghiera continua

 

Per questo voi avete richiamato con tutta convenienza la formazione alla preghiera in rapporto all’istruzione dedicata ai fanciulli: essi infatti non possono apprendere in altro modo la prima cognizione degli elementi relativi alla lettura, e neppure a ripeterne, scrivendo, i lineamenti, come pure a riscriverne i caratteri con mano sicura, se prima non si abituano a osservare con considerazione continuata e quotidiana imitazione la loro figura nei prototipi e nei segni già impressi diligentemente della cera; al modo stesso è necessario comunicare a voi il modulo della dottrina spirituale, al quale, dirigendo in continuità e assai tenacemente il vostro sguardo, impariate a coltivarla salutarmente con ininterrotta prosecuzione, e così possiate, con quel ricorso e con la sua meditazione, risalire a visioni ancora più elevate. Per voi dunque sarà proposta come formula di questa disciplina e di questa preghiera, da voi richiesta, quella che ogni monaco, allo scopo di tendere al continuo ricordo di Dio, deve abituarsi a coltivare con una continua ripresa da parte del cuore e dopo avere espulsa la varietà di tutti gli altri pensieri, poiché egli non potrà applicarvisi in altro modo, se prima non si sarà liberato da tutte le preoccupazioni e sollecitudini corporali. Tale esperienza, come a noi è stata trasmessa da quei pochi che, tra gli antichissimi padri sono sopravvissuti, così pure da noi essa non viene proposta, se non a pochissimi, realmente sitibondi di accoglierla. Pertanto sarà da noi suggerita a voi, conseguentemente, questa formula di vera pietà, allo scopo di raggiungere un continuo ricordo di Dio: “O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi” (Sal 69, 2). Di fatto, questo breve versetto, non senza motivo, è stato particolarmente ripreso da tutto il complesso della Scrittura. Essa riflette tutti i sentimenti, di cui può essere capace la natura umana, e si adatta con sufficiente proprietà e convenienza ad ogni stato e a tutte le tentazioni. E in realtà questo versetto contiene l’invocazione a Dio di fronte a tutte le difficoltà, contiene l’umiltà d’una pia confessione, contiene la vigilanza in vista d’ogni sollecitudine e timore, la fiducia d’essere esauditi, la confidenza d’un aiuto sempre presente e disponibile. E di fatto, chi sempre invoca il proprio protettore, è sicuro che quello è sempre presente. Questo versetto contiene l’ardore dell’amore e della carità, ha la visione delle insidie e la paura dei nemici, dai quali l’anima, osservando se stessa, ammette giorno e notte di non poter essere liberata senza l’aiuto del proprio protettore. Questo versetto è un muro inespugnabile, una corazza impenetrabile e uno scudo ben sicuro per tutti coloro che sostengono gli attacchi dei demoni. Esso non ammette che disperino dei rimedi per la loro salvezza coloro che vengono a trovarsi in preda all’accidia, all’ansietà dell’animo e alla tristezza, o comunque depressi, poiché dichiara che colui che viene invocato osserva costantemente le nostre lotte e non è lontano da chi lo invoca. Questo versetto ci ammonisce a non doverci insuperbire troppo per i successi del nostro spirito e per la letizia del nostro cuore, e a non gonfiarci nei momenti della prosperità, visto che non è possibile, com’esso attesta, perseverare in quello stato senza la protezione di Dio, dato che esso non è soltanto un’espressione di continua preghiera, ma anche una supplica per essere aiutati al più presto. Questo versetto, ripeto, risulta necessario e utile per chiunque di noi venga a trovarsi in qualsiasi occorrenza. E in realtà chi desidera d’essere aiutato sempre e in ogni caso, dichiara che non solo ha bisogno di un coadiutore nei casi duri e tristi, ma anche, e in ogni modo, in quelli favorevoli e lieti, sicché, come desidera di essere salvato da quelli, così pure brama di perseverare in questi, ben sapendo che in un caso come nell’altro non potrebbe persistere senza l’intervento del suo protettore. Mi sento preso dalla passione della gola al punto di cercare i cibi ignorati nel deserto, e in questa squallida solitudine mi raggiungono i profumi delle mense regali, ed io mi accorgo di venire trascinato dalla loro