Le Conferenze Spirituali di Cassiano: Imparare dall’esperienza dei nostri antenati

 

XXIII

TERZA CONFERENZA DELL’ABATE TEONA

SULL’IMPECCABILITA’

 

Indice dei capitoli

  1. Precisazioni dell’abate Teona sulle parole dell’Apostolo: « Non faccio il bene che vedo » (Rm. 7, 19).
    II. Delle virtù che si trovarono nell’Apostolo.
    III. Quale sia il bene vero che l’Apostolo dice di non aver condotto alla perfezione.
    IV. Bontà e giustizia umana non sono più buone se si paragonano con la bontà e giustizia di Dio.
    V. Nessuno può essere continuamente rivolto al bene sommo.
    VI. Coloro che si credono senza peccato assomigliano ai ciechi.
    VII. Coloro che sostengono la possibilità, per un uomo, di esser senza peccato, cadono in un doppio errore.
    VIII. Pochi son coloro che capiscono che cos’è il peccato.
    IX. Con quanta attenzione il monaco deve conservare il ricordo di Dio.
    X. Chi tende alla perfezione si umilia sinceramente e riconosce di aver sempre bisogno della grazia di Dio.
    XI. Spiegazione delle parole: «Mi compiaccio della legge di Dio secondo l’uomo interiore… » (Rm 7,22).
    XII. Sul versetto paolino che dice: « Sappiamo che la legge spirituale… » (Rm 7,22).
    XIII. Sulle parole: « So che il bene non abita in me, cioè nella mia carne.. » (Rm 7,18).
    XIV. Obiezione: le parole dell’Apostolo: « Io non faccio il bene che vedo… » non convengono né agli infedeli né ai santi.
    XV. Risposta all’obiezione.
    XVI. Che cos’è il corpo di peccato?
    XVII. Tutti i santi hanno sinceramente riconosciuto di esser impuri e peccatori.
    XVIII. Neppure i santi e i giusti sono senza peccato.
    XIX. Anche nel momento in cui ci diamo all’orazione, mal si può evitare il peccato.
    XX. Da chi si deve imparare a liberarsi dal peccato e a divenire perfetti nella virtù.
    XXI. Benché convinti di non essere senza peccato, non dobbiamo astenerci dalla santa comunione.

 

I – Precisazioni dell’abate Teona sulle parole dell’Apostolo: « Non faccio il bene che vedo »

Quando ritornò la luce del giorno, facemmo le più vive istanze al vecchio abate, affinché volesse profondamente esaminare il senso delle parole di san Paolo dette sopra. Teona ci rispose così: voi volete portar prove per dimostrare che l’Apostolo non parlava di se stesso, bensì dei peccatori in genere, quando diceva: « Io non faccio il bene che vedo, ma faccio il male che odio »; oppure: « Se io faccio quello che non voglio, non sono io a farlo: è il peccato che abita in me ». E ancora: « Mi compiaccio della legge di Dio secondo l’uomo interiore, ma vedo nelle mie membra un’altra legge che si oppone alla legge dello spirito e mi rende schiavo sotto la legge del peccato, che è nelle mie membra ». Devo farvi osservare che non esiste alcun motivo per applicare queste parole di san Paolo alla persona del peccatore.

Il discorso riguarda solo i perfetti: un simile linguaggio si addice soltanto alla santità di coloro che imitano le virtù degli Apostoli.

Del resto, in qual modo potrebbero applicarsi al peccatore le parole: « Io non faccio il bene che vedo, ma faccio il male che odio »? Oppure le altre: « Se io faccio quel che non voglio, non sono io a farlo, ma il peccato che abita in me »?

Qual è quel peccatore che si macchia di adulterio o d’impurità, senza volerlo? Quale è il peccatore che inganna il prossimo senza avvedersene? Chi è forzato da una necessità inevitabile a dire il falso al fratello, o a recargli danno col furto? Chi è obbligato a desiderare i beni del prossimo, o a spargere il sangue?

Nella sacra Scrittura si legge: « I pensieri del cuore umano sono malvagi fin dalla sua fanciullezza » (Gn 8,21). Tutti coloro che sono accesi d’amore per il vizio, desiderano mandare ad effetto i loro desideri. Vegliano e non dormono neppure, stanno in timore di arrivar troppo tardi a soddisfare le loro brame. Si gloriano della loro stessa vergogna, cercano lode da ciò che li disonorerà, come dice di loro l’Apostolo, in tono di rimprovero (Fil 3,19). Di costoro parla anche il profeta Geremia e dice che commettono i loro delitti e le loro turpitudini senza resistenza della volontà, con piena tranquillità del cuore e del corpo. Anzi si assoggettano a grandi fatiche per mandare ad effetto i loro piani, tanto ché neppure le difficoltà più ardue che trovano sulla loro via, valgono a trattenerli dall’appetito orribile del peccato. Dice il profeta: « Si sono affaticati per fare il male » (Ger 9,5). E chi potrebbe dire che conviene ai peccatori l’altra parola dell’Apostolo: « Con la mente sono servo della legge di Dio, ma con la carne sono schiavo della legge del peccato » (Rm 7,25)? Non è chiaro per tutti che i peccatori non servono Dio né con lo spirito né con la carne? E come potrebbero servire Dio con la mente coloro che peccano col corpo? La carne riceve dal cuore — cioè dallo spirito — la spinta a peccare. Colui che ha creato carne e spirito, dice che da quest’ultimo, come da una fonte, emana lo stimolo a peccare. « Dal cuore vengono i cattivi pensieri, gli omicidi, gli adulteri, le fornicazioni, i furti, le false testimonianze » (Mt 15,19).

Da tutto ciò è facile intendere che quelle parole di san Paolo non sono da prendere come dette in persona dei peccatori (Nota: La questione toccata in questo capitolo e in tutta la Conferenza XXIII, è molto difficile. Gli esegeti moderni, come Lagrange e Prat, dicono che san Paolo parla in persona di un giudeo che è illuminato dalla legge, ma vinto dalla concupiscenza. Questa spiegazione ci pare la migliore. Gli esegeti antichi, come sant’Agostino, dopo aver detto che l’Apostolo parlava a nome di un ebreo, pensarono che parlasse in persona di un cristiano giustificato, ma combattuto dalla concupiscenza. Di questo parere è anche sant’Ilario). Essi infatti non odiano il male, ma lo amano; non solo rifiutano di servire Dio con la carne, ma non lo servono neppure con lo spirito. Peccano prima con lo spirito che con la carne: prima di abbandonare il loro corpo al piacere, hanno già peccato col pensiero e con lo spirito.

II- Delle virtù che si trovarono nell’Apostolo

Dobbiamo stabilire il senso esatto delle parole dal sentimento intimo di chi le pronuncia; insomma dobbiamo stabilire che cos’è che l’Apostolo ha chiamato bene e che cos’è che ha chiamato male, e ciò non dal suono nudo e crudo delle parole, ma partendo dallo stato d’animo in cui san Paolo si trovava. Noi esploreremo il pensiero dell’Apostolo tenendo presente la sua dignità e il suo merito. Il metodo migliore per comprendere le massime ispirate da Dio è quello di considerare attentamente la dignità e il merito di coloro che le pronunciano; e rivestirci — non a parole ma realmente — dei medesimi sentimenti. Il modo di concepire e d’esprimere qualcosa dipende indubbiamente dallo stato in cui uno si trova.

Vediamo dunque di scoprire quale sia quel bene altissimo che l’Apostolo non è riuscito a compiere, nonostante che volesse compierlo. Noi conosciamo molti beni che san Paolo e gli uomini simili a lui, o ebbero per natura o acquistarono per grazia. È buona la castità, è lodevole la continenza, ammirabile la prudenza, generosa l’ospitalità, delicata la sobrietà, modesta la temperanza, pietosa la misericordia, santa la giustizia. Certamente tutte queste virtù si trovarono nell’Apostolo e negli altri uomini santi e perfetti che insegnarono la religione più con la santità della vita che con l’eloquenza delle parole. Che dire poi della sollecitudine continua per tutte le chiese, che li consumava come un fuoco? E non è segno di grande misericordia, di alta perfezione, ardere per coloro che subiscono scandalo, sentirsi infermi con coloro che sono ammalati? Se l’Apostolo è in possesso di tanti e così grandi beni, quale sarà quello che non ha potuto possedere perfettamente? Non potremo saperlo se prima non saremo penetrati a fondo nel sentimento che ha spinto san Paolo a parlare così. Tutte le virtù che l’Apostolo possedeva erano senza dubbio perle splendenti e preziose; tuttavia, se paragonate a quella margherita unica per la quale il mercante evangelico vende tutte le sue ricchezze, diventavano di un valore attenuato e ordinario.

