Le Conferenze Spirituali di Cassiano: Imparare dall’esperienza dei nostri antenati

 

24.a CONFERENZA

CONFERENZA DELL’ABATE ABRAMO

SULLA MORTIFICAZIONE

 

Indice dei capitoli

  1. Come manifestammo all’abate Abramo i segreti della nostra mente.
  2. Come il vecchio abate mise a nudo i nostri errori.

III. Carattere dei luoghi che devono scegliere gli anacoreti.

  1. Qual genere di lavoro convenga scegliere ai solitari.
  2. L’ansietà del cuore è piuttosto aggravata che alleviata dalle uscite verso l’esterno.
  3. Un paragone per dimostrare come il monaco deve custodire i suoi pensieri.

VII. Domanda: perché la vicinanza dei genitori debba essere stimata dannosa agli altri monaci e non a quelli che dimorano in Egitto.

VIII. Risposta: tutto non va bene per tutti.

  1. Soltanto coloro che son capaci d’imitare la mortificazione dell’abate Apollo, hanno diritto a non temere la vicinanza dei loro genitori.
  2. Domanda: se sia nocivo al monaco ricevere il sostentamento dai suoi genitori.
  3. Risposta: che cosa pensa in proposito sant’Antonio.

XII. Utilità del lavoro e danni dell’ozio.

XIII. Favola del barbiere, inventata per scoprire le illusioni diaboliche.

XIV. Domanda: qual è l’origine dei pensieri dannosi?

  1. Risposta sui tre movimenti dell’anima.

XVI. La parte ragionevole dell’anima nostra è corrotta.

XVII. La parte più debole dell’anima è la prima a soccombere dinanzi agli assalti del diavolo.

XVIII. Domanda: se il desiderio di un silenzio più intenso ci avvicini al cielo.

XIX. Risposta sulla illusione del diavolo che consiste nel promettere la pace come frutto di una solitudine più vasta.

  1. Quanto sia utile prendersi un poco di svago all’arrivo di qualche confratello.

XXI. Come san Giovanni evangelista ha dimostrato l’utilità del riposo.

XXII. Come vanno intese le parole evangeliche: «Il mio giogo è soave e il mio peso è leggero»?

XXIII. Spiegazione di quelle parole.

XXIV. Perché il giogo del Signore sembra amaro e pesante.

XXV. Utilità delle tentazioni.

XXVI. In qual senso è promesso il centuplo in questo mondo a chi opera perfetta rinunzia.

 

  1. Come manifestammo all’abate Abramo i segreti della nostra mente

Inizio, con l’aiuto del Signore, la ventiquattresima Conferenza, quella dell’abate Abramo, che sarà l’ultima della serie. Con questa si concludono gl’insegnamenti dei vecchi monaci.

Quando, con l’aiuto delle vostre preghiere, io avrò terminato questo lavoro, crederò di aver mantenuto le mie promesse e di aver simbolicamente richiamato i ventiquattro vegliardi dell’Apocalisse, che offrivano le loro corone all’Agnello. Se i ventiquattro vegliardi delle nostre Conferenze meritano una corona di gloria, per la loro bella dottrina, l’offriranno anch’essi, con la testa chinata nella polvere, all’Agnello divino, che è stato immolato per la salvezza del mondo. È lui — l’Agnello divino — che ha donato ai vecchi monaci qui ascoltati la dottrina sublime, e a me una certa capacità di riprodurne la profondità. È un dovere riferire il merito dei nostri doni all’Autore d’ogni bene, verso il quale tanto più siamo debitori quanto più cerchiamo di sdebitarci.

Portammo all’abate Abramo la confessione ansiosa della lotta ingaggiata contro di noi dai pensieri che ci spingono continuamente a tornare a casa per rivedere i nostri familiari. Il motivo che più d’ogni altro alimenta simili pensieri è il ricordo della religione e della pietà dei nostri genitori: siamo sicuri che essi non vorrebbero mai esser di ostacolo alla nostra forma di vita. Anzi, pensiamo continuamente che dal contatto prolungato con loro ci può derivare un profitto. Nessuna preoccupazione per le cose materiali, nessun affanno per provvederci il vitto quotidiano verrebbe più a turbarci, qualora essi stessi, con grande gioia, ci provvedessero del necessario.

Va anche detto che noi pascevamo la nostra mente con vane gioie e vane speranze. La nostra fantasia ci dipingeva la conversazione di molti nostri conoscenti che sarebbero stati chiamati alla via della salvezza dal nostro esempio e dai nostri ammonimenti. La stessa amenità dei luoghi che furono possesso dei nostri antenati, ci si spiegava davanti agli occhi incantati: una distesa solitaria dolce e invitante, dove un monaco avrebbe trovato segrete foreste e cibi spontanei. Noi rivelammo al santo vegliardo tutti questi pensieri, come ci dettava la coscienza. Gli dicemmo anche, piangendo, che non eravamo più capaci di sostenere questi assalti, se la grazia del Signore non veniva ad aiutarci con un rimedio che attendevamo dalla sua conferenza. Udito questo, il vecchio abate rimase alquanto pensieroso, poi prese a dire così, dopo un profondo sospiro.

 

  1. Come il vecchio abate mise a nudo i nostri errori

Voi non avete ancora rinunciato ai desideri del mondo, né avete ancora mortificato le vostre antiche passioni: si nota chiaramente dai pensieri che manifestate. La leggerezza del vostro cuore corre dietro ai capricci di desideri fluttuanti: solo col corpo, e non con lo spirito, avete intrapreso il grande viaggio e vi siete separati dai vostri familiari. Se voi sapeste che cos’è la rinuncia e qual è il motivo della nostra vita solitaria, a quest’ora codesti pensieri sarebbero completamente morti, del tutto sradicati dal vostro cuore. Mi accorgo che soffrite di un male che si chiama oziosità. Di quel male il libro dei Proverbi dice: «L’ozio è pieno di desideri» (Pr 13, 4: LXX). E ancora: «I desideri uccidono il pigro» (Pr 21, 25).

A me non sarebbero mancati gli aiuti e i comodi carnali di cui avete parlato, tuttavia non pensai che fossero convenienti alla vita monastica, né stimai che la dolcezza dei mezzi umani potesse giovarmi quanto mi giova l’asprezza di questi luoghi e la penitenza corporale. Non è poi vero che siamo sprovvisti completamente dell’aiuto dei nostri familiari. Essi sarebbero lieti di aiutarci con le loro largizioni, se noi non ricordassimo quelle parole del Signore che escludono tutto quanto può solleticare i gusti della carne: «Chiunque non lascia — anzi non odia — il padre e la madre, i fratelli e le sorelle, non può essere mio discepolo» (Lc 1,26). Ma anche se fossimo totalmente privi dell’aiuto dei nostri familiari, non ci potrebbero mancare i favori dei potenti del mondo, i quali sarebbero lieti di provvederci il necessario alla vita, e lo farebbero ringraziandoci di aver accettato il loro dono. Noi potremmo ben accettare una simile munificenza e liberarci così da ogni preoccupazione del vitto quotidiano, se non ci fossero a spaventarci ed a ritrarci le parole del profeta: «Sia maledetto l’uomo che pone la sua speranza in un altro uomo» (Ger 17, 5: LXX), e ancora: «Non abbiate fiducia negli uomini potenti» (Sal 146 (145), 2). Io avrei potuto costruire la mia cella lungo le sponde del Nilo per aver così l’acqua a portata di mano; questo mi avrebbe risparmiato la fatica di portarmela a spalle da quattro miglia di lontananza. Ma c’è la parola di S. Paolo che ci esorta ad essere infaticabili e a cercare la fatica: «Ciascuno — egli dice — riceverà la ricompensa secondo la fatica» (1 Cor 3,8). Anche in questa regione esistono luoghi incantevoli ed appartati, lo so benissimo. Là c’è abbondanza di frutti, amenità e fertilità di giardini da cui potremmo ottenere, senza lavoro, il necessario alla vita. Ma in tal caso temeremmo di meritare il rimprovero del Vangelo: «Hai ricevuto la tua ricompensa mentre eri ancor vivo» (Lc 16,25).

Noi monaci invece abbiamo disprezzato e reputato zero tutte queste comodità e tutti i piaceri del mondo. La nostra preferenza va ai luoghi aridi e deserti. A tutte le gioie anteponiamo la dura solitudine di questo deserto; le più attraenti ricchezze della terra ci sembrano spregevoli se messe a confronto con queste sabbie abbandonate. Noi infatti non cerchiamo i transitori guadagni del corpo, ma il guadagno dell’anima, che dura per tutta l’eternità.

Non basta che un monaco rinunci una sola volta, che disprezzi cioè le cose del mondo solo al momento della sua conversione: egli deve ripetere ogni giorno la sua rinuncia. Noi dobbiamo dire col profeta, fino all’ultimo della nostra vita: «Tu sai o Signore, che io non ho desiderato il giorno dell’uomo» (Ger 17, 16). Anche il Signore nel Vangelo ha detto: «Se uno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua» (Lc 9, 23).

