Maometto

Muḥammad, italianizzato in Maometto (in arabo ﺍﺑﻮ ﺍﻟﻘﺎﺳﻢ محمد بن عبد الله بن عبد ﺍﻟﻤﻄﻠﺐ ﺍﻟﻬﺎﺷﻤﻲ, Abū l-Qāsim Muḥammad ibn ʿAbd Allāh ibn ʿAbd al-Muṭṭalib al-Hāshimī; La Mecca, 570 circa – Medina, 8 giugno 632), è stato il fondatore e “l’uomo che tutti i musulmani riconoscono loro profeta”, più precisamente l’ultimo profeta dell’Islam. Considerato l’ultimo esponente di una lunga tradizione profetica, all’interno della quale egli occupa per i musulmani una posizione di assoluto rilievo, venendo indicato come Messaggero di DIO (ALLAH) e Sigillo dei profeti per citare solo due degli epiteti onorifici che gli sono tradizionalmente riferiti, Maometto sarebbe stato incaricato da DIO stesso – attraverso l’angelo Gabriele – di divulgare l’ultima e definitiva Rivelazione all’umanità.

Miniatura di Rashid-al-Din Hamadani Moschea al-Tawarikh, c. 1315, che illustra la storia del ruolo di Maometto nel ridisegnare la Pietra Nera nel 605.

Biografia

Prima della Rivelazione

Maometto nacque in un giorno imprecisato (che secondo alcune fonti tradizionali sarebbe il 20 o il 26 aprile di un anno parimenti imprecisabile, convenzionalmente fissato però al 570) a Mecca, nella regione peninsulare araba del Hijaz, e morì il lunedì 13 rabīʿ I dell’anno 11 dell’Egira (equivalente all’8 giugno del 632) a Medina e ivi fu sepolto, all’interno della casa in cui viveva. La sua nascita sarebbe stata segnata, secondo alcune tradizioni, da eventi straordinari e miracolosi.

Appartenente a un importante clan di mercanti, quello dei Banū Hāshim, componente della più vasta tribù dei Banū Quraysh della Mecca, Maometto era l’unico figlio di ʿAbd Allāh b. ʿAbd al-Muṭṭalib ibn Hāshim e di Āmina bt. Wahb, figlia del sayyid del clan dei Banu Zuhra, anch’esso appartenente ai B. Quraysh.

Orfano fin dalla nascita del padre (morto a Yathrib al termine d’un viaggio di commercio che l’aveva portato nella città palestinese di Gaza), Maometto rimase precocemente orfano anche di sua madre che, nei suoi primissimi anni, l’aveva dato a balia a Ḥalīma bt. Abī Dhuʿayb, della tribù dei Banū Saʿd b. Bakr, che effettuava piccolo nomadismo intorno a Yathrib.

Nell’Arabia preislamica erano presenti già comunità monoteistiche sia di Ebrei che di Cristiani.
Alla morte della madre, fu portato nella città di Mecca dal nonno paterno ʿAbd al-Muṭṭalib ibn Hāshim, ed in seguito, lo zio paterno Abū Ṭālib gli fece da secondo tutore. Ed è qui che il giovane Maometto probabilmente ebbe l’occasione di entrare in contatto con i ḥanīf, i monoteisti che troviamo nel racconto Coranico (sure III, 67 e II, 135).
Secondo una tradizione islamica, egli stesso era un ḥanīf e un discendente di Ismaele, figlio di Abramo. Nei suoi viaggi fatti in Siria e Yemen con suo zio, Maometto sarebbe venuto a conoscenza dell’esistenza di comunità ebraiche e cristiane. Quando Maometto aveva 9 o 12 anni, avrebbe incontrato un monaco cristiano siriano Bahīra, che avrebbe riconosciuto in un neo fra le sue scapole il segno del futuro carisma profetico (se ne parla già nella prima biografia Sīra di Maometto, che fu curata dopo la sua morte, prima da Ibn Isḥāq e poi ripresa da Ibn Hishām).