voglia pur contro la mia volontà risoluta, ebbene, proprio allora occorre che io dica: “O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi”. Sono indotto ad anticipare l’ora della refezione prescritta, oppure debbo sforzarmi a mantenere la misura della giusta e solita parcità, ebbene, anche allora, io devo esclamare, gemendo: “O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi”. La stanchezza dello stomaco, come pure la secchezza costrittiva dell’intestino tenderebbero a distogliermi da digiuni alquanto stretti, pur dovendo io attenermi ad essi, a causa degli assalti della carne; e allora, affinché il buon effetto venga attribuito ai miei desideri ed anche, con certezza, affinché gli ardori della concupiscenza carnale si acquietino senza ricorrere all’intervento di digiuni più rigorosi, io dovrò pregare così: “O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi”. Apprestandomi alla refezione, allorché s’avvicina l’ora stabilita, sento ripugnanza per il pane e provo disgusto per ogni cibo suggerito dal bisogno della natura; è allora che mi conviene pregare, gemendo: “O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi”. Anche quando vorrei insistere nella lettura allo scopo di assicurare la stabilità del cuore, ecco subito intervenire a proibirmelo il mal di capo, così come all’ora terza il sonno mi fa piegare la testa sulle sacre pagine, tanto da essere indotto a superare e a prevenire il tempo destinato al riposo, infine l’assalto impietoso del sonno mi costringe a interrompere la funzione canonica fissata per la sinassi e la recita dei salmi, ecco allora il bisogno di pregare così: “O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi”. Ma può anche accadere che, sparito il sonno dai miei occhi, io veda me stesso, in molte notti, affaticato da diaboliche insonnie, e scorga escluso dalle mie palpebre ogni mistero arrecato dalla quiete notturna; occorre allora pregare, così sospirando: “O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi”. Nell’età, in cui ancora mi trovo con la lotta sostenuta contro i vizi, ecco d’improvviso assalirmi la pressione della carne, la quale, mentre sono assopito nel sonno, mi spinge al consenso col suo blando compiacimento, e allora, per evitare che quell’ardore intacchi i fiori olezzanti della castità, occorre che io preghi fino a gridare: “O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi”. Avverto estinti in me gli incentivi della libidine e già soffocato dalle mie membra l’ardore della carne; allora, affinché questa virtù così affiorata, o meglio, affinché la grazia di Dio duri in me a lungo o addirittura perseveri sempre, dovrò pregare intensamente proprio così: “O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi”. Ed ecco sentirmi sorpreso dagli stimoli dell’ira, dell’avidità, della tristezza, fino ad essere indotto a vincere la mia decisa favorevole discrezione; allora, per non essere condotto fino all’amarezza del fiele dall’incursione dell’eccitazione, dovrò così pregare con alti gemiti: “O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi”. Ed eccomi assalito dall’introdursi, in me, del disgusto, della vanagloria e dell’orgoglio; il mio animo risulta suggestionato in qualche modo da sottili insinuazioni, dettate dalla negligenza e dal torpore degli altri; allora, affinché in me non prevalga una tale dannosa suggestione provocata dal demonio, dovrò pregare così con tutta la contrizione del cuore: “O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi”. Una volta represso il tumore della mia superbia, ho ottenuto la grazia dell’umiltà e della semplicità con il soccorso di una continua compunzione dello spirito, ma allora, “affinché di nuovo non mi raggiunga il piede dell’orgoglio e non mi rimuova la mano del peccatore” (Sal 35, 12), e così io non resti nuovamente e più gravemente provocato dalla mia vittoria a causa dell’orgoglio, con tutta la mia forza così pregherò: “O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi”. Mi sento agitato da strane e innumerevoli divagazioni dell’animo e dall’instabilità del cuore, e nemmeno riesco a dominare la dispersione dei miei pensieri; non ce la faccio a esprimere le mie orazioni senza l’interruzione