 

III. – Carattere dei luoghi che devono scegliere gli anacoreti

È spiegato in tal modo perché colui che vuol tener continuamente desta la sollecitudine dell’uomo interiore, deve cercare dei luoghi che non lo mettano in tentazione per motivo della loro ricchezza e fertilità, né gl’impediscano di rimanere fisso nella sua cella, obbligandolo continuamente a lavorare all’aria aperta. Se vivesse sempre all’aperto, i suoi pensieri cambierebbero direzione e lo sguardo dell’anima si rivolgerebbe a molti oggetti distraenti, dopo essersi allontanato da Dio.

Questi pericoli non possono essere evitati da alcuno — sia pure vigilante e sollecito — se non si terrà continuamente chiuso, col corpo e con lo spirito, entro le pareti della sua cella. Il monaco, così, assomiglia ad uno spirituale pescatore che si procura il cibo secondo l’arte imparata dagli Apostoli. Fermo e attento, egli osserva nelle profondità tranquille del suo cuore le torme naviganti dei suoi pensieri. Poi, come da uno scoglio prominente, abbassa fino a fondo uno sguardo penetrante, e distingue con occhio esperto quali di quei pensieri deve tirare a sé con l’amo, e quali deve lasciar correre o disprezzare come dannosi.

 

  1. – Qual genere di lavoro convenga scegliere ai solitari

Chi è perseverante nella custodia del cuore, mette bene in pratica quel che dice con molta chiarezza il profeta Abacuc: «Io starò al mio posto d’osservazione, salirò sopra la pietra e osserverò per vedere cosa si potrà dire contro di me, e che cosa potrò rispondere al mio accusatore» (Ab 2, 1: LXX). Ma un tal modo di vivere è pieno di fatica e di difficoltà: lo dimostrano chiaramente le esperienze di coloro che vivono nel deserto di Calamo o di Porfirione. La solitudine che li separa dalla città e dai luoghi abitati dagli uomini è più vasta di quella che si riscontra per il deserto di Scito. Quei monaci devono fare sette o otto giorni di cammino, attraverso un deserto che non finisce mai, per arrivare al luogo in cui son situate le loro celle. Nonostante ciò essi si dedicano all’agricoltura e non stanno nelle loro celle. Ma quando vengono nei nostri luoghi, oppure vanno nella solitudine di Scito, sono assaliti da tale turbine di pensieri, sono oppressi da tante ansietà di animo, che a guisa di novellini, del tutto ignari degli esercizi della solitudine, non sanno sopportare la permanenza in cella, né il silenzio del riposo. Così li vediamo uscir di cella e agitarsi come pazzi. Ciò avviene perché non hanno imparato a dominare i movimenti dell’uomo interiore, né ad acquietare le tempeste dei loro pensieri, con una continua vigilanza e una perseverante attenzione. Per il fatto che lavorano e s’affaticano tutto il giorno fuori della cella, il loro corpo e la loro anima sono in continua agitazione esteriore, i loro pensieri s’intonano coi loro movimenti incessanti e si disperdono in tutte le direzioni. Pur tuttavia essi non si accorgono della incostante leggerezza del loro cuore e non hanno la forza di frenarne le divagazioni capricciose. Non sopportano la compunzione dello spirito e stimano insopportabile perfino la continuità del silenzio. Proprio loro, che non si lasciano domare dai lavori pesanti dei campi, sono vinti dalla quiete: la continuità del riposo li annienta.

 

  1. – L’ansietà del cuore è piuttosto aggravata che alleviata dalle uscite verso l’esterno

Quando il monaco se ne sta nella sua cella, non c’è da meravigliarsi se anche i suoi pensieri son come costretti in una clausura forzata e l’opprimono con la loro ansietà. Se il monaco esce di cella, i pensieri si precipitano fuori del luogo che li teneva costretti e incominciano a galoppare in tutte le direzioni, a somiglianza di cavalli sfrenati. Nel momento in cui i pensieri si sfrenano l’anima prova una breve e amara consolazione. Poi bisogna tornare in cella e anche la turbolenta schiera dei pensieri deve rientrare al suo luogo, e di là, secondo l’abitudine di una indisciplinatezza inveterata, suscita stimoli più dolorosi.

Quelli che non sanno, o non vogliono, resistere alle istigazioni della loro volontà, quando l’accidia fa sentire con più violenza i suoi assalti al cuore non temprato, escono, (per superare l’ansietà) fuori della cella. Ma se infrangono l’austerità della regola e si concedono la libertà di uscire molto spesso, susciteranno contro se stessi una peste più micidiale, proprio con quel mezzo nel quale credevano di trovare un rimedio. Così fanno anche certi ammalati, i quali credono di estinguere gli ardori della febbre bevendo acqua fresca, ma è chiaro che accendono, invece di spegnere il fuoco che hanno dentro. A quel momentaneo sollievo, seguirà un dolore più grave.

 

  1. Un paragone per dimostrare come il monaco deve custodire i suoi pensieri

Il monaco dunque deve tener fissa la sua attenzione sempre ad un solo scopo, che è il ricordo di Dio: a quello farà convergere tutti i pensieri che nascono o si agitano nel suo cuore. Il monaco assomiglia all’architetto che vuole costruire la volta di un’abside. Egli deve tracciarne l’intera circonferenza partendo dal centro, che è un punto molto delicato; poi deve calcolare, con esattezza infallibile, la perfetta rotondità e la forma della costruzione. Colui che pretendesse di compier bene una tale opera senza l’esatta determinazione del punto centrale, anche se fosse abile fino alla genialità, si verrebbe a trovare nell’impossibilità d’avere un disegno regolare e perfetto. Non potrebbe accorgersi, così ad occhio, in quale misura il suo errore ha impedito la bellezza che deve risultare da una perfetta rotondità. Per giudicare esattamente è necessario riferirsi al punto che permette di stabilire le giuste proporzioni e poi, secondo le indicazioni che vengono da quel punto, conviene determinare con precisione l’ambito esterno ed interno della costruzione. Un solo punto dunque è il sostegno e il centro di tutta la mole.

Lo stesso va detto per l’anima nostra. Se il monaco non pone nell’amor di Dio il centro fisso attorno al quale fa girare tutte le sue opere; se non raddrizza e talvolta non respinge i suoi pensieri, facendosi guidare, per dir così dal compasso esattissimo della carità, non potrà mai costruire con vera abilità quell’edificio spirituale del quale l’apostolo Paolo è l’architetto. Non potrà conoscere neppure la bellezza di quel tempio interiore che David voleva offrire a Dio quando diceva: «Signore, ho amato la bellezza della tua dimora e il luogo nel quale risiede la tua gloria» (Sal 26 (25), 8). In cambio, quel monaco costruirà maldestramente nel suo cuore un tempio senza bellezza, indegno dello Spirito Santo e destinato a franare assai presto. Invece di aver la gioia di abitarvi dentro, in compagnia dell’Ospite divino, sarà schiacciato miseramente sotto le sue rovine.

 

VII. – Domanda: perché la vicinanza dei genitori debba essere stimata dannosa agli altri monaci e non a quelli che dimorano in Egitto

Germano. È bene che sia stabilito per precetto il genere di opere che son da compiere dentro la cella. A parte l’esempio della tua Beatitudine, che noi vediamo fondata nell’imitazione degli Apostoli, ci convince di ciò la nostra stessa esperienza, che ci ha resi consapevoli della necessità di quel precetto.

Ma per quanto riguarda la vicinanza dei familiari ci restano dei dubbi; non vediamo perché noi dovremmo fuggirli, dal momento che voi restate vicino a loro. Voi che vivete irreprensibili nella via della perfezione, conducete vita monastica nel vostro stesso paese; anzi conosciamo alcuni monaci che stanno nei pressi del loro stesso borgo natale. Se questo non è dannoso a voi, perché dovrebbe esserlo per noi?

 

VIII. – Risposta: tutto non va bene per tutti

Abramo. Capita abbastanza spesso che da una cosa buona si tirano conseguenze cattive. Qualche presuntuoso pretende d’imitare il suo prossimo senza avere gli stessi sentimenti, gli stessi propositi, la stessa virtù. Così il presuntuoso si perderà tra i lacci dell’errore e della morte, là dove gli altri hanno trovato i frutti della vita eterna. Sarebbe capitato così anche a David — che era per altro un giovane fortissimo — nel combattimento col gigante Golia, supposto che avesse accettato di rivestire la pesante armatura di Saul, che era fatta per un uomo. Un uomo più robusto di David, rivestito delle armi di Saul, avrebbe gettato a terra intere schiere nemiche, ma quel giovinetto avrebbe trovato in quelle armi la sua rovina sicura. Fu così che David seppe scegliere, con discrezione prudente, ciò che si confaceva alla sua età. Andò contro un sì terribile nemico munito di quelle armi con le quali sapeva di poter combattere; lasciò la corazza e lo scudo di cui vedeva rivestiti gli altri guerrieri.

Anche noi dobbiamo similmente considerare le nostre forze e, secondo quelle, scegliere il genere di vita che ci conviene. Tutte le vocazioni son buone, ma non son buone per tutti. Buona è la vita eremitica, ma noi non la riteniamo conveniente per tutti: a molti può riuscire infruttuosa e perfino dannosa. Ammettiamo volentieri che la vita cenobitica e la convivenza fraterna sono cose belle e sante, tuttavia non crediamo che tutti debbano diventare cenobiti. Inoltre, l’opera di chi riceve in ospitalità stranieri e pellegrini produce frutti bellissimi, ma tutti non potrebbero dedicarsi a quest’opera senza che la pazienza ne ricevesse danno.