Oltre alla madre e alla nutrice, due altre donne si presero cura di lui da bambino: Umm Ayman Baraka e Fāṭima bint Asad, moglie dello zio Abū Ṭālib. La prima era la schiava etiopica della madre che lo aveva allevato dopo il periodo trascorso presso con Ḥalīma, rimanendo con lui fino a che Maometto ne propiziò il matrimonio, dapprima con un medinese e poi col figlio adottivo Zayd. Nella tradizione islamica Umm Ayman, che generò Usama ibn Zayd, fa parte della Gente della Casa (Ahl al-Bayt) e il Profeta nutrì sempre per lei un vivo affetto, anche per essere stata una delle prime donne a credere al Messaggio coranico da lui rivelato. Altrettanto importante fu l’affettuosa e presente sua zia Fāṭima bint Asad, che Maometto amava per il suo carattere dolce, tanto da mettere il suo nome a una delle proprie figlie e per la quale il futuro profeta pregò spesso dopo la sua morte.

Viste le difficoltà economiche in cui si trovava, Abū Ṭālib, zio di Maometto e figura centrale nella sua vita fin dalla giovanissima età, consigliò al nipote di lavorare come agente per la ricca e colta vedova Khadīja bt. Khuwaylid, essendo egli stesso ormai impossibilitato a rifornire il nipote di mercanzie proprie. Successivamente, ormai figura affermata nella società, Maometto prenderà nella sua casa ʿAlī, figlio di Abū Ṭālib e figura centrale dello sciismo, a tutti gli effetti adottandolo.

La fama di Maometto come commerciante «onesto, equo ed efficiente», che gli erano valsi il soprannome di al-Amīn (il Fidato), portarono Khadìja a offrirgli la guida e la gestione di un suo carico di mercanzie per la Siria e Yemen. L’operazione generò un profitto maggiore del previsto per Khadìja, che rimase favorevolmente impressionata dalle sue capacità ma anche dalle altre qualità del suo agente. Due mesi dopo il ritorno di Maometto alla Mecca da un viaggio in Siria, la quarantenne Khadìja, attraverso un’intermediaria, si propose in sposa al venticinquenne Maometto. Lo stesso anno, il 595, i due si sposarono.

Quando, quindici anni dopo, Maometto sarebbe stato prescelto da DIO per ricevere la Sua rivelazione, Khadìja fu il primo essere umano a credere a quanto le diceva il marito e lo sostenne sempre, con forte convinzione, fino alla sua morte avvenuta nel 619. A lui, in una vita di coppia senz’altro felice, dette quattro figlie – Zaynab, Ruqayya, Umm Khulthūm e Fāṭima, detta al-Zahrāʾ (le prime tre destinate però a premorire al padre) – oltre a due figli maschi (al-Qàsim e ʿAbd Allah) che morirono tuttavia in tenera età.

Alcuni anni dopo il matrimonio, nel 605, il primo biografo del Profeta, Ibn Isḥāq, riferisce il ruolo fortuito avuto dal futuro Profeta nel reinserimento della pietra nera (situata in quella che è oggi la Grande Moschea della Mecca) nella sua collocazione originaria. La pietra nera era infatti stata rimossa per facilitare i lavori di restauro della Kaʿba ma i principali esponenti dei clan della Mecca, non riuscendo ad accordarsi su quale di essi dovesse avere l’onore di ricollocare la pietra al suo posto originario, decisero di affidare la decisione alla prima persona che fosse transitata sul posto: quella persona fu il trentacinquenne Maometto.Egli chiese un panno e vi mise al centro la pietra, poi la trasportò insieme a tutti esponenti dei clan più importanti, ognuno dei quali reggeva un angolo del tessuto. Fu Maometto a inserire la pietra nel suo spazio, sedando in questo modo la pericolosa disputa, salvando al contempo l’onore dei clan.

