Le Conferenze Spirituali di Cassiano: Imparare dall’esperienza dei nostri antenati

 

CONFERENZA XIII

TERZA CONFERENZA DELL’ABATE CHEREMONE

LA PROTEZIONE DI DIO


PREMESSA ALLA CONFERENZA XIII

Ed eccoci ora alla famosa Conferenza XIII, motivo di tante discussioni al punto da fare apparire Cassiano tra i promotori del semipelagianesimo. Di questa Conferenza ho già parlato nell’Introduzione; basterà ricordare ora che Cassiano, nella sua trattazione, ammette che «talvolta» e «in qualche caso» l’uomo è in grado di premettere qualche apporto iniziale nel disporsi ad operare il bene.

Fu appunto per questa lieve concessione che ebbe origine quella reazione così forte contro di lui. Gli studi più recenti hanno tentato di riparare e di rimettere nella giusta luce la posizione di Cassiano su questa questione. Oltre i giudizi, già riportati nelle pagine dell’Introduzione, valga ancora questa conclusione del De Plinval (Storia dell Chiesa, Vol IV): «Cassiano non attinge nulla da Pelagio, né professa la dottrina dell’impeccantia; nella sua famosa Conferenza sulla “protezione divina” pone formalmente come principio che Dio è la sorgente necessaria di tutti i nostri buoni pensieri e delle nostre buone azioni, limitandosi a proporre la questione se il bonum naturae sia così indebolito da non poter attribuire all’uomo, dopo Adamo, alcuna buona iniziativa; egli sembra distinguere due modi nell’azione della grazia: un’azione salvatrice, in cui Dio sostiene la parte più importante, e un ‘azione tutelare, in cui Dio, susceptor, asseconda e corona i nostri sforzi personali… Per un riguardo a sant’Agostino, Cassiano usò un grande riserbo e non volle ingaggiare alcuna polemica, merito, questo, che non gli si volle riconoscere».


1. Premessa

Dopo aver preso un breve riposo, facemmo ritorno per assistere alla sinassi del mattino e per attendere l’anziano abate. L’amico Germano era turbato da un grave problema: infatti, nella precedente conferenza (Sulla castità. Ndr), la cui efficacia aveva destato in noi un grande desiderio della castità, fino ad allora poco conosciuta, quel beato vegliardo, con l’aggiunta d’una sua sentenza, aveva annullato il merito dell’impegno da parte dell’uomo, ammettendo che l’uomo, per quanto si adoperi con tutte le sue forze per arrivare a quella meta, non può tuttavia giungervi, se non per la sola elargizione della grazia divina, e non certo per l’impegno del suo operare. Mentre noi eravamo del tutto occupati in questa discussione, Cheremone, che allora usciva dalla sua cella, accortosi che noi stavamo dibattendoci su qualche questione, una volta terminata la funzione destinata alle preghiere e ai salmi, ci chiese la ragione della nostra animata discussione.

2. Questione: perché non vengono attribuiti i meriti della virtù a coloro che vi si impegnano?

Germano: «Quanto noi ci sentiamo come esclusi, per così dire, dal credere possibile il raggiungimento della sublimità di quella virtù, così come essa ci è apparsa nella conferenza di questa notte, altrettanto ci sembra assurdo, sia detto con tua buona pace, ammettere che la ricompensa di quelle fatiche, vale a dire la perfezione della castità, la quale si acquista con la perseveranza del proprio sudore, non venga particolarmente riconosciuta come impegno di chi si affatica. È infatti del tutto inopportuno comportarsi come se, per esempio, vedessimo un contadino dedicare il suo impegno ininterrotto a coltivare il suo campo, e poi finissimo per non ascriverne anche il frutto all’efficacia del suo lavoro».

3. Risposta: senza l’aiuto di Dio non solo non è possibile la perfezione della castità, ma neppure, in modo assoluto, il raggiungimento di qualunque bene.

CHEREMONE: «Con questo esempio, da voi proposto, si dimostra proprio con maggiore evidenza che l’abilità di chi si affatica non può raggiungere alcun risultato senza l’aiuto di Dio Nota. Il contadino infatti, anche quando ha posto in atto tutte le sue iniziative nel coltivare i campi, non potrà attribuire alla propria attività il prodotto delle messi e l’abbondanza dei frutti, di cui invece frequentemente egli ha sperimentato la mancanza, a meno che l’opportunità delle piogge e la buona stagione invernale abbiano accompagnato il raccolto; può darsi il caso però di vedere i frutti già stagionati e giunti a completa maturazione strappati via, in un certo modo, dalle mani di chi già li teneva stretti, senza aver così apportato alcuna ricompensa a chi aveva effuso in quella fatica una continuata abbondanza di sudore, e questo perché il suo lavoro non era stato protetto dal soccorso richiesto al Signore. Come dunque ai contadini ignavi, i quali non sottopongono frequentemente i loro campi all’aratro, la pietà divina non concede l’abbondanza dei raccolti, così pure la continuata laboriosità non gioverà ai contadini, anche se operosi, se non sarà protetta dalla misericordia del Signore. Mai dunque l’orgoglio dell’uomo ardisca adeguarsi o accompagnarsi alla grazia di Dio, e mai perciò ardisca di immettersi nei favori concessi da Dio al punto di ritenere che le sue fatiche abbiano indotto Dio alla elargizione di quei favori oppure che il provento di quei frutti copiosissimi sia dovuto ai meriti della sua operosità. Piuttosto egli consideri e valuti con esame sincero il fatto che non avrebbe potuto esercitare quegli stessi sforzi, intrapresi unicamente perché indotto dal desiderio dell’abbondanza, se, ad attuare ogni esercizio della sua attività rurale, non l’avessero sostenuto la protezione e la misericordia del Signore: di fatto, la sua volontà e la sua operosità sarebbero risultate inefficaci, se la divina clemenza non avesse inoltre concesso una sovrabbondanza di operosità, altrimenti impedita dal sopraggiungere della siccità o dall’eccedenza delle piogge. In realtà, allorché la forza dei buoni, la salute del corpo, l’efficacia di tutte le opere e la prosperità di tutte le iniziative sono state sostenute dal Signore, occorre ancora ricorrere alla preghiera, affinché non avvenga all’agricoltore, come è stato scritto, “un cielo di rame e una terra di ferro” (Dt 28,32), come pure che “l’avanzo della cavalletta non lo divori la locusta, l’avanzo della locusta non lo divori il bruco, e l’avanzo del bruco non lo divori la ruggine” (Gal 1,4).

E non soltanto in questi limiti l’attività dell’agricoltore laborioso ha bisogno dell’aiuto divino; ne ha bisogno pure perché siano evitati casi imprevisti, nei quali, anche se i suoi campi fossero riforniti della desiderata abbondanza di frutti, non solo egli potrebbe essere deluso nella vana attesa delle sue speranze, ma potrebbe pure rimanere privato dell’abbondanza delle messi raccolte e depositate nell’aia o nel granaio.

Da quanto precede si deduce con evidenza che da Dio deriva non solo l’avvio delle opere, ma anche dei pensieri buoni: è Lui che ci ispira le opere animate da una volontà santa, e le decisioni e l’opportunità di porre in atto quello che rettamente noi desideriamo. Infatti “ogni buona elargizione e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce” (Gc 1,17), il quale inizia, prosegue e conduce a buon fine in noi ciò che è buono, così come dice l’Apostolo: “Colui che somministra il seme al seminatore e il pane per il nutrimento, somministrerà e moltiplicherà anche la vostra semente e farà crescere i frutti della vostra giustizia” (2 Cor 9,10). È dunque nostro dovere seguire umilmente la grazia divina che ci attrae, oppure, resistendo certamente ad essa, “come gente dalla dura cervice e dalle orecchie incirconcise” (At 7,51), meritare di sentirci dire per mezzo del profeta Geremia: “Forse chi cade, non si rialza? E chi perde la strada, non torna indietro? Perché allora questo popolo di Gerusalemme s’è allontanato da me con un’avversione così ostinata? Hanno indurito la loro cervice e non hanno voluto ritornare” (Ger 8,4-5)».

4. Obiezione: Come hanno fatto i pagani, stando a quello che si dice, a conservare la castità senza la grazia di Dio?

Germano: «Ad una tale illazione, la cui pietà non può certo essere sconsigliatamente negata da parte nostra, sembra contrastare però il fatto che essa tende a distruggere il nostro libero arbitrio. Infatti, potendo noi osservare che molti tra i gentili, pur non avendo certamente meritato la grazia divina, rifulgono non solo per la virtù della frugalità e della pazienza, ma anche, ed è ciò che più meraviglia, per la virtù della castità, come dovremo noi credere che ad essi furono elargite quelle virtù dalla concessione di Dio, una volta ristretto il libero arbitrio della loro volontà, e ammesso inoltre che essi, seguaci com’erano della sapienza mondana, ignoravano non solo la grazia divina, ma anche e del tutto il vero Dio? Eppure risulta dalla frequenza delle nostre letture e dalla tradizione di molti che essi hanno posseduto in sommo grado la purezza della castità in base ai loro sforzi personali».