Ora voi dovete paragonare gli usi delle vostre regioni con quelli della nostra regione; poi dovete considerare in ciascuna regione le forze che gli abitanti hanno acquistato, con la continua pratica della virtù o del vizio. Vedrete allora che una cosa difficile per gli abitanti di una certa regione può essere diventata facile e naturale agli abitanti dell’altra, a causa di una lunga consuetudine. Ci son popoli separati dalla diversità più grande del clima che son capaci di sopportare, senza la protezione degli abiti, i più rigidi freddi e i più ardenti calori del sole. Quelli però che non hanno fatto l’esperienza di un clima così forte non possono sopportare temperature tanto insolite, anche se sono molto robusti. Così è anche per voi, che in questi luoghi vi sforzate a tutto potere di combattere la natura della vostra patria. Considerate attentamente se nelle vostre contrade, così fredde e quasi agghiacciate da un infido inverno [1], potreste sopportare la nudità che si trova qui da noi. Nel nostro paese la stessa antichità della vita monastica ha fatto diventare quasi naturale la perseveranza nel santo proposito. Se ritenete di possedere uguale costanza e uguale virtù, non siete più obbligati a fuggire la vicinanza dei vostri genitori e dei vostri fratelli.

 

  1. Soltanto coloro che sono capaci d’imitare la mortificazione dell’abate Apollo, hanno diritto a non temere la vicinanza dei loro genitori

Perché possiate avere una regola sicura nel giudicare esattamente le vostre forze, voglio raccontarvi l’esempio che ha come protagonista un vecchio abate di nome Apollo. Se, dopo avere scrutato in profondità il vostro cuore, potrete dire a voi stessi di non essere inferiori a lui, né alla sua virtù, vi sarà possibile senza alcun danno della vostra professione e del vostro proposito, abitare nella vostra terra, a contatto con i vostri familiari. Vi sarà possibile, dico, perché avrete ormai la certezza che l’austera rinuncia della nostra vita (di cui volete essere seguaci per libera scelta e con la permanenza in questa regione), non potrà essere sopraffatta dagli affetti familiari, o dalla amenità dei luoghi.

Era circa mezzanotte quando venne alla cella di Apollo suo fratello, il quale lo pregava piangendo di uscir dal monastero per aiutarlo ad estrarre un bove che gli era rimasto sommerso in un pantano. «Vieni ad aiutarmi — diceva il fratello — perché da solo non riesco nell’impresa». Rispose Apollo: «Perché non ti sei rivolto al nostro fratello minore, che abita proprio lungo la strada da te percorsa per venire al monastero?». L’altro pensò tra sé: si è dimenticato, il poveretto, che quel nostro fratello è morto e sotterrato da tanto tempo: si vede che la lunga penitenza e la solitudine gli han fatto perdere la testa. Poi rispose: come potevo chiamare dalla sua tomba un uomo che è morto da cinque anni?». «Bravo! — rispose l’abate Apollo — e non lo sai che io sono morto da vent’anni? Io sono morto al mondo, e dalla tomba della mia cella non posso esserti di alcun aiuto per quanto riguarda gli affari materiali. Potrebbe il Signore approvare anche una piccola sospensione alla mia vita di mortificazione, per aiutarti a tirar fuori il tuo bove? Ricorda che Gesù non concesse il tempo di andare a seppellire il proprio padre, ed era un affare più svelto e più degno di quello che tu mi proponi».

Ora esaminate il mistero del vostro cuore e chiedetevi sinceramente se voi sareste capaci di usare coi vostri familiari altrettanta austerità. Se vi sentite uguali a quel vecchio abate, in fatto di mortificazione interiore, sappiate che la vicinanza dei genitori e dei fratelli non potrà recarvi danno, perché — pur restando loro materialmente vicini — vi riterrete morti per loro e non acconsentirete a prestar loro il vostro aiuto o a ricevere aiuto da essi.

 

  1. Domanda: se sia nocivo al monaco ricevere il sostentamento dai suoi genitori

Germano. Su questo argomento non ci hai lasciato il minimo dubbio. Lo vediamo bene, se fossero vicini i nostri familiari non saremmo capaci di vestire così miseramente, o di andare in giro a piedi scalzi, come facciamo in questi luoghi. Neppure potremmo tanto faticare per procurarci le cose necessarie alla vita, come ad esempio, portare l’acqua a spalle da tre miglia di distanza. La vergogna, il timore di far arrossire i nostri parenti, c’impedirebbero d’agire così sotto i loro occhi. Mi pare però che non sarebbe un ostacolo al nostro proposito l’ipotesi di attendere unicamente alla lettura e alla preghiera, dopo essere stati liberati dalle preoccupazioni del cibo per intervento dei nostri familiari. Il lavoro che qui esercitiamo è per noi una distrazione; se fosse soppresso, potremmo dedicarci con più intensità ai soli esercizi spirituali.

 

  1. Risposta: che cosa pensa in proposito sant’Antonio

Abramo. A questo proposito non voglio dirvi il mio parere personale, ma quello del beato Antonio. Una volta che un monaco era vittima della tiepidezza, Antonio lo scosse dal suo torpore in maniera tale da poter dare, con le sue parole, la giusta risposta alla domanda posta da voi.

Quel monaco dunque si presentò un giorno al beato Antonio e gli disse che la vita eremitica non meritava tutta l’ammirazione di cui veniva circondata: era segno di più alta virtù praticare la perfezione cristiana in mezzo al mondo che nel deserto. Il beato Antonio gli domandò: «Dove abiti?». Quello rispose: «Sto vicino ai miei genitori e da loro sono provvisto di tutto ciò che mi abbisogna. In tal modo sono libero da ogni preoccupazione o inquietudine che possa derivare dalla necessità quotidiana, e posso — continuava con una certa compiacenza — applicarmi alla preghiera continua senz’alcun motivo di distrazione». Antonio allora domandò: «Dimmi, caro fratello, senti tristezza nelle disgrazie che capitano ai tuoi familiari? Provi gioia quando la fortuna li assiste?» Il monaco ammise che era turbato sia dal bene che dal male riguardante i suoi familiari. Allora Antonio concluse: «Sappi dunque che nel secolo futuro tu sarai annoverato fra coloro coi quali qui sulla terra hai diviso guadagni e perdite, gioie e dolori».

Non contento di questa sentenza, il beato Antonio allargò gli orizzonti del monaco interrogante. «Quello di cui ho parlato — proseguì — non è il solo danno che ti arreca la tiepidezza in cui vivi. Tu del resto non sei capace neppure di conoscere questo primo danno, e sembri dire col libro dei Proverbi: «Mi feriscono e io non sento male; mi ingannano e io non me ne accorgo» (Pr 23, 35). Oppure col profeta: «I nemici hanno divorato la sua forza ed egli non se n’è accorto» (Os 7,9).

C’è anche da considerare il danno consistente nel fatto che la tua anima cambia tutti i giorni secondo gli eventi che si succedono, e si trova continuamente sommersa in pensieri terrestri. La tua tiepidezza produce un altro danno: ti priva del frutto che tu produrresti col lavoro, e della ricompensa connessa con la fatica. Di tutto provvisto dalla generosità dei tuoi genitori, ti dimentichi di provvedere alle tue necessità con l’opera delle tue mani, come stabilisce la regola del beato Apostolo, il quale nel fare le sue ultime raccomandazioni agli anziani della chiesa di Efeso fa notare come egli anche durante il santo lavoro di predicatore del Vangelo, non ha trascurato di procacciare a se stesso e ai suoi ausiliari il necessario sostentamento quotidiano. «Voi sapete che queste mie mani hanno provveduto tutto ciò che era necessario a me e a coloro che erano con me» (At 20, 34). Poi, per dimostrare che agiva così per dare a noi un esempio da seguire, l’Apostolo soggiunge: «Noi non siamo stati in ozio quando eravamo tra voi; ma abbiamo piuttosto lavorato notte e giorno, con dolore e fatica, per non essere a carico di qualcuno di voi. Non è che non avessimo diritto al sostentamento da parte vostra, ma volevamo darvi un esempio da imitare» (2 Ts 3, 10).

 

XII. – Utilità del lavoro e danni dell’ozio

Anch’io avrei potuto usufruire dell’assistenza dei miei genitori, ma ho preferito a tutte le ricchezze questa nudità in cui mi vedi. Invece di appoggiarmi sull’assistenza dei miei genitori ho preferito guadagnare il cibo quotidiano per il corpo, col sudore della mia fronte. Questa mia è una dolorosa indigenza, ma la stimo superiore alla vana meditazione della sacra Scrittura e alle sterili letture che tu esalti tanto. Né devi credere che avrei sdegnato di seguire il tuo metodo se mi fosse stato dimostrato come migliore dall’esempio degli Apostoli e dalla consuetudine dei nostri Anziani. È bene poi che tu sappia di un altro danno, non certo più leggero di quello già descritto, col quale ti sei caricato: tu, sano e robusto quale sei, ti fai mantenere con l’elemosina, che è riservata ai soli invalidi per il lavoro. In certo senso tutto il genere umano — eccezion fatta per quei monaci obbedienti al comando di san Paolo, che vivono col lavoro delle loro mani — aspetta il suo sostentamento dalla fatica di altri. Non solo coloro che si gloriano di vivere con le elargizioni dei loro genitori, o del lavoro dei loro servi, o dei frutti dei loro possedimenti, ma anche i re di questo mondo sono mantenuti con elemosine. Parla di ciò quella regola dei nostri Anziani che dice: quanto si attribuisce al nostro vitto quotidiano e non viene dal lavoro delle nostre mani è da riferirsi alla carità degli altri. In questo caso i Padri nostri seguivano l’insegnamento di san Paolo che nega agli oziosi ogni elemosina. «Chi non lavora — dice l’Apostolo — non mangi» (2 Ts 3,10).

