Le Conferenze Spirituali di Cassiano: Imparare dall’esperienza dei nostri antenati

 

21.a CONFERENZA

PRIMA CONFERENZA DELL’ABATE TEONA

SUL RIPOSO DELLA QUINQUAGESIMA (DI PENTECOSTE)

Estratto da “CONFERENZE AI MONACI

Traduzione e note a cura di Lorenzo Dattrino, 2000, Città Nuova Editrice

 

 

  1. Come Teona giunse in visita all’abate Giovanni

Prima di esporre l’argomento di questa conferenza che noi potremmo ascoltare da parte dell’illustre personaggio da me incontrato nella persona dell’abate Teona, ritengo necessario ricordare brevemente l’inizio della sua conversione, poiché proprio per questo appariranno al lettore con maggiore evidenza il merito e la grazia di quel personaggio. Egli, ancora in età giovanile, fu legato dall’autorevole premura dei suoi genitori al vincolo matrimoniale. Essi infatti, religiosamente solleciti della sua pudicizia, temendo il pericolo di una caduta connessa con le passioni di quell’età, ritennero di dover prevenire le tendenze proprie dell’adolescenza con il lecito rimedio delle nozze. Era trascorso ormai un buon quinquennio a fianco della moglie, quando egli giunse un giorno presso l’abate Giovanni, il quale in quel tempo presiedeva la diaconia alla quale era stato eletto in merito alla sua santità [1]. Infatti, a questo grado del servizio ecclesiastico non giunge chiunque per sua volontà e per sua ambizione, ma colui che il complesso di tutti gli anziani ha ritenuto più meritevole e più adatto di tutti per la prerogativa dell’età e per la testimonianza della fede e della virtù.

Essendo dunque il suddetto giovane Teona giunto fino a questo beato Giovanni, indotto com’era dalla premura della sua pia devozione a recare i doni suggeriti dalla tradizione religiosa assieme agli altri possessori di terre, i quali a gara offrivano al suddetto vegliardo le decime e le primizie dei loro raccolti, il vegliardo, vedendo tutti costoro venuti fino a lui con molti doni e desiderando compensare la loro devota sollecitudine, prese a seminare argomenti spirituali, prendendo il motivo, secondo il costume dell’Apostolo (Cfr. 1 Cor 9, 11), dai doni d’ordine materiale a lui offerti. Infine rivolse loro le seguenti esortazioni.

 

  1. L’esortazione dell’abate Giovanni rivolta a Teona e agli altri che, assieme a lui, si erano recati dal vegliardo

«Io mi compiaccio, o figli, della larghezza dei vostri doni e accolgo la devozione di quest’offerta, di cui mi è stata affidata la dispensazione, poiché voi avete presentato le vostre primizie e le vostre decime a beneficio dei bisognosi come un sacrificio al Signore di gradita soavità, ed è quanto esprimere la vostra fiducia che, con questa offerta, sarà abbondantemente benedetta la pienezza dei vostri frutti e di tutta la vostra proprietà, dalla quale avete ricavato questi doni da offrire al Signore, e che voi pure sarete riforniti dell’abbondanza di ogni bene anche in questo mondo in conformità alla fedeltà prestata al suo divino comandamento: ‘‘Onora Dio con il frutto delle tue giuste fatiche e offri a Lui i frutti della tua giustizia, affinché si riempiano abbondantemente di grano i tuoi depositi e i tuoi tini trabocchino di vino” (Pr 3, 9-10: LXX).

Sappiate comunque che, stando fedelmente all’adempimento di una tale condotta, voi state in tutto all’osservanza della Legge antica: sappiate pure però che gli amichi, soggetti a quella Legge, nel trasgredirla, incorrevano inevitabilmente in una colpa, e che, nell‘osservarla, non potevano raggiungere l’apice della perfezione.

 

  1. L’offerta delle decime e delle primizie

In base al precetto del Signore, le decime erano destinate a beneficio dei leviti, le oblazioni e le primizie invece a benefìcio dei sacerdoti. Delle primizie questa era la norma: la quinquagesima parte dei frutti della terra e del bestiame doveva essere offerta al servizio del Tempio e dei sacerdoti; una tale misura però i meno ferventi, con la loro infedeltà, la abbassavano; i più religiosi invece l’accrescevano, per cui questi ultimi si attenevano alla sessantesima parte, gli altri alla quarantesima, I giusti infatti, per i quali non è dettata la legge (Cfr. Nm 18, 26; 5, 9-10), dimostrano di non essere sotto la Legge, in quanto non solo si sforzano di attenersi alla giustizia della Legge, ma di superarla in modo che così il loro adempimento risulta superiore all’imposizione legale al punto che, incrementando in tal modo la loro osservanza, essi aggiungono, all’obbligo già imposto, una propria volontaria osservanza.

 

  1. Abramo, Davide e gli altri santi dell’Antico Testamento hanno superato i precetti della Legge

Noi leggiamo infatti che Abramo oltrepassò i precetti della futura Legge, quando, dopo aver vinto ben quattro re, nulla volle assolutamente riservarsi delle spoglie dei Sodomiti, che a lui appunto, perché vincitore, non immeritamente erano dovute, e questo proprio quando il re di Sodoma in persona gli offriva supplichevolmente quelle spoglie da lui stesso accumulate; fu allora che Abramo esclamò: “Alzo la mia mano davanti al Signore, il Dio altissimo, creatore del cielo e della terra: né un filo, né un legaccio del sandalo, niente io prenderò di tutto ciò che è tuo” (Gen 14, 22-23: LXX). Sappiamo che così Davide oltrepassò i precetti della Legge, allorché, pur avendo comandato Mosè che ai nemici fosse reso il cambio del “taglione” (contrappasso) [2], egli non solo non fece questo, ma, al contrario, trattò amorevolmente i suoi persecutori e per essi, rivolgendo pie suppliche al Signore, pianse pure amaramente e vendicò così gli uccisi (Cfr. 1 Re = 1 Sam 24; 2 Re = 2 Sam 1).

Così pure possiamo dimostrare che anche Elia e Geremia non furono sottoposti alla Legge, poiché essi, pur potendo fare uso del matrimonio, preferirono restare nella professione della verginità. Leggiamo pure che Eliseo e altri, seguaci degli stessi intendimenti, superarono i precetti dettati da Mosè, ed è di essi che l’Apostolo così dichiara: “Andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati, – di loro il mondo non era degno! -, vaganti per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra” (Eb 11, 37-38). Che cosa dovrei dire dei figli di Jonadab, figlio di Rechab? Leggiamo che essi così risposero al profeta Geremia, che offriva loro del vino per disposizione del Signore: “Noi non beviamo vino, perché Jonadab, figlio di Rechab, nostro antenato, ci diede quest’ordine: Non bevete vino, né voi, né i vostri figli, mai; non costruirete case, non seminerete sementi, non pianterete vigne e non ne possederete alcuna, ma abiterete nelle tende tutti i vostri giorni” (Ger 35, 6-7). Per questo essi meritarono di sentirsi dire dal Profeta stesso anche queste parole: “Questo dice il Signore degli eserciti, Dio di Israele: A Jonadab, figlio di Rechab, non verrà mai a mancare chi stia alla mia presenza” (Ger 35, 19).

Tutti costoro, non contenti di offrire a Dio le decime dei loro possedimenti, disprezzando gli stessi loro poderi, offrirono a Dio se stessi e la propria anima, poiché per essa non può esserci, da parte dell’uomo, nessuno scambio che l’equivalga, come appunto dichiara il Signore nel vangelo: “Che cosa 1’uomo potrà dare in cambio della propria anima?” (Mt 16, 26).

 

  1. Coloro che vivono sotto la grazia del vangelo devono superare i precetti della Legge

Dovremmo perciò essere convinti che noi, dai quali non si esige l’osservanza dei precetti della Legge, ma per i quali suona ogni giorno questa parola del vangelo: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi” (Mt 19, 21), allorché offriamo a Dio le decime dei nostri beni, rimaniamo sotto il peso della Legge, senza essere ancora pervenuti a quel fastigio del vangelo obbedendo al quale, quanti vi si attengono, non solo si assicurano i benefici della vita presente, ma anche i premi della vita futura. Infatti la Legge, a quanti la praticavano, non promise i premi del regno dei cieli, ma solamente i vantaggi della vita presente, dicendo: “Chi osserverà questi precetti, vivrà in essi” (Lv 18, 5).

Il Signore così disse, parlando ai suoi discepoli: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5, 3), e ancora: “Chiunque avrà lasciato case o fratelli o sorelle o padre o madre o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna” 8Mt 19, 29). E questo non immeritamente. Infatti non è degno di lode tanto il fatto di astenerci dalle cose illecite, quanto piuttosto quello di privarci delle cose lecite, e quindi rinunciare ad esse in vista di Colui che, date le nostre infermità, ce ne ha consentito l’uso. Quindi, se anche coloro che, offrendo fedelmente le decime dei loro beni, osservano gli antichi precetti del Signore, non possono raggiungere le altezze del vangelo, voi potete con tutta evidenza dedurre quanto, coloro che non si attengono neppure a questo acconsentimento, siano lontani dal vangelo. E in realtà, come potrebbero essere partecipi della grazia del vangelo coloro che si rifiutano di osservare perfino i precetti così leggeri, propri della Legge? A tal punto le autorevoli parole dell’autore della Legge rivelano la facilità di quei precetti da venire proposta la maledizione per gli inadempienti: “Maledetto chi non si atterrà a tutte le prescrizioni del libro della Legge, per metterle in pratica” (Dt 27, 26). Dei precetti del vangelo, invece, è detto in rapporto alla loro eccellente sublimità: “Chi può comprendere, comprenda” (Mt 19, 12). Là, invece, la forte costrizione dell’autore della Legge rivela la moderazione dei precetti: “Chiamo oggi in testimonio contro di voi il cielo e la terra: se voi non osserverete i precetti del Signore, vostro Dio, scomparirete dalla faccia della terra” (Dt 19, 12).