5. Risposta: la castità dei filosofi pagani è immaginaria

Cherimonene: «Mi è gradito che voi, infiammati come siete di conoscere la verità, proponiate certe questioni di poco conto, dalla cui soluzione però risulta maggiormente comprovata e, per così dire, più esplorata l’efficacia della fede cattolica. Chi infatti, pur sapiente, farebbe uso di affermazioni così contrarie al punto che, mentre ieri affermavate che la celeste purezza della castità non poteva essere conferita, per sé sola, a un uomo neppure attraverso la grazia di Dio, ora si dovrebbe ammettere che la stessa virtù era posseduta dai gentili perfino per il solo loro impegno? Ma poiché voi opponete queste obiezioni appunto, come s’è detto, allo scopo di esplorare la verità, eccovi quello che io penso a questo proposito.

Anzitutto non si deve affatto ritenere che i filosofi pagani abbiano coltivato una tale castità quale è quella che si esige da parte nostra, poiché presso di noi, non solo non si deve parlare di fornicazione, ma neppure di impudicizia (Cf.Ef 5,3). Essi osservarono un certa morikén, vale a dire una piccola parte della castità, e cioè l’astinenza dalla carne intesa a trattenere la libidine al di qua dell’accoppiamento, ma non poterono osservare l’interiore purezza della mente e la continuata purezza del corpo, non dico di fatto, ma neppure di pensiero. Dopo tutto, il più famoso di quei filosofi, Socrate, dai pagani stessi per questo motivo portato alle stelle, non si vergognò egli stesso di confessare quanto io ho asserito. Di fatto, avendolo scorto uno di coloro che sono capaci di giudicare una persona, osservando le fattezze del suo volto, così colui si espresse: “Ecco gli occhi di un corruttore di giovani”, e poiché i suoi discepoli erano decisi a vendicare quell’ingiuria inferta al loro maestro, si dice che egli s’interpose con queste parole: “State calmi, amici, poiché io lo sono, ma mi trattengo”.

Con tutta evidenza dunque si dimostra, non solo per la mia affermazione, ma anche per la stessa confessione da essi ammessa, come da loro venga unicamente compressa con necessaria violenza la vergogna dell’accoppiamento, non tuttavia il desiderio insito nel loro cuore, senza dunque escludere la compiacenza di quella passione. Con quale orrore allora dovrà essere riportata la sentenza di Diogene! Quello che i filosofi di questo mondo non hanno avuto ritegno di riportare come qualche cosa di memorabile, non può essere riferito né udito da noi senza vergogna. Egli infatti, ad uno che doveva essere punito per essere stato colto nella colpa di adulterio, così prese a dire: “Non acquistare con la morte quello che viene ceduto gratuitamente!”.

Risulta dunque che quei filosofi non conobbero la virtù della castità così come da noi essa viene intesa, e perciò resta abbastanza sicuro che la nostra circoncisione, di natura spirituale, non può essere posseduta se non per sola concessione di Dio e potrà essere presente unicamente in coloro che si danno al servizio di Dio con tutta la contrizione del loro spirito.

6. Senza la grazia di Dio noi non potremo compiere nessuno sforzo

Pertanto, sebbene si possa dimostrare che in molte cose, anzi, in tutte, gli uomini hanno sempre bisogno dell’aiuto di Dio e che la debolezza umana, in quello che riguarda la salvezza, nulla può per sé sola, ed è quanto dire che essa non può compiere nulla senza l’aiuto di Dio, in nessun altro campo tuttavia questo si dimostra quanto nell’acquisto e nella conservazione della castità. Volendo quindi per ora rimandare, sia pure per breve tempo, la trattazione intorno alle difficoltà riguardanti l’integrità della castità stessa, discorrerò, sia pur brevemente, dei mezzi per arrivare ad essa.

Chi potrebbe essere in grado, mi chiedo, per quanto fervente di spirito, di sopportare con le sole sue forze e senza alcun sostegno umano, lo squallore della solitudine o anche, non dico il bisogno di un pane, sia pure secco, ma non bastante a sfamare? Chi potrebbe tollerare, senza il conforto del Signore, una sete perenne, privare gli occhi del dolce e dilettevole sonno del mattino e contenere nel giro di quattro ore, con un rigore continuato, tutto il ristoro del proprio riposo? Chi sarebbe in grado, senza la grazia di Dio, di sostenere una continuata e insistente lettura, e chi potrebbe tollerare una ininterrotta dedizione al lavoro, senza goderne alcun guadagno? Ne risulta quindi che questi sacrifici, come non possono essere desiderati da noi senza l’ispirazione divina, così pure non potranno in nessun modo essere affrontati da noi senza il suo aiuto.

Ed ora, allo scopo di presentare questi medesimi concetti, basandoli non soltanto sulla verificata disciplina di un’esperienza effettiva, ma rendendoli ben manifesti in base a certi indizi e a certi argomenti, non è forse vero che per molti propositi, che noi desideriamo condurre a buon fine, allorché non manca la pienezza dell’ardore del nostro desiderio e la decisione della propria volontà, ecco proprio allora intervenire la nostra fragilità a interrompere i disegni concepiti, fino a impedirne l’attuazione, se non giunge il misericordioso aiuto del Signore a condurre a termine il nostro intento in modo che, pur essendo innumerevole la moltitudine di coloro che desiderano di impegnarsi fedelmente nell’acquisto delle virtù, tu troverai molto ridotto il numero di quelli che riescono a condurre a termine quei progetti e a tollerare quelle fatiche? Tralasci da parte il fatto che, anche quando non interviene per niente la nostra insufficienza, tutte le nostre facoltà, poste in atto, non sono in grado di condurre a buon fine i nostri propositi. Infatti noi non conserviamo, come vorremmo, il silenzio e il ritiro, non le prescrizioni del digiuno, non la continuità delle letture in quel tempo, in cui lo potremmo fare; al contrario, per l’improvviso incorrere di certe cause, siamo impediti, pur contro voglia, di compiere quei salutari doveri al punto che la disponibilità del luogo e del tempo, in cui sarebbe possibile attendere a quegli impegni, deve necessariamente essere domandata al Signore.

E nemmeno risulta sicura per noi la possibilità di compiere quanto vorremmo, a meno che non ci sia concesso dal Signore l’opportunità di compiere quanto pure sarebbe possibile. Di queste circostanze anche l’Apostolo ha fatto cenno: “Abbiamo desiderato una volta, anzi due volte, di venire da voi, ma Satana ce lo ha impedito” (1 Ts 2,18). Può accadere che talvolta ci sentiamo perfino utilmente impediti di compiere questi nostri doveri spirituali al punto che, mentre, contro la nostra volontà, viene interrotto il nostro attendere all’esecuzione dei nostri impegni e concediamo perfino un allentamento alla nostra debolezza, proprio allora, pur contro voglia, noi veniamo riservati per una perseveranza salutare. Di una tale disposizione da parte di Dio, il beato Apostolo ha fatto qualche simile accenno: “A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed Egli mi ha detto: Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta nella debolezza” (2 Cor 12,8-9) e ancora: “Non sappiamo che cosa sia conveniente domandare” (Rm 8,26).

7. L’iniziale disegno di Dio e la sua quotidiana provvidenza

Il proposito di Dio, secondo il quale Egli non aveva creato l’uomo destinato alla morte, ma perché vivesse per l’eternità, rimane immutato. La sua benignità, non appena vede apparire in noi anche una pur minima scintilla di buona volontà, oppure è Lui stesso a suscitarla come da una dura selce del nostro cuore, la sorregge, la fortifica e la conforta con la sua ispirazione, “volendo che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tm 2,4), poiché, Egli aggiunge: “il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli” e ancora: “Dio non vuole che anche una sola anima perisca, ma la richiama, pensando che non debba del tutto perire chi è stato cacciato fuori” (2 Re=2 Sam 14,14). Dio è verace e non mente, allorché Egli asserisce con giuramento: “Io vivo, dice il Signore; non voglio la morte del peccatore, ma che si converta dalla sua via e viva” (Ez 33,11). Come si può ammettere, senza commettere un grosso sacrilegio, che Dio non voglia che tutti, universalmente, siano salvi e che soltanto alcuni si salvino al posto di tutti, dal momento che lui non vuole che perisca uno solo di questi piccoli? Ne segue dunque che, quanti periscono, periscono contro la sua volontà; di fatto, contro ognuno di costoro, Egli esclama ogni giorno: “Convertitevi dalla vostra condotta perversa! Perché volete perire, casa di Israele?” (Ez 33,11). E di nuovo: “Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina raccoglie i pulcini sotto le sue ali, e tu non hai voluto” (Mt 23,37). E ancora: “Perché questo popolo in Gerusalemme si è ribellato con una ribellione cosi ostinata? (Ger 8,5). “Hanno indurito la faccia, non vogliono convertirsi” La grazia di Dio è ogni giorno a nostra disposizione, poiché essa, mentre “vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tm 2,4), convoca tutti gli uomini senza eccezione, cosi dicendo: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, ed io vi ristorerò” (Mt 11,28).