È per questo che si deve esser disposti a rinunciare prontamente a tutti i beni per acquistare quel bene che solo ci fa ricchi.

III – Quale sia il bene vero che l’Apostolo dice di non aver condotto alla perfezione

Qual è dunque questo bene unico, così superiore a tutti gli altri da dover lasciare e disprezzare ogni altro bene pur di possederlo? Si tratta senza dubbio di quella « parte ottima » che Maria preferì — per la sua magnificenza e perpetuità — ai doveri di ospitalità. Di questa « parte » parlò, esaltandola, il Signore, quando disse: « Marta, Marta, ti preoccupi e t’affanni per troppe cose. Ma poche cose bastano, anzi una sola! Maria ha scelto la parte migliore che non le sarà tolta » (Lc 10,41-42). Solo la teorìa, cioè la contemplazione di Dio, è necessaria; il suo merito sorpassa tutti i meriti delle azioni più sante, tutti gli sforzi della virtù.

Le belle qualità che abbiamo visto brillare nell’apostolo Paolo erano certamente tutte buone, utili, grandi e illustri. Ma come lo stagno — che sembra possedere qualche bellezza e valore — diventa vilissimo quando è paragonato con l’argento; come si dilegua il pregio dell’argento se vien paragonato con l’oro; come lo stesso oro diviene spregevole se confrontato con le pietre preziose; come la bellezza di tutte le pietre preziose si offusca davanti allo splendore di una sola perla, così tutti i meriti della santità appaiono vili e degni di essere alienati quando si paragonano col merito* della divina contemplazione. E i meriti della vita attiva —si noti bene — non sono utili solo per la vita presente, ma ci procurano anche il dono della vita eterna.

L’autorità delle sacre Scritture confermerà la nostra sentenza. Non è vero che esse dicono di tutte le creature del Signore: « Tutte le cose che fece Dio erano molto buone » (Gn 1,32)? E ancora: « Tutte le cose che Dio ha fatto sono buone nel loro tempo » (Lv 39,16)?

È vero dunque che le cose materiali son proclamate buone in relazione al tempo presente; né son proclamate buone semplicemente, ma molto buone, cioè buone superlativamente. In realtà, finché rimaniamo in questa terra, quelle cose che sono utili alle necessità della vita, conferiscono alla salute del corpo, ed hanno- molte altre utilità a noi sconosciute. La loro bontà si rivela anche dal fatto che ci aiutano a vedere « gli attributi invisibili di Dio attraverso le opere del mondo creato, e a contemplare la sua onnipotenza e la sua divinità » (R 1,20), nell’immensità armoniosa dell’universo creato e di tutti gli esseri che in esso sussistono.

Ma quando si paragonano queste creature con quel secolo futuro, in cui i beni restano immutabili, e non c’è più da temere la perdita della vera felicità, si dovrà concludere che tutti i beni creati, a mala pena possono conservare il nome di beni.

Ecco la descrizione del mondo futuro: « La luce della luna sarà come quella del sole, e la luce del sole brillerà sette volte di più, come la luce di sette giorni » (Is. 30, 26).

Le cose di questo mondo, che pur sono grandi, belle, meravigliose a vedersi, appariranno nulla se confrontate a quelle che ci promette la fede come premio futuro. Dice David: « Tutte le cose invecchieranno come un vestito e tu le cambierai, Signore, come si cambia un mantello. Ma tu sei sempre lo stesso e i tuoi anni hanno fine » (Sal 101,27-28). Concludiamo dunque: se niente è duraturo per se stesso, se niente è immutabile, se niente è buono, all’infuori di Dio; se nessuna creatura può ottenere per se stessa felicità e stabilità eterna, ma può ottenerne una partecipazione modesta, e per grazia del suo Creatore, è evidente che tutta la bontà creata diventa nulla quando sia paragonata con la bontà del Creatore.

IV – Bontà e giustizia umana non sono più buone se si paragonano con la bontà e la giustizia di Dio ,

Se vorremo, potremo trovare testimonianze più esplicite per confermare questa verità. Nel Vangelo, per esempio, molte cose son chiamate buone: si parla di un buon albero, di un buon tesoro; di un uomo buono, di un buon servo. « Non può un albero buono fare frutti cattivi » (Mt 7,18). « L’uomo buono tira fuori, dal tesoro del suo cuore, cose buone » (Mt 12,35). « Vieni servo buono e fedele » (Mt 25,21). Non c’è alcun dubbio sulla bontà di queste cose; tuttavia se guardiamo la bontà di Dio nessuna di queste cose potrà più esser chiamata buona. Dice infatti il Signore: « Nessuno è buono all’infuori di Dio » (Lc 18,19).

In confronto con Dio, gli stessi Apostoli, che superavano di gran lunga la bontà comune degli uomini (per il dono della loro elezione) son dichiarati cattivi. Si rivolge infatti a loro quel discorso del Signore che dice: « Se voi che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il vostro Padre che è nei cieli darà i veri beni a coloro che glieli domandano » (Mt 7,11).

E come la nostra bontà diventa cattiveria, se confrontata con la bontà divina, così la nostra giustizia appare somigliante a un panno sporco, se si confronta con la giustizia di Dio. « Tutte le nostre giustizie — dice il profeta Isaia — assomigliano ad un panno immondo » (Is 64,6). Se si vuole una prova più evidente, si prenda la Legge. I suoi comandi sono precetti di vita, perché « Essa è stata data per mezzo degli angeli e per l’interposizione di mediatore » (Gal 3,19). San Paolo dice ancora, a proposito della Legge, che essa è « Santa e i suoi comandi son giusti e buoni » (Rm 7,12). Ma se la confrontiamo con la perfezione evangelica si scopre che per testimonianza di Dio è giudicata niente affatto buona: « Ho dato loro dei comandi che non son buoni, degli ordini nei quali non trovino la vita » (Ez 20, 25). San Paolo afferma pure che tutto lo splendore della Legge si oscura al confronto del Vangelo; dopo questo confronto la Legge non merita più di essere glorificata. « Ciò che una volta fu glorificato cessa di esser degno di gloria, al confronto di questa gloria superiore » (2 Cor 3,10).

Anche la sacra Scrittura fa uso di comparazioni simili alle nostre, solo che essa segue la via opposta, in quanto mette a confronto peccati più gravi e meno gravi. In confronto con peccatori più perversi, essa giustifica coloro che hanno peccato più lievemente. Dice infatti: « Tu hai giustificato Sodoma »; e ancora: « Quale fu il peccato di Sodoma tua sorella? » (Ez 16, 52, 49). Altrove dice: « L’infedele Israele è apparso giusto in confronto con la perfidia di Giuda » (Ger 3, 11).

Lo stesso avviene per tutte le virtù ricordate sopra: siano pure buone e preziose in se stesse, lo splendore della teoria le oscura. La ragione è che i santi, anche se occupati in opere buone, sono impediti dalle preoccupazioni terrestri dall’attendere completamente alla contemplazione del bene supremo.

V – Nessuno può essere continuamente rivolto al bene sommo

Ecco uno che « libera il debole dalle mani dei più forti, il povero e l’indigente da coloro che lo tiranneggiano » (Sal 34, 10); spezza le zanne degli ingiusti, strappa la preda dai loro denti » (Gb 29, 17). È possibile che costui, mentre esercita il suo ufficio di giustizia, possa elevare lo sguardo e la sua anima tranquilla verso la maestà divina?

Un altro distribuisce elemosine ai poveri, riceve con squisita cortesia le turbe degli ospiti o dei visitatori che giungono… certamente fa bene, ma nel tempo in cui le necessità dei fratelli tengono occupato e preoccupato il suo spirito, sarà capace di indirizzare il suo sguardo all’oceano senza sponde della beatitudine celeste? Il suo cuore, così preso dalle inquietudini e dalle sollecitudini della vita presente, saprà elevarsi al disopra del contagio terrestre per contemplare la condizione del secolo futuro?

