Le Conferenze Spirituali di Cassiano: Imparare dall’esperienza dei nostri antenati

 

22.a CONFERENZA

SECONDA CONFERENZA DELL’ABATE TEONA

SULLE ILLUSIONI NOTTURNE


Indice dei capitoli

I. Nostro ritorno presso Teona e sua esortazione.

II. È riproposta la nostra domanda: perché ad una più rigida astinenza segue talvolta una più violenta ribellione della carne?

III. Questi attacchi possono derivare da tre cause.

IV. Domanda: se sia lecito accostarsi alla santa comunione, quando nella notte si sono subite sensazioni carnali.

V. Risposta: quando, anche dormendo, si possa peccare.

VI. Questi turbamenti notturni possono derivare anche da opera diabolica.

VII. Nessuno può mai giudicarsi degno della santa comunione.

VIII. Obiezione: se nessuno è senza peccato, tutti debbono essere allontanati dalla comunione.

IX. Risposta: sebbene ci siano molti santi, nessuno, all’infuori di Cristo, è senza peccato.

X. Solo il Figlio di Dio ha vinto il tentatore senza essere minimamente ferito dal peccato.

XI. Solo Cristo è venuto nella somiglianza di una carne infetta dal peccato.

XII. I santi e i giusti non hanno la somiglianza del peccato, ne hanno la realtà.

XIII. I peccati dei santi non sono gravi da toglier loro la corona della santità.

XIV. Come va intesa la parola dell’Apostolo: «Io non faccio il bene che vedo»?

XV. Obiezione: non è meglio pensare che l’Apostolo abbia parlato a nome del peccatore?

XVI. La questione è rimandata a più tardi.

I. – Il nostro ritorno presso Teona e sua esortazione

Circa una settimana dopo, quando ormai erano trascorsi i giorni della Pentecoste, al calar delle prime ombre, cioè dopo la sinassi vespertina, raggiungemmo la cella del venerabile Teona. Avevamo il fiato sospeso nell’aspettativa della Conferenza che c’era stata promessa.

Il vecchio era pronto e ci ricevette con maniere affabili. Mi meraviglio, disse, che l’ardore del vostro zelo vi abbia permesso di rimandare alla settimana seguente la soluzione di quel problema che mi avevate proposto. Avete concesso al vostro debitore una discreta dilazione, e senza che egli ve l’avesse domandata. È dunque conveniente che io non indugi a pagare il mio debito, visto che la vostra benevolenza mi ha concesso una dilazione così lunga. Devo confessare che pagare questo debito è per me cosa gradita, perché le ricchezze che si donano in tal modo, crescono nelle mani del donatore. Queste ricchezze aumentano il patrimonio di colui che le riceve senza diminuire quello di chi le dispensa. Infatti il dispensatore della dottrina spirituale fa due guadagni: al vantaggio di chi ascolta, si unisce quello di chi parla. Chi istruisce gli altri, accende se stesso del desiderio della perfezione. Così il vostro fervore è per me causa di progresso spirituale, la vostra sollecitudine mi ispira compunzione. Io stesso sarei ora spiritualmente tiepido, me ne rimarrei lontano dagli argomenti che ci stanno interessando, se il vostro fuoco e la vostra attesa non mi svegliassero dal torpore, per ricondurmi al ricordo delle cose spirituali.

Ecco dunque il momento di riproporre quel tema che, per brevità di tempo, preferimmo già rimandare a migliore occasione.

II. – È riproposta la nostra domanda: perché ad una più rigida astinenza segue talvolta una più violenta ribellione della carne?

Se non m’inganno, la vostra domanda riguardava questo punto: perché talvolta avviene che gli assalti della carne sono più blandi durante un periodo di poca penitenza, mentre al contrario si fanno più insistenti e potenti quando il corpo è afflitto ed esausto da una penitenza più severa. Anzi avviene proprio allora — come voi avete confessato — di svegliarsi contaminati dal flusso degli umori naturali.

III. Questi attacchi possono derivare da tre cause

I nostri Padri hanno ridotto a tre le cause di questi fenomeni, tutte cause consistenti in eccessi che offendono le misure stabilite. O si tratta di una sovrabbondanza di cibo, che appesantisce; o di mancata custodia dell’anima; o di insidiose illusioni del nemico.

Innanzi tutto è il vizio della gola, cioè la voracità o la ghiottoneria, che produce in noi l’abbondanza degli umori impuri. Quando avviene che la purezza si trovi così offesa in un periodo di stretta penitenza, non se ne deve dar la colpa alle astinenze del momento presente, ma alla sazietà del tempo passato. L’umore che si è accumulato in noi con la voracità e la golosità, bisogna che in un modo o nell’altro sia espulso, anche se il corpo è castigato da un rigoroso digiuno. Per questo, non basta evitare i cibi delicati, bisogna star lontani con uguale astinenza anche dai cibi più vili. Neppure il pane e l’acqua son da prendersi fino alla sazietà, se vogliamo che la purezza del corpo precedentemente acquistata, perduri in noi e imiti in qualche modo la purezza inviolata dello spirito. Detto questo, bisogna anche riconoscere che molti riescono ad evitare, in parte o del tutto, i fenomeni contrari alla purezza fin qui descritti, senza alcuna volontaria attenzione. A loro basta l’equilibrio naturale, o la maturità degli anni. Ma il merito è diverso per colui che ottiene la pace senza il minimo combattimento e per colui che ottiene il trionfo a prezzo di una lotta gloriosa. Nel secondo è degna della massima ammirazione quella forza che riporta vittoria di tutti i vizi; colui invece che da una virtù spontanea è conservato in uno stato d’ignavia, mi sembra più degno di commiserazione che di lode.