Ma allora, se Egli non chiama tutti gli uomini in senso universale, ma solo alcuni, ne segue che non tutti sarebbero affaticati e non tutti con peccati attuali e con peccato originale, così come non risulterebbe vera quella sentenza: “Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio” (Rm 3,23), e neppure si crederebbe che “la morte ha raggiunto tutti gli uomini” (Rm 5,12). D’altra parte, tutti gli uomini che periscono, periscono contro la volontà di Dio, al punto che si afferma che Dio non ha creato la morte, come attesta la Scrittura: “Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi” (Sap 1,13)

Avviene così che, per lo più, quando noi domandiamo cose contrarie al nostro bene invece di chiedere cose utili, la nostra preghiera viene esaudita tardi o non viene esaudita affatto; così pure, quello che noi non riteniamo esserci utile, il Signore, come un benignissimo medico, nonostante la nostra resistenza, utilmente si degna di inviarcelo; e così pure Egli talvolta impedisce e ritarda certe dannose nostre decisioni e sforzi funesti dal raggiungere il loro effetto detestabile, e così riporla verso la salvezza quanti corrono verso la morte, e revoca tali ignoranti dalle fauci dell’inferno.

8. La grazia di Dio e il libero arbitrio

La parola di Dio espresse elegantemente, per mezzo Osea, questa sua premura provvidenziale, e lo fece sotto la figura della infedele Gerusalemme, tendente a professare con dannosa solerzia il culto degli idoli. A queste parole di lei: “Seguirò i miei amanti, i quali mi danno il mio pane e la mia acqua, la mia lana e il mio lino, il mio olio e le mie bevande” (Os 2,5), risponde la degnazione di Dio, tendente a procurare più la salvezza della città che non a soddisfare i suoi desideri: “Io sbarrerò di spine la sua strada e ne cingerò il recinto di barriere, ed essa non ritroverà i suoi sentieri. Inseguirà i suoi amanti, ma non li raggiungerà, li cercherà senza ritrovarli. Allora dirà: Ritornerò al mio marito di prima, perché ero più felice di adesso” (Os 2,6-7). E nuovamente Egli descrive con la seguente raffigurazione la ribellione e il disprezzo con cui noi lo respingiamo con uno spirito di rivolta, allorché Egli ci invita al ritorno che produce la salvezza: “Io dissi: Tu mi chiamerai padre e non tralascerai di seguirmi. Ma come una donna è infedele al suo amante, così la casa di Israele è stata infedele a me, dice il Signore” (Ger 3,19-20).

Opportuno è dunque un tale richiamo, poiché quella raffigurazione ragguaglia Gerusalemme ad una sposa adultera, staccatasi dal proprio marito, e, in più, si paragona alla perseveranza dell’amore generoso del marito, perdutamente innamorato della propria sposa. In realtà la pietà e l’amore di Dio, sempre indirizzati al genere umano, poiché tali sentimenti non sono mai soverchiati dalle nostre offese al punto da indurre il Signore ad abbandonare la cura della nostra salvezza sì che, superata quella sua premura dalle nostre iniquità, Egli sia indotto ad abbandonare il suo principale proposito, non potevano essere espressi con altra raffigurazione meglio dell’esempio del marito che ama la propria moglie di un amore ardentissimo: il marito infatti, quanto più si vede trascurato dalla moglie, da tanto maggior trasporto si sente trascinato verso di lei.

E dunque sempre inseparabilmente presente a noi la protezione divina, e la pietà del Creatore è così grande nei confronti della sua creatura che non solo la accompagna, ma la precede continuamente, e questo lo sperimentò il Profeta, tanto che apertissimamente ebbe a dire: “La misericordia del mio Dio mi precederà” (Sal 58,11). Egli infatti, non appena scorge in noi il sorgere della buona volontà, subito lo illumina, lo sorregge e lo stimola, donando l’incremento a quel seme che Egli stesso ha piantato e ha visto nascere con il nostro sforzo. E così Egli si esprime: “Prima che essi mi invochino, io li ascolterò; mentre ancora mi stanno parlando, io già li avrò ascoltati” (Is 65,24); e ancora: “Alle voci delle tue grida, il Signore, appena avrà udito, ti risponderà” (Is 30,19).

9. L’efficacia della buona volontà da parte nostra e il valore della grazia di Dio

Ne risulta pertanto che non facilmente si comprende con l’umana ragione come il Signore dona a chi domanda, come viene trovato da chi lo cerca e come apre la porta a chi bussa e come sia trovato da chi non lo cerca, si manifesti apertamente fra quanti non lo interrogano, come ogni giorno tenda le sue mani a un popolo non credente e ribelle (Cf. Rm 10,21; Is 65,2), e in che modo chiami quanti gli resistono e restano lontani, attragga alla salvezza quanti non vogliono aderirgli, come sottragga, a quanti vogliono peccare, la facoltà di attuare i loro progetti, e come benignamente ponga ostacoli a quanti vorrebbero correre verso il male.

A chi potrebbe apparire facilmente in che modo sia da attribuire al libero arbitrio dell’uomo il risultato ultimo della nostra salvezza, di cui è detto: “Se voi vorrete e mi ascolterete, mangerete i frutti della terra” (Is 1,19), e ancora: “Non dipende dalla volontà né dagli sforzi dell’uomo, ma da Dio, che usa misericordia” (Rm 9,16)? Che senso e che valore hanno queste parole, in cui è detto che Dio “renderà a ciascuno secondo le sue opere” (Rm 2,6), come pure: “È Dio che suscita in voi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni” (Fil 2,13), e ancora: “Questo non viene da voi, ma è dono di Dio, né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene” (Ef 2,8-9)? Che senso e che valore hanno pure queste parole: “Avvicinatevi a Dio, ed Egli si avvicinerà a voi” (Gc 4,8), così come dice altrove: “Nessuno viene a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato” (Gv 6,44)? Che significato hanno queste parole: “Rendi diritta la strada ai tuoi piedi e dirigi bene il tuo cammino” (Pr 4,26 LXX)? Che significa questo che noi diciamo, pregando: “Dirigi la mia via davanti al tuo cospetto”, e ancora: “Sulle tue vie tieni saldi i miei passi, affinché non vacillino i miei piedi” (Sal 5,9)? Che significato ha l’essere ancora noi ammoniti: “Formatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo” (Ez 18,31), come pure l’esserci offerta questa promessa: “Io darò loro un solo cuore, e metterò dentro di loro uno spirito nuovo; toglierò dal loro petto il cuore di pietra e darò loro un cuore di carne, perché seguano i miei decreti e osservino le mie leggi” (Ez 11,19-20)? Che significa questo precetto del Signore: “Purifica il tuo cuore dalla malvagità, Gerusalemme, perché tu possa uscirne salva” (Ger 4,14), e che cosa vuol dire la seguente richiesta presentata dal Profeta al Signore: “O Dio, crea in me un cuore mondo” (Sal 50,12), come pure: “Lavami, e sarò più bianco della neve” (Sal 50,9)?

Che significano queste parole a noi rivolte: “Accendete in voi la luce della scienza” (Os 10,12 LXX), come pure queste altre, dette di Dio: “Egli insegna agli uomini la scienza” (Sal 93,10), e ancora: “Il Signore dona la vista ai ciechi” (Sal 145,8), come pure quello che noi, pregando, diciamo col Profeta: “Dona luce ai miei occhi, affinché io non mi addormenti nel sonno della morte” (Sal 12,4), e allora che significato hanno, ripeto, tali parole, se non che in questi passi si rivela la grazia di Dio e la libertà del nostro arbitrio, in quanto si dichiara che anche l’uomo può talvolta, di per sé, elevarsi al desiderio della virtù, pur avendo sempre bisogno d’essere aiutato dal Signore?

Risulta infatti che uno, pur volendo, non gode della sanità o viene liberato dalle malattie per effetto del proprio arbitrio. A che giova il desiderio della propria salute, se non è Dio, il quale ci concede l’uso stesso della vita, a concederci pure il vigore della incolumità? Ora, affinché appaia con più evidenza che anche per effetto del benefìcio della natura, concesso dalla generosità del Creatore, si generano talora gli inizi della buona volontà, i quali, però, se non sono sorretti dal Signore, non possono giungere al conseguimento della virtù, ecco allora la testimonianza dell’Apostolo: “C’è in me la capacità di volere il bene, ma non trovo la capacità di compierlo” (Rm 7,18).