dovuta all’apparizione di vuote fantasie e senza l’inserirsi del ricordo delle mie parole e delle mie azioni, e così io finisco per sentirmi gravato dall’aridità di una tale sterilità al punto da convincermi di non essere più in grado di produrre qualche effetto sicuro di valore spirituale, allora, per poter meritare di essere liberato da questo squallore del mio animo, visto che non mi sarebbe possibile sollevarmi da tale stato con molti gemiti e sospiri, necessariamente esclamerò: “O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi”. Mi rendo conto d’essermi assicurata nuovamente la direzione della mia anima, la stabilità dei miei pensieri, la snellezza del mio cuore, unitamente a una gioia ineffabile e al trasporto del mio spirito, e tutto questo come frutto della visita dello Spirito Santo; in più, dall’esuberanza dei pensieri spirituali e per una illuminazione pressoché repentina del Signore, ho avvertito in me la sovrabbondanza della rivelazione di concezioni, in precedenza per me del tutto occulte, allora, affinché io meriti di perseverare a lungo in questo stato, sento il dovere di esclamare sollecitamente e frequentemente: “O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi”. Mi sento agitato di notte, perché sono assediato dal terrore proveniente dai demoni, e mi trovo nell’inquietudine per l’apparizione di fantasmi ad opera degli spiriti immondi; mi vedo sottratta la speranza stessa della mia salvezza e della mia vita per l’orrore prodotto in me dalla trepidazione, allora mi rifugio nel porto salutare di quel versetto ed esclamo con tutta la mia forza: “O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi”. Ed ecco di nuovo, allorché mi sento come rianimato dalla consolazione del Signore, e come ravvivato per la sua venuta, mi pare di ritrovarmi come circondato da migliaia di angeli senza numero; avviene allora che di quegli spiriti maligni, dei quali in precedenza io temevo la presenza più gravemente della morte stessa, e il cui contatto, anzi, la sola vicinanza mi riempiva d’orrore l’anima e il corpo, improvvisamente oso adesso richiamarli e provocarli perché mi assalgano, ma perché perseveri a lungo in me il vigore di una tale costanza per la grazia del Signore, mi è doveroso esclamare con tutte le forze: “O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi”. Ne segue quindi che noi dobbiamo continuamente elevare la preghiera di questo versetto nelle circostanze avverse per esserne liberati, e nelle circostanze propizie per essere conservati e per non inorgoglirci. Lo ripeto, la meditazione di questo versetto si svolga senza tregua nella tua anima. Non desistere mai di richiamarla in qualunque momento della tua attività, nell’operare come nel camminare. Procura di meditarla quando dormi, quando riposi, e perfino quando ti occupi per attendere alle più importanti necessità della vita. Questa riflessione del cuore, divenuta per te un procedimento salutare, ti conserverà illeso non soltanto da ogni incursione diabolica, ma, in più, purificandoti da tutti i vizi propri del contagio terreno, ti condurrà alle visioni invisibili e celesti, e ti promuoverà a un ardore di orazione ineffabile e riservata a pochi. Per chi medita questo versetto, irrompe il sonno, ma, una volta ammaestrato da un tale incessante esercizio, egli si abituerà a ripeterselo anche durante il sonno. E quando poi tu ti alzi, esso ti si presenterà per primo; esso, quando tu ricominci la tua giornata, precederà tutti i tuoi pensieri; esso, nell’alzarti dal letto, ti indurrà a inginocchiarti, e così ti disporrà a riprendere tutte le tue occupazioni; esso ti accompagnerà in ogni momento. Voi dunque mediterete quelle parole, conformandovi al precetto del legislatore (Mosè): “Quando stai seduto in casa tua e quando camminerai per via” (Dt 6, 7), come pure quando dormirai e quando ti alzerai. Tu lo scriverai sul limite e sulle pareti della tua bocca, e le inciderai sulle pareti di casa tua e nei penetrali del tuo cuore, in modo che, disponendoti alla preghiera, esse ti siano come un tema ricorrente, e, alla fine della tua orazione, nell’accingerti a tutte le necessarie attività della vita, una sicura e continua preghiera.