Nel vangelo la grandezza di quei sublimi precetti viene indicata non tanto dall’obbligo di chi domanda, quanto piuttosto dall’invito di chi esorta: “Se vuoi essere perfetto, va” (Mt 19, 21), fai questo o fai quello. Nella Legge, Mosè impose un peso inescusabile anche a coloro che lo ricusavano; Paolo invece interviene col suo consiglio unicamente per coloro che vogliono e intendono incamminarsi verso la perfezione. Non era il caso quindi di imporre un obbligo assoluto, e nemmeno, per così dire, esigere perentoriamente da parte di tutti quello che, per la sua stessa meravigliosa sublimità, non da tutti può essere universalmente praticato; occorreva invece preferibilmente invitare tutti alla grazia con l’esortazione, in modo che quanti risultano robusti possano non immeritamente venire incoronati per la perfezione della loro virtù; mentre invece quanti risultano deboli e non possono “giungere alla misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,13), sebbene sembrino occultati dal fulgore dei più luminosi, come da astri maggiori, tuttavia sono ben lontani dalle tenebre delle maledizioni dettate dalla Legge, né sono destinati alla sorte dei mali presenti, e nemmeno assegnati ai supplizi eterni.

Cristo dunque non costringe chiunque a raggiungere quegli eccelsi fastigi della virtù con la necessità di un comandamento, ma promuove, rifacendosi al potere del nostro libero arbitrio, e accende con la bontà del suo consiglio e col desiderio della perfezione. Infatti, dove appare il comandamento, ivi pure esistono, come conseguenza, l’obbligo e la punizione. Pertanto, coloro che si attengono a questi precetti, all’osservanza dei quali sono obbligati dalla severità della predetta Legge, evitano certamente la punizione prevista per la trasgressione, ma non meritano la ricompensa e i premi.

 

  1. La grazia del vangelo, come conferisce il regno dei cieli ai perfetti, così pure soccorre benevolmente i deboli

Ne segue dunque che, come le parole del vangelo aiutano i forti a raggiungere le altezze della sublimità, così pure non permettono ai deboli di venire sommersi fino al fondo, in quanto attribuiscono ai perfetti la pienezza della beatitudine e concedono il perdono ai deboli, vittime della loro fragilità. La Legge infatti ha collocato quanti osservano i suoi precetti come in un punto di mezzo in rapporto a un duplice merito, in quanto, da una parte, li separa dalla condanna dei trasgressori, e, dall’altra, li dissocia dalla gloria dei perfetti. Ora, fino a che punto un tale risultato sia modesto e miserevole, voi stessi lo potete arguire perfino dal confronto con lo stato della vita presente, nella quale si considera un successo molto misero se uno si sforza e s’affatica unicamente per non divenire un colpevole tra gli uomini onesti, e non piuttosto una persona ricca, stimata e ammirevole.

 

  1. È in nostro potere vivere sotto la grazia del vangelo oppure sotto il terrore delta Legge

Risulta dunque in nostro potere decidere se vivere sotto la grazia del vangelo oppure sotto il terrore della Legge: necessariamente ognuno sarà assegnato all’una o all’altra di queste parti in base alla qualità delle proprie azioni. Di fatto sarà la grazia di Cristo ad accogliere coloro che superano la Legge, oppure sarà la Legge a trattenere a sé quanti risultano fuori delle disposizioni del vangelo, quali suoi debitori propri e a sé soggetti. Infatti il trasgressore dei precetti della Legge mai sarà in grado di arrivare alla perfezione evangelica, anche se si glorierà di essere cristiano e di essere stato liberato dalla grazia del Signore, purtroppo senza efficacia.

In realtà non solo non si deve ritenere che rimanga ancora sotto la Legge chi si rifiuta di adempierne le prescrizioni, ma anche chi si accontenta di osservarne le prescrizioni e intanto non produce frutti degni della vocazione e della grazia di Cristo. Non è detto nel vangelo: “Offrirai le tue decime e le tue primizie al Signore, tuo Dio” (Es 22, 29); è detto invece: “Va’, vendi tutto quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi” (Mt 19,21). E ancora: a un discepolo, che pur lo chiedeva, non fu concesso in vista della sublimità della perfezione il tempo brevissimo per attendere alla sepoltura del proprio padre, e così il dovere dell’umana carità venne superato dal dovere dell’amore divino».

 

  1. In che modo Teona esortò la moglie a rinunziare, ella pure, alla vita coniugale

All’udire tali proposte il beato Teona, acceso da un desiderio inestinguibile della perfezione evangelica, ripose il germe di quelle parole nel suo cuore, accolte come in solchi profondi e ben coltivati; si sentiva umiliato e compunto soprattutto perché, secondo quanto aveva dichiarato il vegliardo, egli non solo non aveva raggiunto la perfezione intesa dal vangelo, ma a stento aveva adempiuto i precetti dettati dalla Legge di Mosè. Di fatto, pur essendo solito offrire ogni anno le decime dei suoi raccolti alla «Diaconia», confessava a calde lacrime di non avere mai sentito neppure parlare dell’offerta delle primizie; ne seguiva comunque che, anche se egli avesse adempiuto quel precetto con uguale fedeltà, confessava umilmente di trovarsi, nonostante ciò, ben lontano dalla perfezione del vangelo, stando a quanto aveva dichiarato quel vegliardo.

Egli dunque ritornò a casa, afflitto e tutto preso da quella tristezza che produce la penitenza adatta ad assicurare la salvezza; senza più nutrire alcun dubbio sulla propria definitiva decisione, egli rivolse ogni sollecitudine e ogni premura della sua mente a procurare la salvezza anche alla moglie, e cominciò così a indurla a desiderare quello che egli stesso bramava, con esortazioni simili a quelle da cui egli stesso era stato persuaso e acceso: l’ammoniva di giorno e di notte, perfino in lacrime, per indurla a servire Dio, insieme, nell’osservanza della castità santa, ricordandole che non bisogna rimandare a lungo la decisione di darsi ad una vita migliore, poiché le speranze dell’età ancora giovane non impediscono per niente l’incombenza d’una morte improvvisa, dato che essa rapisce i bambini, gli adolescenti e i giovani come i vecchi, con sorte uguale.

 

  1. Come, dopo il rifiuto della moglie, Teoria partì e ritornò al monastero

Ma poiché la moglie, del tutto ostile a queste sue insistenti preghiere, negava il suo consenso e affermava che essa, nel fiore dell’età, non poteva assolutamente essere privata del conforto del marito, e perciò, qualora, una volta abbandonata dal marito essa fosse caduta in qualche colpa, la responsabilità della colpa era da ascrivere a lui che aveva sciolto il legame matrimoniale. A queste obiezioni egli, dopo aver dimostrato a lungo le condizioni della natura umana e aver dichiarato quanto fosse pericoloso, fragile e incerto, per com’era quella natura, lasciarla a lungo in preda ai desideri e alle opere della carne, aggiungeva che a nessuno era lecito rendersi estraneo a quel bene, al quale gli era stato indicato di doversi attenere ad ogni costo, così come era un pericolo ancor più grave disprezzare un bene conosciuto piuttosto che non amare un bene ignorato: perciò egli si sentiva già responsabile di colpa, se avesse preferito vantaggi terreni e sordidi ai beni, ormai conosciuti, così luminosi e così celesti.

L’elevatezza della perfezione conveniva indubbiamente ad ogni età e ad ogni sesso, e tutti i membri della Chiesa erano invitati a raggiungere l’altezza dei meriti maggiori, conforme al suggerimento dell’Apostolo: “Correte in modo d’arrivare al premio” (1 Cor 9, 24); coloro che si sentono pronti e ben disposti non devono fermarsi a causa di quanti sono lenti e pigri, essendo molto più giusto che gli ignavi fossero sollecitati da chi avanza, e non che chi avanza fosse ritardato dagli ignavi. Egli pertanto aveva preso ormai la ferma decisione di rinunciare al secolo e al mondo per poter vivere per Dio, e se non gli era concesso di raggiungere questa felicità di poter passare nella compagnia di Cristo assieme alla sua sposa, egli preferiva salvarsi, fosse pure con la privazione di un membro, ed entrare solitario nel regno dei cieli piuttosto che essere condannato con l’integrità del suo corpo (Cfr. Mt 5, 30).

Egli aggiunse pure questi altri motivi: «Se Mosè permette agli Ebrei di lasciare la moglie a causa della durezza del suo cuore (Mt 19, 18), perché non dovrebbe permetterlo Cristo in vista del desiderio della castità? E questo soprattutto perché Egli stesso, tra gli affetti, vale a dire i sentimenti che riguardano il padre, la madre e i figli, ai quali non solo la Legge, ma Egli stesso aveva ordinato che fosse prestato ogni rispetto, tuttavia, dopo aver dichiarato che per il suo nome e per il desiderio della perfezione quei sentimenti dovevano non solo essere superati, ma perfino essere in odio, ecco che ad essi Egli finì per aggiungere anche quello della moglie: “Chiunque avrà lasciato case o fratelli o sorelle o padre o madre o moglie o figli per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna” (Mt 19, 29). A tal punto dunque Egli dichiara che niente può essere messo a confronto con la perfezione invocata tanto da indurre a ritenere sciolti i legami che ci uniscono al padre e alla madre, quei legami che secondo l’Apostolo costituiscono il primo precetto in vista della ricompensa, vale a dire: “Onora tuo padre e tua madre: è questo il primo comandamento associato ad una promessa: perché tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra” (Ef 6, 2-3), e, inoltre, tanto da comandare che di essi non si tenga conto per amore di Lui.

Ne segue allora che, allo stesso modo con cui la sentenza del vangelo condanna coloro che rompono il matrimonio senza che intervenga il motivo dell’adulterio, così pure promette il centuplo a coloro che sciolgono il giogo della carne per amore di Cristo e per il desiderio della castità [3]. Pertanto, se può avvenire che tu, accolta la mia motivazione, ti pieghi a questa mia tanto desiderata decisione, in modo che, dedicandoci al servizio del Signore, evitiamo tutti e due le pene dell’inferno, io non rinnego l’amore coniugale; al contrario, l’accludo in me stesso con maggiore intensità. Riconosco infatti e venero in te la cooperatrice assegnatami dal volere del Signore, e non mi rifiuto affatto di restare unito a te col vincolo indissolubile della carità, così come non intendo separare da me quello che il Signore mi ha congiunto fin dalla legge della sua primitiva creazione, purché anche tu sia colei che il Creatore intese che tu fossi. Se tu invece non vorrai essere mia cooperatrice, ma una donna illudente, e preferirai esibirti come un sostegno, non a me, ma al nostro nemico (il demonio), e perciò riterrai che lo scopo del matrimonio sia quello di sottrarre te, con l’inganno, alla salvezza che ti viene consigliata e di impedire a me di divenire discepolo del Salvatore, io allora mi atterrò virilmente alla sentenza pronunziata dalla bocca dell’abate Giovanni, anzi, di Cristo, al punto che nessuna affezione della carne riuscirà a staccarmi dal bene dello spirito: “Se uno non odia suo padre e sua madre e i figli e i fratelli e le sorelle e la moglie e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14, 26)».