10. L infermità del libero arbitrio

La Scrittura divina conferma la libertà del nostro arbitrio, dicendo: “Con ogni cura vigila il tuo cuore” (Pr 4,23), ma l’Apostolo conferma pure la sua infermità, dichiarando: “Il Signore custodirà i vostri cuori e le vostre intelligenze in Cristo Gesù” (Fil 4,7). Davide conferma la virtù del libero arbitrio, dicendo: “Ho piegato il mio cuore ai tuoi comandamenti” (Sal 118,112), ma egli stesso ne afferma l’infermità, così pregando: “Piega il mio cuore verso i tuoi insegnamenti e non verso la sete del guadagno” (Sal 118,36), e così pure Salomone: “Il Signore volga i nostri cuori verso di Lui, perché seguiamo tutte le sue vie e osserviamo i suoi comandi, le sue cerimonie e i suoi giudizi” (3 Re=1 Re 8,58). II salmista designa il potere del nostro libero arbitrio, dicendo: “Preserva la tua lingua dal male, e le tue labbra non pronuncino inganno” (Sal 33,14), come pure la nostra preghiera esprime la nostra infermità, dicendo noi stessi: “Poni, Signore, una custodia alla mia bocca, sorveglia la porta delle mie labbra” (Sal 140,3).

La facoltà del nostro libero arbitrio viene dichiarata così dal Signore: “Sciogliti dal collo i legami, schiava, figlia di Sion”» (Is 52,2), mentre la sua fragilità così è posta in evidenza: “Il Signore libera i prigionieri” (Sal 145,7), come pure: “Hai spezzato le mie catene. A Te offrirò sacrifici di lode” (Sal 115,16-17). Nel vangelo noi ascoltiamo il Signore che ci invita perché accorriamo a Lui, indotti dal nostro libero arbitrio: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò” (Mt 11,28), ma il Signore stesso ne sottolinea la debolezza, dicendo: “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato” (Gv 6,44). L’Apostolo indica la libertà del nostro arbitrio, dicendo: “Correte in modo da conquistare il premio” (1 Cor 9,24), ma Giovanni Battista ne attesta l’infermità, dicendo: “Nessuno può prendere qualcosa da sé, se non gli è stata data dal cielo” (Gv 3,27). Un Profeta ci comanda di custodire con sollecitudine la nostra anima con queste parole: “Custodite le vostre anime” (Ger 17,21), ma un altro Profeta, con lo stesso spirito, proclama: “Se il Signore non custodisce la città, invano vigila chi deve custodirla” (Sal 126,1 LXX). L’Apostolo, scrivendo ai Filippesi, accenna al loro libero arbitrio: “Attendete alla vostra salvezza con timore e tremore” (Fil 2,12), ma subito aggiunge per sottolinearne l’infermità: “È Dio che suscita in voi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni” (Fil 2,13).

11. Si chiede se la grazia di Dio precede o segue la nostra buona volontà

Questi due elementi, grazia e libero arbitrio, sono fra loro, in un certo qual modo, frammisti e confusi senza una precisa distinzione, a tal punto che presso molti autori si discute con grande fervore che cosa e da che cosa ne derivi una conclusione, vale a dire si discute se, una volta ammesso da parte nostra l’inizio con la buona volontà, Dio abbia pietà di noi, oppure, se, una volta ammessa la misericordia di Dio nei nostri confronti, noi aderiamo ad essa con l’inizio della nostra buona volontà. Molti infatti, sostenendo singolarmente uno di questi argomenti e proponendolo più del necessario, sono caduti in diversi errori, perfino fra loro contrari. Se infatti diremo che tutto nostro è l’inizio della buona volontà, che dire di Paolo persecutore (Cf. At 9), che dire del pubblicano Matteo (Cf. Mt 9,9), dei quali uno, dedito ai supplizi e al sangue di innocenti, e l’altro, tutto occupato in violenti rapine, furono tuttavia entrambi condotti alla salvezza?

Se invece diremo che l’inizio della buona volontà è sempre ispirato dalla grazia di Dio, che cosa diremo della fede di Zaccheo, che cosa diremo della pietà dimostrata sulla croce da quel ladrone (Cf. Lc 19,2 ss; 23,40 ss), i quali, facendo col loro desiderio una certa violenza al regno dei cieli, prevennero lo speciale intervento della chiamata divina? Se noi attribuiremo al nostro libero arbitrio il raggiungimento delle virtù e l’esecuzione dei precetti divini, come ricorreremo a questa preghiera: “Conferma, o Dio, quanto hai operato in noi” (Sal 67,29), e ancora: “Rafforza su di noi l’opera delle nostre mani” (Sal 89,17)? Noi sappiamo che Balaam fu pagato perché maledicesse Israele, ma vediamo pure che a lui, che pur lo desiderava, non fu permesso di esprimere quella maledizione (Cf. Nm 22,5 ss). Da Dio viene custodito Abimelech, perché, toccando Rebecca, non cada in peccato, offendendo Dio (Cf. Gn 20,6 Si tratta di Sara!). Giuseppe viene portato lontano dalla gelosia dei fratelli (Cf. Gn 37,28), affinché fosse disposta l’andata dei figli di Israele in Egitto; per essi, proprio mentre attendevano al modo di dare la morte al loro fratello, venivano predisposti i rimedi in vista della loro futura fame. Tutto questo lo stesso Giuseppe, una volta riconosciuto, lo manifesta ai suoi fratelli con queste parole: “Non temete e non vi sembri durezza il fatto d’avermi venduto in questo paese. Dio mi ha mandato qui prima di voi per la vostra salvezza” (Gn 45,5) e subito appresso: “‘Dio mi ha mandato qui prima di voi per assicurare la vostra sopravvivenza sulla terra e perché possiate avere gli alimenti per vivere. Non per vostra decisione, ma per la volontà di Dio io sono stato mandato qui, ed è Lui che mi ha fatto quasi padre del Faraone e signore di tutta la sua casa e governatore di tutta la terra d’Egitto” (Gn 45,7-8). E poiché, dopo la morte del padre, i fratelli vivevano con paura, Giuseppe, allo scopo di togliere loro ogni sospetto, così prese a dire: “Non temete! Possiamo noi resistere alla volontà di Dio? Voi avete pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di farlo servire a un bene per esaltarmi, come voi potete constatare, per far vivere molti popoli” (Gn 50,19-20), Anche Davide, nel salmo 104, dichiara ugualmente che tutto questo avvenne in quell’età secondo le disposizioni volute da Dio: “Chiamò la fame sopra quella terra e distrusse ogni riserva di pane. Davanti a loro mandò un uomo: Giuseppe fu venduto come schiavo” (Sal 104,16-17). Questi due elementi, pertanto, la grazia di Dio e il libero arbitrio, sembrano vicendevolmente contrari, e tuttavia tutti e due concordano, e noi ammettiamo di doverli accogliere a motivo della pietà, per non sembrare, sottraendone all’uomo anche uno solo, d’essere sottratti alla regola di fede propria della Chiesa.

E in realtà, non appena Dio scorge che il nostro volere si avvia verso il bene, Egli accorre, ci dirige e ci conforta: “Alla voce di un tuo grido, appena Egli udrà, ti darà risposta” (Is 30,19), e ancora: “Invocami nel giorno della sventura, e tu mi darai gloria” (Sal 49,15). E di nuovo, se Egli s’avvede che noi non vogliamo, o siamo in preda della tiepidezza, allora Egli invia delle ammonizioni salutari nei nostri cuori, per effetto delle quali si risveglia in noi o si riforma il buon volere.

12. La buona volontà non deve essere attribuita sempre alla grazia, né sempre all’uomo

Non bisogna credere che Dio abbia creato l’uomo in modo che non voglia né possa mai compiere il bene. In caso diverso non avrebbe concesso a lui il libero arbitrio, se avesse permesso che l’uomo volesse o potesse fare unicamente il male e avesse disposto che, per quanto dipendeva da lui, né volesse né potesse attendere al bene. Inoltre, come potrebbe reggersi la sentenza del Signore, pronunziata dopo la caduta del primo uomo: “Ecco, Adamo è diventato come uno di noi, in grado di conoscere il bene e il male” (Gn 3,22)? Non si deve credere infatti che in precedenza tale fosse l’uomo da ignorare del tutto il bene. In caso diverso bisognerebbe ammettere che l’uomo era stato creato come un essere irrazionale e insensato, ma questo è assurdo e del tutto alieno dalla fede cattolica. Al contrario, secondo la sentenza del sapientissimo Salomone, “Dio creò l’uomo retto” (Qo 7,29 LXX) vale a dire, in modo da godere sempre unicamente della scienza del bene: ma “gli uomini cercarono molti ragionamenti” (Qo 7,29 LXX), e divennero tali, come s’è detto, da conoscere il bene e il male.

Ne segue dunque che Adamo concepì la scienza del male, che non possedeva prima della sua caduta, e non perdette la scienza del bene, ricevuta prima della caduta stessa. Infine, che il genere umano non abbia perduto, dopo la caduta di Adamo, la scienza del bene, viene dichiarato con tutta evidenza anche dalla sentenza dell’Apostolo, in cui afferma: “Quando i pagani, che non hanno la legge, agiscono per natura secondo la legge, essi, pur non avendo la legge, sono legge a se stessi; essi dimostrano che, quanto la legge esige, è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi pensieri, che ora li accusano, ora li difendono. Così avverrà nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini” (Rm 2,14-16). In questo stesso senso anche il Signore, per mezzo del Profeta, accusa la cecità dei Giudei, non naturale, ma volontaria, che essi stessi si procurarono con ostinazione: “Sordi, ascoltate; ciechi, volgete lo sguardo per vedere; chi è sordo, se non il mio servo? chi è cieco, se non colui, al quale io mandai i miei araldi?” (Is 42,18-19).