Passiamo ora alla seconda causa di questo flusso impuro. Se l’anima è completamente priva di occupazioni spirituali, o sante esercitazioni; se non vive secondo la disciplina dell’uomo interiore, abbandonata alla tiepidezza, va a precipitare nel fondo della pigrizia. Allora non si guarda più dagli assalti dei cattivi pensieri e desidera così debolmente la purezza sublime del cuore, da far consistere il culmine della perfezione e della castità nella sola penitenza esteriore. Da questo errore, da questa colpa di trascuratezza, deriverà naturalmente che vere nuvole di pensieri inverecondi penetrino audacemente nell’intimo di quell’anima; anzi ritorneranno in essa tutti i semi degli antichi peccati. E finché tutti quei semi staranno nascosti nei penetrali dell’anima, i digiuni più rigorosi applicati al corpo, non potranno impedire che fantasie impure vengano ad inquietare il sonno. Saranno quei sogni a provocare il flusso degli umori impuri, prima del tempo voluto dalla natura. L’effetto si verificherà non per una necessità naturale, ma per una specie di frode maliziosa. Eppure questi fenomeni, potrebbero essere — se non eliminati — almeno ridotti a qualcosa di materiale soltanto, indebolendo la carne, sorvegliando lo spirito, praticando la virtù, con l’aiuto della grazia divina.

Ecco perché è necessario reprimere innanzi tutto le divagazioni della fantasia: così s’impedisce che l’anima, abituata ai suoi eccessi, sia condotta nel sogno ad immagini ripugnanti di lussuria.

Siamo ora alla terza causa del triste fenomeno.

Con la disciplina regolare ed attenta dell’astinenza, con la contrizione del cuore e del corpo, noi abbiamo sperato di acquistare la purezza di una castità perpetua. Ma ecco che, mentre ci prendiamo tanta cura per il bene vero del corpo e dello spirito, la gelosia del nostro nemico astutissimo ricorre ad uno stratagemma: pensa di farci perdere la fiducia e di umiliarci con qualcosa che ci appaia come una colpa. Sceglie così i giorni in cui maggiormente desideriamo piacere alla divina presenza con una purezza più delicata; in quei giorni eccita in noi il flusso degli umori impuri, senza alcun movimento della carne, senza consenso di sorta, senza fantasmi osceni. Produce questo fenomeno materiale al solo scopo di allontanarci dalla comunione.

Ma coi principianti, cioè con coloro nei quali la lunga consuetudine del digiuno non ha ancora completamente domato il corpo, le illusioni diaboliche sembrano avere un altro scopo. Quando li vede applicati ai digiuni più intensi, il maligno cerca di renderli sfiduciati, applicando questo piano d’assalto. Fa loro credere di non aver acquistato nulla che giovi alla purezza del corpo, applicandosi a digiuni tanto rigorosi. Anzi, nel digiuno gli assalti della carne sono diventati più furiosi. Il demonio pensa che così quei monaci impareranno a odiare l’astinenza e vedranno un nemico nella virtù che è maestra di castità, educatrice della purezza.

Di qui dobbiamo capire che la necessità di liberarci dai singoli vizi, non nasce dal fatto che ogni vizio può occupare l’anima nostra coi suoi turbamenti. No: questo non è tutto. Il peggio è che un vizio qualsivoglia non si accontenta di esercitare su noi il suo dominio indipendentemente dagli altri; introduce con sé una legione più crudele di lui, devasta l’anima in cui penetra e l’abbandona in balia di molti tiranni(Rm 7, 19).

Se è necessario vincere la gola, non si pensi che ciò sia da farsi solo perché la gola non ci corrompa con la pesantezza dei cibi; neppure soltanto per impedire che il cibo accenda in noi il fuoco della concupiscenza carnale. No. Bisogna frenare la gola perché non ci assoggetti all’ira, al furore, alla tristezza e agli altri vizi. Infatti, quando cibo e bevanda ci vengono portati in quantità minore del solito, o con ritardo, o con malgarbo, se siamo schiavi della golosità, è inevitabile che ci sentiamo sollecitati anche dagli impeti dell’ira.

Né d’altra parte è possibile dilettarsi dei sapori squisiti senza incorrere anche nel vizio dell’amore per il denaro. È infatti con il denaro che la gola riesce a prepararsi tutte le sue soddisfazioni. Ma l’amore al denaro, la vanagloria, la superbia (e la schiera di tutti gli altri vizi) formano una società indissolubile. Quando un vizio comincia a radicarsi in noi, non resta solo: ne educherà inevitabilmente anche altri.

IV. Domanda: se sia lecito accostarsi dia santa comunicane, quando nella notte si son subite sensazioni carnali

Germano. È stata la Provvidenza a farci porre il problema di cui stiamo trattando. Finora non eravamo mai stati istruiti su questo argomento, perché la modestia ci aveva tolto il coraggio d’interrogare. Ma ora la conferenza in cui ci intratteniamo e l’ordine stesso della nostra materia ci invitano a trattare a fondo il tema delicato. Ecco dunque la nostra domanda: se nel tempo in cui stiamo per accostarci alla santa comunione ci capita una di queste illusioni notturne, potremo accostarci al Pane sacrosanto della salvezza, oppure dovremo starne lontani?