Questa fu la risposta di Antonio a quel monaco; il suo esempio c’insegna a fuggire le dannose liberalità dei genitori e di tutti coloro che vorrebbero donarci — per pura carità — i cibi necessari alla vita o un soggiorno piacevole in luoghi ameni. Il beato Antonio ci insegna ancora a preferire queste sabbie amare e sterili a tutte le ricchezze del mondo; a compiacerci di queste terre bruciate dalle inondazioni dell’acqua marina, sulle quali nessun uomo vivente esercita un diritto di proprietà. Abbiamo scelto questi luoghi, com’è evidente, per evitare la presenza degli uomini, protetti da una solitudine impervia, ma anche perché la fertilità del terreno non ci sollevi a forme molto impegnate di agricoltura, nelle quali l’anima, dopo essersi distratta dal suo fine essenziale, si condannerebbe alla sterilità spirituale.

 

XIII. – Favola del barbiere, inventata per scoprire le illusioni diaboliche

Vi dimostrate desiderosi di ritornare in patria perché avete speranza di convertire là molti vostri conoscenti e far così una grande conquista. Ascoltate in proposito una favola del beato Macario composta con arte e sapienza insieme. Quel santo monaco la raccontava un tempo a certi solitari che soffrivano del vostro stesso male, e la raccontava allo scopo di guarirli.

C’era una volta, in una città, un barbiere bravissimo che rasava i suoi avventori al prezzo di tre soldi l’uno. Quantunque il prezzo fosse molto basso, ne ricavava di che vivere e di che riporre ogni giorno cento danari nella sua borsa. Mentre era intento a questo risparmio venne a sapere che in una città lontana i barbieri prendevano una moneta d’oro per ogni avventore. A quella notizia disse a se stesso: fino a quando me ne starò contento di questa paga da pezzente? Starò qui a prendermi tre soldi per ogni barba, quando potrei recarmi in quella città e arricchirmi in poco tempo? Subito si decise: prese gli arnesi del mestiere e, dopo avere spesi per il viaggio tutti i denari che aveva risparmiati, arrivò con gran fatica in quella città ricchissima.

Fin dal primo giorno del suo lavoro ricevette da ogni cliente il prezzo che aveva sentito dire, e la sera — con la borsa ben rigonfia — se n’andò al mercato per fare la spesa. Ma là tutto si comprava a peso d’oro. Dopo aver speso tutto, fino all’ultimo centesimo, per comperarsi il cibo, se ne tornò a casa senza un soldo in tasca.

Si accorse allora che spendeva ogni giorno l’intero guadagno e invece di ammassare qualche poco di risparmio, a mala pena riusciva a campare. Incominciò pertanto a pensare così: ritornerò nella città in cui abitavo prima e ricomincerò a lavorare per la stessa modesta mercede. Era certo una piccola paga, ma dava a sufficienza di che vivere e mi lasciava ogni giorno qualche avanzo con cui mettevo da parte un capitale per i bisogni della vecchiaia. Il risparmio quotidiano era modesto, ma aumentava continuamente e a lungo andare avrebbe fatto un bel gruzzolo. Per me era più vantaggioso quel guadagno di pochi soldi che questa ricompensa in monete d’oro. I guadagni favolosi di qui, oltre a non lasciarmi nulla per il risparmio, bastano a stento alle spese quotidiane».

Anche per noi è preferibile il piccolissimo guadagno che ci è concesso in questa solitudine. Né le preoccupazioni secolaresche, né le occupazioni mondane, né i tumori della superbia potranno mettere in pericolo il nostro guadagno, come non potranno diminuirlo le necessità quotidiane. «Meglio il piccolo patrimonio del giusto che le grandi ricchezze del peccatore» (Sal 37 (36), 16). Perché desiderare guadagni più alti? Anche ammesso che possiamo ottenerli, producendo molte conversioni, la vita che si osserva nel mondo e le distrazioni giornaliere ce li faranno perdere ben presto. Dice Salomone: «Meglio una manciata nel riposo, che due manciate nella fatica e nell’affanno» (Qo (Eccle) 4, 6).

Ma tutti i deboli son soggetti a queste pericolose illusioni. Non ancora sicuri della loro salvezza, bisognosi ancora di formarsi alla scuola degli altri, sono invitati da un artificio diabolico ad occuparsi della conversione e della guida del prossimo. Ammesso però che riescano a fare qualche conquista, a convertire delle anime, si vedrà poi che la loro impazienza, la loro condotta sregolata, rovinerà tutto. Si avvererà in loro quel che dice il profeta Aggeo: «Chi ammassa tesori li mette in un sacco sfondato» (Ag 1,6). Mette davvero i suoi guadagni in una borsa sfondata colui che perde con l’intemperanza del cuore e la continua distrazione, ciò che aveva acquistato con la conversione di qualche anima. Infine, questi monaci intraprendenti, mentre credono di guadagnare molto istruendo gli altri, mandano all’aria tutto il lavoro della loro riforma personale. «Ci sono alcuni che si dicono ricchi e non posseggono nulla, e ci son quelli che si tengono umili pur essendo molto ricchi» (Pr 13, 7: LXX). E ancora: «È preferibile un povero che basta a se stesso ad uno che è in dignità ma è privo di pane» (Pr 12, 9:LXX).

 

XIV. – Domanda: qual è l’origine dei pensieri dannosi?

Germano. I tuoi ragionamenti hanno rivelato molto opportunamente gli errori che c’ingannano. Ora però vorremmo sapere le cause e i rimedi del nostro errore. Vorremmo insomma sapere qual fu l’origine del nostro inganno. Nessuno infatti potrà negare che è possibile curare il proprio male soltanto a chi ne ha scoperto la causa.

 

  1. Risposta sui tre movimenti dell’anima

Abramo. Tutti i vizi hanno una stessa sorgente, un’identica origine, ma il nome del vizio varia a seconda della parte dell’anima, o del membro spirituale che ne è infetto. Si hanno così le diverse passioni o malattie spirituali, che si denominano per analogia coi difetti e le malattie corporali. Anche per i mali del corpo la causa è una sola, ma si distinguono molte specie di malattie secondo le membra che ne sono colpite. Se un umore dannoso penetra nel capo, che è come la fortezza di tutto il corpo, si ha la cefalgia; se lo stesso umore prende le orecchie o gli occhi, si avrà l’otalgia o l’oftalmia; se va alle giunture o alle articolazioni delle mani, si ha il male articolare o la chirargia; se l’umore scende ai piedi, il male cambia nome e si chiama podagra. Una stessa sorgente, cioè l’umore maligno, dà origine a tanta varietà di nomi, a seconda delle parti o delle membra che raggiunge.

Se dalle cose visibili passiamo a quelle invisibili, possiamo ritenere che tutta la forza dei vizi si trovi raccolta nelle varie parti o potenze dell’anima. I filosofi ci avvertono che nell’anima umana ci sono tre zone o facoltà distinte: quella ragionevole, quella irascibile, quella concupiscibile. Qualcuna di queste potenze dovrà essere alterata quando un male si impadronirà di noi. Allorché una passione funesta attacca qualcuna delle varie potenze dell’anima, vi produce una alterazione: da quell’alterazione prende nome un particolare vizio. Se una peste spirituale s’impossessa della parte ragionevole, vi produce la vanagloria, la sostenutezza, la superbia, la presunzione, la contenzione, l’eresia. Se ferisce la parte irascibile, genera furore, impazienza, tristezza, accidia, pusillanimità, crudeltà. Se infetta la parte concupiscibile, produce golosità, impurità, avarizia, amore del denaro, desideri nocivi e terrestri.

 

XVI. – La parte ragionevole dell’anima nostra è corrotta

Se volete conoscere la sorgente del male che vi affligge ricordate prima che è stata colpita una parte dell’anima vostra ed è proprio da quella che derivano i vizi della presunzione e della vanagloria. È quindi necessario curare quest’organo principale, cioè la potenza dell’anima, col giudizio della retta discrezione e con la virtù dell’umiltà. È stato infatti a causa di questa alterazione che voi, immaginando di essere arrivati al colmo della perfezione e stimandovi capaci di formare gli altri, siete stati presi dalla vanagloria e trasportati in quei vani pensieri che non avete confessato. Potrete facilmente troncare queste sciocche vanità se sarete ben fondati, come vi ho detto sopra, nell’umiltà della vera discrezione. In tal caso, compunti dal dolore, comprenderete quanto sia faticosa e dolorosa per ciascuno l’opera della salvezza. Potrete anche convincervi che, invece d’insegnare la perfezione agli altri, avete bisogno voi stessi di un maestro che vi aiuti.