 

  1. La preghiera perfetta, alla quale si giunge attraverso l’insegnamento dettato in precedenza

 

L’anima, pertanto, mantenga senza tregua la formula di quella preghiera, finché, con la sua incessante utilizzazione e la continua meditazione, ricacci l’abbondanza di tutti i pensieri e il loro contenuto, fino ad annullarli, e così l’anima, rifugiatasi nei limiti di quel versetto, con ben disposta facilità pervenga a quella beatitudine evangelica, la quale, tra le altre beatitudini, tiene il primo posto. Così infatti è detto: ‘Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5, 3). E così chiunque sarà divenuto un illustre povero per effetto di quella povertà, potrà avverare quella parola del profeta: “Il povero e l’indigente loderanno il nome del Signore” (Sal 73, 21). E in realtà, quale povertà potrebbe essere più grande e più santa di quella di colui il quale, essendo convinto di non possedere né sussidi né forze, chiede aiuto ogni giorno alla generosità degli altri e, in più, persuaso com’egli è che la sua vita e tutto il suo essere viene sostenuto in ogni momento dall’aiuto divino, confessa giustamente di essere un vero mendico del Signore al punto di esclamare ogni giorno, rivolto a Lui: “Io sono un mendicante e un povero: di me ha cura il Signore?” (Sal 39, 18; LXX). Avverrà così che egli, risalendo fino alla multiforme scienza di Dio per l’illuminazione stessa da Lui ispirata, incomincerà a saziarsi dei misteri più alti e più profondi, secondo quanto è annunciato dal profeta: “I monti sono per i cervi e le rocce sono un rifugio per gli iràci” (Sal 103, 18). Questo testo s’adatta con proprietà al senso già da noi indicato, in quanto chiunque, perseverando nella sua semplicità e innocenza, non è dannoso e molesto a nessuno; al contrario, soddisfatto unicamente, com’egli è, della propria semplicità, desidera soltanto difendersi dall’audacia degli spiriti insidiatori; divenuto simile all’iràcide, ne esce protetto dal costante riparo della roccia evangelica, ed è come dire che egli, forte per il ricordo della passione del Signore e per la meditazione assidua del versetto già richiamato, affronta vittoriosamente il nemico che lo assale. Di questi iràci spirituali si trova un accenno anche nei Proverbi: “Gli iràci, popolo imbelle, che ha costruito sulle rupi le proprie case” (Pr 30, 26;LXX). E in realtà, che cosa v’è di più debole d’un cristiano, più infermo d’un monaco, al quale non solo mancano i mezzi per vendicare le ingiurie ricevute, ma nemmeno gli è concesso di concepire, sia pure internamente, una pur leggera e tacita reazione? Ognuno, del resto, movendo da questo stato, non solo possiede la semplicità dell’innocenza, ma, fortificatosi con la virtù della discrezione, è divenuto uno sterminatore di serpenti velenosi fino a tenersi il vinto Satana sotto i propri piedi, e allora, giunto a rappresentare la figura di un cervo razionale in virtù dell’alacrità della propria mente, egli potrà pascersi sui monti dei profeti e degli apostoli, ed è come dire che egli si pascerà dei loro eccelsi e sublimissimi insegnamenti. Egli dunque, alimentato da