V. Risposta: quando, anche dormendo, si possa peccare

Teona. È certo che dobbiamo custodire con tutta l’attenzione possibile la purezza immacolata della nostra castità, soprattutto quando desideriamo accostarci alla mensa eucaristica.

Dobbiamo evitare con la massima circospezione che l’integrità della nostra carne, conservata per l’addietro, ci sia rapita proprio nella notte in cui ci prepariamo ad accostarci al banchetto della salvezza.

Ma se il nostro astutissimo nemico, per toglierci la medicina del pane celeste, inganna nel sonno la nostra anima incustodita, noi possiamo e dobbiamo accostarci ugualmente alla grazia del cibo celeste. Basterà che non ci sia stato da parte nostra né commozione carnale, né consenso al piacere cattivo; tutto dovrà ridursi ad un fenomeno naturale che si è verificato per necessità, o anche per suggestione diabolica, ma senza alcun sentimento di piacere.

Se invece l’illusione notturna è dipesa da nostra colpa, dobbiamo mettere sotto accusa la nostra coscienza e ripetere a noi stessi le parole severe dell’Apostolo: «Chiunque mangia questo Pane, o beve il Calice del Signore indegnamente, sarà reo del Corpo e del Sangue del Signore. Ognuno dunque esamini prima se stesso, e così mangi di quel pane e beva del calice; perché chi mangia e beve, senza discernere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1 Cor 2, 27-28). E intende dire: chi si comunica senza la necessaria purezza, non distingue questo cibo celeste dagli alimenti comuni e vili, e non sa distinguerlo perché questo cibo dev’essere ricevuto con piena purezza dell’anima e del corpo. L’Apostolo soggiunge: «È per questo che vi sono tra voi molti ammalati e privi di forze, e tanti son morti» (1 Cor 2, 30). Vuol far così intendere che la malattia e la morte dello spirito nascono principalmente dalla comunione mal fatta [Nota: Gli esegeti non riconoscono per buona la spiegazione di Cassiano].

Molti che ardiscono comunicarsi male son deboli nella fede e nella vita spirituale, cioè sono avvolti nei languori del vizio e dormono il sonno del peccato, senza che qualche scossa salutare venga a svegliarli dal loro sonno funesto.

A questo punto l’Apostolo continua: «Se invece ci esaminassimo da noi, non saremmo giudicati» (1 Cor 11, 31). E ciò significa: Se ci giudichiamo indegni di ricevere i sacri misteri tutte le volte che la ferita del peccato ci ha colpiti, ci studieremo anche di liberarci, con la salutare penitenza, dalla colpa commessa, per poi accostarci degnamente alla sacra mensa. Ma se non facciamo così il Signore deve punire la nostra indegnità con durissime malattie, affinché così colpiti, andiamo in cerca del rimedio per le nostre ferite. Se Dio non ci trattasse così, sarebbe segno che ci ha giudicati indegni della breve pena da scontare in questo mondo e ci terrebbe preparati i castighi eterni, stabiliti per i peccatori.

Anche il Levitico ci rivolge un comando simile a quello dell’Apostolo: «Solo chi è puro può mangiare la carne della vittima. La persona che avrà mangiato la carne del sacrificio pacifico, offerto a Dio, con qualche immondezza addosso, perirà davanti al Signore» (Lv 7, 19-20). Nel Deuteronomio, poi, l’uomo impuro è misticamente segregato dagli accampamenti spirituali: «Quando uscirai in campo contro i tuoi nemici, guardati da ogni azione cattiva. Se in mezzo a te vi è qualcuno divenuto impuro per qualche caso notturno, esca dal campo e non vi rientri» (Dt 23, 10-11).

VI. Questi turbamenti notturni possono derivare anche da opera diabolica

Ora porterò un esempio per provare più chiaramente che certi fenomeni impuri provengono da artificio diabolico.

Ho conosciuto un monaco che possedeva una castità a tutta prova, sia di spirito che di corpo: se l’era guadagnata con l’umiltà e con l’attenta custodia dei sensi. Egli non era mai assalito dalle illusioni notturne, però tutte le volte che si preparava a far la comunione, era assalito nel sonno da un flusso di umori impuri. Tremebondo, si astenne per lungo tempo dalla sacra mensa; alla fine portò il suo problema agli Anziani, con la speranza di trovare nel loro prudente consiglio il rimedio a questi assalti e ai suoi dolori.

Udito il fatto, la scienza di quei medici spirituali cercò innanzi tutto la prima causa di un tal male, che è — come abbiamo detto — l’abbondanza del cibo. Ma di questa causa non si trovò in quel monaco il più piccolo segno. La sua austerità era nota a tutti; il fatto poi che fosse tormentato da quel fenomeno, proprio in occasione delle grandi solennità, dissuadeva dall’insistere su una tale spiegazione. Passarono quindi prontamente a considerare la seconda causa del male, e cominciarono a domandarsi se non potesse dipendere da colpa dell’anima che quella carne estenuata dai digiuni fosse assalita da illusioni impure. Avviene infatti che anche uomini di somma austerità, per essersi insuperbiti della purezza del loro corpo, cadano in questa umiliazione. Dio li punisce così, per aver essi creduto di raggiungere con le sole loro forze quella castità che è unicamente un dono di Dio.