 

XVII. – La parte più debole dell’anima è la prima a soccombere dinanzi agli assalti del diavolo

Applicate perciò al membro o alla parte dell’anima che abbiamo detto particolarmente ammalata il rimedio dell’umiltà. Questa virtù, per il fatto di essere più debole delle altre, cede per prima agli attacchi del demonio. Anche nelle malattie dello spirito avviene come in quelle del corpo: le parti più deboli, se sono assalite da una fatica insolita o da un’aria recante infezione, sono le prime a cedere e a soccombere. Quando poi la malattia si è insinuata in quella parte, raggiunge di là anche le parti che erano rimaste sane. Così avviene per le anime nostre. Quando soffia il vento pestilenziale del vizio, l’anima ne è toccata nel suo lato più delicato e più debole, nel lato cioè che presenta minor resistenza agli assalti del nemico.

Così l’anima è in pericolo di essere espugnata da quella parte in cui una difesa poco attenta apre un varco più facile al tradimento.

Basandosi su questo ragionamento Balaan capì per segni sicuri che il popolo di Dio poteva essere ingannato, e dette il consiglio di tendere i lacci da quella parte in cui vedeva che i figli d’Israele erano più deboli. Egli non dubitò minimamente della loro pronta caduta, se ad essi fosse stata offerta una occasione di lussuria: sapeva bene che la parte concupiscibile della loro anima era la più debole e pronta a corrompersi.

Questa è pure la tattica usata dalla perfida malignità delle potenze infernali quando ci tentano. Tendono soprattutto le loro reti insidiose da quelle parti in cui sanno che l’anima è già ammalata. Se vedono che in noi è viziata la parte ragionevole, cercano d’ingannarci con lo stratagemma usato dai Siri col re Acab. Ecco come lo racconta la sacra Scrittura: «Noi sappiamo che i re d’Israele sono buoni, rivestiamoci dunque di sacco, poniamo le funi al nostro collo, andiamo dal re d’Israele e diciamogli: il tuo servo Benadab parla così: risparmia, te ne prego, la mia vita». Acab, non per vera compassione, ma perché commosso dal discorso adulatorio, rispose: «Se il vostro re vive ancora, sia mio fratello» (1 Re 20, 31-32). In modo simile cercano i demoni di ingannare la parte razionale dell’anima nostra, per farci offendere Dio con quegli atti dai quali ci attendevamo di ricevere una ricompensa e di ottenere il premio della nostra clemenza. Così anche noi meritiamo il rimprovero rivolto ad Acab: «Poiché ti sei lasciato sfuggire di mano un uomo che meritava la morte, la tua vita sostituirà la sua vita, il tuo popolo sostituirà il suo popolo» (1 Re 20, 42).

Anche quando lo Spirito maligno dice: «Uscirò e sarò spirito di menzogna sulla bocca di tutti i suoi profeti» (1 Re 22, 22), è evidente che il demonio tende le sue reti dalla parte razionale dell’anima, perché la conosce più indifesa di fronte alle sue insidie mortali. Anche sul conto di nostro Signore il maligno s’era fatta una idea di questo genere, perciò lo tentò nelle sue tre facoltà dell’anima, infatti è sempre da una di queste porte che entra il male a far prigioniero il genere umano. Ma tutti gli assalti diabolici con Gesù furono vani. Fu attaccata la parte concupiscibile quando il tentatore disse: «Comanda che queste pietre diventino pane» (Mt 4, 3); fu attaccata la parte irascibile quando satana spinse il Signore a desiderare la potenza del mondo presente e i regni della terra; fu assalita la parte ragionevole quando il tentatore disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù» (Mt 4, 6). Ma tutti i tentativi diabolici son vani, perché — contrariamente a quel che il tentatore aveva pensato — in Gesù non c’era nulla che fosse intaccato dal vizio. Per questo nessuna parte dell’anima sua acconsentì alle insidie del nemico tentatore. «Ecco che viene il principe di questo mondo — dice il Signore — ma in me non troverà nulla» (Gv 14, 30).

 

XVIII. – Domanda: se il desiderio dì un silenzio più intenso ci avvicini al cielo.

Germano. Erano una follia le illusioni e gli errori che ci avevano accesi del desiderio di rivedere la nostra patria e ci sollecitavano — come la tua Beatitudine ha messo bene in chiaro — con la vana speranza di trovarvi vantaggi spirituali. Fra tutte le nostre illusioni primeggia questa: i confratelli che qui ci vengono a visitare, di tempo in tempo, ci impediscono di esser completamente soli e di conservare, come noi vorremmo, un continuo silenzio. Oltre a ciò siamo anche costretti, quando arriva da noi un ospite, a rompere la regola della quotidiana astinenza e ad aumentare la misura del nostro cibo, mentre il nostro desiderio sarebbe quello di restar fedeli alla regola, per meglio castigare il nostro corpo. Ci pare che questo inconveniente non si dovrebbe verificare nella nostra regione, perché là non s’incontra nessuno, che professi il nostro genere di vita.

 

XIX. – Risposta sulla illusione del diavolo che consiste nel promettere la pace come frutto di una solitudine più vasta

Abramo. Il desiderio di non ricevere mai una visita è un segno di severità irragionevole e sciocca; peggio ancora: è segno di gravissima tiepidezza. Quel monaco che cammina a passi lenti per la via intrapresa e sente vivere ancora in sé l’uomo vecchio, è bene che non sia visitato né dai santi, né dalle persone comuni. Ma se siete accesi dal vero e perfetto amore di Dio, se siete al seguito del Signore, che è carità, con un fervore sincero, potrete ben fuggire nei luoghi più inaccessibili che si possono trovare, gli uomini verranno sempre a trovarvi. Più la fiamma dell’amore divino vi avvicinerà a Dio, più grande sarà la moltitudine di santi che verrà a trovarvi. Ci dice che è così anche la sentenza del Signore: una città posta sul monte non può rimanere nascosta. «Coloro che mi amano — dice il Signore — io li glorificherò, ma coloro che mi disprezzano saranno senza onore» (1 Sam 2, 30). Ricordatevi che l’astuzia più sottile del diavolo, il trabocchetto più occulto nel quale precipitano le anime imprudenti, consiste nel rubare ad esse il necessario guadagno del progresso quotidiano, mentre promette beni più considerevoli. Esorta a cercare solitudini più nascoste e più vaste, che dipinge come ornate di ammirevoli bellezze; presenta persino immagini di luoghi ignorati, neppur reali, e i monaci li contemplano come se fossero veri, li trovano belli, pronti ad accoglierli, tutti disponibili per loro, senza che ci sia difficoltà a prenderne possesso. Riguardo agli abitanti della zona, il menzognero li presenta gentili, facilmente persuasibili ad intraprendere la via della salvezza; assicura che il monaco potrà cogliere là frutti abbondantissimi. Ma col miraggio di queste promesse non tende ad altro che ad impedire il progresso reale e possibile in quel momento. Se il monaco darà ascolto a queste vane speranze, si vedrà svanire tutte le larve che si era dipinto in cuor suo; sarà come uno che si sveglia da un sonno profondo e non trova più nulla di quel che aveva sognato. Il demonio lo legherà poi con lacci più forti e inestricabili: le necessità della vita presente lo avvolgeranno come una rete. Non avrà più neppure il tempo per sospirare i beni che aveva sperato di raggiungere. Ha voluto sfuggire le visite dei suoi confratelli, rare e tutte piene di spirito soprannaturale, ed ecco che ora è stretto tutto il giorno dalle visite dei secolari. Non sa più trovare, neppure per breve tempo, la calma e la regolarità della vita eremitica.

 

  1. Quanto sia utile prendersi un poco di svago all’arrivo di qualche fratello

Quel momento di gentile riposo che ci procura il dovere dell’ospitalità, quando viene a trovarci un confratello, sento che a voi sembra una noia da evitare, mentre è al contrario un’occasione molto utile, sia per il corpo che per l’anima. Fate un poco attenzione a quel che ne dirò. Spesso capita, non solo ai novizi e ai deboli, ma anche ai monaci giunti alla perfezione, un momento difficile. Se una certa varietà di vita non porta al loro spirito, sempre occupato in cose serie, un poco di sollievo, essi cadono nella tiepidezza, oppure la loro salute subisce un danno pericoloso. Perciò anche gli eremiti, se sono prudenti e perfetti, devono fare qualcosa di meglio che sopportare con pazienza le visite dei confratelli: devono riceverle gioiosamente. Quelle visite ci stimolano a desiderare sempre più ardentemente il segreto della solitudine. Potrebbe sembrare che ritardassero il nostro corso, ma in realtà salvaguardano la sua indefettibile continuità. Infatti se non ci fosse mai un ostacolo a farci segnare il passo, non potremmo andare sino in fondo con la stessa velocità. Inoltre quelle visite ci offrono, insieme col frutto dell’ospitalità, un supplemento di cibo che fa bene al nostro povero corpo e ci fa progredire di più che se avessimo perseverato nel proposito dell’astinenza.

Ora voglio dirvi su questo argomento una similitudine che mi pare calzante: è vecchia e conosciuta quasi dovunque.