Inoltre, affinché nessuno possa attribuire questa loro cecità alla natura, e non alla loro volontà, così si esprime in altro luogo: “Fa’ uscire il popolo cieco, che pure ha occhi; il popolo sordo, che pure ha orecchi” (Is 43,8); e di nuovo: “Voi, pur avendo gli occhi, non vedete; pur avendo le orecchie, non udite” (Ger 5,21). Anche il Signore nel vangelo così si esprime: “Essi, pur vedendo, non vedono; pur udendo, non odono e non comprendono” (Mt 13,13). Si compie in essi la profezia di Isaia, che così afferma: “Voi ascolterete, e non comprenderete; guarderete, e non vedrete. Il cuore di questo popolo si è indurito, e per la durezza delle loro orecchie essi non sono in grado di ascoltare; hanno chiuso i loro occhi, per non vedere con i loro occhi, per non ascoltare con le loro orecchie, per non comprendere con il loro cuore, e così si convertano ed io li risani” (Is 6,5-10 LXX). Infine, per confermare che in essi era presente la facoltà di compiere il bene, così il Signore rimprovera i farisei: “Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?” (Lc 12,57). Egli non avrebbe pronunciato un giudizio simile, se non avesse saputo che essi potevano, con il loro naturale discernimento, distinguere ciò che era giusto. Occorre dunque evitare da parte nostra di attribuire al Signore tutti i meriti dei santi al punto di non assegnare nulla alla natura umana all’infuori di quanto è cattivo e perverso.

In tal caso noi saremo contraddetti dalla testimonianza del sapientissimo Salomone, anzi, dal Signore stesso, perché sue sono le seguenti parole: infatti, postosi a pregare dopo la costruzione del tempio, così ebbe a riferire: “Davide, mio padre, aveva deciso di costruire un tempio al nome del Signore, Dio di Israele, ma il Signore disse a Davide, mio padre: Tu hai pensato di edificare un tempio al mio nome; hai fatto bene a formulare un tale progetto, non tu però costruirai il tempio al mio nome” (3 Re = 1 Re 8,17-19).

Bisognerà dunque concludere che quel progetto e quella formulazione del re Davide erano buoni e da parte di Dio, oppure ritenere che erano cattivi e da parte dell’uomo? Infatti, se quel progetto era buono e da parte di Dio, perché proprio da Lui, da cui era stato ispirato, ne fu negato il compimento? Se invece era cattivo e da parte dell’uomo, perché venne approvato dal Signore? Non rimane dunque da concludere che il progetto era buono, pur essendo stato ideato da parte dell’uomo. Con lo stesso criterio anche noi possiamo giudicare i nostri pensieri ogni giorno. Di fatto non fu concesso al solo Davide di pensare il bene, e allora non bisogna ritenere che a noi sia negato, per effetto della natura, il poter godere e pensare qualcosa di buono.

Ne segue dunque l’esclusione del dubbio che non possano esistere in ogni anima, naturalmente, i germi della virtù in grazia del beneficio impartito dallo stesso Creatore; è vero però che, se questi germi non vengono incrementati dal soccorso di Dio, essi non potranno pervenire all’aumento della perfezione, poiché, secondo il beato Apostolo, “né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma è Dio che fa crescere” (1 Cor 3,7). Che poi dipenda dall’uomo indirizzare il libero arbitrio da una parte o dall’altra, lo insegna apertissimamente anche il libro cosiddetto del Pastore (Erma, il Pastore VIII,17), nel quale è detto che stanno vicini a ciascuno di noi due angeli, uno buono e uno cattivo, e che dipende dalla decisione dell’uomo scegliere quale dei due seguire. Ne segue quindi che permane sempre nell’uomo il libero arbitrio, il quale può non curare o apprezzare la grazia di Dio. E di fatto l’Apostolo non avrebbe suggerito questo precetto, dicendo: “Attendete alla vostra salvezza con timore e tremore” (Fil 2,12), se non avesse saputo che la salvezza può essere da noi curata, ma anche trascurata. Ma perché i cristiani non credessero di non aver bisogno dell’aiuto di Dio per assicurare l’opera della loro salvezza, egli soggiunge: “È Dio che suscita in voi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni” (Fil 2,13). Perciò, scrivendo a Timoteo, così gli parla: “Non trascurare la grazia di Dio, che è in te” (1 Tm 4,14), e ancora: “Per questo motivo ti ricordo di ravvivare la grazia di Dio che è in te” (2 Tm 1,6).

Ne deriva pertanto che egli, scrivendo ai Corinti e ammonendoli a non rendersi indegni della grazia di Dio, compiendo opere infruttuose, arriva a dire: “Poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio” (2 Cor 6,1). E poiché Simone, senza dubbio, aveva ricevuto questo dono, non gli giovò la ricezione di questa grazia della salvezza. Egli infatti aveva preferito non obbedire al precetto del beato Pietro, allorché gli diceva: “Pentiti dunque di questa iniquità e prega Dio che ti sia perdonato questo pensiero del tuo cuore. Io ti vedo infatti chiuso in fiele amaro e in lacci di iniquità” (At 8,22-23). Dio previene dunque la volontà dell’uomo, poiché così è detto: “Dio mio! La sua misericordia mi preverrà” (Sal 58,11). Sarà invece la nostra volontà a prevenire Dio, allorché Egli tarderà e, in certo qual modo, utilmente rimanderà di esaudirci allo scopo di mettere alla prova il nostro libero arbitrio; così infatti è detto: “Al mattino giungerà a Te la mia preghiera” (Sal 87,14), e di nuovo: “Ho prevenuto il mattino e ho gridato a Te” (Sal 118,147), e ancora: “I miei occhi hanno prevenuto il sorgere del giorno” (Sal 118,148). In più Egli ci chiama e ci invita, dicendo: “Tutto il giorno io ho steso le mani verso un popolo incredulo e ribelle” (Rm 10,21). Egli è invitato da noi, allorché gli diciamo: “Tutto il giorno io ho proteso verso di Te le mie mani” (Sal 87,10). Egli ci aspetta, come è detto per mezzo del Profeta: “Perciò il Signore aspetta, per avere pietà di voi” (Is 30,18). Egli pure è aspettato da noi, allorché gli diciamo: “Ho atteso il Signore, ed Egli mi ha guardato” (Sal 39,2), e ancora: “Aspetto da Te la salvezza, Signore!” (Sal 118,166). Egli ci conforta, dicendo: “Io li ho istruiti ed ho rafforzato il loro braccio, ma essi hanno tramato il male contro di me” (Os 7,15) e ci esorta ad appoggiarci a vicenda: “Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti” (Is 35,3). Grida Gesù: “Chi ha sete, venga a me e beva” (Gv 7,37) ed anche il Profeta grida verso di Lui: “Sono sfinito dal gridare, sono riarse le mie fauci; i miei occhi si consumano nell’attesa del mio Dio” (Sal 68,4). Il Signore va in cerca di noi, dicendo: “L’ho cercato, ma non l’ho trovato; l’ho chiamato, ma non mi ha risposto” (Ct 5,6).

Egli stesso è ricercato dalla sua sposa, che piange e si lamenta: “Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amato del mio cuore; l’ho cercato, ma non l’ho trovato; l’ho chiamato, ma non mi ha risposto” (Ct 3,1 LXX).

13. Gli sforzi dell’uomo non possono sostituire la grazia di Dio

E così sempre la grazia di Dio coopera per il buon risultato con il nostro libero arbitrio e in tutto lo sostiene, lo protegge e lo difende al punto che talvolta essa esige e attende da quello alcuni sforzi di buona volontà, affinché non sembri che essa concede i propri doni a un individuo del tutto addormentato e in preda all’ignavia e all’ozio; la grazia di Dio cerca, in certo qual modo, le occasioni per le quali, una volta scosso il torpore dell’inerzia umana, non sembri irragionevole la larghezza della sua generosità, appunto perché essa concede quei doni sotto l’appiglio del desiderio e dello sforzo. Ciò nonostante, la grazia di Dio rimane gratuita, dato che essa concede, con larghezza inestimabile e in vista di sforzi tanto ridotti e tanto irrilevanti, una gloria immortale e doni di beatitudine eterna. La fede professata dal ladrone sulla croce fu espressa da lui per primo (Cf. Lc 23,40), ma non per questo occorre insistere e negare che a lui fu promessa gratuitamente la dimora nel paradiso; così pure non bisogna credere che sia stato il pentimento di Davide, quando disse: “Ho peccato contro il Signore” (2 Re = 2 Sam 12,13), a cancellare le sue due colpe così gravi, e non piuttosto la clemenza di Dio al punto da meritare di sentirsi dire per mezzo del profeta Nathan: “Il Signore ha perdonato il tuo peccato: tu non morirai” (Ibid.).