Gli anziani dunque domandarono a quel monaco se si stimasse capace di praticare la castità per le sole sue forze, senza bisogno dell’aiuto divino. Ma quello rispose di rigettare nella maniera più assoluta questo pensiero blasfemo, e disse umilmente che neppure nei giorni in cui si conservò puro avrebbe potuto far ciò se non fosse stato sostenuto dalla grazia del Signore.

Allora gli Anziani ricorsero alla terza causa e stabilirono trattarsi di un inganno diabolico. Sicuri ormai che non c’era colpa, né del corpo né dello spirito, decisero coraggiosamente che il monaco si accostasse al banchetto eucaristico. Temevano infatti che, rimanendo ancora lontano dalla comunione, il monaco si impigliasse più che mai nelle reti pericolose del nemico astuto; temevano, insomma, che non potesse partecipare al Corpo, e alla santità di Cristo, che fosse fraudolentemente escluso dal mezzo più efficace di salvezza.

Così avvenne, e tutta la trama dell’inganno diabolico fu svelata. La potenza del Corpo di Cristo fece cessare per incanto quella illusione divenuta ormai abituale.

Così apparve evidente l’inganno del nemico e fu confermata e chiarita la sentenza degli Anziani, secondo la quale una simile impurità non deriva né da un vizio della carne, né da un vizio dell’anima, ma da una accorta illusione diabolica.

Chi vuol ignorare per sempre o almeno per qualche lungo periodo — secondo il nostro umile e comune stato — quei fallaci fantasmi notturni che provocano nel corpo effetti impuri, prima di tutto abbia fede, perché in questa virtù, per una grazia speciale di Dio sta il fondamento del dono della castità. Poi si guardi da ogni eccesso nel mangiare e nel bere. Gli eccessi della mensa, infatti, producono necessariamente e naturalmente certi umori che poi debbono in qualche modo essere espulsi, e possono in tal caso provocare qualche sensazione impura o fantasma osceno. Se fuggiremo ogni sazietà ne avremo come effetto che questi fenomeni impuri saranno più rari. Così avverrà che le illusioni inquieteranno meno i nostri sonni e si presenteranno in modi meno rudi. Non è l’evacuazione di quegli umori che nasce dai fantasmi notturni, son piuttosto quei fantasmi che nascono dall’eccesso degli umori.

Pertanto, se vogliamo liberarci da ogni illusione impura, dobbiamo procurare con ogni possibile sforzo, prima di tutto di vincere la passione carnale, affinché, secondo quanto dice l’Apostolo, «Il peccato non regni nel nostro corpo mortale, in modo da tenerci soggetti alle sue concupiscenze» (Rm 6, 12). In secondo luogo è necessario calmare e sopire i moti sregolati della carne, cosicché non «abbandoniamo le nostre membra al peccato» (Rm 6, 13). In terzo luogo dobbiamo mortificare fino nei più intimi recessi il nostro uomo interiore da ogni istinto di concupiscenza, di modo che «da morti che eravamo, possiamo offrirci a Dio come viventi» (Rm 6, 13).

Questi continui progressi ci faranno raggiungere la perpetua calma della carne e ci metteranno in grado di offrire «le nostre membra a Dio, come strumenti di giustizia» (Rm 6, 13) e non d’impudicizia.

Quando saremo così fondati nella virtù della castità, «Il peccato non eserciterà più il suo dominio su di noi» (Rm 6, 14). Non saremo più «sotto la Legge», la quale prescrive l’uso lecito del matrimonio, ma senza estinguere nelle nostre membra quel fuoco che si manifesta nelle opere impure; saremo invece sotto la grazia, la quale insinua l’amore per la verginità incorruttibile, toglie dal corpo i moti carnali più semplici e innocenti, il desiderio stesso del matrimonio.

Dopo aver così inaridite tutte le fonti degli umori impuri, noi diventeremo quei nobili e ammirevoli eunuchi dei quali parla il profeta Isaia, e meriteremo di possedere la gloria che a loro è promessa: «Agli eunuchi che osservano il mio sabato, praticano quello che mi è gradito, mantengono la mia alleanza, io darò nella mia casa, nelle mie mura, un posto ed un nome migliore dei figli e figlie, darò loro un nome eterno che non perirà mai più» (Is 56, 4-5).

Ora domandiamoci: chi sono questi «figli» e queste «figlie» a cui gli eunuchi son preferiti fino al punto di ricevere un luogo e un nome migliore? Sono quei santi dell’Antico Testamento che vissero nel matrimonio e giunsero ad acquistare l’adozione di figli di Dio per mezzo dell’osservanza dei comandamenti. E che cosa è poi quel nome che vien promesso come la più alta ricompensa? È il nome di Cristo che noi dobbiamo portare come nostro. A proposito di questo nome il medesimo profeta dice: «Ai miei servi si darà un altro nome, nel quale colui che deve esser benedetto sulla terra sarà benedetto dal Dio di verità, e colui che giurerà sulla terra, giurerà per il Dio di verità» (Is 65 15-16). Lo stesso profeta dice ancora: «Sarà chiamato con un nome nuovo che la bocca di Dio pronuncerà» (Is 62, 2).

Va poi aggiunto che coloro i quali godranno di questa purezza del cuore e del corpo, avranno l’altissima e singolare gioia di cantare l’inno che nessun altro santo può cantare, l’inno riservato a coloro che seguono l’Agnello divino dovunque egli vada, perché: «Essi son vergini e non si sono macchiati con donne» (Ap 14, 4).