Allora, poiché a questa e a simili proposte la decisione della donna rimase ferma, restando essa ostinata in quella medesima durezza, «se io, concluse il beato Teona, non posso sottrarti alla morte, neppure tu mi separerai da Cristo; è motivo per me di maggiore sicurezza separarmi da una creatura umana che non da Dio», Perciò, sotto l’ispirazione della grazia di Dio, egli diede esecuzione immediatamente al suo proposito, né sopportò di rimandare di qualche tempo il fervore del suo desiderio. E così, dopo avere immediatamente rinunciato ad ogni suo bene terreno, si ritirò nel monastero; e là, in breve tempo, rifulse di tanto splendore di santità e di umiltà che, essendo giunto a morte l’abate Giovanni, di beata memoria, come pure il santo Elia, non minore, per santità, del suo predecessore, venne eletto come terzo, a giudizio di tutti, Teona, quale loro successore nella direzione di quella diaconia [4].

 

  1. Cassiano si giustifica, per quanto ha scritto, per non apparire davanti agli sposi un consigliere incline a rompere i legami del loro matrimonio

Nessuno ritenga che io abbia esteso questo racconto allo scopo di provocare delle separazioni tra i coniugi; non solo io non condanno affatto le nozze, ma, in più, ripeto e approvo la seguente sentenza dell’Apostolo; “Il matrimonio sia rispettato da tutti e il talamo sia senza macchia” (Eb 13, 4); io ho scritto unicamente per illustrare fedelmente al lettore l’inizio della conversione, con la quale si dedicò a Dio un uomo così grande. E al lettore, con sua buona grazia, questo io chiedo, anzitutto, che, approvando o non approvando, mi creda del tutto estraneo, riferendo tutto, con lode o con disapprovazione, all’autore di quella decisione. Quanto a me, che, intorno a quel fatto, non ho inteso affatto di esporre un mio personale giudizio, ma di dichiarare con una semplice esposizione quanto era accaduto, è giusto che, come io non pretendo che, da quanti ne danno la loro approvazione, mi derivi una lode, così pure vorrei che non mi ridondasse a biasimo quanto ho scritto, da parte di quanti ne offrono una loro disapprovazione.

Ognuno esprima dunque, come già ho detto, il proprio giudizio: vorrei comunque prevenirlo di essere così circospetto nella sua eventuale censura negativa da non credersi più giusto e più santo del giudizio di Dio, in merito al quale vennero rinnovati in Teona gli stessi prodigi operati con gli Apostoli, e questo per non parlare della elezione da parte di padri così distinti, dai quali non solo non fu disapprovato il suo gesto, ma esaltato con tale evidente approvazione da preferire lui, nella elezione alla diaconia, ad altri padri pure elettissimi ed eminentissimi. Ed io ritengo che il giudizio di tanti uomini spirituali, giudizio espresso sicuramente sotto l’ispirazione di Dio, non sia stato un errore, poiché, come già ho detto in precedenza, esso ebbe la conferma con tanti splendidi miracoli.

 

  1. Questione: perché in Egitto viene sospeso il digiuno dalla Pasqua alla Pentecoste e non ci si inginocchia durante la preghiera

Ma è tempo ormai di riprendere il discorso secondo l’ordine inteso in vista della nostra conferenza. Essendo l’abate Teona venuto a farci visita nella nostra stessa cella durante il tempo della Quinquagesima di Pentecoste, mentre noi eravamo seduti per terra appena terminata la solennità vespertina delle orazioni, cominciammo a chiedere come mai presso di loro si evitava con tanta cura che nessuno, durante tutta quella Quinquagesima, piegasse le ginocchia durante la preghiera e non mantenesse il digitano fino all’ora nona; noi domandammo questo con tanta maggiore insistenza, perché avevamo veduto che nei monasteri della Siria tutto questo non era affatto osservato con tanta precauzione.

 

  1. Risposta: vi sono cose buone, cattive e indifferenti

A questa richiesta l’abate Teona prese a rispondere con tale inizio: «Occorre che noi ci adattiamo all’autorità dei padri e alla consuetudine degli anziani, prodottasi fino al tempo nostro attraverso una serie protrattasi per tanti anni, anche senza che noi ne conosciamo la ragione, e dobbiamo custodirla con continua e riverente osservanza così come essa ci è stata tramandata fin dall’antichità. Ma poiché voi volete conoscere le cause e la ragione di questa consuetudine, eccovi in breve quello che noi abbiamo appreso dai nostri anziani intorno a questa tradizione. Tuttavia, prima che sia addotta l’autorità della divina Scrittura, io premetterò, se vi piace, alcune precisazioni sulla natura e la qualità del digiuno, in modo che poi l’autorità delle Scritture confermi la mia esposizione.

La divina sapienza ha designato, per mezzo dell’Ecclesiaste, un tempo adatto per tutte le circostanze, siano esse propizie o siano ritenute avverse e tristi, e così si esprime: “Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante. Un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire. Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gemere e un tempo per danzare. Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci. Un tempo per acquistare e un tempo per perdere, un tempo per serbare e un tempo per buttar via. Un tempo per stracciare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare. Un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace” (Qo (Eccle) 3, 1-8: LXX). E subito appresso esso soggiunge: “C’è un tempo per ogni cosa e per ogni azione” (Qo (Eccle) 3, 17: LXX).

Egli dunque non ha dichiarato nessuna di tali azioni buone per sempre, ma solo il tempo, in cui ognuna di esse viene compiuta opportunamente e convenientemente, in modo che le medesime azioni, le quali, se compiute opportunamente, riusciranno bene, compiute invece inopportunamente e in un tempo non conveniente, riusciranno inutili o nocive: fanno eccezione le azioni che già per se stesse sono buone o cattive e non possono perciò essere destinate in senso opposto, come la giustizia, la prudenza, la fortezza, la temperanza e le altre virtù, e, in senso opposto, i vizi, la cui natura non potrà mai trasformarsi e mutarsi per niente in senso contrario. Se poi alcune azioni possono talvolta sortire un doppio effetto al punto da apparire ora buone ora cattive secondo le disposizioni di chi agisce, allora saranno giudicate ora buone ora cattive non in senso assoluto, e per loro natura, ma in rapporto con le attitudini di chi opera e l’opportunità del tempo in cui sono compiute.

 

  1. Quale bene sia il digiuno

Pertanto occorre ora domandarsi che cosa dobbiamo stabilire sulla natura del digiuno, se cioè esso sia un bene al modo con cui abbiamo definito la giustizia, la prudenza, la fortezza e la temperanza, le virtù che non possono affatto mutarsi in una parte contraria, oppure se esso costituisca qualche cosa di mezzo, in modo che, una volta osservato, possa giovare e, una voilta trascurato, non possa essere motivo di condanna, e, inoltre, nel caso che uno lo osservi, se divenga biasimevole, nel caso invece che non lo osservi, sia degno di lode. Di fatto, se noi annoveriamo anche il digiuno tra le virtù prima richiamate, in modo da comprendere l’astinenza dagli alimenti nel numero dei beni essenziali, indubbiamente l’assunzione dei cibi sarà certamente cattiva e peccaminosa.

Infatti tutto quello che è contrario a un bene essenziale, senza dubbio dev’essere considerato come un male essenziale. L’autorità della Scrittura non consente però di dare un giudizio simile sul digiuno. Infatti, se noi digiuneremo in tale senso e con tal intenzione in modo da ritenere che si contragga peccato nel fare uso delle vivande, non solo non otterremo alcun frutto con la nostra astinenza, ma incorreremo in un sacrilegio e in un peccato grave secondo la mente dell’Apostolo, proprio per il fatto “d’astenersi da alcuni cibi che Dio ha creati per essere mangiati con rendimento di grazie dai fedeli e da quanti conoscono la verità. Infatti tutto quello che è stato creato da Dio è buono e nulla è da rigettare, quando lo si prenda con rendimento di grazie” (1 Tm 4, 3-4). “Se uno infatti ritiene una cosa come impura, essa per lui è impura” (Rm 14, 14).

Perciò noi non leggiamo mai che qualcuno sia stato condannato per la sola assunzione di cibi, a meno che quella assunzione fosse associata allora o in seguito ad alcun motivo per il quale essa fosse meritevole di una condanna.

 

  1. Il digiuno non è un bene essenziale

Pertanto, anche da questo indizio appare con tutta evidenza che il digiuno è un elemento che viene a trovarsi come in mezzo, poiché, come esso giustifica quando è osservato, così pure non condanna, allorché non è adempiuto, a meno che non sia motivo di punizione la trasgressione di un precetto e non, per sé, l’assunzione dei cibi. Per un bene essenziale, invece, occorre che non vi sia alcun tempo che non sia d’impegno, al punto che per esso non esiste alcun tempo d’eccezione, poiché con la sua inosservanza il colpevole diverrebbe senz’altro responsabile del male.

Così pure, a un male essenziale non è concesso alcun tempo d’eccezione, poiché quello che è sempre dannoso, non potrà mai, qualora sia commesso, non nuocere, oppure essere mutato in una parte degna di lode. Pertanto, quelle prassi, alle quali noi vediamo associati degli elementi e dei tempi determinati e che, se osservati a dovere, santificano, così come, se tralasciati, non macchiano, sono da considerare ovviamente come in mezzo: tali risultano le nozze, l’agricoltura, le ricchezze, il ritiro in un deserto, le veglie, la lettura e la meditazione dei Libri Sacri e gli stessi digiuni, da cui ha preso inizio il nostro discorso.

Il comando divino e l’autorità delle Sacre Scritture non presentano queste pratiche sotto condizione in modo che si debba osservarle senza tregua e praticarle incessantemente, al punto che trascurarle anche per poco costituisca una colpa grave. Infatti tutto quello che viene comandato imperativamente, qualora non venga eseguito, comporta la morte; quello invece che viene suggerito piuttosto che comandato, una volta compiuto, reca giovamento, non compiuto, non comporta punizione. Ne segue allora che tutte queste pratiche o almeno alcune di esse i nostri padri ci comandarono di compierle con circospezione e di eseguirle con prudenza in base al motivo, al luogo, al modo e al tempo adatto, poiché risulta che se qualcuna di esse viene eseguita come conviene, riuscirà adatta e conveniente, se invece non compiuta a proposito, riuscirà inutile o nociva.