 

XXI. – Come S. Giovanni evangelista ha dimostrato l’utilità del riposo.

Si dice che il beato evangelista Giovanni accarezzasse dolcemente una pernice, quando si vide venire incontro un filosofo in tenuta da cacciatore. Quello si meravigliò molto che un uomo così celebrato e stimato si abbassasse ad atti così piccoli, a così umili passatempi. Gli disse perciò: «Sei tu il famoso Giovanni, quello tanto rinomato e illustre fra tutti gli uomini, quello che io ho ardentemente desiderato di conoscere? Perché ti perdi in un passatempo così basso?». Il beato Giovani gli rispose: «Che cosa hai in mano?» Disse il filosofo: «Un arco». «E perché — soggiunse l’Evangelista — non lo porti sempre teso?». Il filosofo allora: «Perché un arco sempre teso si allenta e perde vigore. Se dovessi scagliare una freccia più potente contro qualche animale — supposto che l’arco avesse perduto vigore a causa della tensione continua — il colpo non partirebbe più con la forza necessaria». «Allora — concluse Giovanni — tu non devi meravigliarti che io conceda al mio spirito questo breve e innocente sollievo. Se di tempo in tempo non lo faccio riposare con un poco di ricreazione, lo sforzo lo indebolirà e non potrà più obbedire all’impulso della parte razionale, quando ciò sarà richiesto».

 

XXII. – Come vanno intese le parole evangeliche: «Il mio giogo è soave e il mio peso è leggero»

Germano. Ora che tu hai dato il conveniente rimedio a tutte le nostre illusioni; ora che la tua dottrina ha svelato tutti quegli inganni diabolici che prima ci agitavano così violentemente, ti preghiamo di spiegarci quelle parole di nostro Signore: «Il mio giogo è dolce, il mio peso è leggero» (Mt 11, 30). Queste parole sembrano contrastare con le altre del profeta: «In conseguenza delle parole delle tue labbra io ho tenuto vie dure» (Sal 17 (16), 4). C’è poi anche san Paolo che dice: «Tutti coloro che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù, dovranno soffrire persecuzione» (2 Tm 3, 12). Ciò che è duro e irto di persecuzioni, come può essere leggero e soave?

 

XXIII. – Spiegazione di quelle parole

Abramo. La parola del Signore e Salvatore nostro è perfettamente vera: ce lo attesta la stessa nostra esperienza. Per conoscerne la verità basta entrare nella via della perfezione nel modo conveniente e secondo la volontà di Cristo. Ciò significa mortificare tutti i nostri desideri; contrariare le nostre voglie cattive; non permettere che ci rimangano beni di questa terra, che darebbero un punto d’appiglio al demonio per angariarci e lacerarci a suo piacere. Più ancora: significa convincerci che noi non dobbiamo essere noi stessi, ma dobbiamo compiere nella sua perfezione quella parola di san Paolo che dice: «Io vivo, ma non sono io che vivo, è Cristo che vive in me» (Gal 2, 20).

Che cosa potrebbe essere grave o duro per colui che ha accettato il giogo di Cristo con tutta l’anima, si è fondato nella vera umiltà, tiene l’occhio sempre fisso ai dolori del crocifisso, si rallegra di tutte le ingiurie che gli possono essere arrecate, e dice con l’Apostolo: «Io mi compiaccio nelle debolezze, nelle offese, nelle privazioni, nelle persecuzioni, nelle difficoltà, sopportate per Cristo? Quando sono debole, allora sono forte»! (2 Cor 12, 10). Quale danno dei beni di fortuna potrà far soffrire colui che, lieto di essersi spogliato d’ogni cosa per amore del Signore, ha rifiutato tutte le ricchezze di questo mondo e stima tutte le concupiscenze simili a letame, pur di poter acquistare l’unione con Cristo? Un tal uomo disprezza e scaccia dal cuore ogni dolore che potrebbe venirgli dalla perdita dei beni terreni, e medita continuamente le parole del Signore: «Che giova all’uomo guadagnare tutto il mondo, se poi perde l’anima sua? Che cosa può dare l’uomo in cambio dell’anima?» (Mt 16, 26). Quale privazione potrà rattristare colui per il quale tutto ciò che altri possono rapirgli è cosa che non gli appartiene? Egli dice infatti con invincibile coraggio: «Niente abbiamo portato in questo mondo ed è certo che niente potremo portarcene via» (1 Tm 6, 7). Quale povertà potrà fiaccare la forza di uno che non vuole avere né bisaccia per il viaggio, né denaro nella cintura, ma si vanta con l’Apostolo «Nei molteplici digiuni, nella fame, nella sete, nel freddo, nella nudità» (2 Cor 11, 27)? Quale fatica, o quale duro comando di un superiore, potrà turbare la tranquillità di cuore di chi, dopo aver rinunciato alla propria volontà, affronta ciò che gli viene comandato non solo con pazienza, ma anche con gioia? Costui segue l’esempio del Signore: non vuol più fare la volontà propria, ma quella del Padre; perciò dice con Gesù: «Non come voglio io, ma come vuoi tu» (Mt 26, 33). Quali ingiurie, quali persecuzioni potranno atterrire; o meglio: quale supplizio non farà contento, colui che in mezzo a tutte le piaghe esulta e si rallegra continuamente come gli Apostoli, perché è stato trovato degno di soffrire persecuzione per il nome di Cristo?

 

XXIV. – Perché il giogo del Signore sembra amaro e pesante

Se il giogo di Cristo non ci sembra né leggero né soave, è colpa della nostra resistenza ostinata. Sono la sfiducia e la mancanza di fede a metterci contro il comando — o meglio contro il consiglio — di colui che ha detto: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi tutto quello che hai (vendere vuol dire lasciare), poi vieni e seguimi» (Mt 9, 21). In altre parole: la colpa è di chi vuol conservare i beni della terra.

Da questa volontà traggono origine infinite catene con le quali il demonio ci tiene attaccati alla terra. La conseguenza che ne deriva è funesta. Per allontanarci dalle gioie spirituali il nemico ci farà soffrire delle diminuzioni, o delle perdite totali, della nostra ricchezza. Tutte le sue astuzie mirano a questo scopo: quando la nostra concupiscenza viziosa ci avrà reso pesante il dolce giogo del Signore e dura la sua lievità; dopo che saremo tornati schiavi delle ricchezze che abbiamo ricercato per nostro riposo e nostra consolazione, ci perseguiterà incessantemente coi flagelli delle preoccupazioni terrene, troverà in noi stessi i motivi per batterci. E questo avviene perché «ogni uomo è legato coi lacci del suo peccato» (Pr 5, 22: LXX). Anche il profeta dice: «Voi tutti che accendete il fuoco e vi circondate di fiamme, gettatevi nel vostro fuoco e nelle fiamme che avete acceso» (Is 50, 11). Salomone, a sua volta, dice qualcosa di simile: «Ognuno è punito con quelle cose che gli hanno servito a peccare» (Sap 11, 17).

I piaceri da noi cercati diventano il nostro tormento; le gioie e le consolazioni del corpo si rivoltano contro di noi a somiglianza di carnefici. Il monaco che conta su questi beni e su questi aiuti della sua prima vita, non raggiungerà la perfetta umiltà del cuore, né la sincera mortificazione dei piaceri peccaminosi. Con l’aiuto delle virtù proprie alla vita monastica si possono invece ben sopportare le strettezze della vita presente; le stesse perdite che il nemico c’infligge si sopportano, non con pazienza soltanto, ma con gioia sincera. L’assenza di quelle virtù, invece, produce un innalzamento dannoso che al più piccolo urto ci fa precipitare nei vortici mortali dell’impazienza. Allora il profeta Geremia ci rivolge queste parole: «E ora, che cosa cerchi sulla via d’Egitto? Vuoi andare a bere l’acqua torbida? Che cosa cerchi sulla via dell’Assiria? Forse di bere l’acqua del fiume? La tua malizia ti accuserà, la tua infedeltà ti sarà di rimprovero. Sappi e comprendi quale male amaro è stato per te aver abbandonato il Signore Dio tuo e aver cacciato da te il suo timore» (Ger 2, 18-19).

Se ci pare amara la soave leggerezza del giogo del Signore, è segno che noi vi mescoliamo amarezza coi nostri tradimenti. Se l’amabile levità del peso impostoci da Dio ci diventa pesante, è segno che noi, con la nostra presunzione orgogliosa, disprezziamo il soccorso di Colui che ci aiuta a portarlo. Questo insegna la sacra Scrittura: «Se camminassero per vie diritte, troverebbero dolci i sentieri della giustizia» (Pr 2, 20). Siamo noi, soltanto noi, che facciamo diventare impraticabili, con le pietre dei nostri desideri duri e cattivi, le vie dritte e agevoli del Signore. Siamo noi che abbandoniamo scioccamente la via regia, costruita con le pietre apostoliche e profetiche, spianata dai passi santi del Signore, per seguire vie contorte, piene di precipizi. Accecati dai miraggi dei piaceri terrestri, ci arrampichiamo per vie tutte spinose, coi ginocchi rotti alle pietre del vizio, con la veste nuziale fatta in brandelli. Così, non solo siamo punti dalle spine acutissime, ma siamo preda dei serpenti e degli scorpioni che per quella via hanno i loro nascondigli. Sta scritto infatti: «Nelle vie perverse ci sono spine e agguati, ma chi teme il Signore ne va immune» (Pr 22, 5: LXX). In altro luogo il Signore parla così per bocca del profeta: «Il mio popolo si è dimenticato di me, ha fatto sacrifici vani, ha camminato per le sue vie, per i sentieri del mondo, ha intrapreso un cammino che non era agevole» (Ger 18, 15). Salomone dice ancora: «Le vie dei pigri sono lastricate di spine, quelle dei forti sono bene sgombre» (Pr 15, 19).