Se vogliamo giungere alla gloria delle schiere verginali, procuriamoci con tutte le nostre forze la purezza dell’anima e del corpo, altrimenti andremo a finire nella schiera di quelle vergini stolte alle quali la verginità non giovò niente. Costoro si erano accontentate di tenersi lontane da ogni contatto carnale, e per questo meritarono d’essere insignite del nome di vergini, ma furono dette vergini stolte perché nei loro vasi mancava l’olio: vale a dire la purezza interiore. Per questo si spense la luce della loro purezza esteriore.

Bisogna infatti che sia la purezza interiore a dilatarsi e irradiarsi attraverso la purezza dell’uomo esteriore; dev’essere la castità interiore che alimenta quella esteriore e la incoraggia a perseverare nella integrità perpetua. Ecco la ragione per cui le stolte, pur essendo vergini, non poterono entrare con le prudenti nella camera dello sposo; le prudenti, sì, perché avevano conservato intatto il loro spirito, avevan conservato senza macchia anima e corpo per il giorno del Signore Nostro Gesù Cristo.

Ecco quali sono le vere vergini di Cristo, immuni da ogni corruzione; ecco quali sono i veri eunuchi, ammirabili e nobili, di cui parla il profeta Isaia: non coloro che temono la fornicazione e la compiacenza che ne deriva, non coloro che dominano l’impudicizia, ma coloro che hanno superato nella loro anima il più piccolo fremito e il più piccolo moto della passione; coloro che hanno talmente indebolito la potenza della carne, da non provare più — dai suoi movimenti — un piacere o turbamento anche leggero.

VII. – Nessuno può mai giudicarsi degno della santa comunione

Noi dobbiamo custodire il nostro cuore con una munitissima trincea di umiltà. Ecco una massima che deve starci continuamente scolpita nel cuore; non è merito nostro il raggiungimento della perfetta castità. Perciò, anche se per grazia del Signore, noi avessimo fatto tutto ciò che fin qui abbiamo detto, ci dovremmo ugualmente stimare indegni di comunicarci col Corpo del Signore.

I motivi per pensare così sono molti. Innanzi tutto perché questa manna celeste possiede una tale maestà che nessuno, circondato da questa carne di fango, può pensare di riceverla in virtù dei suoi meriti e non per dono gratuito del Signore. In secondo luogo, nessuno, nel combattimento di questo mondo, può esser tanto guardingo da evitare che le frecce del peccato lo raggiungano con ferite anche rare e leggere. È impossibile non cadere in qualche peccato, o per ignoranza, o per negligenza, o per inavvertenza o per pensiero, o per passione, o per immaginazione notturna. Ma facciamo l’ipotesi di uno che abbia raggiunto le più alte cime della virtù, così da poter dire sinceramente con l’Apostolo: «A me non importa affatto di esser giudicato da voi, o da un tribunale umano; anzi non giudico neppure me stesso, perché io non mi sento colpevole di nulla (1 Cor 4,3-4). Ebbene, quest’uomo deve sapere che non è senza peccato. Non per nulla lo stesso Apostolo soggiunge: «Tuttavia da questo non si deduce che io sia riconosciuto giusto» (1 Cor 4,3-4). E questo significa: per il fatto che io mi credo giusto, non posseggo immediatamente la gloria della vera giustizia; oppure: dal fatto che i rimorsi della coscienza non mi rimproverano alcuna colpa, non segue che io sia libero da ogni macchia. Ci sono molte cose che sfuggono alla mia coscienza, ma sebbene nascoste e sconosciute a me, esse sono ben note a Dio. E l’Apostolo continua: «Chi mi giudica è il Signore» (1 Cor 4, 4). Vale a dire: soltanto Colui che penetra nel segreto dei cuori può pronunciare su di me un vero giudizio.

VIII. – Obiezione: se nessuno è senza peccato, tutti debbono essere allontanati dalla comunione

Germano. Prima tu hai detto che nessuno deve partecipare al celeste banchetto se non è santo, ora tu dici che è impossibile per l’uomo essere completamente esente da colpa, cioè santo. E allora? Se nessuno è senza colpa, nessuno è santo; se nessuno è santo, nessuno può partecipare alla comunione eucaristica. Di conseguenza, nessuno può sperare di raggiungere il regno dei cieli che il Signore promette soltanto ai santi.

IX. Risposta: sebbene ci siano molti santi, nessuno, all’infuori di Cristo, è senza peccato

Teona. Io non posso negare che esistano molti santi e molti giusti, ma tra santo e immacolato c’è una bella differenza. Altro è essere santo, cioè consacrato al culto divino, altro è esser senza peccato. Santo — secondo la testimonianza della sacra Scrittura — è nome comune, conviene agli uomini, ai luoghi, ai vasi, agli utensili del tempio. Esser senza peccato appartiene singolarmente alla maestà di nostro Signore Gesù Cristo, del quale l’Apostolo proclama l’attributo altissimo e singolare: «Egli non ha commesso peccato» (1 Pt 2, 22). Se fosse possibile anche a noi vivere completamente immuni dal peccato, la lode tributata al Signore, come attributo incomparabile e divino, sarebbe stata ben poca cosa. Ma non è così. S. Paolo dice nella lettera agli Ebrei: «Noi non abbiamo un Pontefice che non sia in grado d’aver compassione delle nostre infermità, ma al contrario, egli è stato messo alla prova in tutto come noi, tranne il peccato» (Eb 4, 15). Se fosse vero che la nostra bassezza terrestre sta alla pari con l’altezza del Pontefice celeste, se fosse vero cioè che anche noi siamo tentati senza cadere in peccato, potrebbe l’Apostolo celebrare l’impeccabilità di Cristo come unico e sublime privilegio? Come potrebbe innalzarlo al di sopra di tutti gli altri uomini, proprio in ragione di quel privilegio? Questa dunque è l’unica eccezione che distingue il Signore da noi: noi non siamo tentati senza cadere in peccato, egli fu tentato senza che cadesse in peccato. Chi è infatti quell’uomo tanto coraggioso e valoroso che non possa esser mai raggiunto da qualche dardo del nemico? Chi è colui che può restare nel tumulto di questa lotta senza correre alcun pericolo, quasi fosse rivestito di una carne invulnerabile? Cristo solo, «il più bello dei figli degli uomini» (Sal 45 (44), 3), assumendo la nostra condizione mortale e la fragilità della carne, non fu toccato mai dalla macchia del peccato.