Per queste ragioni David desidera stare continuamente unito al Signore e afferma che solo quella unione è buona per l’uomo « L’unica cosa buona per me è stare unito al Signore e porre in Lui la mia speranza » (Sal 72, 28).

L’Ecclesiaste, poi, afferma che nessuno, sia pure un santo, è capace di attuare alla perfezione questo programma. « Non c’è sulla terra un uomo giusto che operi il bene senza mai peccare » (Sir 7, 21).

Ora io domando: chi potrà credere di essere riuscito — pur restando in questo corpo mortale — a possedere immutabilmente il sommo Bene, a non distogliersi mai dalla contemplazione divina, a non lasciarsi distrarre neppure un istante dal contemplare Colui che solo è buono? Chi — fosse pure il più eccelso di tutti i giusti e di tutti i santi — può pensare di giungere a questa altezza? S’è mai trovato qualcuno che non si preoccupasse neppur minimamente del cibo, dell’abito e delle altre necessità corporali? Chi può dire di non essersi mai affannato per ospitare i fratelli, per cambiare dimora, per costruire una cella? Chi è che non ha mai desiderato il soccorso degli uomini, oppure non ha meritato — per un timore troppo forte natogli dalla sua povertà — quel rimprovero del Signore: « Non vi affannate per la vostra vita, pensando a ciò che mangerete, o per il vostro corpo pensando a ciò di cui vi vestirete » (Mt. 6, 25)?

Perfino l’apostolo Paolo, che sorpassò coi suoi dolori le fatiche di tutti i santi, potè giungere a tanta perfezione. Dico ciò senza timore di esagerare, perché lo stesso Apostolo fa questa protesta dinanzi ai suoi discepoli, nel libro degli Atti: « Voi sapete che alle mie necessità e a quelle di coloro che sono con me, hanno provveduto queste mie mani » (Dt 20, 34). Scrivendo ai Tessalonicesi afferma di aver « lavorato notte e giorno con fatica e pena » (2 Ts Rm 9, 3-4). È vero che da questa condotta gli derivarono tesori di meriti; l’anima sua però — anche se sublime in santità — non poteva fare a meno di essere qualche volta separata dalla celeste teoria, a causa delle occupazioni terrestri. L’Apostolo riconosce da un lato i frutti preziosissimi che ottiene dalla vita attiva; dall’altro lato considera in cuor suo il bene della contemplazione; finalmente pone sopra un piatto della bilancia il frutto delle sue innumerevoli fatiche e sull’altro la delizia della contemplazione divina, per farne la stima. Dopo aver lungamente cercato di ridurre alla perfezione il suo giudizio, che era attratto verso una parte dal valore immenso delle sue fatiche e dall’altra dal desiderio della perfetta unione con Cristo che gli faceva desiderare perfino il dissolvimento della sua carne, alla fine esclama incerto: « Non so che cosa scegliere. Sono angustiato da due parti: desidero di vedere spezzati i legami della carne e di essere con Cristo, e questo è senza dubbio più bello; ma è più utile che io rimanga ancora in questa carne per il vostro vantaggio » (Fil 1,22-24).

È chiaro che l’Apostolo pone la contemplazione ai disopra dei frutti prodotti con le sue fatiche apostoliche; tuttavia vi rinuncia in nome di quella carità senza la quale non si può aver parte col Signore. Per amore di coloro che egli nutre — a somiglianza di una madre — col latte del Vangelo, non ricusa la divisione da Cristo, dannosa per lui, ma utile agli altri. Lo spinge a questa scelta la sua intensissima pietà, quella stessa pietà che lo spinge a desiderare — se ciò fosse possibile — il male supremo, che è l’anatema, se ciò può tornare a vantaggio dei fratelli. « Desidero —- egli dice — essere anatema da Cristo per il bene dei miei fratelli, che sono i miei consanguinei secondo la carne, cioè gli Israeliti » (Rm 9,3-4). In altre parole l’Apostolo dice: io vorrei sottopormi non solo alle pene temporali, ma anche a quelle eterne, purché tutti godessero l’unione con Cristo. Sono infatti convinto che la salvezza di tutti gli uomini è più utile a Cristo, e anche a me, della mia stessa personale salvezza.

Ma riprendiamo il nostro discorso. L’Apostolo, pur di ottenere il sommo bene, che consiste nel godere la visione di Dio e nel rimanere per sempre uniti a Cristo, bramerebbe vedere il suo spirito sciolto dai legami terrestri: il corpo1 infatti è caduco ed è impedito da molte debolezze derivanti dalla sua fragilità; per questo è impossibile che qualche volta non resti separato dall’unione con Cristo.

Ma anche l’anima, finché è distratta da tanti affanni, finché è turbata da tante inquietudini moleste, è incapace di godere ininterrottamente l’unione con Dio. Quale santo è stato così perseverante, quale vita è stata così austera, da poter impedire ogni illusione all’astuto avversario? S’è mai conosciuto qualcuno il quale abbia così penetrato il segreto della solitudine, abbia talmente fuggito i contatti con gli uomini, da non abbandonarsi mai a pensieri superflui, o da non staccarsi mai dalla contemplazione divina — che sola è buona — attratto dalla vista delle cose mondane e occupato dalle azioni terrene? Chi potè conservare il fervore dello spirito fino al punto che mai lo turbassero pensieri pericolosi, che lo allontanano dalla preghiera e fanno improvvisamente precipitare dal cielo sulla terra? C’è qualcuno tra noi al quale non sia accaduto — per non parlare di altri momenti di distrazione — di esser preso da una certa indolenza proprio nel momento in cui pregava ed innalzava al cielo la sua mente, cosicché trovò motivo di offendere Dio proprio là dove sperava di trovare il perdono dei suoi peccati? Chi è tanto accorto e vigilante da non lasciarsi mai distrarre dal senso della sacra Scrittura, mentre sta cantando un salmo al Signore? Chi è tanto penetrato nell’intimità divina da poter dire di aver osservato per un giorno solo il comando dell’Apostolo: « pregate senza mai cessare » (1 Ts 5,17)?

Queste imperfezioni sembrano cose da nulla a coloro che sono immersi nei vizi più grossolani, ma per coloro che conoscono il gran bene della perfezione, una tal moltitudine di imperfezioni — anche se di poca importanza — sembra gravissima.

VI – Coloro che si credono senza peccato assomigliano ai ciechi

Poniamo che in una casa, tutta ingombra di bagagli, di mobili, di vasi e altre cose, entrino due uomini di vista diversa: il primo ha occhi sani e penetranti, il secondo ha occhi ciechi e cisposi. Quest’ultimo, impedito di vedere ciò che gli sta dinanzi, a causa della sua vista annebbiata, dirà che là dentro vi sono armadi, letti, sedie, mense e altre cose di cui ha scoperto l’esistenza più col tatto che con la vista. Ma colui che ha occhi buoni, allorché un raggio di luce è penetrato negli angoli più nascosti, vi enumera una quantità di piccole cose che si possono appena contare, e che sorpasserebbero in volume — qualora si ammucchiassero insieme — gli stessi mobili che il nostro cieco aveva scoperto col tatto.

La cosa si ripete pei santi: essi hanno davvero buona vista. Nel loro grande amore di perfezione scoprono in se stessi — con rara chiaroveggenza — tanto male; essi condannano senza pietà certe colpe che il nostro sguardo interiore, così accecato com’è, non saprebbe vedere. Là dove, a giudizio della nostra negligenza, un peccatuccio veniale non ha per nulla appannato il candore della nostra coscienza, bianca ancora come la neve, essi vedono tutto coperto di macchie. E non dico che si sentano così fortemente colpevoli perché un pensiero vano si è insinuato nell’intimità del loro spirito, basta per condannarsi severamente che il ricordo di un salmo da recitare li abbia leggerissimamente distratti durante la preghiera. Essi son soliti dire: Se ci rivolgiamo a qualche potente personaggio, non perché ci risparmi la vita, ma solo per avere qualche vantaggio temporale, noi stiamo fissi in lui con gli occhi e con tutta l’anima, rimaniamo come sospesi in attesa di un suo cenno, timorosi che una parola stonata o fuori posto ci possa far perdere la grazia del nostro ascoltatore. Immaginiamo anche di trovarci in tribunale, davanti ai giudici di questo mondo, mentre il nostro avversario ci sta di fronte. Se nel bel mezzo del dibattito ci prende la voglia di tossire, di sputare, di ridere, di muoverci, di dormire, non è vero che il nostro avversario sarà attentissimo ad eccitare la severità del giudice a nostro danno? Se così è, con quale attenzione, con quale fervore di preghiera, non dovremo implorare Colui che è il nostro giudice divino, affinché ci scampi dal pericolo di morte eterna di cui siamo minacciati da quel perfido seduttore e terribile accusatore che ci sta dinanzi?