Così, per esempio, se, in occasione dell’arrivo di un fratello, nel quale si dovrebbe ristorare Cristo con tutta umanità e cortesissimo accoglimento, uno, tutt’al contrario, intendesse persistere nell’austerità del digiuno, non è forse vero che egli incorrerebbe in una colpa di durezza anziché nel merito della religione? E se, qualora la depressione e la debolezza del proprio corpo richiedesse il sollievo delle forze con l’assunzione di cibo, ma uno non si adattasse a sospendere il rigore della sua astinenza, non sarebbe da considerare più un crudele omicida del proprio corpo anziché un abile interessato alla propria salvezza? Così pure, allorché la ricorrenza di una festività permette un congruo fomento di alimenti e una necessaria refezione, se qualcuno intenderà attenersi ostinatamente alla rigida osservanza del digiuno, necessariamente dovrà essere considerato, non tanto come un religioso osservante, quanto piuttosto come un individuo grossolano e irragionevole. Ma a simili individui tali pratiche riusciranno nondimeno ostili, a coloro cioè i quali cercano con il loro digiuno le lodi degli uomini e intendono acquistare la fama della santità con la vuota ostentazione del pallore del loro viso: è di costoro che la parola del vangelo dichiara che essi hanno già ricevuto la loro ricompensa (Cfr. Mt 6, 16), così come il Signore stesso, per bocca del Profeta, detesta il loro digiuno. Dapprima Egli suppone che essi rivolgano a Lui questa obiezione: “Perché digiunare, se tu non lo vedi; perché mortificarci, se tu non lo sai?” (Is 58, 3). E allora Egli subito risponde, alludendo al motivo per il quale essi non meritavano di essere ascoltati: “Ecco, nel giorno del vostro digiuno fate la vostra volontà, e pretendete i debiti da tutti i vostri debitori. Voi digiunate fra litigi e alterchi, e colpite empiamente con i pugni. Non digiunate più come avete fatto fino ad oggi, così da fare udire in alto il vostro chiasso. È forse questo il digiuno che io ho scelto, che l’uomo affligga la propria anima durante il giorno? Piegare come un cerchio il proprio capo, usare sacco e cenere per letto? Forse questo voi vorreste chiamare digiuno e giorno gradito al Signore?” (Is 58, 3-5).

Quindi Egli ne trae come deduzione il modo col quale l’assistenza di chi digiuna può divenire gradita, e così Egli dichiara che il digitano, per sé solo, non può giovare, se non saranno praticate le condizioni seguenti: “Non è questo il digiuno che io ho scelto? Sciogli le catene dell’empietà, togli i legami che opprimono, rimanda liberi gli oppressi e spezza ogni giogo. Spezza il tuo pane con l’affamato e introduci nella tua casa i poveri e chi è senza tetto; quando vedi chi è nudo, procura di coprirlo, e non disprezzare la tua stessa carne. Allora la tua luce sorgerà come l’aurora e la tua sanità sorgerà ben presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia e la gloria del Signore ti seguirà. Allora lo invocherai, e il Signore ti esaudirà: tu griderai, ed Egli dirà: Eccomi!” (Is 58, 6-9).

Voi stessi dunque potete vedere che il digiuno non è affatto giudicato dal Signore come un bene essenziale, poiché, non per se stesso, ma diviene un bene ed è gradito a Dio quando è accompagnato da altre opere; ma, in più, esso può essere perfino ritenuto vano e odiabile, poiché così dice il Signore: “Anche se digiuneranno, io non ascolterò la loro supplica” (Ger 14, 12).

 

  1. Un bene per sé essenziale non deve essere compiuto in vista di un bene secondario

Ne segue dunque che la misericordia, la pazienza, la carità e le altre virtù in precedenza richiamate, nelle quali è sicuramente compreso un bene essenziale, non sono da praticare in sottordine al digiuno, quanto piuttosto si deve osservare il digiuno in ordine all’osservanza di quelle virtù. Di fatto occorre sforzarsi, affinché quelle virtù che realmente sono buone, siano acquistate per mezzo del digiuno, per cui l’esercizio di quelle virtù non deve dunque avere il digiuno come fine. Per questo dunque è utile castigare la propria carne, per questo è necessario ricorrere alla medicina dell’astinenza, affinché, con questo mezzo si giunga all’acquisto della carità, nella quale consiste un bene perenne, immutabile e senza interruzione di tempo. E in realtà la medicina, l’oreficeria e le altre arti che sono presenti nel mondo non vengono esercitate in vista degli strumenti che servono solo per essere utilizzati; al contrario sono gli strumenti a venir usati per l’esercizio delle arti. Tali strumenti, come sono utili agli esperti, così risultano inutili a coloro che sono ignari di quell’arte, e come essi giovano moltissimo a coloro che se ne servono per compiere le loro opere, così pure, a quanti non conoscono a quale fine sono destinati quegli strumenti, contenti come sono per il solo fatto di possederli, non possono in alcun modo risultare di giovamento, in quanto ripongono il meglio della loro utilità nel fatto di possederli e non nel fine del loro uso. Questo è dunque il risultato veramente ottimale, quello, al quale vengono indirizzate le cose che stanno nel mezzo, poiché il bene veramente essenziale è quello che, non in vista d’un altro motivo, ma risulta tale unicamente per la sua intrinseca bontà.

 

  1. In che modo il bene essenziale si distingue dai beni ad esso inferiori

Il bene essenziale si distingue da quelli che tali non sono nei modi seguenti: se esso è un bene per se stesso, e non per altri motivi diversi; se è necessario per se stesso, e non per altre cause; se è bene immutabilmente e in continuità e se, conservando sempre la sua essenza, non può mutarsi in una qualità contraria; se, a non adempierlo o a trasgredirlo comporta una grave conseguenza; se, quanto è ad esso contrario, è similmente un danno capitale e non può trasformarsi in una parte positiva. Queste caratteristiche, con le quali si distingue la natura dei beni essenziali, non possono in nessun modo essere applicate al digiuno. Esso infatti non risulta buono e neppure necessario per se stesso, poiché lo si esercita salutarmente allo scopo di acquistare la purezza del cuore e del corpo, in modo che, una volta assopiti gli incentivi della carne, la mente possa riconciliarsi serenamente col suo Creatore; e del resto, il digiuno non sempre e immutabilmente risulta buono, poiché noi non veniamo danneggiati da una sua interruzione, anzi, qualche volta si risolse in un danno dell’anima la sua inopportuna osservanza. Per lo più non sembra nemmeno un danno grave quello che ad esso appare contrario, vale a dire la naturale e piacevole percezione dei cibi: essa, se non comporta intemperanza e lussuria o qualche altro vizio, non può essere definita cattiva, “poiché non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo” (Mt 15, 11). Ne segue allora che finisce per derogare a un bene essenziale, o almeno a non compierlo perfettamente e senza peccato, chiunque non lo compie per se stesso, ma per qualche altro motivo. Tutto deve essere eseguito in vista di quel bene essenziale; esso solo dev’essere perseguito per se stesso.

 

  1. Natura e utilità del digiuno

Ne segue allora che noi, conservando continuamente una tale convinzione sulla natura del digiuno, finiremo per praticarlo con tutte le forze del nostro animo, in modo che noi stessi, dopo tutto, finiremo per persuaderci che esso sarà per noi veramente utile se, rispetto ad esso, ne sarà tenuto presente il tempo, il carattere e la misura, e se, in più, non faremo di esso il fine della nostra speranza, ma solo un mezzo per poter giungere, con la sua pratica, alla purezza del cuore e alla carità suggerita dall’Apostolo. Da quanto precede risulta dunque che il digiuno, per il solo fatto che non soltanto non ne sono stati fissati i tempi, nei quali dev’essere osservato o sospeso, ma pure ne sono state proposte la qualità e la misura, non è ovviamente un bene essenziale, ma un elemento posto come in mezzo (tra il bene e il male). Del resto, quelle prescrizioni che, sotto l’autorevole imposizione di un precetto, sono vietate perché cattive, e sono state ordinate perché buone, non sono mai soggette alla condizione del tempo, quasi che si debba compiere talvolta quello che è stato vietato, oppure non compiere quello che è comandato. E in realtà non è stata assegnata una misura alla giustizia, alla pazienza, alla sobrietà, alla purezza, alla carità, così come non è stata concessa la libertà alla ingiustizia, all’impazienza, alla irascibilità, all’impurità, all’invidia e alla superbia.

 

  1. Il digiuno non sempre è conveniente

 

Pertanto, una volta premesse le caratteristiche riguardanti la natura del digiuno, sembra si debba aggiungere ancora l’autorità delle sacre Scritture, dalle quali poter dedurre con maggior evidenza che il digiuno né si deve né si può osservare in permanenza. E così si legge nel vangelo. Mentre, da una parte, i farisei e i discepoli di Giovanni Battista praticavano il digiuno, poiché, dall’altra, gli Apostoli, amici e commensali del celeste sposo, non lo osservavano, ecco che i discepoli di Giovanni, convinti com’erano di possedere il meglio della giustizia proprio perché osservavano il digiuno, seguaci com’essi erano di colui che, esimio predicatore della penitenza, ne offriva la forma a tutto il popolo con il suo esempio a tal punto che non solo ricusava i vari alimenti in uso presso gli uomini, ma ignorava del tutto l’alimentazione, pur così comune, del pane stesso, quei discepoli dunque si rivolsero al Signore stesso in tono di lagnanza per dirgli: “Perché noi e i farisei frequentemente digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?” (Mt 9, 14).

Il Signore, nel rispondere ad essi, dimostrò chiaramente che il digiuno non era né conveniente né necessario in ogni tempo, in quanto la ricorrenza di qualche festività o l’occasione di praticare la carità ammetteva il permesso della refezione, e così Egli si espresse: “Possono forse gli amici dello sposo essere in lutto, mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni, quando lo sposo sarà loro tolto, e allora essi digiuneranno” (Mt 9, 15). Queste parole, sebbene pronunciate prima della risurrezione del suo corpo, alludono tuttavia direttamente al tempo compreso tra la Pasqua e l’Ascensione, nel quale, per quaranta giorni dopo la risurrezione, il Signore si trattenne con i suoi discepoli, e così la gioia della sua presenza quotidiana non permise ad essi di praticare il digiuno».

 

  1. Questione: perché rompere il digiuno per tutti i giorni della Quinquagesima?

GERMANO: «Perché dunque noi non osserviamo a tavola il rigore dell’astinenza per tutta la durata della Quinquagesima, dato che Cristo, dopo la sua risurrezione, si trattenne con i suoi discepoli soltanto per quaranta giorni?».