un tale costante nutrimento, comincerà a raccogliere in se stesso tutti i sentimenti contenuti nei Salmi e li riesprimerà in modo da enunciarli, non come composti dal profeta, ma quasi come prodotti da lui stesso al modo di una preghiera tutta propria, nata dalla profonda compunzione del cuore, e così egli crederà che i salmi siano stati creati in vista della sua persona, fino a convincersi che le loro sentenze non furono formulate in passato unicamente per mezzo del profeta e in vista del profeta, ma che esse vengano di volta in volta, ogni giorno, ricreate e realizzate in lui. E allora che le Scritture divine ci appaiono con maggiore chiarezza e, in un certo qual modo, ci aprono le loro vene e le loro viscere, appunto quando la nostra esperienza personale non solo avverte, ma ne previene la conoscenza, e così noi finiremo per intuire non solo il senso delle parole con l’aiuto di qualche esposizione, ma come il frutto di un esercizio del tutto soggettivo. E di fatto, accogliendo in noi gli stessi sentimenti, con i quali è stato cantato e composto ogni Salmo, quasi ne fossimo noi stessi gli autori, finiremo per prevenire il pensiero anziché seguirlo, ed è quanto dire che noi, accogliendo il frutto delle parole prima ancora di afferrarne il senso, ricorderemo, in certo qual modo, quanto già si è compiuto in noi e si sta compiendo a causa degli assalti d’ogni giorno, e questo accade per il sopravvenire del loro ricordo; rammenteremo quello che ci ha causato la nostra negligenza, quello che ci ha apportato la divina Provvidenza e quello che ci ha sottratto l’istigazione del nemico, quello che una lubrica e sottile dimenticanza ci ha impedito e quello che la fragilità umana ci ha arrecato, come pure quello in cui la leggerezza della nostra ignoranza ci ha ingannato. E in realtà noi sorprendiamo nei Salmi proprio questi stessi sentimenti in modo che, osservandoli come se avessimo di fronte a noi uno specchio purissimo, possiamo così riconoscerli con più efficacia; ne segue allora che noi, ammaestrati da tali sentimenti, finiamo come per toccarli con mano, non come cose udite, quanto piuttosto come vedute direttamente; non come cose affidate alla memoria, quanto piuttosto come insinuate in noi dalla realtà della nostra natura, come generate dall’interno del nostro cuore, sicché noi potremo penetrare il loro senso, non derivandolo dalla lettura del testo, ma dalla nostra esperienza vissuta. E così l’anima nostra riuscirà a raggiungere quella incorruttibilità di preghiera, fino alla quale nella passata conferenza siamo ascesi, per quanto il Signore si è degnato di concederci nella disposizione dei nostri argomenti. Questa preghiera non solo non è offuscata dalla presenza di qualche immagine, ma non è distratta neppure dal succedersi di qualche voce e d’alcuna parola; al contrario, essa, infervorata dall’attenzione della mente, per effetto dell’impeto del cuore si slancia con l’inesplicabile alacrità dello spirito, e così la mente nostra, trasferita al di sopra di tutti i sensi e della materia sensibile, si eleva fino a Dio con gemiti e sospiri inesprimibili».