In verità si macchierebbe non di una lieve colpa, ma di un gravissimo delitto colui che innalzasse la sua preghiera a Dio e nel frattempo si sottraesse alla sua presenza e seguisse la vanità dei suoi sciocchi pensieri, come se Dio fosse cieco o sordo. Ma coloro che coprono gli occhi del proprio cuore con velo spesso di vizi e al dire del Signore: « vedendo non vedono, udendo non odono » (Mt. 13, 13), e a mala pena scorgono, nei recessi del loro cuore, le colpe gravi e capitali. Come dunque potranno avere quello sguardo penetrante che si richiede per conoscere l’apparizione insensibile dei cattivi pensieri, o dei moti fuggevoli e nascosti della concupiscenza, che feriscono l’anima con un colpo leggero e sottile; oppure le distrazioni che li tengono prigionieri? Costoro, sempre vaganti dietro ai pensieri vani, non si addolorano quando sono strappati alla divina contemplazione, che è cosa preziosissima. Non hanno neppur motivo di piangere per aver perduto qualcosa, perché dopo aver aperto tutta la loro anima ai pensieri che la inondano, non hanno un punto fisso da difendere con tenacia, o al quale far convergere tutti i loro desideri.

VII – Coloro che sostengono la possibilità, per un uomo, di esser senza peccato, cadono in un doppio errore

La causa che ci precipita in questo errore è che noi, completamente ignoranti di ciò che è l’anamarteton, o impeccabilità, pensiamo che dalle incursioni di questi pensieri oziosi e licenziosi non derivi colpa alcuna. Resi insensibili dalla nostra stoltezza, percossi da spirituale cecità, vediamo soltanto le colpe mortali e crediamo che sia sufficiente evitare quelle che sono condannate anche dalle leggi umane. Quando ci sentiamo appena liberi da quei gravi delitti, ci convinciamo che in noi non c’è alcun peccato.

Segregati dal numero dei veggenti, incapaci di scoprire la moltitudine delle colpe leggere accumulate in noi, non abbiamo alcun sentimento di compunzione se ci accorgiamo che la malattia dell’accidia si è insinuata nell’anima nostra. Nessun dolore proviamo se le suggestioni della vanagloria ci assalgono, non versiamo una lacrima sulla nostra avversione alla preghiera, o sulla nostra tiepidezza. Se durante l’orazione o la salmodia ci viene alla mente qualche pensiero contrario all’orazione o al salmo, non lo stimiamo una colpa. Molte cose che ci vergogneremmo di dire o di fare davanti agli uomini, non ci vergogniamo di trattenerle in cuore •—- almeno qualche tempo — pur sapendo che Dio ci vede internamente. Non piangiamo con lacrime sincere i moti carnali che ci assalirono nel sonno; non piangiamo neppure le colpe che commettiamo nel distribuire le nostre elemosine. Talvolta, mentre ci accingiamo a sollevare le necessità dei nostri fratelli, o ad elargire l’obolo agli indigenti, un velo, prodotto dall’avarizia, viene ad oscurare la gioia del nostro volto. Eppure, non ci sentiamo in dovere di rammaricarci per aver dimenticato il pensiero di Dio e averlo sostituito con le preoccupazioni delle cose temporali e corruttibili. Valgono esattamente per il nostro caso le parole di Salomone: « Sono stato ferito ma non ho sentito dolore; sono stato ingannato ma non me ne sono accorto » (Pr 23,35 LXX).

VIII. – Pochi son coloro che capiscono che cos’è il peccato

Coloro invece che ripongono il colmo della gioia e della felicità nella contemplazione delle cose celesti, se per un istante sono strappati ai loro pensieri da qualche violenta distrazione, credono di aver commesso un sacrilegio e lo puniscono subito con una severa penitenza. Piangono a calde lacrime per aver preferito al Creatore una miserabile creatura. Si accusano quasi di empietà, e sebbene abbiano subito ricondotto lo sguardo della loro mente alla contemplazione della gloria divina, trovano insopportabile quelle brevi tenebre di pensieri terrestri da cui furono assaliti: hanno insomma un sacro terrore per tutto ciò che può allontanare la mente dalla luce di Dio.

Questa era la disposizione di spirito che l’Apostolo Giovanni voleva far nascere in tutti i cristiani quando diceva: « Figliolini miei, non amate il mondo, né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, sappia che l’amore di Cristo non è in lui, perché tutto ciò che è nel mondo è concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita. Questi frutti avvelenati non vengono dal Padre ma dal mondo. Tuttavia il mondo si dissolve con le sue concupiscenze, colui invece che fa la volontà di Dio rimane in eterno » (Gv 2,15-17).

Certamente i santi disprezzano tutte le cose del mondo, ma non è possibile che essi le disprezzino a tal punto da non essere portati verso di quelle, sia pure per qualche istante. Nessuno, fatta eccezione per il Signore nostro Gesù Cristo, ha potuto tenere così fìssa la mente mobile dell’uomo nella contemplazione divina, da non allontanarsene mai o da non cadere nel peccato di affetto verso le cose create. A tal proposito dice la Scrittura: « Neppure gli astri son puri dinanzi a Dio » (Gb 25,5). E ancora: « Egli non si fida dei suoi santi, e negli stessi angeli trova delle colpe » (Gb 15,15). Una versione più fedele dice però così in questo passo: « Tra i suoi santi nessuno è immutabile e i cieli non son puri al suo cospetto » (Gb 15,15).

IX – Con quanta attenzione il monaco deve conservare il ricordo di Dio

Mi vien voglia di paragonare i santi agli scenòbati, che noi chiamiamo con termine più comune funamboli. Il paragone è calzante. I santi infatti, per poter conservare continua- mente il ricordo di Dio, camminano come su funi tese nell’aria.

Il funambolo, che affida la sua salvezza e la sua vita ad una sottilissima corda, sa bene di andare incontro a morte istantanea e crudele se una minima incertezza del piede gli fa perdere l’equilibrio e lo distoglie da quella direzione in cui sta la sua salvezza. Mentre egli, con arte ammirevole, compie le sue evoluzioni aeree, se non tiene prudentemente i piedi sulla via sottilissima che calca, può accadere che la terra — per tutti gli altri sostegno naturale e fondamento solido — gli diventi la rovina immediata e sicura e questo, non perché la terra cambia natura, ma perché il funambolo vi precipita con tutta la violenza del suo peso.

Applichiamo il paragone. La bontà indefettibile e la sostanza immutabile di Dio non possono far danno alcuno, ma noi possiamo procurare la morte a noi stessi quando abbandoniamo le vette della contemplazione e scendiamo alle bassezze della terra. Dirò di più: il solo scostarsi da quelle altezze è già morte. Dice infatti il Signore: « Guai a loro perché si sono ritirati da me; essi saranno devastati perché hanno prevaricato contro di me » (Os 7,13). E ancora:« Guai a loro quando io mi ritirerò da essi! » (Os 9,12). E sta pure scritto: « Le tue iniquità ti puniscono, le tue infedeltà ti condannano. Impara e vedi quanto è amaro e funesto abbandonare il Signore tuo Dio » (Ger 2,19). « L’empio rimane prigioniero delle sue stesse colpe, ed è preso al laccio dai suoi peccati » (Pr 5,22). A coloro che si allontanano da Lui giustamente il Signore rivolge questo rimprovero: «Ecco, voi tutti che accendete un fuoco, o attizzate dei bracieri, gettatevi nella fiamma che voi preparate e sopra il braciere che avete acceso » (Is 50,11). E ancora: « Chi accende il male perirà » (Pr 19,9).