Una rappresentazione di Maometto (Muhammad) che riceve la sua prima rivelazione dall’angelo Gabriele. Dal manoscritto della Moschea ‘al-Tawarikh di Rashid-al-Din Hamadani, 1307.

Rivelazione

Nel 610 Maometto, affermando di operare grazie ad una rivelazione ricevuta, cominciò a predicare la religione monoteista basata sul culto esclusivo di un solo DIO, unico e indivisibile. Maometto, raccontò che la rivelazione era stata preceduta da sogni con forti connotazioni spirituali. Furono proprio questi sogni a sospingere Maometto, benestante e socialmente ben inserito, verso una pratica spirituale molto intensa e sono quindi considerati anticipatori della rivelazione vera e propria. Dunque Maometto, come altri ḥanīf, cominciò a ritirarsi a cadenze regolari in una grotta sul monte Hira, vicino alla Mecca, per meditare. Secondo la tradizione, una notte intorno all’anno 610, durante il mese di Ramadan, all’età di circa quarant’anni, gli apparve l’arcangelo Gabriele (in arabo Jibrīl o Jabrāʾīl, ossia “potenza di DIO”: da “jabr”, potenza, e “ALLAH”, si rivolse a lui con le seguenti parole:

“(1) Leggi, in nome del tuo SIGNORE, che ha creato, (2) ha creato l’uomo da un grumo di sangue! (3) Leggi! Ché il tuo SIGNORE è il Generosissimo, (4) Colui che ha insegnato l’uso del calamo, (5) ha insegnato all’uomo quello che non sapeva”

Turbato da un’esperienza così anomala, Maometto credette di essere stato soggiogato dai jinn e quindi impazzito (majnūn, “impazzito”, significa letteralmente “catturato dai jinn“) tanto che, scosso da violenti tremori, cadde preda di un intenso sentimento di terrore. Secondo la tradizione islamica Maometto poté in quella sua prima esperienza teopatica sentire le rocce e gli alberi parlargli. Preso dal panico fuggì a precipizio dalla caverna in direzione della propria abitazione e, nel girarsi, raccontò di aver visto Gabriele sovrastare con le sue ali immense l’intero orizzonte, e lo sentì rivelargli di essere stato prescelto da DIO come Suo Messaggero (rasūl, ovvero Profeta).

Non gli fu facile accettare tale notizia ma a convincerlo della realtà di quanto accadutogli, provvide innanzi tutti la fede della moglie e, in seconda battuta, quella del cugino di lei, Waraqa ibn Nawfal, che le fonti islamiche indicano come cristiano ma che poteva anche essere uno di quei monoteisti arabi (ḥanīf) che non si riferivano a una specifica struttura religiosa organizzata. La tradizione riporta un dialogo avvenuto fra Waraqa, interpellato da Khadīja per la sua vasta cultura, e Maometto:

«Waraqa chiese: “Nipote mio, cos’hai”? Il Messaggero di DIO gli raccontò ciò che vide, e Waraqa gli disse: “Quest’angelo è colui che scese su Mosè. Vorrei essere più giovane, per arrivare al giorno in cui il tuo popolo ti caccerà”. Il Messaggero di DIO gli chiese: “Mi cacceranno?”. Waraqa rispose: “Sì. Non giunse mai un uomo a rappresentare ciò che porti senza essere respinto, e se raggiungerò il tuo giorno ti appoggerò fino alla vittoria”.»

Waraqa, già molto anziano e quasi cieco, morirà alcuni giorni dopo questo dialogo. Dopo un lungo e angosciante periodo in cui le sue esperienze non ebbero séguito (fatra), e in cui Maometto si diede con ancora maggiore intensità alle pratiche spirituali, secondo quanto scritto nel Corano, Gabriele tornò a parlargli:

«(1) Per la luce del mattino, (2) per la notte quando si addensa: (3) il tuo SIGNORE non ti ha abbandonato e non ti disprezza»