L’avere Davide aggiunto l’omicidio all’adulterio, fu conseguenza del libero arbitrio; l’essere egli stato rimproverato per mezzo del Profeta, è frutto della grazia e della degnazione divina. E ancora: l’aver egli riconosciuto umilmente la propria colpa, è frutto della sua volontà; l’aver meritato, in un tempo così breve, il perdono per colpe così gravi, è dono della misericordia del Signore. Che dire allora di questa così breve confessione e dell’incomparabile larghezza della ricompensa divina, tenendo presente quanto sia facile considerare quello che il beato Apostolo ha detto in riferimento alle persecuzioni senza numero da lui subite in vista della ricompensa futura così grande? Così egli si esprime: “Il momentaneo e leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria” (2 Cor 4,17). E sempre coerente a se stesso, dice altrove: “Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi” (Rm 8,18).

Ne segue dunque che, per quanto l’umana debolezza si sforzi, mai potrà adeguarsi alla ricompensa futura e neppure riuscirà a sminuire con i suoi sforzi la grazia di Dio al punto che questa non continui ad essere sempre gratuita. Appunto per questo il suddetto maestro dei gentili, benché confessi d’aver ricevuto la missione del suo apostolato dalla grazia di Dio al punto di affermare: “Per la grazia di Dio sono quello che sono” (1 Cor 15,10), tuttavia egli stesso dichiara d’aver risposto alla grazia divina fino ad asserire: “La sua grazia in me non è stata vana; anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me” (1 Cor 15,10). Infatti, dicendo “ho faticato”, egli indica lo sforzo derivato dal proprio libero arbitrio; dicendo “non io, ma la grazia di Dio”, egli indica l’efficacia della protezione divina; dicendo “che è con me”, egli dichiara che essa ha cooperato, non con un individuo ozioso e irresponsabile, ma con una persona dedita alla fatica e al lavoro sudato.

14. Con le tentazioni, da Lui stesso inviate, Dio mette alla prova le forze del nostro libero arbitrio

Noi leggiamo che la giustizia divina operò tutto questo anche a proposito di Giobbe, suo apprezzatissimo atleta, allorché il demonio lo reclamò per un singolare combattimento. Infatti, se egli avesse affrontato il suo nemico, sostenuto non dalla propria virtù, ma soltanto dalla grazia divina e, senza il ricorso al sostegno offerto dalla propria pazienza, ma con il conforto offertogli unicamente dall’aiuto divino, avesse sopportato quei molteplici assalti e il peso esiziale delle tentazioni ricercate dalla totale crudeltà del suo nemico, come mai il demonio non avrebbe ripreso con più diritto contro di lui quella voce calunniosa, già da lui emessa in precedenza: “Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non hai forse messa una siepe attorno a lui e alla sua casa e a tutto quello che è suo? Ritira la tua mano … ”, vale a dire lascia che egli combatta con me con le sole sue forze, “e allora vedrai se egli ti benedirà ancora in faccia!” (Gb 1,9-11 LXX. Citazione riferita a memoria. Letteralmente “Stendi la mano e tocca quanto ha”). D’altra parte, poiché quel nemico calunniatore, dopo il conflitto, non osa ripetere quella lamentosa recriminazione, egli confessa perciò di essere stato vinto, non però dalla virtù di Dio, ma da Giobbe, e benché sia pure da ritenere che a Giobbe non venne del tutto a mancare la grazia di Dio, la quale aveva concesso al tentatore tanto potere quanto sapeva che Giobbe ne aveva per resistere, non l’aveva però protetto da quegli assalti in modo tale da non lasciare alla virtù dell’uomo nessuno spazio: aveva solamente procurato che quel violentissimo nemico non rendesse l’anima di Giobbe priva di ragione e menomata di senso, in modo da abbatterlo poi in base all’ineguaglianza dell intelligenza e al diverso peso della lotta. Che dunque il Signore intenda talvolta mettere alla prova la nostra fede per renderla più forte e più gloriosa, ce lo dimostra l’esempio del centurione del vangelo. Il Signore, pur sapendo che avrebbe potuto curare il suo servo con il potere della sua parola, preferì offrire la sua presenza corporale, dicendo: “Io verrò e lo curerò” (Mt 8,7). Il centurione sentì aumentare la sua fede per essersi il Signore offerto ad andare di persona, e allora esclamò: “Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito” (Mt 8,8). Il Signore, preso d’ammirazione, lo lodò fino a dargli la preferenza su quanti, del popolo di Israele, avevano pur creduto in Lui, e dichiarò: “In verità vi dico: io non ho trovato in Israele una fede così grande!” (Mt 8,10). Non vi sarebbe stato in quel centurione nessun motivo di lode o di merito, se in lui Cristo avesse posto in evidenza i suoi propri doni. Noi leggiamo che la giustizia divina ha offerto un riscontro della medesima fede nel più glorioso dei patriarchi, là dove così è scritto: “Dopo queste cose Dio mise alla prova Àbramo” (Gn 22,1).

Infatti la divina giustizia volle che in lui fosse sperimentata non la fede ispiratagli dal Signore, ma quella che da lui, una volta eletto e illuminato, era in grado di dimostrare l’effetto del suo libero arbitrio. Perciò non senza suo merito viene comprovata la sostanza della sua fede e per questo motivo, una volta sopraggiunta in lui la grazia di Dio che per un po’ di tempo l’aveva lasciato, gli vengono rivolte queste parole: “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male. Ora io so che tu temi il Signore e non hai risparmiato il tuo figlio amato per riguardo a me” (Gn 22,12 LXX). Che poi un tale genere di tentazione, allo scopo di assicurarci il merito della prova, possa toccare anche a noi, è stato preannunziato con sufficiente evidenza nel Deuteronomio dal legislatore: “Qualora si alzi in mezzo a voi un profeta o qualcuno, il quale dica d’aver veduto dei sogni, e ti proponga un segno o un prodigio, e il segno e il prodigio annunciato succeda ed egli ti dica: Seguiamo dèi stranieri, che tu non hai mai conosciuti, tu non dovrai mai ascoltare le parole di quel profeta o di quel sognatore, perché il Signore tuo Dio ti mette alla prova per sapere se tu lo ami con tutto il tuo cuore e se custodisci i suoi precetti oppure no” (Dt 13,1-3).

Che cosa pensare allora? Avendo Dio permesso la presenza d’un Profeta o di un sognatore, bisognerà ritenere che Egli proteggerà coloro di cui Egli si propone di provare la fede al punto da non lasciare alcuna possibilità al loro libero arbitrio da poter combattere con il tentatore per mezzo delle loro forze? Ma allora che bisogno c’è di esporre alla tentazione individui che Egli conosce così deboli e così fragili che non potrebbero resistere al tentatore con le loro forze? Ne risulta dunque che la giustizia del Signore non avrebbe permesso che essi fossero tentati, se non avesse saputo che v’era in essi la facoltà sufficiente a resistere, con la quale poter poi essere giudicati, con giudizio equanime, per l’uno o per l’altro comportamento, colpevoli o degni di lode. Tale risulta pure la dichiarazione dell’Apostolo: “Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere. Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi, se non proporzionata all’uomo; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscime e la forza per sopportarla” (1 Cor 10,12-13). Allorché egli dice: “Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere”, mette in guardia il libero arbitrio: ovviamente egli conosce che tale libertà, una volta accolta la grazia divina, potrà restare attiva con il proprio apporto, o cadere per la propria negligenza. Allorché egli dice: “Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi, se non proporzionata all’uomo”, egli non rimprovera la loro debolezza e l’incostanza dell’anima non ancora irrobustita, per effetto della quale incostanza non potevano essere ancora sopportati gli assalti degli spiriti malvagi, contro i quali egli sapeva che lui e gli spiriti perfetti dovevano ogni giorno combattere. Di essi così egli scrive agli Efesini: “La nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti” (Ef 6,12). E allorché egli aggiunge: “Dio è fedele e non permetterà che voi siate tentati oltre le vostre forze” (1 Cor 10,12-13), non desidera certo che il Signore non permetta che essi siano tentati, quanto piuttosto che essi non siano tentati al di sopra di quanto potrebbero sostenere.

Se il primo accenno allude alle condizioni dell’umano libero arbitrio (esposto alle tentazioni), l’altro accenno dimostra la grazia del Signore che modera gli assalti delle tentazioni stesse. In tutti questi casi si riscontra che sempre la divina grazia stimola il libero arbitrio dell’uomo, in modo però che essa non lo protegge e difende in tutti i casi al punto da indurlo a non ricorrere alle proprie forze nella lotta contro i suoi nemici spirituali; è così che l’uomo imparerà a riconoscere la grazia di Dio, se riuscirà vincitore, e la propria fragilità, se sarà vinto, e apprenderà ad apporre la propria speranza, non nelle sue forze, ma nel soccorso divino, in modo da ricorrere sempre al suo divino protettore. E affinché tutto questo non si dimostri dettato da una mia opinione, ma appoggiato su argomenti evidenti, dedotti dalla divina Scrittura, richiamerò quanto si legge nel libro di Giosuè: “Queste sono le nazioni che il Signore risparmiò e non volle disperdere allo scopo di mettere alla prova Israele per mezzo loro, per vedere se egli osservava i precetti del Signore, suo Dio, ed anche perché si abituasse a combattere i suoi nemici” (Gdc 3,1-2).