X – Chi tende alla perfezione si umilia sinceramente e riconosce di aver bisogno della grazia di Dio

I santi dunque si sentono ogni giorno pressati dal peso aggravante dei pensieri terrestri e allontanati dalle altezze sublimi della contemplazione; passano, contrariamente a quanto vogliono — anzi a loro insaputa — sotto la legge del peccato e della morte; sono allontanati dalla divina presenza a causa delle occupazioni enumerate sopra, le quali, per buone e giuste che possano essere, son tuttavia terrestri. E taccio di altre opere che buone non sono.

Certamente i santi hanno buone ragioni per elevare gemiti al Signore, hanno motivi per confessarsi peccatori, per versare costantemente vere lacrime di pentimento e per chiedere ogni giorno perdono dei peccati nei quali incorrono continuamente, vinti dall’umana fragilità. Perciò essi si riconoscono perseguitati, fino all’ultimo momento della vita, da assalti che sono motivo di continuo e acuto dolore, né possono offrire al Signore le loro stesse preghiere senza che ad esse si uniscano pensieri di timore.

Convinti, a causa della pesantezza della carne, di non poter raggiungere con le proprie forze il fine desiderato; convinti anche di non potersi unire — come vorrebbe il loro cuore —- al sommo bene, a causa delle distrazioni che li distolgono dalla contemplazione divina e li fanno schiavi delle cose mondane, essi ricorrono alla grazia di quel Dio che giusti- fica gli empi e dicono con l’Apostolo: « Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? La grazia di Dio, per mezzo di Gesù Cristo Signor nostro » (Rm 7,24-25). Si accorgono infatti di non poter fare il bene che vorrebbero fare e di cadere invece nel male che vorrebbero evitare e che detestano. In una parola: sono continuamente presi dal turbine dei pensieri e dalle preoccupazioni delle cose carnali.

XI – Spiegazione delle parole: « Mi compiaccio della legge di Dio secondo l’uomo interiore… »

I santi si rallegrano certamente nella legge di Dio, secondo i gusti di quell’uomo interiore che, passando sopra a tutte le cose esteriori, cerca di vivere in continua unione con Dio solo. Tuttavia sentono nelle loro membra (cioè inserita nella natura umana) un’altra legge, che si oppone a quella dello spirito (Rm 7,23). Essa assoggetta il loro spirito alla legge violenta del peccato, sottraendolo al Bene sommo e assoggettandolo ai pensieri terrestri. Pur ammettendo che certe occupazioni umane sono utili e necessarie, specialmente quando ci sono imposte dalla virtù della religione, per sovvenire alle necessità del prossimo, messe a confronto col sommo bene, che fa gioire il cuore di tutti i santi, quelle occupazioni appaiono un male da evitare. La ragione sta nel fatto che distolgono, sia pure per breve tempo, dalla gioia della beatitudine perfetta.

È veramente una legge di peccato quella introdotta nel mondo dalla disobbedienza del primo uomo. Per quella colpa giustamente risonò la sentenza del Giudice divino: « La terra sarà maledetta per cagion tua; con lavoro faticoso ricaverai da quella il tuo nutrimento; essa ti produrrà triboli e spine; col sudore della fronte mangerai il pane » (Gn 3,17-19).

Questa, dico io, è la legge inserita nelle membra di tutti gli uomini, una legge contraria a quella dello spirito e capace di allontanarci dalla contemplazione di Dio. A causa di quella legge — dopo che l’uomo ebbe conosciuto il bene e il male — la terra, maledetta per il nostro peccato, incominciò a produrre i triboli e le spine dei pensieri. Quelle spine soffocano i germi naturali delle virtù e impediscono che noi possiamo mangiare il pane che vien dal cielo (Gv 6,33) e fortifica il cuore dell’uomo (Sal 103,15), senza aver prima versato il sudore della nostra fronte.

Tutti gli uomini, senza eccezione alcuna, sono sottoposti a questa legge. Nessuno — neppure i santi — può mangiare questo pane senza il sudore della fronte e senza una vigilante custodia del cuore. Quando invece si tratta del pane comune, vediamo che esistono molti ricchi i quali se ne nutrono senza alcun sudore della loro fronte.

XII – Sul versetto paolino che dice: « Sappiamo che la Legge è spirituale… »

La Legge è spirituale: ce lo dice l’Apostolo. « Sappiamo infatti che la Legge è spirituale, ma io sono carnale, venduto quasi come schiavo al peccato » (Rm 7,14). Sì la legge che ci comanda di mangiare col sudore della nostra fronte il pane disceso dal cielo è spirituale, ma per il fatto di essere « venduti al peccato », noi siamo carnali.

Io mi domando: di quale peccato si tratta? Chi lo ha commesso? Si tratta senza dubbio del peccato di Adamo. La sua ribellione, il suo commercio (lasciatemi dire così) rovinoso e fraudolento, ci ha fatti diventare venduti. Quando, sedotto dalla persuasione del serpente, Adamo mangiò il frutto proibito, sottopose tutta la sua discendenza al giogo di una schiavitù senza fine. Questa è la consuetudine che regola i rapporti tra venditore e compratore: chi desidera farsi schiavo di un altro domanda al suo compratore una somma che serva a compensarlo della perdita della propria libertà e dell’accettazione di una schiavitù perpetua. La consuetudine qui descritta non fu smentita dal patto intercorso tra il serpente e Adamo: Adamo infatti riceve il prezzo della sua libertà mangiando il frutto proibito. Da quel momento egli perse la libertà naturale e scelse di farsi schiavo di colui che gli aveva pagato il prezzo mortale del frutto proibito. C’è di peggio: con quel patto Adamo stabilì per sempre nello stato di schiavitù tutta la sua discendenza. Un matrimonio tra schiavi potrebbe generare dei figli che non fossero schiavi?

Che dire allora? È forse vero che quell’astuto e perfido compratore ha strappato il diritto di possesso al padrone vero e legittimo? Certamente no! Il demonio, con un inganno, non ha potuto strappare a Dio tutto il suo tesoro, fino al punto che il vero padrone abbia perduto ogni diritto di proprietà. Anzi, lo stesso compratore e nemico di Dio, quantunque fuggitivo e ribelle, è costretto a stare al servizio di Dio. Va però osservato che alle creature ragionevoli Dio aveva dato il libero arbitrio; non era perciò conveniente che riconducesse alla libertà originale coloro che si erano venduti per un miserevole peccato di gola, senza che essi lo avessero desiderato con pentimento. Tutto ciò che è contrario alla bontà e alla giustizia ripugna all’Autore della giustizia e della bontà. Non sarebbe stato conveniente che Dio avesse ritolto all’uomo il dono della libertà; non sarebbe stato giusto che Dio ostacolasse la libertà dell’uomo e la tenesse schiava con la sua onnipotenza, senza più permetterne il naturale esercizio. Il Signore volle perciò riservare la salvezza dell’uomo ai secoli lontani, affinché il suo disegno si compisse nella pienezza dei tempi. Era conveniente che la discendenza di Adamo rimanesse nella condizione ereditata dal padre fino al momento in cui Dio stesso non l’avesse sciolta dalle antiche catene e ristabilita nel primitivo stato di libertà, per mezzo della sua grazia e a prezzo del suo sangue. È certo che Dio avrebbe potuto salvare il genere umano subito dopo il peccato, ma non lo volle. La sua giustizia non gli permetteva di infrangere i suoi stessi decreti.

Vuoi ora sapere perché sei stato venduto? Ascolta Dio stesso che te lo dice chiaramente per bocca del profeta Isaia: « Dov’è il libello di ripudio della vostra madre, con il quale io l’ho ripudiata? Ovvero, qual è il mio creditore, al quale io vi ho venduti? Per le vostre iniquità voi foste venduti, e vostra madre fu ripudiata per i vostri peccati » (Is 50,1). Vuoi anche sapere perché Dio non ti volle strappare dal giogo della schiavitù con la sua potenza? Ascolta le parole con le quali egli rimprovera gli schiavi del peccato per essersi volontariamente venduti. « Il mio braccio sarebbe dunque troppo corto per liberarvi, e non ho forza abbastanza per liberare? » (Is 50,2).

Ma ecco che lo stesso profeta dice che cosa è stato che si è continuamente opposto alla misericordia onnipotente del Signore: « Ecco: la mano del Signore non è troppo corta per salvarvi, né il suo orecchio tanto duro da non sentire; ma furono le vostre iniquità che hanno scavato un abisso tra voi e il vostro Dio. A causa dei vostri peccati egli si copre la faccia per non udirvi » (Is 59,1-2).