 

  1. Risposta

Teona: «Questa vostra interrogazione, tutt’altro che inopportuna, merita di far conoscere tutta intera la verità. Dopo l’ascensione del nostro Salvatore, che avvenne nel quarantesimo giorno dopo la sua risurrezione, gli Apostoli, scesi dal monte Oliveto, nel quale Egli si era mostrato loro nel momento in cui saliva al Padre, come si racconta nel testo degli Atti degli Apostoli, ritornati a Gerusalemme, attesero per dieci giorni la venuta dello Spirito Santo, e lo accolsero con gioia allo spirare del cinquantesimo giorno (Cfr. At 1, 12 seg.). E così, con la ricorrenza di tale festività si giunse al compimento del numero che anche si legge adombrato e raffigurato nell’Antico Testamento, in cui, allo scadere della settima settimana, c’era il precetto di offrire al Signore per mezzo dei sacerdoti le primizie del pane (Dt 16, 9 seg.): è dimostrato dunque che il vero pane delle primizie fu realmente offerto al Signore per mezzo della predicazione degli Apostoli, poiché si legge appunto che in quel giorno essi parlarono al popolo, e così quel pane, con la diffusione della nuova dottrina, fu trasmesso, fino a saziarli col dono del suo nuovo alimento, a cinquemila uomini, e così produsse al Signore, tra i Giudei, il primo popolo dei cristiani.

Ne deriva così che pure questi dieci giorni, aggiunti ai quaranta precedenti, devono essere celebrati con pari solennità e letizia. Perciò la tradizione di questa solennità, trasmessa fino a noi dagli uomini dell’età apostolica, dev’essere conservata con la medesima fedeltà. Ne segue allora che durante quegli stessi giorni non si piegano le ginocchia durante le preghiere, poiché la flessione delle ginocchia è espressione di penitenza e di tristezza. Ne deriva pure che noi conserviamo in tutto e per tutto in quei giorni la stessa solennità professata nel giorno della domenica, nella quale i nostri padri stabilirono che non si doveva osservare il digiuno né flettere le ginocchia per la riverenza dovuta alla risurrezione del Signore».

 

  1. Questione: l’interruzione del digiuno costituisce un ostacolo alla conservazione della castità?

Germano: «Non potrebbe questa nostra carne, favorita dagli insoliti blandimenti di una festività così lunga, produrre certi germi spinosi dal fomite dei vizi, anche se ormai mortificato, e la mente, una volta appesantita dall’accettazione dei cibi assunti oltre l’ordinaria consuetudine, non potrà sminuire il rigore della sua supremazia sopra il corpo ad essa asservito, soprattutto perché in noi l’età ancora giovanile ben presto potrebbe indurre alla ribellione le nostre membra pur così ormai sottomesse, qualora presumessimo di ingerire con più abbondanza e con maggiore licenza i soliti cibi?».

 

  1. Risposta sul modo di conservare la temperanza e di assicurare la continenza

TEONA: «Se noi sapremo pesare con giusto discernimento tutto quello che da noi viene compiuto e, per quel che riguarda la purezza del nostro cuore, non consulteremo il giudizio degli altri, ma sempre e soltanto la nostra coscienza, sicuramente la sospensione del digiuno non potrà ostacolare la nostra ordinaria austerità, purché, come già s’è detto, appendendo ad uguale bilancia la misura dell’eccedenza e quella dell’astinenza, la nostra mente, ancora integra, impedisca in modo uniforme l’uno e l’altro eccesso, e purché sempre la nostra mente riesca a distinguere con fondata discrezione se il peso del piacere del cibo opprima il nostro spirito ovvero la continuata austerità del digiuno indebolisca l’altra parte, cioè il nostro corpo, così decidere se diminuire o aumentare la porzione, di cui si avvertirà l’effetto positivo o negativo. Di fatto Nostro Signore non vuole che nulla sia fatto per il culto e l’onore suo senza l’intervento d’un moderato giudizio, poiché “l’onore del re ama la giustizia” (Sal 99 (98), 4). Perciò il sapientissimo Salomone ci ammonisce di non volgerci da una parte e dall’altra, senza seguire il nostro giudizio, e così egli dice: “Onora Dio con le tue giuste fatiche e offri a Lui i frutti della tua giustizia”(Pr 3, 9: LXX). Risiede infatti nella nostra coscienza un giudice incorrotto e verace, il quale, proprio quando talvolta tutti errano sulla condizione della nostra purezza, esso solo non fallisce. E allora, con ogni cautela e solerzia dev’essere conservata da noi una continua riflessione del nostro cuore, mantenuto sempre in guardia, affinché, in qualunque modo venga ad errare il giudizio della nostra discrezione, noi, perché accesi dalla brama d’una sconsiderata astinenza o perché presi dal desiderio d’una eccessiva indulgenza alla gola, non affidiamo la realtà delle nostre forze al peso d’una bilancia falsa; al contrario, ponendo su di un piatto della bilancia la purezza dell’anima e sull’altro le forze del nostro corpo, commisuriamo l’una e le altre col giudizio della nostra coscienza in modo tale che, senza lasciarci inclinare da una parte o dall’altra dalla propria propensione per una scelta piuttosto che per un’altra, evitiamo di piegare la bilancia della purezza più per un’eccessiva austerità o più per un’eccessiva indulgenza per la gola, e così ci venga detto, tanto per l’eccesso dell’indulgenza quanto per l’eccesso dell’austerità: “Non è forse vero che, se tu hai offerto bene, ma non hai diviso bene, hai peccato?” (Pr 4, 7: LXX). I sacrifici dei nostri digiuni, che noi inconsideratamente strappiamo dalle nostre viscere nonostante la loro ribellione, e che ci illudiamo di offrire al Signore, Egli, che “ama la misericordia e la giustizia” (Sal 33 (32), 5), li disdegna, dicendo: “Io sono il Signore che ama la giustizia e odia la rapina nel sacrificio” (IS 61, 8).

La parola di Dio condanna così come operai fraudolenti coloro che riservano il più delle loro offerte, dei loro servizi e delle loro opere alla soddisfazione della loro carne e per i loro interessi, e destinano a favore del Signore quel che loro avanza, quindi una parte minima: “Maledetto colui che compie le opere del Signore fraudolentemente” (Ger 48, 10: LXX). Non immeritatamente dunque il Signore rimprovera colui che si auto inganna con un falso giudizio: “I figli degli uomini sono vani, i figli degli uomini sono mentitori, allorché pesano sulla bilancia allo scopo di ingannare” (Sal 62 (61), 10), Perciò il beato Apostolo, affinché noi, conservando la misura moderata della discrezione, non veniamo attratti né da una parte né dall’altra, ci ammonisce, dicendo: “Il vostro culto sia razionale” (Rm 12, 1). Quelle deviazioni le condanna similmente anche l’autore della Legge, e così egli si esprime: “La stadera sia giusta, e giusti siano i pesi, giusto il moggio e giusto il sestario” (Lv 19, 36). Anche Salomone pronuncia sullo stesso argomento una sentenza simile: “Il doppio peso, uno grande e uno piccolo, sono due cose in abominio al Signore, e chi le compie, sarà sorpreso nelle stesse sue astuzie” (Pr 20, 10-11: LXX). Inoltre, non solo noi dobbiamo attenerci alla condotta in precedenza richiamata, ma dobbiamo pure sforzarci di comportarci in maniera tale da non mantenere dei pesi falsi nel nostro cuore e doppie misure nei segreti della nostra coscienza, in altre parole, agire in modo da ritenere di non dovere attenuare quanto appartiene alla regola dell’austerità con l’adozione di un’indulgenza alquanto remissiva, e intanto aggravare coloro, ai quali predichiamo la parola del Signore, con precetti più rigorosi e con pesi più gravi di quelli che noi stessi non potremmo sostenere; quando noi ci componiamo in questo modo, che altro facciamo, se non pesare e misurare i prodotti e le messi del Signore con doppio peso e doppia misura?

In realtà, se noi ci comportiamo in un modo nei nostri riguardi, e in un altro riguardo ai nostri fratelli, giustamente saremo redarguiti dal Signore appunto perché avremo fatto uso di false bilance e di due misure, conforme a quanto risulta dalla sentenza di Salomone, che così si esprime: “Il doppio peso è in abominio al Signore, e le bilance false non sono un bene al suo cospetto” “ Così pure noi incorreremo ovviamente nella colpa del peso falso e della doppia misura, quando cercheremo di ostentare davanti ai fratelli, indotti come saremo dalla brama delle lodi umane, certe pratiche in forma più rigorosa di quanto siamo soliti praticare nelle nostre celle, procurando così di apparire più astinenti e più santi agli occhi degli uomini che non al cospetto di Dio: un simile contegno morboso non solo si deve evitare in modo particolare, ma perfino aborrirlo. Ora però, essendoci allontanati un po’ troppo dalla questione che ci eravamo proposta, ritorniamo all’argomento, dal quale d siamo discostati.

 

  1. Il tempo e la misura della refezione

Ne segue dunque che la solennità di quei giorni dev’essere osservata in modo che l’interruzione del digiuno, concessa al regime del corpo e dell’anima, sia di giovamento piuttosto che di danno, poiché la gioia di una festività non conosce il logoramento degli aculei della carne, né lo spietato avversario delle anime sa mitigarsi per la riverenza dovuta a quei giorni. Affinché dunque anche in quei giorni di festa sia mantenuta la tradizionale solennità stabilita senza che venga minimamente trascurata l’utilissima misura della parsimonia, basterà che noi permettiamo lavanzare della concessa larghezza fino a questa delimitazione, che la refezione da assumere, che dovrebbe essere appunto accolta all’ora nona nei giorni ordinari, sia anticipata di un po’, vale a dire all’ora sesta, in vista appunto della solennità: il motivo è questo, non mutare la consueta misura e qualità degli alimenti, sì da non compromettere, a causa della remissività concessa nella Quinquagesima pentecostale, la purezza del corpo e l’integrità dell’anima, acquistate appunto con l’astinenza della Quaresima, e così non ci sia per noi di alcun giovamento l’aver ottenuto con i digiuni quello che poi, ben presto, ci costringa a perderlo l’imprudente sopraggiunta saturazione; e tutto ciò soprattutto perché la non ignota astuzia del nostro nemico proprio allora prende d’assalto in modo singolare la difesa della nostra purezza, allorché s’accorge che la nostra vigilanza è diminuita a causa di qualche solennità.