X. – Solo il figlio di Dio ha vinto il tentatore senta essere minimamente ferito dal peccato

Gesù, a somiglianza di noi, provò la tentazione della gola. L’astuto serpente, seguendo la tattica usata con Adamo, tentò di sedurre e superare il Signore che aveva fame, col desiderio del cibo. «Se tu sei figlio di Dio — disse — comanda che queste pietre diventino pane» (Mt 4, 3). Ma la tentazione non apre in questo caso la via al peccato. Quantunque un tale miracolo fosse pienamente possibile, il Signore rifiuta il cibo suggeritogli dall’odiatore di tutti gli uomini: «L’uomo — risponde — non vive di solo pane, ma di ogni parola che viene dalla bocca di Dio» (Mt 4, 4).

Il Signore, a somiglianza nostra, fu tentato anche di vanagloria. Gli fu detto: «Se sei figlio di Dio, gettati giù» (Mt 4, 6). Ma non si lasciò prendere dalla sciocca suggestione diabolica e respinse il malaccorto seduttore con un’altra citazione della sacra Scrittura: «Sta scritto — disse — non tenterai il Signore Dio tuo» (Mt 4, 7).

Il Signore fu tentato, a somiglianza nostra, anche di superbia, quando il demonio gli promise tutti i regni del mondo e la loro gloria. Ma la vanità del tentatore fu derisa e respinta. Gli rispose infatti: «Vattene, Satana! Poiché sta scritto: Adorerai il Signore Dio tuo e servirai a lui solo» (Mt 4, 10).

Questi fatti ci insegnano che anche noi dobbiamo resistere alle pericolose suggestioni del demonio col ricordo della sacra Scrittura.

Gesù fu tentato ancora una volta di superbia quando il demonio gli fece offrire dagli uomini quella dignità regia che aveva già rifiutato al tempo delle tentazioni nel deserto. Ma anche questa volta si liberò dalle insidie del tentatore senza cadere in peccato. «Accortosi che venivano a rapirlo per farlo re, si ritirò di nuovo solo, sulla montagna» (Gv 6, 15)

Gesù fu tentato, a somiglianza nostra, anche quando fu battuto coi flagelli, colpito da schiaffi, ricoperto orribilmente di sputi, quando finalmente sopportò i tormenti indicibili della croce. Ma oltre a non rispondere con offese alle offese, non si lasciò andare neppure al più piccolo moto di sdegno. Anzi, dall’alto della croce lanciò questa invocazione di bontà: «Padre, perdonali: non sanno quello che fanno» (Lc 23, 34).

XI – Solo Cristo è venuto nella somiglianza di una carne infetta dal peccato

Come si dovrebbero spiegare le parole dell’Apostolo: «È venuto nella somiglianza della carne di peccato», qualora fosse vero che possiamo avere anche noi una carne esente dalla macchia del peccato? No. Con le parole: «Dio ha mandato il suo proprio Figlio in una carne somigliante a quella del peccato» (Rm 8, 3), l’Apostolo ha inteso di indicare il privilegio unico e personale di Colui che è senza peccato. Dobbiamo ritenere che Cristo, assumendo veracemente e integralmente la sostanza della nostra carne, non assunse con quella anche il peccato, ma solo la somiglianza del peccato. Per tal modo il termine somiglianza non si oppone alla verità della carne di Cristo, come falsamente pensano alcuni eretici, ma è da riferirsi unicamente al peccato. In Gesù c’era una vera carne, ma non c’era il peccato: di questo c’era soltanto un’immagine, un’apparenza. La prima parte del versetto paolino afferma la realtà della natura umana, la seconda parte (quella della somiglianza) si riferisce ai vizi e ai costumi dell’uomo. Gesù mostrò la sua somiglianza con la carne peccatrice allorché domandò, come un uomo ignaro e preoccupato: «Quanti pani avete?»(Mt 6, 38). Ma come il suo corpo non era soggetto al peccato, così neppure la sua anima era soggetta all’ignoranza. Infatti il Vangelo subito aggiunge: «Diceva ciò per metterli alla prova; egli infatti sapeva bene quanto stava per fare» (Gv 6, 6). Aveva una carne somigliante a quella peccatrice, quando domandava da bere, come un qualsiasi assetato, alla donna samaritana. Ma la sua carne non era contagiata dal peccato, perché subito dopo invitava la donna a domandare a Lui un’acqua viva che le avrebbe tolta per sempre la sete. Anzi prometteva che in lei si sarebbe sprigionata una fonte capace di salire fino alla vita eterna.