XIII – Sulle parole: « So che il bene non abita in me, cioè nella mia carne… »

Divenuti carnali, condannati alle spine e ai triboli della prima maledizione di Dio, venduti da nostro padre con un pessimo commercio, siamo incapaci di fare il bene che vogliamo. Quando la nostra mente si occupa di Dio, ecco che la necessità ci strappa a quel pensiero per tirarci alle occupazioni della debolezza umana.

Mentre ci sentiamo accesi di amore per la purezza, ci assalgono le tentazioni della carne, che noi vorremmo ignorare completamente. Tutto questo ci persuade che il bene non abita in noi, e quando dico « il bene », intendo quella contemplazione perpetua e tranquilla di cui ho parlato già prima. In noi si è operato un lacrimevole e dannoso divorzio. Con la mente vorremmo servire la legge di Dio e non staccare mai i nostri occhi dalla luce divina; ma dato che siamo immersi nelle tenebre della carne, la legge del peccato ci stacca violentemente al bene che abbiamo conosciuto. Dalle altezze della vita spirituale precipitiamo nelle preoccupazioni e nei pensieri di questa terra. A questo ci condanna la legge del peccato, vale a dire la sentenza pronunciata da Dio contro il primo peccatore.

Questa è la ragione per cui il beato Apostolo, pur confessando apertamente la necessità e l’inevitabilità del peccato che tiene prigioniero lui e gli altri santi, dice coraggiosamente che nessuno dei santi è perciò da condannare: « Non c’è dunque nessuna condanna per coloro che sono in Cristo Gesù. La legge infatti dello spirito di vita, che è in Cristo Gesù, mi ha liberato dalla legge del peccato e dalla morte » (Rm 8,1-2).

È come dire: la grazia che Gesù Cristo spande ogni giorno sopra ai suoi santi, li assolve da ogni colpa. Quando essi implorano il perdono delle loro colpe, vengono liberati dalla legge del peccato e dalla morte, alle quali li assoggetta per sempre — anche se contro loro voglia — l’antico castigo. Vedete dunque che san Paolo parlava in nome dei santi e dei profeti, non già dei peccatori, quando diceva: « Io non facico il bene che voglio; ma al contrario faccio il male che non voglio » (Rm 7,19). Oppure: « Vedo nelle mie membra un’altra legge, che lotta contro la legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra » (Rm 7,23).

XIV – Obiezione: le parole dell’Apostolo: « Io non faccio il bene che voglio… » non convengono né agli infedeli né ai santi,

A nostro avviso le parole ora riferite non convengono né a coloro che vivono nel peccato mortale, né all’Apostolo e a coloro che al par di lui vivono da perfetti. Noi crediamo che debbano applicarsi piuttosto a coloro i quali dopo aver ricevuto la grazia divina e conosciuta la verità, vorrebbero sì liberarsi dai vizi della carne, ma si vedono ancora attratti verso le antiche concupiscenze da una abitur dine inveterata e forte, che li domina, li tiranneggia, come una legge naturale. Infatti l’abitudine e la ripetizione degli atti cattivi creano una specie di legge della natura. Conficcata nelle carni della povera umanità, quella legge assoggetta a sé, per condurle al vizio, le inclinazioni di un’anima non ancora perfettamente formata alla pratica della virtù: un’anima — se così posso dire — di castità ancor tenera e nuova. Ma tale legge sottomette quest’anima debole — in forza di una legge antica — alla morte e al giogo tirannico del peccato, senza permetterle di appropriarsi il bene desideratissimo della purezza, costringendola invece a fare il male che quella detesta.

XV – Risposta all’obiezione

Teona. Le vostre opinioni hanno già progredito molto. Ma voi stessi affermate che quelle parole della sacra Scrittura non son dette a nome di coloro che sono peccatori nel senso più grave del termine, ma si addicono a coloro che cercano di tenersi lontani dai peccati della carne. Penso però che, dopo aver separato i destinatari di quelle parole dalla turba dei peccatori più orrendi, voi giungerete adagio adagio ad ammettere che le parole dell’Apostolo son rivolte anche ai fedeli e ai santi.

Quali sono, secondo voi quei peccatori che dopo il battesimo possono commettere delle colpe dalle quali li può liberare la grazia che il Signore dona ogni giorno; quale credete che sia quel corpo di morte di cui parla l’Apostolo quando dice: « Me infelice, chi mi libererà da questo corpo di morte? La grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo Signore nostro » (Rm 7,24-25)? Non vi par chiaro? Non vi sembra che la verità stessa vi spinga a dire non trattarsi qui di tutte quelle colpe mortali dalle quali deriva la morte eterna? Voglio dire: omicidio, fornicazione, adulterio, ubriachezza, furto, rapina? No: si tratta di quel corpo del peccato di cui abbiamo parlato più sopra, e al quale porta rimedio ogni giorno la grazia del Signore.

Chiunque, dopo aver ricevuto il battesimo e l’illuminazione di Dio, si abbandona al vecchio corpo di morte, sappia che il suo peccato non sarà assolto dalla grazia quotidiana del Signore, cioè da quel perdono facile che Dio accorda su nostra richiesta, alle colpe di poca entità. Chi è reo di tali peccati dovrà assoggettarsi al dolore di lunghe penitenze e di grandi espiazioni, a meno che non voglia essere condannato, nella vita futura al supplizio del fuoco eterno. È proprio l’Apostolo che ci assicura di ciò: « Attenti a non illudervi: né fornicatori, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né fornicatori, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapinatori, saranno eredi del regno di Dio » (1 Cor 6,9-10).

Ora io domando: qual è questa legge che milita nella nostra carne e lotta contro il nostro spirito? Quale questa legge che, dopo averci fatto schiavi — nonostante la nostra resistenza — del peccato e della morte, lascia tuttavia che con lo spirito serviamo il Signore? Io non credo davvero che per legge del peccato si debbano intendere quelle colpe gravissime di cui abbiamo parlato sopra. Se uno si macchiasse di tali peccati, non potrebbe più — con lo spirito — servire la legge di Dio. Prima di commettere uno di questi peccati nella sua carne, l’uomo dovrebbe fare spiritualmente divorzio da Dio. Che cosa vuol dire, infatti servire la legge del peccato, se non fare quello che il peccato comanda? E qual è il peccato di cui possa sentirsi schiavo un santo come l’Apostolo, senza per questo dubitare di esserne liberato dalla grazia quotidiana di Cristo? Dice infatti l’Apostolo: « Infelice che sono! Chi mi libererà da questo corpo di morte? La grazia di Dio, per mezzo di Gesù Cristo Signore nostro » (Rm 7,24-25). Io domando ancora: quale sarà, secondo voi, questa legge nelle nostre membra, la quale strappandoci alla legge del peccato, ci fa infelici, ma non colpevoli? Per essa, non siamo condannati al supplizio eterno, ma soltanto sospiriamo per il timore di vedere interrotta la gioia della nostra beatitudine. Per questo —- per essere ristabiliti nella beatitudine — gridiamo con l’Apostolo: « Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? ».

Esser fatto schiavo della legge del peccato, che altro significa se non rimanere effettivamente nel peccato? E qual è il bene sommo, quello che neppure i santi possono ottenere se non la perpetua contemplazione, dinanzi alla quale tutti gli altri beni impallidiscono, come abbiamo dimostrato sopra?

In questo mondo ci sono molti beni, lo riconosciamo volentieri. Basti dire la castità, la continenza, la sobrietà, l’umiltà, la giustizia, la misericordia, la temperanza, la pietà. Ma questi non possono essere paragonati con il bene supremo: quelli son beni raggiungibili, non solo dagli Apostoli, ma dalle stesse anime mediocri. È vero che se quei beni non saranno da noi rispettati, meriteremo il castigo eterno, o il dolore di un lungo purgatorio, ma dopo l’offesa di quei beni o di quelle virtù non possiamo sperare il perdono dalla grazia quotidiana di Cristo.