La sua azione per diffondere la Rivelazione ricevuta dimostrerà la validità del detto dei Vangeli per cui “nessuno è profeta nella propria patria”, vista la difficoltà della conversione dei suoi concittadini. Maometto ripeté per ben due volte per intero il Corano nei suoi ultimi due anni di vita e molti musulmani lo memorizzarono per intero ma fu solo il terzo califfo ʿUthmān b. ʿAffān a farlo mettere per iscritto da una commissione coordinata da Zayd b. Thābit, principale segretario del Profeta. Così il testo accettato del Corano poté diffondersi nel mondo a seguito delle prime conquiste che portarono gli eserciti di Medina in Africa, Asia ed Europa, rimanendo inalterato fino ad oggi, malgrado lo sciismo vi aggiunga un capitolo (Sūra) e alcuni brevi versetti (ayyāt).

Le persecuzioni

Maometto cominciò dunque a predicare la Rivelazione che gli trasmetteva Jibrīl, ma i convertiti nella sua città natale furono pochissimi per i numerosi anni che egli ancora trascorse alla Mecca. Fra essi il suo amico intimo e coetaneo Abū Bakr e un gruppetto assai ristretto di persone che sarebbero stati i suoi più validi collaboratori: i cosiddetti “Dieci Benedetti” (al-ʿashara al-mubashshara). I principali seguaci di Maometto furono giovani, e persone in rotta con i loro clan di origine, insieme a stranieri la cui posizione nella società meccana era piuttosto fragile. In generale i meccani non presero sul serio la sua predicazione, deridendolo, esattamente come successe a Gesù con gli abitanti della Giudea.

Secondo Ibn Sa’d, le persecuzioni dei musulmani alla Mecca cominciarono quando Maometto annunciò i versetti che condannavano l’idolatria e il politeismo, mentre gli esegeti coranici le situano con l’inizio delle predicazioni pubbliche. Con l’aumentare dei suoi seguaci, comunque, i clan che rappresentavano il potere locale si sentirono sempre più minacciate; in particolare i Quraysh, a cui pure Maometto apparteneva, poiché guardiani della Kaʿba e gestori del lucroso traffico riguardante le offerte agli idoli. I mercanti più potenti cercarono allora di convincere Maometto a desistere dalla sua predicazione offrendogli di entrare nel loro ambiente, insieme a un matrimonio per lui vantaggioso, ma egli rifiutò entrambe le proposte. Cominciò così un lungo periodo di persecuzioni nei confronti di Maometto e dei suoi seguaci.

Sumayya bint Khayyat, schiava del potente leader meccano Abu Jahl, è considerata la prima martire: venne uccisa dal suo padrone con un colpo di lancia nelle parti intime quando si rifiutò di abiurare il monoteismo. Bilāl, un altro schiavo musulmano che rifiutò strenuamente di abiurare, veniva invece obbligato dal suo padrone a distendersi sulla sabbia bollente nell’ora più calda del giorno, dopodiché gli veniva posato un macigno sul petto. L’appartenenza di Maometto al clan dei B. Hāshim lo salvaguardò dalla violenza fisica, ma non dall’emarginazione.

Per mettere al riparo i suoi seguaci dalla crescente ostilità subita alla Mecca, Maometto inviò una parte di loro nel Regno di Axum, sotto la protezione dell’imperatore cristiano Aṣḥama ibn Abjar.

Nel 617 i leader dei clan Banu Makhzum e Banu ‘Abd Shams, entrambi appartenenti alla tribù dei Quraysh, dichiararono un boicottaggio nei confronti del clan di Maometto, i Banu Hashim, per costringerli a interrompere la protezione da loro offerta al Profeta. I troppi vincoli parentali creatisi però fra i clan della stessa tribù fecero fallire il progetto di ridurre a più miti consigli Maometto.

Isra’ e Mi’raj

 

Nel 620 Maometto sperimentò un avvenimento che si rivelerà pregno di significati particolarmente per la disciplina esoterica islamica, il Sufismo.