 

  1. Domanda: in che modo i pensieri spirituali possono essere conservati senza mutarsi?

 

GERMANO: «Noi dichiariamo ora che non solo è stata a noi esposta la scienza della disciplina spirituale, quale era stata da noi richiesta, ma, in più, chiaramente e lucidamente è stata richiamata la sua stessa perfezione. Che cosa infatti può esservi di più perfetto e di più sublime quanto l’abbracciare il ricordo di Dio con una riflessione così compendiosa, e il distogliersi da tutte le tendenze alle cose visibili, e, in un certo qual modo, racchiudere in una breve espressione gli affetti di tutte le preghiere? E allora noi ti preghiamo di esporci questa sola cosa che ancora ci manca, come cioè ci sia possibile conservare stabilmente quello stesso versetto, da te presentatoci come una formula, affinché, come per la grazia di Dio ci siamo liberati dalle inezie dei pensieri secolari, così pure impariamo a conservare immutabilmente i pensieri spirituali.

 

  1. La mobilità dei pensieri

 

E di fatto, non appena la nostra mente ha richiamato un versetto di qualche Salmo, insensibilmente essa, trascurato quello e come stupita, viene attratta da un altro testo delle Scritture. Poi, non appena ha cominciato a meditare fra se stessa su quel passo, ecco sorgere il ricordo di un altro passo che elimina la riflessione sul testo precedente. Avviene così che la mente si trasferisce da una a un’altra riflessione così subentrata, in modo che l’animo, volteggiandosi in continuità da un salmo a un altro, da un testo del vangelo a un testo dell’Apostolo, e, da questo, trasbordata a un testo dei profeti, e, non bastando, perfino a certi racconti spirituali, si raggira qua e là per tutto il corpo delle Scritture, senza riuscire con la propria volontà a respingere o a trattenere e nemmeno a definire con pieno esame e giudizio qualche testo, riducendosi così unicamente come a uno che palpa e degusta i sensi spirituali senza rigenerarli e possederli. Ne segue allora che la mente, mobile e vaga com’essa è, si distrae, errando di qua e di là perfino nel tempo della sinassi, e così non compie bene, come dovrebbe, nessun ufficio: per esempio, allorché essa prega, volge l’attenzione a un Salmo o a qualche lettura già fatta. Quando la funzione comporta il canto, essa medita qualche altra cosa diversa dal testo di quel salmo. Quando fa la lettura, essa si volge a quello che intende compiere o ricorda quello che ha già compiuto. In questo modo, nulla accogliendo e nulla rifiutando come comporta la disciplina e l’opportunità, essa sembra divenuta vittima di combinazioni fortuite, senza alcuna possibilità di trattenere quello di cui si diletta e, tanto meno, di indugiarvisi. Ne risulta, per noi, come una necessità di conoscere soprattutto in che modo possiamo compiere a dovere questi uffici spirituali e, in particolare, in che modo custodire quel versetto del Salmo, da te a noi assegnato come una formula di preghiera, affinché l’inizio e il termine di tutti i nostri sentimenti non divaghino in preda alla loro mobilità, ma restino assicurati al nostro volere».

 

  1. In che modo è possibile raggiungere la stabilità del cuore e dei pensieri

 

ISACCO: «Sebbene in precedenza, nell’esaminare lo stato della preghiera, io abbia già risposto sufficientemente, almeno per quanto a me risulta, a questa questione, dietro il vostro ripetuto desiderio, io parlerò ancora, sia pur brevemente, intorno alla stabilità del cuore. Tre sono i mezzi che rendono stabile la mente dissipata: la veglia, la meditazione e la preghiera; l’assiduità di questi mezzi e la loro intensità conferiscono all’anima una stabile fermezza. La quale fermezza in nessun altro modo potrà essere assicurata, se prima non saranno escluse interamente tutte le sollecitudini e premure della vita presente con un’infaticabile e continua dedizione al lavoro, affrontato non a scopo di lucro, ma per sovvenire alle sacre necessità del monastero, in modo da poter adempiere il precetto dell’Apostolo: “Pregate incessantemente” (1 Ts 5, 17). E in realtà prega assai poco chiunque è solito pregare solamente nel tempo in cui i suoi ginocchi sono piegati a terra. E non prega affatto chiunque, anche tenendo le ginocchia a terra, si lascia distrarre con le divagazioni del proprio cuore. Pertanto, quali noi vogliamo essere trovati nel momento della preghiera tali dobbiamo essere prima di disporci a pregare. É infatti necessario che, nel momento della preghiera, la mente si trovi nello stato in cui si trovava in precedenza: ne segue allora che essa, disponendosi a pregare, o si eleverà alle sublimità del cielo, oppure sarà trascinata alle cose della terra, vale a dire rimarrà in preda ai pensieri, in cui essa prima s’era trattenuta».

Fin qui l’abate Isacco espose a noi, del tutto attenti, la seconda conferenza intorno alla natura della preghiera. La sua dottrina però intorno al versetto del Salmo sopra citato, quello che l’abate aveva detto che doveva essere ben conservato dagli esordienti, pur essendo da noi ammirato al punto da desiderare tenacemente di metterla in pratica, poiché la ritenevamo compendiosa e facile, in realtà la trovammo ben più difficile nel tradurla in atto di quanto lo fosse la pratica, con la quale in precedenza eravamo soliti scorrere per tutto il corpo delle Scritture con varie riflessioni e senza alcun impegno di particolari riferimenti. Risulta dunque che nessuno viene escluso dal raggiungere la perfezione del cuore a causa della sua imperizia in fatto di cultura, come pure risulta che la rozzezza di una persona non è di impedimento alla purezza del cuore e dell’anima, la quale, anche in modo superlativo, è accessibile a tutti, purché tutti si assicurino il sano e integro proposito della mente, inteso a raggiungere Dio con la meditazione continuata di quel semplice versetto della Scrittura.

 

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