Conveniamone ormai: non resta che applicare le parole dell’Apostolo alle anime dei santi. Essi, sottomessi ogni’ giorno alla legge del peccato — a quella da noi spiegata e non all’altra che fa commettere peccati mortali — conservano la fiducia della loro salvezza. Non cadono in colpa grave, ma secondo quel che abbiamo detto più volte, di-i scendono dalla contemplazione divina alle preoccupazioni della terra, e si trovano continuamente stornati dalla vera beatitudine. Se invece fosse vero che per questa legge, agglutinata con la loro carne, i santi son travolti ogni giorno in peccati mortali, non dovrebbero essi lamentarsi d’aver perduto la beatitudine, ma l’innocenza, e l’apostolo Paolo non dovrebbe dire: « Me infelice! », ma piuttosto: « Impuro e scellerato che sono! ». In tal caso l’Apostolo non dovrebbe augurarsi la liberazione da questo corpo di morte, cioè dalla condizione umana, ma piuttosto la liberazione dai delitti della carne. Non è invece così. Vedendosi schiavo e incline alla sollecitudine delle cose carnali, a causa della fragilità umana, l’Apostolo piange su questa legge di peccato alla quale è oggetto contro la sua volontà e ricorre a Cristo perché la sua grazia lo salvi con pronto intervento. Tutto quello che la legge del peccato ha prodotto nel cuore dell’Apostolo: spine, triboli, sollecitudini carnali; la legge della grazia lo toglie totalmente. « La legge dello spirito di vita, che è in Cristo Gesù, mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte » (Rm 8,2).

XVI – Che cos’è il corpo di peccato?

Questo è dunque l’inevitabile corpo di morte, nel quale i perfetti ricadono ogni giorno, pur avendo gustato « quanto è buono il Signore » (Sal 33,9); e così provano anch’essi « quanto sia amaro e funesto abbandonare il Signore »(Ger 2,19). Questo è quel corpo di morte che ritrae i giusti dalla contemplazione celeste e li fa piombare nelle cose terrestri. È questo corpo che, mentre essi recitano i salmi o stanno inginocchiati in preghiera, richiama alla loro memoria forme umane, parole, affari, azioni inutili. Questo è il corpo di morte per il quale, desiderando imitare la santità degli angeli o starsene per sempre uniti al Signore, non riescono a raggiungere un sì alto bene e fanno il male che non vorrebbero perché trasportati dal pensiero verso quelle cose che non giovano né al progresso spirituale né alla perfezione della virtù. Infine il beato Apostolo, per farci chiaramente intendere che vuol parlare dei santi, dei perfetti, di coloro insomma che assomigliano a lui, aggiunge subito dopo: « E questo è vero anche per me » (Rm 7,25). È come se dicesse: quando vi parlo così, io scopro i segreti della mia coscienza, non quelli della coscienza altrui. È abituale a san Paolo far uso di simili modi di dire quando vuole accennare a se stesso.

Dice ad esempio: « Io Paolo, vi scongiuro per la mansuetudine e la modestia di Cristo » (2 Cor 10,1). E in altra occasione: « Per quanto mi riguarda, io non ho voluto esservi di peso » (2 Cor 12,13). E ancora: « E sia pure; io non vi sono stato d’aggravio » (2 Cor 12,16). E altrove: « Sono io, Paolo, che ve lo dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla » (Gal 5,2). E infine ai Romani: « Desideravo essere anatema io stesso per i miei fratelli » (Rm 9,3). Si può dunque ragionevolmente pensare che l’Apostolo abbia inteso sottolineare con enfasi la sua affermazione: « Così io stesso » (Rm 7,25). Pare voler dire: io che son da voi conosciuto come Apostolo di Cristo; io trattato da voi con ogni riverenza e rispetto; io stimato da voi così eccellente e perfetto; io che sono il portatore di Cristo, perché Egli parla in me, confesso che mentre con lo spirito son sottomesso alla legge di Dio, con la carne resto soggetto alla legge del peccato. Le distrazioni inseparabili dalla condizione umana, mi obbligano spesso a scendere dal cielo alla terra: dalle altezze, in cui sarebbe bello rimanere sospesi, l’anima mia discende alle preoccupazioni delle cose basse e meschine. È la legge del peccato — lo riconosco — che mi soggioga ad ogni istante; e quantunque i miei desideri rimangano invariabilmente orientati a Dio, mi sento incapace a liberarmi da questa schiavitù tremenda, perciò ricorro incessantemente alla grazia del Salvatore.

XVII – Tutti i santi hanno sinceramente riconosciuto di esser impuri e peccatori.

I santi son costretti a sospirare continuamente per colpa della loro umana debolezza. Quando considerano la svagatezza dei loro pensieri, o vanno in fondo alle pieghe riposte della loro coscienza, esclamano in tono supplichevole: « Signore, non chiamare in giudizio il tuo servo, perché nessun vivente è giusto innanzi a te » (Sal 142,2). Oppure: « Chi può dire: ho purificato il mio cuore, son dunque libero da ogni peccato » (Pr 20,9)? Ancora: « Non esiste in terra un uomo giusto che faccia il bene senza mai peccare » (Sir 7,21 LX). Oppure: « Chi è capace di conoscere le sue colpe? » (Sal 18,13). Per tal modo i santi hanno sempre pensato che la giustizia dell’uomo è imperfetta, debole e sempre bisognosa della misericordia divina. Dio purificò una volta i peccati di un grande santo (Isaia) con un carbone acceso, preso dall’altare. E quello stesso santo profeta, dopo aver goduto una teofania, dopo aver contemplato i serafini fiammanti e ricevuta la rivelazione dei più sublimi misteri, esclama: « Ahimè! Sono perduto, perché sono un uomo di labbra impure e vivo in mezzo a un popolo dalle labbra impure » (Is 6,5).

Io credo che il profeta non avrebbe avvertito l’impurità delle sue labbra se non avesse imparato a conoscere, attraverso la contemplazione di Dio, ciò che costituisce la Vera e integra purezza della perfezione. Quando ebbe la visione di Dio conobbe immediatamente in sé quelle brutture che prima gli rimanevano nascoste. Isaia infatti parla della impurità delle sue labbra, non già della impurità del popolo, quando dice: « Misero me! Io sono un uomo di labbra impure ». La prova della validità di questa interpretazione sta nelle parole che seguono: « …E abito in mezzo ad un popolo dalle labbra impure ». C’è di più. Allorché il profeta confessa, nella sua preghiera, l’impurità dei peccati che imbrattano la terra, non prega soltanto pei grandi peccatori, ma abbraccia con loro anche la schiera dei giusti e dice: « Ecco tu eri adirato perché noi peccavamo, trascinati dalle nostre infedeltà e passioni. E noi tutti eravamo impuri e tutte le nostre opere buone sono come un panno macchiato » (Is 64,4-5). Ora io domando: che cosa può darsi di più chiaro di questa sentenza? Il profeta non ha considerato qualcuna delle nostre opere buone, ma le ha considerate tutte, poi ha considerato quali possono essere per noi le cose più stomachevoli e rivoltanti e non avendo trovato nulla di più sordido o più sporco di un panno pieno d’immondizie, a quello ha raffigurato le nostre opere buone. È inutile dunque che vi ostiniate ad opporre la vostra piccola obiezione alla evidenza dei fatti. Voi poc’anzi dicevate così il vostro pensiero: se nessuno è senza peccato, nessuno è santo; ma se nessuno è santo nessuno si salverà. Questa difficoltà si può sciogliere con le parole stesse del profeta. Egli dice al Signore: « Ecco che tu sei irritato e noi siamo caduti in colpa » (Is 64,5). Ciò significa: quando tu, Signore, hai allontanato il tuo sguardo dalla superbia del nostro cuore e dalle nostre negligenze, ci hai come privati del tuo soccorso, e subito la voragine ci ha ingoiati. È come se dicesse all’astro splendente del sole: ecco che tu ti sei ritirato al disotto dell’orizzonte e noi siamo stati avvolti da una oscurità tenebrosa. Ma quantunque Isaia dica che i santi hanno peccato, e non solo hanno peccato ma son rimasti altresì nella loro colpa, non giunge a disperare della loro salvezza: « Noi, dice, siamo sempre stati nel peccato, ma saremo salvati » (Is 64,5).