“Gloria a Colui che rapì di notte il Suo servo dal Tempio Santo al Tempio Ultimo, dai benedetti precinti, per mostrargli dei Nostri Segni. In verità Egli è l’Ascoltante, il Veggente.”

Maometto venne svegliato da un angelo e accompagnato, durante la notte, dal Tempio Santo al Tempio Ultimo, identificati il primo con la Kaʿba e il secondo con il Tempio di Gerusalemme, dove effettivamente i musulmani costruirono poi la Moschea al-Aqsa, cioè “l’Ultima Moschea”.

Da lì Maometto sorvolò la voragine infernale, assistendo alle punizioni inflitte ai dannati; e successivamente ascese ai Sette Cieli, incontrando a uno a uno Profeti che lo precedettero nell’annuncio di un identico messaggio salvifico per l’umanità, nell’ordine: Adamo, Giovanni Battista, Gesù, Giuseppe, Idris, Aronne, Mosè ed Abramo.

Ascese ancora, e venne ammesso al cospetto di DIO, avendone quindi per Suo onnipotente volere una visione beatifica del tutto straordinaria: l’Infinità, che è uno degli attributi del CREATORE, e l’immensa Potenza Divina renderebbero infatti impossibile a un vivente di accostarsi a Lui. Avrebbero questo privilegio solo i morti, dotati da DIO di particolari sensi del tutto superiori a quelli dei viventi.

Mentre Ibn Isḥāq presenta questo evento come un’esperienza spirituale, Ṭabarī e Ibn Kathīr lo descrivono come un viaggio fisico compiuto dal Profeta. In ogni caso, i forti connotati spirituali dell’evento resero indispensabile, per poterla descrivere, l’uso da parte di Maometto di una terminologia dai forti contenuti mistici e poetici; ed espressioni come “sidrat al-Muntahà ʿindahā jannatu l-Māʾwà” (“il loto di al-Muntahà presso il quale è il Giardino di al-Māʾwà”) costituiscono un esempio in questo senso.

Gli ultimi anni alla Mecca

Nel 619, l'”anno del dolore”, morirono sia suo zio Abū Ṭālib, che gli aveva garantito affetto e protezione malgrado non si fosse convertito alla religione del nipote, che l’amata moglie Khadīja. Con la morte di suo zio Abū Ṭālib, la leadership dei Banu Hashim passò a Abū Lahab, strenuo avversario di Maometto, che ritirò la protezione a lui offerta dal clan: per naturale conseguenza, chiunque avesse tentato di uccidere Maometto non si sarebbe più esposto alla vendetta del suo clan. Maometto si recò allora a Ṭāʾif, in cerca di protezione, ma la sua contemporanea predicazione dell’Islam non fece altro che metterlo in un pericolo ancora maggiore. Costretto a tornare alla Mecca, incontrò Mutʿim ibn ʿAdī, capo del clan Banu Nawfal, che gli permise di rientrare in città.

Nello stesso periodo molte persone visitarono la Kaʿba come pellegrini o per concludere affari: Maometto approfittò di questa occasione per trovare un luogo sicuro per lui e per i suoi seguaci. Dopo molti tentativi infruttuosi, l’incontro con alcuni uomini di Yathrib (che sarebbe poi diventata Medina) si rivelò fortunato: per loro infatti erano familiari sia il concetto di monoteismo, sia la possibilità dell’apparizione di un Profeta, essendo presente una forte componente ebraica nella città. Speravano inoltre, accogliendo Maometto, di poter guadagnare la supremazia politica sulla Mecca, di cui invidiavano i proventi derivanti dai pellegrinaggi. In breve raggiunsero Medina, diventato un porto sicuro, musulmani provenienti da tutte le tribù della Mecca. Nel luglio del 620, per incontrare il Profeta, giunsero a Medina da Mecca settantacinque musulmani: essi si riunirono segretamente, di notte, e accettarono un comunque impegno che prevedeva l’obbedienza a Maometto, l’ingiunzione del bene e la proibizione del male, e una comune risposta armata qualora questa si fosse resa necessaria. In seguito a questo patto Maometto incoraggiò i musulmani a raggiungere Medina: come accaduto per l’emigrazione in Abissinia, anche questa volta i Quraysh cercarono di bloccare l’esodo, fallendo.