Gesù aveva una vera carne quando si addormentò nella nave. Ma perché quelli che navigavano non pensassero che egli avesse anche la realtà del peccato, si alzò, «comandò ai venti e al mare e si fece una gran calma» (Mt 8, 26). Egli sembrava sottomesso alla comune legge del peccato quando si diceva di lui: «Se quest’uomo fosse profeta, saprebbe chi è questa donna che lo tocca» (Lc 7, 39). Ma non aveva la realtà del peccato, perché subito rintuzzò il pensiero malevolo del Fariseo e perdonò i peccati alla donna. Si poteva pensare che avesse una carne peccatrice al pari di tutti gli altri uomini, quando, vicino a morte, e assalito dal terrore alla vista dei mali che stavano per assalirlo, uscì in questa preghiera: «Padre, se è possibile, si allontani da me questo calice» (Mt 26, 39). E ancora: «L’anima mia è triste fino alla morte» (Mt 26, 38). Ma quella tristezza era immune dal contagio del peccato, perché il creatore della vita non poteva temere la morte. Diceva infatti: «Nessuno mi può togliere la vita; la dò io da me stesso; e ho il potere di darla e di prenderla di nuovo» (Gv 10, 18).

XII. I santi e i giusti non hanno la somiglianza del peccato, ma hanno la realtà

Ecco dunque la grande differenza che corre tra l’Uomo nato dalla Vergine e tutti coloro che nascono da una unione carnale. Noi tutti portiamo nella carne, non la somiglianza, ma la realtà del peccato; lui invece, pur avendo preso una vera carne, non ebbe la verità del peccato, ma ne ebbe la somiglianza soltanto. Questo spiega perché i farisei, pur avendo letto in Isaia: «Egli non commise peccato, e sulle sue labbra non si trovò inganno» (Is 53, 9), vedendolo poi nella somiglianza di una carne peccatrice, si ingannarono e dissero: «Ecco un mangione e un bevitore, amico dei pubblicani e dei peccatori» (Mt 11, 19). Al cieco guarito dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è peccatore» (Gv 9, 24). E a Pilato: «Se non fosse un malfattore non te l’avremmo consegnato» (Gv 18, 30).

Chi ardisce proclamarsi senza peccato, pecca di superbia e di bestemmia, perché si arroga l’uguaglianza di un privilegio che spetta unicamente al Signore. Dice in altri termini che ha, lui pure, la somiglianza con la carne peccatrice, ma non ha vero peccato.

XIII. I peccati dei santi non sono tanto gravi da toglier loro la corona della santità

La stessa sacra Scrittura attesta chiaramente che anche i santi e i giusti non sono immuni dal peccato. Dice infatti: «Il giusto cade sette volte e si rialza» (Pr 24, 16). Che altro significa quel «cadere», se non peccare? Tuttavia colui che cade sette volte si chiama ancora «giusto»: ciò vuol dire che le cadute per pura fragilità non recano danno alla sua giustizia. Fra le cadute del giusto e quelle del peccatore c’è una differenza abissale. Altro è commettere un peccato mortale, altro è lasciarsi sorprendere da un pensiero che non è privo di un aspetto peccaminoso; oppure cadere per ignoranza, per dimenticanza, per parole inutili improvvisamente scappate dalle labbra, o per aver avuto un momento d’esitazione sulla fede, o per essere stato solleticato da un sottile sentimento di vanagloria, o per essersi un poco allontanato dal culmine della perfezione, dato il peso della natura. Tali sono le sette specie di cadute che si trovano nella vita dei santi, senza che essi cessino per questo di esser giusti. Tuttavia, per quanto leggere e di poco danno, quelle cadute impediscono ai giusti di esser senza peccato. Così anche i santi hanno un vero motivo per far penitenza ogni giorno, per chiedere perdono, per pregare incessantemente a causa dei loro peccati, e dire: «Rimetti a noi i nostri debiti» (Mt 6, 12).

Voglio ora provare con qualche esempio che i santi hanno peccato, senza venir meno per questo alla giustizia. Prendiamo il beato Pietro, principe degli Apostoli. Come pensare che egli non fosse santo, specialmente quando il Signore gli diceva: «Beato te, o Simone figlio di Giona, perché non la carne né il sangue ti ha rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli»? E: «A te darò le chiavi del regno dei cieli: qualunque cosa avrai legata sulla terra, sarà legata anche nei cieli; e qualunque cosa avrai sciolta sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli» (Mt 16, 17 e 19). Che cosa ci può essere di più bello che questa lode risonata sulle labbra del Signore? Che cosa può esserci più sublime di questa potestà e di questa beatitudine? Tuttavia, poco tempo dopo, nella sua ignoranza del mistero della passione, Pietro si oppone, senza saperlo, all’atto da cui doveva nascere la salvezza del genere umano: «Deh, che non sia, Signore! Questo non ti avverrà mai» (Mt 16, 22). Perciò si merita di sentirsi rispondere: «Va’ lontano da me, Satana! Tu mi sei di scandalo; perché non ragioni secondo Dio ma secondo gli uomini» (Mt 26, 22). E se Gesù, che è la verità e la giustizia stessa, rimprovera il suo Apostolo con queste parole, potremo credere che non sia veramente caduto, oppure che — cadendo — non sia rimasto nella santità e nella giustizia? E quando il timore della persecuzione porta Pietro a rinnegare tre volte il suo Maestro, si potrà negare che egli è veramente caduto? Tuttavia il rimorso segue immediatamente la colpa; lacrime amarissime lavano la macchia di un sì grande peccato: così l’Apostolo non perde il merito della santità e della giustizia.