Ora vorrei accostare la sentenza d’Isaia: « Ecco che tu ti sei irritato, o Signore, e noi abbiamo peccato », a quella dell’Apostolo: « Misero me! Chi mi libererà da questo corpo di morte? ». Quando il profeta soggiunge, cioè: « Noi siamo sempre stati nel peccato, ma saremo salvati », concorda bene con quanto soggiunge san Paolo dopo la sua esclamazione: « Mi salverà la grazia di Dio, per mezzo di Gesù Cristo Signor nostro ». Anche altre parole del profeta sembrano accordarsi con quelle di san Paolo: intendo dire di quella frase: « Misero me! Io sono un uomo di labbra impure e abito in mezzo a un popolo dalle labbra impure » e dell’altra: « Infelice che sono! Chi mi libererà da questo corpo di morte? ». Finalmente il profeta continua: « Ecco che uno dei serafini volò verso di me, e aveva in mano un carbone acceso (o una pietra) di fuoco, che aveva preso con le forbici di sull’altare. Con quello toccò le mie labbra e disse: Ecco, con questo ho toccato la tua bocca e la tua iniquità sarà tolta e il tuo peccato sarà cancellato » (Is 6,6-7). Queste parole hanno grandissima somiglianza con quelle di san Paolo: « Mi libererà la grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore » (Rm 7,25).

Vedete dunque che i santi non hanno parlato in nome del popolo peccatore, ma in nome proprio, e si son riconosciuti veramente peccatori. Nello stesso tempo, però, mai hanno disperato della propria salvezza. La piena giustizia, che non sperano di ottenere con le loro forze (a causa della fragilità umana) la sperano dalla grazia del Signore e dalla sua misericordia.

XVIII – Neppure i santi e i giusti sono senza peccato

L’insegnamento stesso del Salvatore divino ci assicura che nessuno, sia santo quanto si vuole, può andare esente dal debito del peccato. Quando il Signore insegna ai suoi discepoli la formula della preghiera perfetta, fra tanti comandi che non potrebbero convenire ai cattivi e agli infedeli, perché son dati soltanto ai fedeli e ai perfetti, include anche il comando di pregare così: « Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori » (Mt 6,12).

Se questa preghiera non suona stonata sulla bocca dei santi, come si deve credere indubbiamente, si potrà trovare un uomo così sciocco e presuntuoso, tanto gonfio di superbia diabolica, da proclamarsi immune da peccato? Non è vero che questo equivarrebbe a dichiararsi superiore all’apostolo Paolo? Ma che dico? Questa dichiarazione equivarrebbe a riprendere il Salvatore medesimo come reo di ignoranza o di leggerezza. Perché i casi son due: o il Signore non sapeva che ci potevano essere al mondo uomini senza debiti di sorta, oppure insegnò qualcosa di falso a coloro che conosceva non bisognosi di questo rimedio. Quando i santi, obbedendo al comando del loro re, dicono ogni giorno: « Rimetti a noi i nostri debiti », può darsi che dicano il vero, e in tal caso è provato che nessuno è senza colpa; oppure può darsi che dicano il falso, e in questo caso resta vero che non sono immuni dalla colpa di menzogna. Anche il sapientissimo Ecclesiaste — dopo aver considerato mentalmente tutte le azioni e occupazioni degli uomini, — afferma senza alcuna eccezione: « Non c’è un giusto sopra la terra, il quale faccia il bene senza mai peccare » (Sir 7,21 LXX). In altri termini: non si è mai trovato un uomo di tale santità, di tale diligenza e attenzione, da poter restare continuamente unito al bene vero, senza dover registrare ogni giorno qualche colpa di distrazione. Però, mentre dice che questo uomo non è immune da peccato, il libro Sacro nega che sia giusto.

XIX – Anche nel momento in cui ci diamo all’orazione, mal si può evitare il peccato

Chi vuole attribuire alla natura umana l’anamarteton, cioè l’impeccabilità, non porti contro di me delle parole vane, ma produca la testimonianza della sua coscienza e si dichiari senza peccato, se ha la consapevolezza di non essere mai stato separato dal bene supremo. Più ancora. Chiunque, interrogando seriamente la sua coscienza, potrà affermare di aver celebrato senza distrazioni una sola sinassi (e non dico di più), si faccia avanti e si proclami senza peccato.

Confessiamo che la nostra mente svolazzante non sa fare a meno di incorrere in pensieri vani e superflui: per questo siamo pronti a riconoscere in tutta verità che nessuno è immune totalmente dal peccato. Per quanto uno sia attento a difendere il suo cuore non lo difenderà mai quanto richiede lo spirito, che è per natura sua diametralmente opposto alla carne.

Quanto più l’anima progredisce, tanto più grande è la purezza della contemplazione in cui viene a trovarsi, ma è altresì più grande la consapevolezza della propria impurità, vista nello specchio della divina purezza. Quando l’anima è protesa verso le più sublimi visioni, e desidera cose assai più perfette di quelle che compie, necessariamente è portata a disprezzare come vili e di poco conto le azioni che sta compiendo. Un occhio sano vede più cose di quello malato; chi vive senza meritare rimprovero rimprovera se stesso con maggior dolore; chi corregge i suoi costumi e vigila attentamente per acquistare le virtù, moltiplica gemiti e sospiri. Insomma, nessuno, che sia veramente spirituale, è contento del grado al quale si trova. Più la sua anima è pura, e più si vede indegno e trova in sé ragioni per umiliarsi; mai trova motivo’ d’esaltarsi. Più uno vola rapidamente verso le vette della perfezione, più vede aumentare il cammino da percorrere. Anche l’Apostolo prediletto, colui « che Gesù amava » (Gv 13,23), quando posò il capo sul petto del Signore, estrasse da quel cuore divino questa parola: « Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi, e la verità non è in noi » (1 Gv 13,23). Dunque, quando diciamo di essere senza peccato non abbiamo in noi la verità, cioè non abbiamo in noi il Cristo.1E allora che cosa guadagniamo con questa affermazione? Una triste cosa: da semplici peccatori diventiamo empi e scellerati.

XX – Da chi si deve imparare a liberarsi dal peccato e a divenire perfetti nella virtù

Ma se proprio ci preme approfondire la questione e sapere esattamente se l’impeccabilità è possibile ad una natura umana, nessuno potrà meglio istruirci su tale argomento di coloro che « hanno crocifisso la loro carne coi vizi e le concupiscenze » (Gal 5,23), e pei quali « il mondo è crocifisso » (Gal 6,14) veramente. Questi santi, dopo essersi sradicati dal cuore tutti i vizi, mentre cercano di allontanare dalla mente persino il pensiero e il ricordo del peccato, confessano lealmente e continuamente di non poter rimanere per un’ora sola senza macchia di peccato.

XXI – Benché convinti di non essere senza peccato, noni, dobbiamo astenerci dalla santa comunione

Non dobbiamo astenerci dalla comunione del corpo del Signore perché abbiamo coscienza d’esser peccatori, dobbiamo al contrario cercarla avidamente, per trovare in essa la salute dell’anima e la purezza dello spirito. Sì, con sentimento d’umiltà e di fede, pur giudicandoci indegni d’una grazia sì grande, dobbiamo andare alla comunione, per aver un rimedio alle nostre ferite. Se aspettassimo di esser degni non faremmo la comunione neppure una volta all’anno. Eppure, molti di coloro che vivono nei monasteri hanno l’abitudine di comunicarsi una sola volta all’anno! Si son fatti un tal concetto della santità e della grandezza dei divini misteri, che secondo loro si può andarli a ricevere solo se siamo santi e senza macchia, non già per santificarsi e liberarci da ogni macchia. Essi pensano di evitare così ogni presunzione d’orgoglio e invece cadono in un orgoglio più grande, perché, almeno nel giorno in cui si comunicano si ritengono degni della comunione. Quanto è meglio ricevere i sacri misteri ogni domenica, come un rimedio alle nostre infermità! Conviene accostarsi all’Eucaristia con umiltà di cuore, con la persuasione e la protesta che non siamo degni di una tal grazia, e non gonfiarci della stolta presunzione che una volta all’anno ne siamo degni.

Per ben comprendere questi insegnamenti e per conservarne un salutare ricordo, imploriamo fervorosamente la misericordia del Signore e diciamogli che ci aiuti a metterli in pratica. Nel caso nostro non si tratta di scienze umane che s’imparano con l’insegnamento verbale: qui valgono soprattutto la pratica e l’esperienza. Con ciò non intendo negare che di questi argomenti convenga fare uno studio attento nelle Conferenze con uomini spirituali; ma vai più approfondirli con esempi e pratiche quotidiane. Se non si fa così, gl’insegnamenti cadono in dimenticanza, o sono sopraffatti dalla nostra negligenza.

 

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