Pertanto occorre provvedere con la massima vigilanza affinché mai il vigore della nostra mente sia compromesso da blande seduzioni, in modo da non perdere, come già in precedenza sè detto, a causa della quiete sicura della Quinquagesima pentecostale, la purezza della castità conquistata con il continuo impegno della Quaresima. Perciò non sia in nessun modo operata alcuna aggiunta nella qualità e nella quantità dei cibi; al contrario, anche nei giorni solenni delle festività, guardiamoci dall’eccedere nei cibi, giacché proprio per la dose contenuta di essi ci siamo assicurata l’integrità della purezza pure nei giorni che precedono le feste, e questo affinché la letizia della festività, suscitando in noi la dannosissima battaglia degli incentivi carnali, non venga a mutarsi in pianto, e ci sottragga quella ben più eccellente festività della mente, la quale si eleva verso l’alto per la gioia dell’incorruttibilità, e così noi eviteremo, dopo la breve e vana letizia della carne, di piangere con una lunga amarezza l’ormai perduta purezza del cuore.

Dobbiamo anzi adoperarci, affinché non invano sia rivolta a noi l’ammonizione della seguente esortazione profetica: “Celebra le tue feste, o Giuda, e sciogli i tuoi voti” (Na 1, 15). Se infatti la solennità dei giorni di festa non muterà, frapponendosi, la continuità della nostra astinenza, noi potremo usufruire perennemente del frutto dei giorni spirituali feriali, e così, pur interrompendo talora la nostra condotta abituale, passeremo “da mese a mese, da sabato a sabato” (Is 66, 23)».

 

  1. Questione: i diversi modi di osservare la Quaresima

Germano: «Qual è il motivo per cui si celebra la Quaresima con la durata di sei settimane, sebbene si sappia che in alcune province una forma religiosa più accurata ha aggiunto una settima settimana col risultato però, che, togliendo i giorni della domenica e del sabato, sia un numero che l’altro non raggiunge la somma di quaranta giorni? In realtà, in quelle stesse settimane s’arriva solamente al numero di trentasei giorni».

 

  1. Risposta: il digiuno della Quaresima si riferisce alle «decime» da pagare nell’annata

Teona: «Sebbene la pia semplicità di certuni non si curi di questa questione, tuttavia, poiché voi desiderate di conoscere, indagando più scrupolosamente la verità della nostra osservanza e del suo mistero, anche quello che altri non riterrebbe degno di un’interrogazione, accogliete allora la ragione evidentissima di questa pratica in modo da indurvi ad ammettere con maggiore fondamento che nulla di irrazionale fu trasmesso dai nostri padri. Con la legge di Mosè fu trasmesso a tutto il popolo questo precetto generale: “Offrirai al Signore, Dio tuo, le tue decime e le tue primizie” (Es 22, 29).

Se dunque noi siamo tenuti ad offrire le decime delle nostre proprietà e di tutti i nostri raccolti, sarà molto più doveroso offrire le decime del nostro stesso regime di vita, delle nostre attitudini e della nostra operosità, tutte rilevanze queste che indubbiamente risultano dall’osservanza della Quaresima. Il numero di tutti i giorni, nei quali si risolve il giro dell’anno fino al suo concludersi, si attua nel complesso di trentasei giorni e mezzo, moltiplicato per dieci. Invece nelle sette settimane, togliendo i giorni della domenica e del sabato, rimangono trentacinque giorni destinati al digiuno. Se poi, una volta aggiunto il giorno della vigilia, nel quale si prolunga il digiuno del sabato (santo) fino al canto del gallo, cioè fino al sorgere del nuovo giorno, allora non solo viene a compiersi il numero dei trentasei giorni, ma anche, al posto dei cinque giorni che ancora mancavano (per arrivare ai quaranta), terremo presente lo spazio della notte, e così nulla mancherà al compiersi del numero richiesto.

 

  1. In che modo noi dobbiamo offrire al Signore anche le nostre primizie

Che cosa dirò io ora delle primizie che da tutti i fedeli servitori di Cristo vengono sicuramente offerte ogni giorno? Di fatto, allorché essi, una volta risvegliatisi dal sonno e levatisi, dopo il riposo, dal loro giaciglio, quasi fosse ritornata la vitalità, prima ancora di concepire nel loro cuore l’impressione della vita e prima ancora di accogliere il ricordo e le premure della situazione terrena, consacrano il sorgere e l’inizio dei loro pensieri come un’offerta destinata a Dio, che altro compiono, se non di dare un indirizzo alle primizie dei loro frutti per mezzo del sommo pontefice Gesù Cristo in vista della vita presente e come un’immagine di una quotidiana risurrezione? Essi dunque, in più, levatisi dal sonno, offrendo l’ostia della loro gioia, invocano Dio con il primo movimento della loro lingua, celebrano il suo nome e le sue lodi, e quindi, schiudendo per la prima volta la serratura delle loro labbra per cantare i suoi inni, immolano a Dio il servizio delle loro labbra; e pure a Dio, in eguale misura, essi designano la prima offerta delle loro mani e dei loro passi, allorché, una volta levatisi dal loro giaciglio, si dedicano alla preghiera, e prima ancora di destinare le proprie membra al disbrigo delle proprie occupazioni, per nulla preoccupati del compito proprio di quelle loro membra, si dedicano interamente all’onore di Dio, assorti nelle sue lodi, e così assolvono le primizie di tutti i loro atti col protendere le mani, con il piegare le ginocchia e con la prostrazione di tutto il loro corpo.

Noi non potremmo compiere in altra maniera quello che si canta nel salmo: “Ho prevenuto il mattino e ho gridato verso di te” (Sal 119 (118), 47), e ancora: “I miei occhi hanno prevenuto il mattino, dirigendosi verso di te, per meditare le tue promesse” (Sal 119 (118), 148), come pure: “Al mattino giungerà a te la mia preghiera” (Sal 88 (87), 14), se non in questo modo: richiamati, dopo il riposo del sonno, a questa luce dalle tenebre e dalla morte al modo da me in precedenza rilevato, non osare dunque di tralasciare nulla di tutto quello che riguarda il compito dello spirito e del corpo per attendere invece alle nostre personali necessità. Nessun altro è appunto colui che il Profeta in precedenza voleva prevenire fin dal primo mattino; non c’è nessun altro che, in modo simile, noi dobbiamo prevenire, se non noi stessi, vale a dire le nostre occupazioni e affezioni, le nostre sollecitudini terrene, senza le quali non riusciamo a vivere, oppure le sottilissime suggestioni del nemico, quelle che in noi, ancora immersi nel torpore del sonno, egli cerca di insinuare con i fantasmi di sterili sogni, con i quali, una volta risvegliati, ci occupi e ci aggredisca in modo che lui, per primo, riesca a raccogliere il meglio delle nostre primizie.

Perciò, se intendiamo porre in atto la forza del suddetto versetto della Scrittura, occorre che da parte nostra una solerte vigilanza ponga al sicuro il primo sorgere dei nostri pensieri, affinché l’attento ardimento del nostro invidioso nemico non ne approfitti e faccia sì che quelle nostre primizie, divenute vili e comuni, siano ripudiate dal Signore. Se lui dunque non sarà prevenuto con una vigilantissima precauzione, ben lontano com’egli è dal rinunciare alla sua consueta e malvagia voglia di anticipare, non lascerà ogni giorno di prevenirci con le sue frodi. Pertanto, se noi desideriamo offrire a Dio, dai frutti della nostra mente, piacevoli e accettabili primizie, dovremo impegnarci con sollecitudine non comune affinché tutti i sentimenti del nostro essere, soprattutto nelle ore del mattino, siano riservati, in tutto e per tutto, illibati e intatti come sacrosanti olocausti del Signore. Un tal genere di devozione lo praticano con molta diligenza anche molti di coloro che vivono nel mondo: essi, levatisi prima del giorno o dello spuntare dell’aurora, non si dedicano subito alle occupazioni, pur familiari e necessarie, della vita ordinaria; al contrario, recandosi anzitutto alla chiesa, s’adoperano per rendere sacre, alla presenza divina, le primizie di tutti i loro atti e delle loro occupazioni.

 

  1. Perché, da un gran numero di fedeli, è osservata la Quaresima con un diverso numero di giorni

Per quanto avete riferito, che cioè in certe province si celebra la Quaresima in sei settimane, in altre in sette, ne deriva che, pur con diversa enumerazione delle settimane, viene concluso un identico e unico modo di osservare il digiuno. Infatti si prefissero l’osservanza del digiuno per sei settimane coloro appunto che ritengono necessario attenersi al digiuno anche nel giorno del sabato. In ogni settimana essi compiono così ben sei giorni di osservanza, sicché tale numero, ripetuto sei volte, raggiunge appunto la somma di trentasei giorni. Quindi, come ho già rilevato, viene a concludersi un identico e unico modo di osservare il digiuno, sebbene risulti differente il numero delle settimane.

 

  1. Perché si usa il termine «Quaresima», essendo soltanto trentasei i giorni dedicati al digiuno

Senza dubbio, avendo l’incuria degli uomini dimenticato la ragione di tale osservanza, quel tempo nel quale, come se detto, viene offerta a Dio la decima parte di tutto l’anno, computata nella durata di trentasei giorni e mezzo, ricevette il nome di “Quadragesima”, perché si dice che Mose, Elia e lo stesso Nostro Signore Gesù Cristo osservarono il digiuno per ben quaranta giorni. Al mistero di questo numero s adattano bene i quarant’anni, durante i quali gli Israeliti dimorarono nel deserto (Cfr. Dt 29, 4), come pure le quaranta permanenze, in cui è descritta misticamente quella traversata. O non può darsi forse che questa decima parte dell’anno abbia ricevuto il nome di “Quaresima” dall’uso, in cui avveniva il pagamento delle tasse? Così infatti viene denominata pubblicamente quella esazione, dalla quale tanta porzione del guadagno viene devoluta alle esigenze del re, quanta anche da noi è richiesta dal re di tutti i secoli, quale legittimo contributo della Quaresima, destinata al bene della nostra vita.