Egira

Negli anni precedenti l’Egira, l’autorità di Maometto, come capo dei musulmani, gli permise di guadagnare l’appoggio dei notabili di Yathrib, che vollero fungesse da arbitro imparziale, in quanto straniero, nelle dispute fra le componenti etniche e tribali della città. Questo permise a lui e ai suoi seguaci di essere accolti nella città-oasi, venendo a fruire della necessaria sicurezza e protezione.

Nello stesso periodo diede anche istruzioni ai suoi seguaci perché emigrassero alla spicciolata, e senza dare nell’occhio dei concittadini, verso Yathrib, fin quando furono assai pochi i musulmani rimasti alla Mecca. Allarmati dall’esodo e timorosi di veder messi a rischio i propri interessi, a causa dell’inevitabile conflitto ideologico e spirituale che si sarebbe prodotto con gli altri Arabi politeisti (che coi Meccani proficuamente commerciavano e che annualmente partecipavano ai riti della ʿumra del mese di rajab), i Quraysh organizzarono un complotto per uccidere Maometto. Attraverso ʿAlī, che prese il suo posto nella casa, discretamente sorvegliata dai Quraysh, Maometto riuscì a ingannare la sorveglianza e fuggire dalla città insieme al suo migliore amico, il futuro califfo Abū Bakr. I due, attraverso un miracoloso evento narrato nel Corano, non vennero scoperti dagli inseguitori meccani nei dintorni della città; e grazie alla collaborazione di parenti e amici, attraversarono il deserto in sella ai dromedari, passando per sentieri meno noti e battuti. Raggiunsero incolumi Medina il 24 settembre 622.

Inizialmente Maometto si ritenne un profeta inserito nel solco profetico antico-testamentario, ma la comunità Ebraica di Medina non lo accettò come tale in quanto non appartenente alla stirpe di re Davide. Nonostante ciò, Maometto predicò a Medina per otto anni e qui, fin dal suo primo anno di permanenza, formulò la Costituzione di Medina (Rescritto o Statuto o Carta, in arabo Ṣaḥīfa) che fu accettata da tutte le componenti della città-oasi e che vide il sorgere della Umma, la prima Comunità politica di credenti.

I primi abitanti di Yathrib, che si convertirono all’Islam e che offrirono ospitalità e aiuto agli Emigrati meccani, vennero chiamati Anṣār (“ausiliari”); successivamente Maometto istituì un patto di “fraternità” fra Emigrati (Muhājirūn) e Anṣār, e il Profeta stesso prese come fratello ʿAlī, figlio dell’amato zio Abū Ṭālib e di fatto (anche se non legalmente) affiliato da Maometto fin dalla tenera età, come Abū Ṭālib aveva a sua volta adottato lui quando era rimasto orfano.

La Umma e l’inizio dei conflitti armati

A seguito dell’esodo musulmano, i Meccani requisirono tutte le loro proprietà nella città. Impoveriti e senza entrate, i musulmani avviarono necessariamente aperte ostilità armate contro Mecca, razziando le sue carovane. A giustificare tali ostilità era innanzi tutto il desiderio di vendicare quanto essi stessi avevano subito per anni dagli Arabi politeisti nella loro città natale ma anche, e non secondariamente, di acquisire benessere, potere e prestigio in attesa di realizzare l’obiettivo finale di conquistare la città di Mecca.

La prima grande battaglia nella storia dell’islam è costituita dal Combattimento di Badr, in cui i musulmani risultarono vittoriosi nonostante l’inferiorità numerica.
Seguì la disfatta sotto il monte Uḥud, segnata dal tradimento degli Ebrei medinesi e dalla avventatezza di una parte dei soldati musulmani, alla quale Maometto sopravvisse per mezzo di una pietra in pieno viso che, colpendolo lo fece cadere privo di sensi e quindi creduto morto dagli avversari.
Infine, la vittoria dei musulmani nella Battaglia del Fossato segnò uno spartiacque tale da causare la disgregazione della potenza meccana.