Certamente chi si allontana dalla via regia, non potrà giungere alla città santa, alla città-madre, dove il nostro viaggio dovrebbe essere continuamente indirizzato.

L’Ecclesiaste presenta bene queste verità: «La fatica degli stolti è afflizione per loro: essi non conoscono neppure la via per andare alla città» (Qo (Eccli) 10, 15). E vuol dire naturalmente «quella Gerusalemme celeste che è madre di tutti noi» (Gal 4, 26).

Chi invece ha rinunciato sinceramente al mondo e ha preso sopra di sé il giogo di Cristo, ha imparato da lui, con la sopportazione quotidiana delle ingiurie, ad essere «dolce e umile di cuore» (Mt 11, 29). Costui rimarrà irremovibile in mezzo a tutte le tentazioni e «tutte le cose concorreranno al suo bene» (Rm 8, 28). Dice infatti il profeta Abdia: «Le parole di Dio sono con colui che cammina per la via retta» (Mi 2,7). E ancora: «Le vie del Signore sono diritte e i giusti camminano in esse, i cattivi invece in esse cadono» (Os 14, 10).

 

XXV. – Utilità delle tentazioni

La grazia del Signore, sempre generosa con noi, ci procura una corona di gloria, attraverso la lotta contro le tentazioni, più bella di quella che avremmo meritato se fossimo stati dispensati dal combattimento. È segno di virtù sublime ed eccellente conservare la propria fermezza intrepida, rimanere fino all’ultimo confidenti nell’aiuto divino, pur in mezzo a un turbine di persecuzioni e di prove. È segno di alta virtù trionfare degli assalti degli uomini, rivestiti della corazza di una virtù invincibile, e riportare vittoria sull’impazienza, quasi trasformando in una virtù la nostra stessa debolezza. È detto infatti nel libro Sacro: «Ecco che io ti ho stabilito in questo giorno come una città fortificata, come una colonna di ferro e un muro di bronzo su tutto il popolo della regione. Ti assaliranno, ma non vinceranno, perché io sono con te per liberarti, dice il Signore» (Ger 1, 18-19; Cfr. 2 Cor 12, 9). Concludiamo dunque che secondo le testimonianze divine la via regia è breve e soave, anche se appare dura e aspra.

Quando i servi buoni e fedeli avranno preso sopra di sé il giogo del Signore, impareranno ad imitare Lui, che è mite e umile di cuore.

Si libereranno così dal peso delle passioni terrestri e, con l’aiuto di Dio, troveranno pace, non fatica, per le loro anime. È quel che Dio stesso promette per bocca del profeta Geremia: «State sulla via e osservate; interrogatevi sul vostro passato cammino; domandatevi qual è la via buona e camminate per quella: così troverete quiete per le anime vostre» (Ger 6, 16). Per costoro, subito «le vie tortuose saranno raddrizzate e le vie aspre saranno appianate» (Is 40, 4). Allora gusteranno e vedranno «quanto è buono il Signore» (Sal 34 (33), 9). All’udire il Signore che nel Vangelo esclama: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e aggravati da un peso; venite e io vi ristorerò (Mt 11, 28), essi si sbarazzano dal peso dei loro vizi; così possono meglio intendere le parole seguenti: «Il mio giogo è soave e il mio peso è leggero» (Mt 11, 30).

Certamente la via del Signore è facile, basta camminarvi secondo la legge del Signore. Siamo noi a procurarci dolori e tormenti con le nostre preoccupazioni sproporzionate e confuse; e questo avviene perché preferiamo seguire le vie tortuose del mondo, anche a costo di gravissimi pericoli e immense difficoltà. Quando con una simile condotta abbiamo fatto diventare duro e pesante il giogo del Signore, lo spirito di bestemmia ci induce a lamentarci del giogo, o del Signore stesso che ce l’ha posta sopra le spalle. Meritiamo così quel rimprovero: «La stoltezza dell’uomo corrompe le sue vie, ma in cuor suo l’uomo accusa Dio» (Pr 19, 3). Se noi diremo — come si legge nel profeta Aggeo: — «La via del Signore non è diritta» (Ez 18, 25), Dio ci risponderà: «La via del Signore non è diritta? Non è vero, piuttosto, che le vie vostre sono storte?» (Ez 18, 25).

Se si paragona il fiore soavemente profumato della verginità e l’infinita delicatezza della castità, con l’odore tetro e fetido dei piaceri carnali; se si paragona il riposo e la quiete dei monaci, con i pericoli e le disgrazie da cui sono sommersi gli uomini di mondo; la pace della nostra povertà, con le tristezze divoranti e le preoccupazioni continue che struggono giorno e notte i ricchi, con pericolo per la loro stessa vita, ci sarà facilissimo ammettere che il giogo del Signore è dolcissimo e il suo peso è molto leggero.

 

XXVI. – In qual senso è promesso il centuplo in questo mondo a chi opera una perfetta rinunzia

In questo senso giustissimo, verissimo e conforme alla fede, va intesa la promessa fatta dal Signore di pagare col centuplo in questa vita chi fa una perfetta rinunzia: «Chi lascia la casa, i fratelli, le sorelle, il padre, la madre, la moglie, i figli, i campi, per il mio nome, riceverà il centuplo e avrà la vita eterna» (Mt 19, 20). Queste parole son prese da molti in un senso errato; dànno così occasione per affermare che i santi godranno, per un millennio dopo la morte, il centuplo di ciò che abbandonarono in vita [2]. Quando però questi eretici affermano che il felice millennio avverrà dopo la risurrezione, manifestano chiaramente che quel periodo sarà ben diverso dal tempo presente.

Ma il nostro pensiero è molto più credibile e chiaro. Se uno, per seguire la chiamata di Cristo, avrà disprezzato affetti e ricchezze terrestri, dai fratelli che troverà nella vocazione da lui seguita, avrà in questa vita un amore cento volte più grande di quello lasciato. Infatti l’amore che nasce qui sulla terra dall’amicizia e dalla parentela, come quello tra genitori e figli, fratelli e sorelle, sposo e sposa, appare fragile e di breve durata. Quando i figli son cresciuti può darsi che si allontanino — anche se buoni e obbedienti — dalla casa paterna e dal patrimonio degli avi; il legame coniugale talvolta è rotto, anche per motivi onesti; si vedono i fratelli dividersi i loro beni con liti e processi. Soltanto i monaci rimangono per tutta la vita in una strettissima unione, e posseggono ogni cosa in comune. Ognuno stima suo ciò che appartiene ai fratelli; stima proprietà dei fratelli ciò che appartiene a lui. Se si paragona la bellezza dell’amore fraterno vigente nei monasteri, con gli affetti che derivano dai legami carnali, si scorge che l’amore dei monaci è di gran lunga più dolce e sublime.

Anche la continenza monastica sarà cento volte più soave e più bella della gioia che traggono gli sposi dall’unione coniugale. Oltre a ciò si veda quale abbondanza e quale centuplo di ricchezze costituisca aver lasciato un campo, o una casa, per passare all’adozione dei figli di Dio e possedere come proprio tutto ciò che appartiene al Padre celeste, Quale ricchezza, poter dire veramente e dal profondo del cuore, ad imitazione del Figlio eterno: «Tutto ciò che è di mio Padre, è mio!» (Gv 16, 15). Senza più sentire le dolorose inquietudini della vita mondana, il cuore del monaco è tranquillo e contento, dappertutto si trova come a casa sua, ogni giorno sente risuonare al suo orecchio la parola dell’Apostolo: «Tutto è vostro: il mondo, le cose presenti e quelle future!» (1 Cor 3, 22). Oppure quelle di Salomone: «L’uomo fedele è padrone del mondo e delle ricchezze» (Pr 17, 6: LXX).

Si ha dunque una ricompensa centuplicata nella quantità del premio e nella superiore sua qualità. Se per una certa quantità di bronzo, o di ferro, o di qualche altro metallo, uno vi desse uno stesso peso d’oro, non pensereste forse che egli vi ha dato più che il centuplo? Così, quando in cambio del disprezzo dei pensieri e degli affetti terreni, vi è data la gioia spirituale e la contentezza della preziosissima carità, la quantità dello scambio può restare identica da una parte e dall’altra, ma è vero che il centuplo dato da Dio è cento volte più grande e prezioso. Ma voglio ripetermi, per rendere più chiaro il mio concetto. Figuriamoci un tale che ama sua moglie con tutti gl’impeti della concupiscenza, poi — passato alla vita religiosa — l’ama nell’amore e nella santità della vera carità; la sposa è la stessa, ma il valore dell’amore è salito cento volte più in alto. Paragonate anche le perturbazioni dell’ira e del furore con la costante dolcezza della pazienza; il tormento degli affanni e delle preoccupazioni, col riposo della tranquillità; la tristezza infruttuosa del mondo presente, col frutto di quella tristezza penitenziale che produce salvezza; la vanità delle soddisfazioni temporali, con l’abbondanza della gioia spirituale: in questo scambio il centuplo vi apparirà evidente. Così pure se si paragona col breve e fuggevole piacere del vizio il merito della opposta virtù, la gioia che dalle virtù deriva in abbondanza, ci dirà che abbiamo ricevuto il centuplo. Il numero 100 si ottiene passando dalla mano sinistra alla mano destra, e quantunque la figura formata con le dita sia identica, la quantità significata è immensamente più grande [3]. Finché stiamo a sinistra siamo tra i caproni, quando passiamo a destra diventiamo pecore.