Ed ora, anche se quanto sto per dire non fa parte della questione da noi intrapresa, tuttavia, poiché si offre l’occasione di parlarne, non credo che sia conveniente passarlo sotto silenzio: si tratta di questo. I nostri anziani testimoniavano assai frequentemente che in quei giorni di digiuno, ogni aggregazione di monaci veniva assalita, per consuetudine, dai loro antichi nemici (i demoni), con estrema durezza, e questo perché, con riferimento all’antico esempio, secondo il quale una volta gli Egiziani oppressero con violente afflizioni i figli di Israele, anche ora questi Egizi spirituali (i demoni) si sforzano di piegare il vero Israele, vale a dire le schiere dei monaci, con oppressioni dure e indegne, affinché non abbandonino, per la quiete gradita a Dio, la terra d’Egitto, passando così al deserto delle virtù, dove, con molto vantaggio, risiede la salvezza. Il faraone, fremendo d’ira, potrebbe gridare contro di noi: “Sono dei fannulloni, e per questo vanno vociferando: Andiamo via e sacrifichiamo al Signore, Dio nostro. E allora essi siano oppressi dal lavoro per attendere alle loro opere, e non si perdano dietro parole vane” (Es 5, 8-9: LXX). La vanità di quei demoni presenta come somma vanità il santo sacrificio del Signore, che può essere offerto unicamente nel deserto di un cuore libero; infatti “la pietà è abominio per il peccatore” (Sir 1, 22: LXX).

 

  1. 29. I perfetti superano i limiti della legge quaresimale

Chi dunque è giusto e perfetto non può essere tenuto in obbligo da questa legge quaresimale, e neppure sottomettersi ad una regola così modesta, quella che certamente i principi della Chiesa hanno stabilito per coloro che durante l’intero corso dell’anno sono coinvolti nei piaceri e negli affari del mondo, in modo che essi, costretti in certo qual modo da un tale obbligo di leggi, siano indotti a pensare al Signore almeno in tali giorni e a dedicare a Lui la decima parte dei giorni della loro vita, che essi, viceversa, disperderebbero interamente come certi frutti. I giusti invece, per i quali “non è fatta la legge” (1 Tm 1, 9), e che dedicano ai doveri spirituali non una minima parte, ma interamente il tempo della loro vita, poiché dunque sono liberi dall’obbligo delle decime legali, qualora li costringesse una onesta e santa necessità, si crederanno in grado di interrompere la durata del digiuno senza alcuna restrizione. Infatti da loro non risulta mutilata la legge, già di per sé così modesta, dato che essi hanno già offerto al Signore, con la propria vita, tutti i loro averi, E tale licenza non potrebbe certo permettersela, senza commettere una grave colpa di frode, colui che, non avendo offerto volontariamente nulla al Signore, inesorabilmente e necessariamente è indotto a osservare l’obbligo delle sue decime di legge.

Ne risulta ovviamente che non può essere perfetto quell’osservante della legge che si limita unicamente a non fare quello che la legge proibisce, e a compiere quello che la legge comanda; al contrario, risultano veramente perfetti coloro che non approfittano neppure di quello che la legge permette di compiere. Per questo motivo, pur essendo stato detto, della Legge di Mosè, che “la Legge non ha condotto affatto alla perfezione” (Eb 7, 19), noi leggiamo di alcuni santi, nell’Antico Testamento, che furono perfetti appunto perché, superando i precetti della Legge, vissero secondo la perfezione del vangelo: “Si sa che la legge non è fatta per i giusti, ma per gli iniqui e i ribelli, per gli empi e per i peccatori, per gli scellerati e i contaminati” (1 Tm 1, 9-10).

 

  1. Causa e inizio della Quaresima

Occorre dunque tener presente che tale osservanza della Quaresima, finché rimase inviolata la perfezione della Chiesa primitiva, non fu per niente posta in pratica. I cristiani, senza essere impegnati dall’obbligo di questo precetto, e neppure costretti da una sanzione legale espressa in termini strettissimi riguardanti il digiuno, trascorrevano interamente il corso dell’anno con un digiuno costante.

Nondimeno, allorché la moltitudine dei credenti, dissociandosi ogni giorno più da quella tradizione apostolica, prese a curare i propri beni, senza dividerli a beneficio di tutti i fedeli secondo le disposizioni degli Apostoli, ma, allo scopo di provvedere privatamente alle proprie spese, non solo si occupò di conservare i propri beni, ma di aumentarli, non contenti, come furono, di attenersi all’esempio di Anania e Saffira, fu deciso allora da tutti i vescovi di richiamare, con una ingiunzione canonica, gli uomini, impegnati ormai nelle cure secolari e quasi, per così dire, ignari dell’astinenza e della compunzione, alla santa osservanza del digiuno, e di costringerveli quasi con il ricorso all’obbligo delle decime legali, in modo da poter giovare ai deboli senza pregiudicare i perfetti, i quali, sicuri ormai come sono sotto la grazia del vangelo, superano la legge con la loro volontaria devozione per poter giungere alla beatitudine intesa dalle parole dell’Apostolo: “Il peccato non dominerà più su di voi, poiché non siete più sotto la legge, ma sotto la grazia” (Rm 6, 14). E in realtà il peccato non potrà più esercitare alcun potere su chi vive fedelmente sotto la libertà della grazia».

 

  1. Interrogazione: come bisogna interpretare queste parole dell’Apostolo: «Il peccato non dominerà più su di voi»?

Germano: «Poiché questa sentenza dell’Apostolo non può essere ingannevole, e, d’altra parte, essa ripromette la sicurezza non soltanto ai monaci, ma, in genere, a tutti i cristiani, a noi essa non appare fin troppo sicura. In quanto infatti essa ammette che coloro, i quali credono nel vangelo, sono liberi dal giogo e dal dominio del peccato e ad esso avversi, come può essere che quasi in tutti i battezzati ha vigore il potere del peccato conforme alla sentenza del Signore, che dice: “Chiunque commette il peccato, è schiavo del peccato”? (Gv 8, 34)».

 

  1. Risposta: differenza che esiste fra la grazia e i precetti della Legge

Teona: «La vostra domanda promuove nuovamente una questione senza fine. Sebbene io sappia che la sua completa soluzione non può essere né trasmessa, né percepita dagli inesperti, tuttavia, in quanto mi sarà possibile, io mi proverò a risolverla con le mie parole e a delucidarla brevemente, con la condizione però che la vostra intelligenza non si adoperi solamente a comprenderla, ma anche a mettere in pratica ciò che io dirò. Tutte le cognizioni infatti apprese non con l’insegnamento teorico, ma con la pratica, come non possono essere trasmesse da chi non è esperto, così non possono essere comprese e nemmeno serbate con la mente da chi, fin dall’inizio, non è stato formato con metodo e pratica simile. Io credo pertanto necessario ricercare anzitutto con diligenza quali siano il fine e la volontà della Legge, come pure la disciplina e la perfezione della grazia, in modo che da queste premesse si possa conoscere, come conseguenza, il dominio del peccato e la sua repulsione.

La Legge dunque propone l’unione matrimoniale con un comando di prim’ordine, e così si esprime: “Beato colui che ha la sua discendenza in Sion, e i suoi familiari in Gerusalemme”(Is 31, 9: LXX), e ancora: “Maledetta sia la donna sterile, la quale non lascia figli” [5]. Al contrario, la grazia del vangelo ci invita alla purezza di una perenne incorruzione e alla castità di una felice verginità, dicendo: “Beate le sterili e le mammelle che non hanno allattato” (Lc 23, 29), e ancora: “Se uno non odia suo padre, sua madre e la moglie, non può essere mio discepolo” (Lc 14, 26). Ed ecco l’avvertimento dell’Apostolo: “D’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero” (1 Cor 7, 29). Dice la Legge: “Non tardare ad offrire le tue decime e le tue primizie” (Es 22, 29); la grazia del vangelo così suggerisce: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi tutto quello che possiedi e dallo ai poveri” (Mt 19, 21). La Legge del taglione non proibiva di vendicarsi per le invettive e le ingiurie ricevute: “Occhio per occhio, dente per dente” (Es 21, 24). La grazia del vangelo esige che la nostra pazienza sia dimostrata con la sopportazione del doppio delle ingiurie e dei colpi a noi inferti, e ci ordina di essere disposti a tollerare il raddoppio delle offese ricevute con queste parole: “Se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuole chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu cedigli anche il mantello” (Mt 5, 39-40). La Legge prescrive che i nemici debbono essere oggetto di odio; la grazia invece ordina che i nemici debbano essere amati a tal punto da esigere che per essi si debba, in più, pregare Dio (Cfr. Mt 5, 44).

 

  1. 33. I precetti del vangelo sono più leggeri dei precetti della Legge

Chiunque perciò avrà raggiunto questo culmine della perfezione evangelica, elevato certamente com’egli è per i meriti di virtù così sublimi e in grado pertanto di considerare come cose da poco tutti i precetti dettati da Mosè, riconosce di essere soggetto unicamente alla grazia del Salvatore, con l’aiuto del quale comprende di essere arrivato a quel sublimissimo stato. In lui pertanto il peccato non ha più alcun potere, “poiché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5, 5), e così egli esclude ogni affezione per qualsiasi altra cosa, e perciò non può desiderare quello che ci è vietato e neppure trascurare ciò che ci viene comandato. Tutto il suo impegno e tutto il suo desiderio sono sempre indirizzati all’amore di Dio, al punto che non si lascia mai prendere dalla voglia delle cose vili, così come non si avvale delle cose concesse. Nella Legge, nella quale sono presi di mira i diritti dei due coniugi, per quanto la licenza della lussuria sia vietata solo per la donna, tuttavia non possono non aver vigore gli incentivi della concupiscenza della carne, così come è difficile che il fuoco, a cui volutamente vengono per di più sovrapposti pezzi di legna, si trovi ad essere così difeso da limiti prefissi tanto da non bruciare, una volta allargatosi, tutto quello, in cui venga ad imbattersi. E se anche viene opposto ad esso un impedimento, tanto da non consentirgli di bruciare al di fuori, tuttavia, anche così impedito, esso continuerà a bruciare, perché colpevole è appunto la volontà, ed è la consuetudine stessa dei contatti coniugali a costituire una spinta a tentare rapidi eccessi che comportano l’adulterio.