A Pietro dunque, e ai santi che a lui somigliano, dobbiamo riferire le parole di David: «Dio custodisce il cammino del giusto, gli dà fermezza e in esso si compiace; se pure egli cade, non rimane prostrato, perché il Signore lo regge per mano» (Sal 37 (36), 23-24).

Colui che il Signore guida passo per passo, chi può essere se non il giusto? Eppure di esso si dice: «Se cade, non si abbatterà». Che cosa significa quel «se cade?». Certamente la caduta in un peccato! «Non si abbatterà», dice il Signore. Che significa? Che gli assalti del peccato non l’opprimeranno a lungo. Se per il momento sembra spezzato, con una pronta risurrezione ricupererà la stabilità della giustizia: risollevato dall’aiuto di Dio che ha implorato. Quel che momentaneamente ha perduto, per la fragilità della carne, glielo renderà la mano del Signore che lo sostiene.

Un uomo non cessa d’essere santo per una caduta. Basta che riconosca di non poter esser giustificato dal valore delle sue opere; basta che sia persuaso che solo la grazia del Signore può liberarlo dalle catene del peccato; basta che incessantemente ripeta con l’Apostolo: «Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? La grazia di Dio, per Gesù Cristo Signor nostro» (Rm 7, 24-25).

XIV. Come va intesa la parola dell’Apostolo: «Io non faccio il bene che vedo»

L’apostolo Paolo riconosce che l’uomo — a causa dei suoi pensieri in continuo stato d’ebollizione — non è capace di penetrare fino nella profondità senza limite della purezza. Lui stesso — benché apostolo — si è sentito sballottato in alto mare e ha lasciato scritto: «Io non faccio il bene che voglio; ma al contrario, faccio il male che non voglio» (Rm 7, 19). E ancora: «Ora, se io faccio quello che non voglio, non sono io che lo faccio, ma il peccato che abita in me» (Rm 7, 20). E insiste: «Provo diletto nella legge di Dio, secondo l’uomo interiore; ma vedo nelle mie membra un’altra legge, che lotta contro la legge della mia mente e che mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra» (Rm 7, 22-23). L’Apostolo dunque è consapevole della sua fragilità e della fragilità della natura umana.

Atterrito davanti a questo abisso incommensurabile, cerca rifugio nel porto sicuro dell’aiuto divino. Disperando per la sua imbarcazione che vede prossima al naufragio, per la pesantezza della carne che l’opprime, supplica l’Onnipotente a volerlo salvare dal naufragio. Così implora gemendo: «Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?» (Rm 7, 24). E subito, quella liberazione che non poteva attendere dalla debolezza della natura, la spera dalla misericordia divina. Soggiunge infatti: «Mi libererà la grazia di Dio, per mezzo di Gesù Cristo Signor Nostro» (Rm 7, 25).

XV. Obiezione: non è meglio pensare che l’Apostolo abbia parlato a nome del peccatore?

Germano. Molti pensano che questo passo di san Paolo non sia da intendersi nel senso che l’Apostolo parli in persona propria, ma in persona di quei peccatori che vorrebbero allontanarsi dai piaceri della carne. Nonostante la buona volontà, costoro restano prigionieri di vizi inveterati, sedotti dalle passioni della carne; perciò sono incapaci di dominarsi. L’abitudine al male li opprime sotto una crudele tirannia che non permette di respirare l’aria pura della libertà e della virtù.

Per quanto concerne l’apostolo Paolo, dato che egli era certamente arrivato al culmine della perfezione, non vedo come gli si potrebbero applicare queste parole: «Io non faccio il bene che voglio, ma faccio il male che non voglio». Neppure gli si addicono le parole che seguono: «Ma se faccio quello che non voglio, non sono io a farlo, ma il peccato che abita in me». Lo stesso dicasi delle altre: «Io mi compiaccio nella legge di Dio secondo l’uomo interiore, ma vedo nelle mie membra un’altra legge che si oppone alla legge dello spirito e mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra».

Come si può applicare tutto ciò alla persona dell’Apostolo? Qual è il bene che egli non poteva compiere? Qual è il male che commetteva, nonostante che non lo volesse, anzi, nonostante che lo odiasse? Sotto quale legge del peccato si trovò ad essere schiavo questo «vaso d’elezione» per bocca del quale parlava il Signore? Non è lui che dice di aver soggiogato ogni disobbedienza e «ogni orgogliosa potenza che osa levarsi contro Dio»? (2 Cor 10, 5). Non è lui che dice fiduciosamente di se stesso: «Ho combattuto la buona battaglia, ho compiuto la mia corsa, sono stato fedele. Ormai non mi resta che ricevere la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi darà in quel giorno e non soltanto a me, ma anche a tutti quelli che avranno atteso con amore la sua venuta»? (2 Tm 4, 7-8).

Teona. Mentre sto entrando nel porto sicuro del silenzio, voi cercate di ricondurmi nel mare immenso di una questione piena di misteri profondi. Ma dopo aver compiuto, con la Conferenza, un viaggio già molto lungo, valendoci ora di un approdo propizio, gettiamo l’àncora del silenzio. Domani, se non si opporrà la violenza di qualche tempesta, alzeremo le vele per una nuova navigazione, posto che il vento ci si mostri propizio.

 

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