E allora, tanto per confrontare qualcosa di umano con l’incomparabile clemenza del nostro Creatore, non certo per paragonarne la pietà, ma solo per richiamarmi a qualche somiglianza di indulgente comprensione, eccone un esempio, quello di una madre comprensiva e premurosa: per un certo tempo ella tiene in braccio il suo figlioletto fino a quando non possa insegnargli a camminare; poi ella gli permette di trascinarsi per terra, quindi lo tiene per mano con la sua destra, perché si sforzi, stando ritto, a porre un piede dopo l’altro; se lasciato solo per un poco, lo vede traballare, subito lo riafferra; lo trattiene, se vacilla; lo rialza, quando cade; vigila, perché non ricada, oppure, permettendo che egli cada leggermente, subito lo rialza dopo la caduta. Poi, quando essa l’avrà allevato fino a raggiungere la fanciullezza e la robustezza dell’adolescenza e della giovinezza, gli affianca alcuni pesi per la fatica, non perché ne sia oppresso, ma perché si eserciti, e così ella lo prepara a gareggiare con i suoi coetanei. Quanto più dunque il Padre celeste di tutti conosce chi Egli debba portare sul grembo della sua grazia, chi rendere esercitato nell’uso del libero arbitrio per assuefarsi alla virtù in presenza sua; e intanto Egli aiuta chi s’affatica, esaudisce chi lo invoca, non abbandona chi lo ricerca, e toglie dai pericoli chi frattanto non se ne rende nemmeno conto.

15. La grazia multiforme delle chiamate divine

Da questi argomenti risulta dunque chiaro che “i suoi giudizi sono imperscrutabili, e inininvestigabili sono le sue vie” (Rm 11,33), per le quali Egli conduce alla salvezza il genere umano. E questo io posso confermarlo con gli esempi riscontrabili nei vangeli. Cristo elesse Andrea e Pietro e gli altri apostoli con spontanea degnazione della sua grazia, proprio quando essi neppur pensavano alla propria salvezza (Cf. Mt 4,18); Egli non solo si offrì a Zaccheo, mentre questi si poneva fiduciosamente in vista del Signore e si era alzato sui rami del sicomoro a causa della piccolezza della sua statura, ma lo predilesse, decidendo di entrare in casa sua (Cf. Lc 19,2 ss.); attrasse Paolo proprio quando gli era contrario e nemico (Cf. At 9,3 ss.); invita a seguirlo inseparabilmente un altro al punto di non concedere nessuna dilazione alla sua richiesta d’aver tempo, anche molto breve, da destinare alla sepoltura del proprio padre (Cf. Mt 8,21 ss.). A Cornelio, occupato continuamente nella preghiera e nelle elemosine, viene indicata la via della salvezza come sua ricompensa, e a lui, dalla voce di un angelo, viene ordinato di chiamare Pietro per conoscere da lui come raggiungere la sua salvezza assieme a tutti i suoi familiari (Cf. At 10). E così la sapienza multiforme di Dio procura la salvezza agli uomini con pietà varia e inscrutabile, e distribuisce l’abbondanza della sua grazia secondo la capacità di ciascuno, in modo da poter applicare gli stessi suoi interventi, non secondo la potenza uniforme della sua maestà divina, ma secondo la misura della fede, di cui trova nutrito ciascuno dei fedeli, e che Egli stesso ha donato a ciascuno. Infatti, quel tale, fiducioso che per la guarigione della sua lebbra sarebbe bastata la sola volontà di Cristo, Cristo lo curò col solo consenso della propria volontà, dicendo: “Lo voglio, sii curato! ” (Mt 8,3); e un altro, che l’aveva pregato perché, con la sua venuta, risuscitasse la sua figlia, già morta, con l’imposizione delle sue mani, Egli, entrato nella casa di lui, concesse quello di cui era stato pregato, e proprio nel modo stesso con cui quel tale aveva espresso le sue speranze (Cf. Mt 9,18); un altro credette che il risultato di tutta la sanità consistesse nel comando dettato dalla viva voce di Cristo, e così ebbe a dire: “Di’ soltanto una parola, e il mio servo sarà guarito” (Mt 8,8), ed Egli allora rese sane nel loro stato di salute quelle membra prima malate, dicendo: “Va’, e ti sia fatto come tu hai creduto” (Mt 8,13). Ad altri, fiduciosi di ricevere la salute per il solo tocco della sua veste, concesse in abbondanza il dono della sanità (Cf. Mt 9,20); pregato, concesse la guarigione alle malattie di altri, ad altri concesse la guarigione spontaneamente; indusse alcuni a sperare il suo intervento, dicendo: “Vuoi essere guarito?” (Gv 5,6); ad altri, che pur non speravano, elargì spontaneamente il suo aiuto; di altri volle che manifestassero i loro desideri prima di soddisfare la loro volontà, e così si espresse: “Che cosa volete che io faccia per voi?” (Mt 20,32); un altro che non sapeva il modo di ottenere quanto desiderava, benignamente glielo indicò: “Se tu crederai, vedrai la gloria di Dio” (Gv 11,40); ad altri Egli offrì l’efficacia delle sue guarigioni al punto che, riferendosi ad esse, l’evangelista così ebbe a concludere: “Egli guarì tutti i loro malati” (Mt 14,14); presso altri però l’abisso senza limiti dei suoi benefici venne bloccato al punto da dover essere sottolineato questo limite: “Gesù non potè compiere presso di essi alcun prodigio a causa della loro incredulità” (Mc 6,5-6).

Ne deriva così che la larghezza di Dio si uniforma essa pure alla capacità della fede dell’uomo, al punto di dire ad uno: “Ti avvenga secondo la tua fede” (Mt 9,29); a un altro: “Va’, e ti sia fatto come tu hai creduto” (Mt 8,13); e a un altro: “Ti sia fatto come tu vuoi” (Mt 15,28); e a un altro ancora: “La tua fede ti ha fatto salvo” (Mc 10,52; Lc 18,42).

16. La grazia di Dio sorpassa i limiti angusti della fede umana

Nessuno pensi che da me siano sostenute queste idee allo scopo di convincere che il fondamento della nostra salvezza consiste nel potere della nostra fede personale, e questo secondo l’opinione errata di certuni, i quali sostengono, riferendo ogni merito al libero arbitrio, che la grazia viene dispensata secondo i meriti di ciascuno (Qui Cassiano intende distinguersi dalle dottrine dei pelagiani, allora molto diffuse. Ndt); qui io invece sostengo con assoluta dichiarazione che la grazia di Dio è pure superiore e che talvolta essa trascende le angustie della infedeltà dell’uomo.

Ricordo che questo avvenne a proposito di quel funzionario del re, di cui si parla nel vangelo. Egli, persuaso che fosse più facile guarire uno da ammalato che risuscitarlo dopo che fosse morto, implora con insistenza la presenza del Signore fino ad esclamare: “Discendi prima che mio figlio muoia!” (Gv 4,49). E benché Cristo abbia rimproverato la sua incredulità con queste parole: “Voi, se non vedete segni e prodigi, non credete” (Gv 4,48), tuttavia non pose in opera la grazia della sua divinità in riferimento alla debolezza della fede di quell’uomo, e neppure con la sua presenza fisica eliminò l’attacco mortale di quella febbre, ma solo con il potere delle sue parole, dicendo: “Va’, tuo figlio vive!” (Gv 4,50).

Noi leggiamo che il Signore offerse l’abbondanza della sua grazia anche nella guarigione del paralitico, allorché a lui che gli chiedeva solamente i rimedi destinati a sanare i languori, da cui era stato colpito il suo corpo, Egli offerse anzitutto la salute dell’anima dicendo: “Coraggio, figliolo; ti sono rimessi i tuoi peccati” (Mt 9,2). E subito appresso, poiché gli scribi non credevano che Egli potesse rimettere i peccati degli uomini, Egli, allo scopo di confondere la loro incredulità, restituì alla sanità le membra di quel paralitico, illanguidite dalla perdita della sanità, con la potenza della sua parola, e così disse: “Perché pensate cose malvagie nel vostro cuore? Che cosa dunque è più facile, dire: Ti sono rimessi i tuoi peccati, o dire: Alzati e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere in terra di rimettere i peccati, disse al paralitico: Alzati, prendi il tuo letto e va’ alla tua casa” (Mt 9,4-6).