Al contrario, quanti vengono infiammati dalla grazia del Salvatore per mezzo del santo amore dell’incorruzione, riescono a comprimere tutte le spine dei desideri della carne con il fuoco dell’amore divino al punto che neppure la tiepida favilla dei vizi sminuisce il freddo della loro integrità. Gli osservanti della Legge dunque, pur con il ricorso alle cose lecite, cadranno in quelle illecite; i partecipi della grazia invece, mentre disprezzano le cose lecite, non conoscono le illecite. Come il peccato è vivo nell’amatore del matrimonio, così pure vive in colui che si accontenta di pagare unicamente le proprie decime e le proprie primizie. Necessariamente infatti egli finirà per peccare nel tardare o nel trascurare quel dovere, o anche nella qualità o nella quantità oppure nella quotidiana distribuzione delle cose dovute. Colui infatti, al quale viene comandato di cedere senza tregua ai poveri quello che possiede, per quanto lo dispensi con devota fedeltà, tuttavia difficilmente non incorrerà con frequenza nei lacci del peccato. Al contrario, in coloro che non tennero in disprezzo il consiglio del Signore, ma, dopo aver distribuito ai poveri tutti i loro beni, caricatisi della sua croce, seguono l’elargitore della grazia, non può il peccato vantare il suo potere. Colui che ha dispensato i propri beni, avendoli già consacrati a Cristo, come pure ha dispensato a Lui le proprie ricchezze con pia distribuzione, come se tali ricchezze ormai appartenessero ad altri, non può morderlo l’infedele preoccupazione di doversi assicurare il vitto quotidiano, così come ogni mortificante dilazione non rattristerà la gioia della sua elemosina, poiché egli dispensa quello che in precedenza ha offerto a Dio, considerandolo come proprietà di altri, senza alcun ricordo delle proprie necessità e senza il timore della ristrettezza del proprio vitto.

Egli è sicuro che quando sarà giunto nella desiderata condizione d’esser privo di tutto, Dio lo nutrirà molto di più di quanto lo faccia con gli uccelli dell’aria. Al contrario, colui che, conservando i propri beni nel mondo, reca le decime dei suoi frutti, le sue primizie e parte delle sue ricchezze, appunto perché vi è costretto dalle sanzioni dell’antica Legge, sebbene egli estingua il fuoco dei suoi peccati soprattutto con la rugiada di questa sua elemosina, tuttavia, per quanto sia rilevante la magnanimità di questa sua dispensa, è impossibile che egli riesca a liberarsi del tutto dal dominio del peccato, a meno che, per la grazia del Salvatore, egli deponga, con le sue proprietà, anche la stessa affezione del possedere. Ugualmente non potrà non essere schiavo del dominio efferato del peccato chiunque si decide a strappare, conforme al precetto della Legge, “occhio per occhio e dente per dente” (Cfr. Es 21, 24), fino a conservare l’odio per il proprio nemico, poiché necessariamente egli resterà sempre acceso dall’impulso della sua rabbia e della sua irascibilità, finché desidera vendicare la propria ingiuria con l’urgenza del taglione e finché conserva l’amarezza del suo odio contro il nemico.

Al contrario, chiunque vive sotto la luce della grazia del vangelo e supera il male, non resistendo, ma sopportando, e a chi gli percuote la guancia destra, egli volontariamente non tarda ad offrirgli anche l’altra (Cfr. Mt 5, 39), e a chi pretende di promuovere una lite per togliergli la tunica, egli consegna anche il mantello, e chi ama i propri nemici e prega per coloro che lo calunniano, costui ha respinto il giogo del peccato e ne ha distrutto le catene. Costui infatti non vive sotto la Legge, la quale non distrugge i germi del peccato; non immeritamente l’Apostolo dice della Legge: “Si ha così l’abrogazione dell’ordinamento precedente a causa della sua debolezza e inutilità; la Legge infatti non ha portato nulla alla perfezione” (Eb 7, 18-19). Anche il Signore, per mezzo del Profeta, così si esprime: “Allora io diedi loro perfino statuti non buoni e leggi per le quali non potevano vivere” (Ez 20, 25: LXX). Al contrario, quegli vive sotto l’impulso della grazia, la quale non solo non recide i rami del male, ma estirpa interamente le stesse radici della cattiva volontà.

 

  1. Come si può riconoscere se uno vive sotto l’impulso della grazia

Chiunque dunque s’impegna a conservare la perfezione intesa dalla dottrina evangelica, costui, una volta costituitosi sotto la grazia, non sarà più gravato dal dominio del peccato; questo infatti vuol dire vivere sotto la grazia, adempiere quanto è ordinato dalla grazia. E allora, chiunque si rifiuterà di rendersi soggetto alle complete esigenze della perfezione evangelica, costui non dovrà ignorare, pur considerandosi battezzato e perfino monaco, di non vivere sotto la grazia, ma di trovarsi, trattenuto com’egli è dai legami della Legge, sotto il gravame del peccato. Infatti è questo il proposito del Signore, quando attira tutti coloro, dai quali viene assunta la grazia dell’adozione, non distruggere, ma edificare, non eliminare, ma perfezionare i precetti di Mosè.

Certuni, ignorando perfettamente tutto questo, e trascurando la grandezza dei consigli e delle esortazioni di Cristo, si ritengono indipendenti con tale sicurezza di presuntiva libertà, che non solo non si attengono ai precetti di Cristo, da loro considerati troppo ardui, ma disprezzano pure i comandi della Legge mosaica, impartiti loro quando erano giovani e agli inizi, ritenendoli ormai antiquati, e dichiarando con dannosa libertà, quanto l’Apostolo già condannava: “Abbiamo peccato, perché non siamo sotto la Legge, ma sotto la grazia” (Rm 6, 15). Chi dunque non è sotto la grazia, perché non ha saputo ascendere al culmine della dottrina del Signore, e non è neppure sotto la Legge, perché non ha accettato nemmeno i modesti precetti della Legge, costui, dunque, oppresso com’è dal doppio dominio dei peccati, per questo solo s’illude d’aver ricevuto la grazia di Cristo, per divenire estraneo a Lui per effetto d’una dannosa libertà, cadendo così nell’eccesso che l’apostolo Pietro denunzia, appunto, perché non s’incorra in esso: “Comportatevi come uomini liberi, non servendosi della libertà come di un velo per coprire la malizia” (1 Pt 2, 16). Anche il beato apostolo Paolo dichiara: “Voi siete stati chiamati alla libertà, fratelli”; vale a dire, per essere liberati dal dominio del peccato, “a condizione però di non porre questa libertà a pretesto per vivere secondo la carne” (Gal 5, 13), vale a dire di credere che il superamento dei precetti della Legge significhi libertà di praticare i vizi. Questa libertà, poiché non esiste se non dove dimora il Signore, l’Apostolo la dichiara con queste parole: “Il Signore è Spirito, e dove è lo Spirito del Signore, ivi è la libertà” (2 Cor 3, 17). Io non so se mi è riuscito di esprimere e di chiarire questo pensiero del beato Apostolo come coloro che lo conoscono per esperienza; questo solo io so, che quel pensiero si rivela apertissimamente, senza l’esposizione di qualsivoglia maestro, a tutti coloro che si attengono alla pratica, vale a dire all’attuazione della vita ascetica. Infatti essi non dovranno affaticarsi, disputando, per comprendere quello che, operando, essi hanno già appreso».

 

  1. Questione: qual è il motivo per il quale noi talvolta siamo più acremente combattuti dagli incentivi della carne proprio durante la pratica del digiuno?

Germano: «Tu hai aperto assai bene i nostri occhi su una questione per noi molto oscura, e ignota, almeno noi crediamo, anche a molti altri. Per questo noi ti preghiamo, affinché, in vista del nostro profitto, tu spieghi perché talvolta, proprio durante la pratica dei digiuni più severi, ridotti, come siamo, all’esaurimento completo, si risvegliano in noi più insistenti le lotte del corpo. Per lo più infatti, risvegliatici dal sonno, sorprendendoci d’aver effuso l’immondezza d’un sordido liquido, ne rimaniamo così abbattuti nella nostra coscienza da non osare neppure di alzarci per intraprendere fiduciosamente perfino la nostra preghiera».

 

  1. La questione ora proposta deve essere rimandata ad una prossima conferenza

Teona: «Il nostro impegno, in merito al quale voi desiderate di conoscere la via della perfezione, non superficialmente, ma pienamente e perfettamente, mi induce a continuare questa trattazione senza interrompermi. Voi non vi interessate della castità esteriore e della visibile circoncisione, ma vi occupate premurosamente di quella castità che resta occulta, consapevoli come siete che la pienezza della perfezione non consiste nella percettibile continenza della carne, la quale può essere posseduta per necessità o per ipocrisia anche dai pagani, ma nella volontaria e invisibile purezza del cuore, che il beato Apostolo così descrive: “Giudeo non è chi appare tale all’esterno, e la circoncisione non è quella visibile nella carne; ma Giudeo è colui che lo è interiormente, e la circoncisione è quella del cuore, nello spirito e non nella lettera; la sua gloria non viene dagli uomini, ma da Dio” (Rm 2, 28-29), il quale, e Lui solo, scruta i segreti del cuore.

Tuttavia, poiché non mi è possibile soddisfare completamente il vostro desiderio, dato che lo spazio della notte che ancora ci rimane non permette di esaminare a fondo questa astrusissima questione, penso che sia giusto rimandare per ora tale trattazione. Queste ricerche infatti, come esigono, per essere da me trattate, un cuore assolutamente libero dall’intervento molesto d’altri pensieri, così pure debbono essere ascoltate da voi nello stesso modo. Tali ricerche dunque, come è necessario trattarle in vista della comune purificazione, così pure non possono essere indagate e trasmesse, se non da chi ne ha fatto l’esperienza per effetto del dono dell’integrità. Infatti non si va in cerca di quello che suggeriscono gli argomenti fatti di parole vane, ma di quello che insegna l’interna fede della coscienza e la forza maggiore della verità.

Pertanto, per quel che riguarda la scienza completa dell’emandazione (ovvero del purificarsi. Ndr.), non può parlarne se non chi ne ha fatto l’esperienza, né potrà trasmetterla, anche solo in parte, se non a chi è oltremodo bramoso e del tutto sollecito della verità: lui solo potrà raggiungere questo scopo, non basandosi su vuote e nude parole, ma affidandosi a tutte le forze dell’animo, vale a dire non sul fervore d’una sterile loquacità, ma sul desiderio dell’interna purificazione».

[1] La diaconia era costituita in quel tempo dalla complessità dei ministeri minori (ostiari, esorcisti, accoliti, lettori e suddiaconi).

[2] Cfr. Es 21, 24. Cassiano qui non è esatto. Mosè non parla della legge del taglione, se non per i giudici, e non per i privati, come intendevano falsamente gli scribi: cfr. Es 21, 22-25.

[3] Con l’espressione generica “rompere i legami del matrimonio” occorre intendere una semplice separazione, e non un divorzio, secondo l’interpretazione costante che la Chiesa ha dato a questo passo di Mt 19,29.

[4] Le funzioni della diaconia si estendevano pure all’ufficio dell’amministrazione delle opere di beneficenza, di cui si occupava il monastero. Cfr. J. Leroy, in RAM 42 (1966), 174.

[5] La frase non risulta, così com’è riportata, nella Bibbia. Forse è una citazione a memoria di Os 9.

 

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