Consideriamo ora la quantità di quei beni che il Signore ci rende, già in questo mondo, per aver noi disprezzato le comodità della terra. Il testo del Vangelo di san Marco ci persuade a fare questo conteggio, là dove dice: «Nessuno ha lasciato la casa, i fratelli, le sorelle, la madre, il padre, i figli, i campi, per me e per il Vangelo, senza che qui riceva, in questo tempo, il centuplo in case, fratelli, sorelle, madri, figli, campi, insieme con la persecuzione. Nel secolo futuro avrà poi la vita eterna» (Mc 10, 29-30). È chiaro dunque che colui il quale rinuncia in nome del Signore, all’amore di un padre, d’una madre, di un figlio, per entrare nella vera e pura carità verso tutti i servi del Signore, riceve una quantità cento volte più grande di fratelli e di genitori. Invece di un solo padre e di un solo fratello, ne avrà in seguito una vera moltitudine, e tutti gli saranno uniti con un affetto più ardente e più alto. Costui vedrà anche moltiplicarsi le sue case e i suoi campi, perché dopo aver lasciato per amore di Cristo una sola casa, avrà a sua disposizione innumerevoli monasteri, nei quali potrà entrare come padrone, in qualunque parte del mondo si trovi. Si potrà dire che non riceve il centuplo e anche più del centuplo — se è lecito fare un’aggiunta alla parola del Signore — colui che, dopo aver rinunciato al servizio poco sicuro e poco spontaneo di dieci o venti schiavi, si vede poi attorniato dalle amorose attenzioni di tante persone libere e di nobile origine? Ora la vostra personale esperienza vi attesta che questo fenomeno si avvera con frequenza. Per un padre, una madre, una casa, che potete aver lasciato, avete trovato, in ogni parte del mondo in cui vi siete trovati, padri, madri, fratelli senza numero. Avete altresì ottenuto, senza fatica o affanno, molte case, molti campi, servi fedelissimi che vi accolgono, vi amano, vi offrono i loro servigi, vi rispettano come se foste i loro veri padroni, vi esprimono i segni del più sincero onore. Ma di questi servigi io penso che potranno rallegrarsi veramente solo quei santi che per primi hanno tutto abbandonato — perfino se stessi — per consacrarsi al servizio dei fratelli in volontario sacrificio. Secondo la promessa del Signore, essi riceveranno infallibilmente ciò che hanno donato agli altri. Colui invece che non avrà dato tutto ai fratelli, con umiltà sincera, non accetterà con pazienza il dono degli altri. In certi atti di servizio sentirà più un peso che una consolazione, perché egli ha preferito esser servito piuttosto che servire.

Il vero monaco, infine, non godrà tutti questi doni in una calma pigra e in una gioia sciocca; li godrà in mezzo alle afflizioni della vita presente, fra le angosce e le prove dolorose. Dice così anche il saggio: «Chi vive nella gioia e senza dolore, sarà in povertà»(Pr 14, 23: LXX). Ciò equivale a dire che il regno dei cieli è possesso dei violenti, non già dei pigri, dei deboli, dei delicati, dei flessibili. E chi sono questi fortunati «violenti»? Coloro che fanno una gloriosa violenza alla loro stessa vita: non agli altri; coloro che, con un furto onorevole, privano la propria anima del piacere che deriva da tutte le cose del mondo. Questi sono quei ladri gloriosi dei quali parla il Signore; essi penetrano a forza — per mezzo di questa rapina — nel regno dei cieli. «Il regno dei cieli — dice Gesù — si prende con la violenza e solo i violenti se ne impossessano» (Mt 11, 12). Certo, son violenti coloro che fanno violenza alla loro perdizione. Sta scritto infatti che l’uomo «in mezzo ai dolori, fa il suo vantaggio e impedisce con la violenza la sua perdizione» (Pr 16, 26: LXX). La nostra perdizione è la gioia della vita presente, o per dirla in maniera più chiara, è il soddisfacimento dei nostri desideri e dei nostri gusti. Colui che allontana da sé, con la mortificazione, questi gusti personali, fa davvero una violenza gloriosa e utile alla sua perdizione, perché rinuncia a ciò che ha di più caro. Son proprio questi nostri gusti che la parola del Signore molte volte condanna per bocca del profeta: «La vostra volontà trionfa nei giorni del vostro digiuno» (Is 58, 3). E ancora: «Se non ti metti in cammino in giorno di sabato; se rinunci a far la tua volontà nel giorno che mi è consacrato; se onori quel giorno rinunciando completamente a seguire le tue vie, a far la tua volontà, a dire parole vane…» (Is 58, 13). A chi agisce così, lo stesso profeta dice subito dopo quale felicità è promessa: «Allora troverai nel Signore la tua gioia; io ti innalzerò al disopra di tutte le altezze terrestri e ti nutrirò con l’eredità di Giacobbe tuo padre. Così ha parlato la bocca del Signore» (Is 58, 14). Per offrirci un modello di questa rinuncia alla nostra volontà, Gesù, Signore e Salvatore nostro, disse: «Io non son venuto per fare la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha mandato» (Gv 6, 38). E ancora: «Padre, non si faccia come voglio io, ma come vuoi tu» (Mt 26, 39).

Questa virtù della rinuncia alla propria volontà la praticano soprattutto coloro che vivono nelle case cenobitiche. L’autorità d’un Anziano li guida; essi non fanno nulla di propria elezione: in tutto li guida l’autorità d’un altro abate. E prima di chiudere questa Conferenza lasciatemi dire una cosa: non è chiaro che i servi fedeli di Cristo sono compensati col centuplo, dal momento che i più alti personaggi della terra li onorano per rispetto al nome di Cristo? Un vero servo di Dio non cerca certamente la gloria umana, ma con tutto ciò egli è oggetto di rispetto per principi e per potenti, anche in mezzo alle angustie della persecuzione.

Se quel monaco ora rispettato dai prìncipi fosse rimasto nella vita del mondo, forse l’umiltà dei suoi natali, o la sua condizione di schiavo, lo avrebbero fatto apparire spregevole anche alla gente di poco conto. La milizia di Cristo lo ha invece nobilitato. Nessuno osa più deridere la sua condizione sociale, nessuno gli rinfaccia la bassezza delle sue origini. C’è di più: la bassezza delle origini, che di solito è motivo di disonore e confusione per gli altri uomini, diventa un titolo di nuova nobiltà e di maggior gloria per il servitore di Cristo. Tutto questo si può vedere applicato con molta chiarezza nell’abate Giovanni, che vive nel deserto, presso la città di Lico. Egli era nato da genitori oscurissimi, ma il nome di Cristo lo ha fatto degno d’ammirazione presso tutto il genere umano. I dominatori della terra, coloro che detengono il dominio e il governo di questo mondo, coloro che fanno tremare con la potenza gli stessi re della terra, lo venerano come loro Signore, mandano dai luoghi più lontani ad interrogarlo, affidano alle sue preghiere la loro sovranità, la loro vita, l’esito delle loro battaglie.

Questa fu la conferenza dell’abate Abramo sull’origine e il rimedio delle nostre illusioni. In tal modo furono messi a nudo, davanti ai nostri occhi, gli inganni nascosti dal demonio nei pensieri che ci aveva suggeriti. Nello stesso tempo fu acceso nel nostro cuore il desiderio della mortificazione. Questo stesso desiderio infiammerà anche molti altri cuori di monaci, sebbene io abbia riferito in forma inelegante l’insegnamento dell’abate Abramo.

È vero: le mie parole coprono d’una cenere appena tiepida le parole tutte fuoco di tanti eminentissimi Padri, tuttavia io spero che attraverso questa lettura molti potranno riaccendersi di fervore; basterà che scostino la cenere delle mie parole e suscitino la fiamma dei pensieri che vi stanno nascosti sotto.

Non intendo però dire, o miei fratelli, che vi spedisco questo fuoco (portato dal Signore sulla terra e destinato per volontà sua a bruciare senza misura) con la presunzione o con la pretesa di animare, con questo fuoco nuovo, il vostro proposito che so tanto fervente. Vorrei soltanto che la vostra autorità ne fosse rafforzata presso i vostri figli, i quali vedranno confermati—attraverso i precetti dei Padri più grandi e più antichi — quegli insegnamenti che voi impartite: e li impartite, non già con parole smorte e inefficaci, ma con esempi di vita.

Resta ora che io, dopo essere stato fin qui agitato dalla più pericolosa tempesta, sia accompagnato dal soffio spirituale delle vostre preghiere, nel porto munitissimo del silenzio.

[1] Nota del redattore del sito. Il testo originale recita: “dall’inverno dell’infedeltà”.

[2] I millenaristi erano una setta che ammetteva un millennio fa la risurrezione e l’inizio della vita celeste. In quel millennio gli uomini sarebbero in uno stato di perfetta felicità naturale.

[3] Cassiano allude qui ad un uso degli antichi di indicare le cifre con segni della mano. La sinistra contava fino a 90, la destra – con gli stessi segni – contava da 100 in su.

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