Analogamente, anche per quel malato che, giacendo invano da trentotto anni sulla sponda della piscina, attendeva il rimedio del movimento dell’acqua, Egli dimostrò la munificenza della sua spontanea liberalità. Di fatto, volendo Egli indurlo ad accogliere il rimedio destinato alla sua salute, col dirgli: “Vuoi guarire?” (Gv 5,6), ed essendosi lui lamentato della mancanza d’ogni aiuto umano fino a dichiarare: “Io non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita” (Gv 5,7), il Signore, concedendo un’attenuante alla sua ignoranza e alla sua incredulità, gli restituì la sua precedente sanità, non però nel modo da lui sperato, ma in quello disposto dal Signore, che così gli disse: “Alzati, prendi il tuo letto e va’ nella tua casa” (Gv 5,8). Quale meraviglia dovrà allora notarsi in relazione a questi prodigi operati dalla potenza del Signore, se prodigi simili vennero compiuti per mezzo dei suoi servi? Infatti, mentre Pietro e Giovanni entravano nel tempio e un poveretto, zoppo fin dalla nascita e che non era mai stato in grado di camminare, chiese l’elemosina, essi non offrirono le vili monete che l’infermo domandava, ma gli elargirono la possibilità di camminare, arricchirono lui, che sperava il sussidio di qualche moneta, con il premio della inattesa sanità; così, di fatto, si espresse Pietro: “Io non possiedo né argento né oro, ma quello che possiedo, io te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, alzati e cammina” (At 3,6).

17. L’inscrutabile potenza di Dio

Ne segue allora che noi, con il ricorso a questi esempi, tratti dalla testimonianza dei vangeli, potremo riconoscere che attraverso diversi modi e per vie inscrutabili Dio procura la salvezza del genere umano, e come Egli stesso inciti l’intento di alcuni, volenti e bramosi, ad incamminarsi con maggiore ardore, e come solleciti altri, che invece non vorrebbero e resistono; talora Egli agisce in modo che siano da noi compiute utilmente le opere che Egli scorge già da noi desiderate; talora Egli stesso ispira l’avvio di qualche santo desiderio o anche l’inizio e la continuazione di qualche opera buona. Ne deriva così che, quando noi preghiamo, riconosciamo in Lui non solo il nostro protettore e il nostro salvatore, ma anche Colui che ci aiuta e ci sostiene. Infatti, in quanto, Lui per primo, invita e attrae noi distratti e senza volontà, Egli risulta nostro protettore e nostro salvatore; in quanto solitamente Egli ci porta aiuto nei nostri sforzi e ci accoglie come nostro rifugio e nostro sostegno, Egli prende il nome di nostro accoglitore e nostro rifugio.

Infine il beato Apostolo, richiamando con la sua mente la molteplice larghezza della provvidenza divina e constatando d’esser stato lui stesso assorto nell’immenso e illimitato pelago della pietà divina, così esclamò: “O profondità della ricchezza della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i giudizi di Dio e ininvestigabili le sue vie! Chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore?” (Rm 11,33-34). Risulta dunque che cercherà di mortificare la propria ammirazione per questa scienza divina che il grande maestro dei gentili considerò con paura, chiunque presumerà di poter commisurare la profondità di quell’abisso insondabile. Infatti, coloro che confidano di poter concepire e discorrere con la propria mente intorno alle disposizioni, con le quali Dio opera tra gli uomini la loro salvezza, senza dubbio, impugnando essi la verità della sentenza dell’Apostolo, ammettono con audacia profana che scrutabili risultano i giudizi di Dio e accessibili le sue vie, mentre anche il Signore stesso dichiara contro quegli audaci: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri; le vostre vie non sono le mie vie, dice il Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre e i miei pensieri sovrastano i vostri” (Is 55,8-9).

E allora, volendo il Signore esprimere con umani confronti queste sue disposizioni e l’amore che Egli con pietà continua si degna di offrirci, e non trovando nelle creature tali affezioni amorose, alle quali poter convenientemente ragguagliare il proprio amore, si richiamò alle tenerissime viscere di una madre affettuosa, al punto di dire: “Si dimentica forse una donna del suo bambino così da non aver pietà per il figlio delle sue viscere?” (Is 49,15). Ma non contento di questo richiamo, subito lo sopravanza, fino ad aggiungere: “E se ella se ne dimenticasse, io non ti dimenticherò mai” (Ibid.).

18. I Padri hanno dimostrato che il libero arbitrio non è sufficiente a salvarci

Ed ora si ricava con evidenti motivi da parte di coloro i quali, non con la loquacità delle parole, ma sotto la guida dell’esperienza sanno misurare la grandezza della grazia e la ristrettezza del nostro libero arbitrio, “che non è degli agili la corsa, né dei forti la guerra, e neppure dei sapienti il pane e degli accorti la ricchezza” (Qo 9,18 LXX), ma “tutte queste cose è l’unico e medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come Egli vuole” (1 Cor 12.11). Pertanto si dimostra con fede sicura e, per così dire, con palpabile esperienza, che Dio, creatore dell’universo, al pari di un piissimo padre e di un benevolentissimo medico, come suggerisce l’Apostolo, opera indifferentemente tutto in tutti: ora Egli ispira il principio della salvezza e infonde in ciascuno l’ardore della buona volontà; ora Egli dona il compimento dell’opera e la perfezione della virtù; ora revoca perfino dalla rovina imminente e da una precipitosa caduta quanti rimangono riluttanti e non se n’avvedono; ora offre occasioni e opportunità di salvezza, e impedisce sforzi violenti e precipitosi dal raggiungere traguardi funesti.

E così Egli accoglie quanti sono volenterosi e gli vanno incontro, così come trae e costringe al buon volere quanti non vogliono e resistono. Siamo comunque avvertiti che non sempre tutto è concesso a noi da Dio, soprattutto quando noi perseveriamo nella nostra resistenza e nella nostra cattiva volontà, e siamo ammoniti dalla voce stessa del Signore che il conseguimento ultimo della nostra salvezza non è dovuto ai meriti delle nostre opere, ma alla grazia divina: “Vi ricorderete della vostra condotta, di tutti i misfatti, dei quali vi siete macchiati, e proverete disgusto di voi stessi, davanti ai vostri occhi, per tutte le malvagità che avete commesse Allora saprete che io sono il Signore, quando agirò con voi per l’onore del mio nome e non secondo la vostra malvagia condotta e i vostri costumi corrotti, uomini di Israele” (Ez 20,43-44).

E così, da parte dei Padri cattolici, i quali hanno appreso la perfezione del cuore, non dalle parole delle vane dispute, ma dalla realtà delle loro opere, sono stati dettati questi principi: è proprio anzitutto della concessione di Dio indurre ognuno a desiderare tutto ciò che è bene, in modo però che resti in piena facoltà del libero arbitrio decidersi per l’una o per l’altra parte; in secondo luogo è proprio della grazia divina far sì che siano effettuati i suddetti compiti delle virtù, in modo però che non venga mortificato il potere del libero arbitrio; in terzo luogo appartiene alla concessione divina mantenere perseverante il grado della virtù acquisita, in modo però che la suddetta libertà non subisca alcuna restrizione.

Occorre pertanto ritenere che Dio, creatore dell’universo, opera tutto in tutti in questa misura nell’incitare, nel proteggere e nel confermare, mai però nel senso di togliere la libertà del libero arbitrio, che Egli stesso intese concedere. Se poi qualche deduzione, tratta sottilmente con qualche umana e razionale argomentazione, sembra in contraddizione con quanto finora è stato esposto, occorre evitarla piuttosto che addurla col rischio di compromettere la fede. Infatti la fede non deriva dall’intelligenza, ma è l’intelligenza che deriva dalla fede in conformità a quanto è stato scritto: “Se voi non crederete, neppure comprenderete” (Is 7,9 LXX). Di fatto, in che modo Dio operi tutto in tutti in noi e, nel tempo stesso, tutto venga attribuito al libero arbitrio dell’uomo, non si riuscirà a comprenderlo interamente attraverso il senso e l’umana ragione».

Fu così che il beato Cheremone, avendoci consolidati con la refezione della sua dottrina, fece sì che noi non avvertissimo più la fatica di un cammino così difficile.


Nota: (Estratta da “Conferenze spirituali II” – Edizioni Paoline 1965)

Con queste parole Cassiano pone il problema della conciliazione tra la grazia e il libero arbitrio; un problema difficile e molto dibattuto a quei tempi, a causa della imperversante eresia pelagiana.

Per notizie più approfondite rimandiamo alla introduzione dell’opera. Qui gioverà notare che Cassiano si era occupato della questione anche nel libro XII delle Istituzioni e nella Conferenza III, mai però l’aveva affrontata sistematicamente come in questa Conferenza XIII.

Dire che qui l’argomento è affrontato in maniera sistematica non è lo stesso che dire è ben risolto. Cassiano va avanti impacciato, si contraddice ad ogni istante, non sa dare una sintesi apprezzabile della dottrina cattolica sul delicato argomento. Questa conferenza ha meritato al suo autore il titolo di « semipelagiano » e le critiche di Prospero d’Aquitania nel « Contra Collatorem ».

La dottrina qui contenuta fu condannata nel 529, al Concilio di Orange. La condanna però non fu comminata contro Cassiano ma contro i « Marsigliesi », che propugnavano idee simili a quelle contenute nella presente conferenza.

 

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