L’atteggiamento verso gli Ebrei

Maometto iniziò a schierarsi contro gli Ebrei di Medina, che si erano resi colpevoli agli occhi della Umma della violazione del Rescritto di Medina, e del tradimento nei confronti della componente islamica. In occasione delle due prime battaglie, furono esiliate le tribù Ebraiche dei Banū Qaynuqāʿ e dei Banū Naḍīr accusati i primi di offesa alla pudicizia di una ragazza musulmana e i secondi di complotto, unitamente ai Meccani pagani, ai danni dei musulmani. Durante la cosiddetta “battaglia del Fossato” (Yawm al-Khandaq), che fu di fatto un fallito assedio dei Meccani e dei loro alleati, la tribù ebraica dei Banū Qurayza, situata a sud di Medina, avviò i negoziati con i Quraysh per consegnare loro il Profeta, violando apertamente la Costituzione di Medina. Dopo aver respinto gli assedianti pagani, i musulmani accusarono i Banū Qurayza di tradimento e li assediarono per venticinque giorni nelle loro fortezze, costringendoli alla resa. Furono decapitati tra i 700 e i 900 uomini ebrei della tribù e le loro donne e i loro bambini furono venduti come schiavi sui mercati d’uomini di Siria e del Najd, dove vennero quasi tutti riscattati dai loro correligionari di Khaybar, Fadak e di altre oasi arabe higiazene.

La sentenza non fu formalmente decisa da Maometto che aveva affidato il responso sulla punizione da adottare a Saʿd b. Muʿādh, sayyid dei Banū ʿAbd al-Ashhal, clan della tribù medinese dei Banu Aws, un tempo principale alleata dei B. Qurayẓa. Questi, ferito gravemente da una freccia (tanto da morirne pochissimi giorni più tardi) e ovviamente pieno di rabbia e rancore, decise per una soluzione estrema, non frequente ma neppure del tutto inconsueta per l’epoca. Maometto approvò la decisione di massacrare tutti i maschi della tribù e di ridurre in schiavitù le donne e i bambini, e partecipò attivamente allo sgozzamento dei prigionieri. Che non si trattasse comunque di una decisione da leggere in chiave esclusivamente anti-ebraica potrebbe dimostrarcelo il fatto che gli altri B. Qurayẓa che vivevano intorno a Medina, e nel resto del Ḥijāz (circa 25.000 persone), non furono infastiditi dai musulmani, né allora, né in seguito. In proposito si è anche espresso uno dei più apprezzati storici del primo Islam, Fred McGrew Donner, che afferma:

«dobbiamo… concludere che gli scontri con altri ebrei o gruppi di ebrei furono il risultato di particolari atteggiamenti o comportamenti politici di costoro, come, per esempio, il rifiuto di accettare la leadership o il rango di profeta di Muhammad. Questi episodi non possono pertanto essere considerati prove di un’ostilità generalizzata nei confronti degli ebrei da parte del movimento dei Credenti, così come non si può concludere che Muhammad nutrisse un’ostilità generalizzata nei confronti dei Quraysh perché fece mettere a morte e punì alcuni suoi persecutori appartenenti a questa tribù.
(Fred M. Donner, Maometto e le origini dell’islam, ediz. e trad. di R. Tottoli, Torino, Einaudi, 2011, pp. 76-77).»

La conquista dell’Arabia e la morte

Dopo aver portato in prossimità della sua città natale, un forte contingente armato, affermando di voler compiere un pellegrinaggio alla Kaʿba, Maometto si accordò con i Meccani per rimandare all’anno successivo quel pellegrinaggio, sottoscrivendo nel marzo del 628 l’Accordo di al-Hudaybiyya, suscitando un forte sconcerto tra i suoi seguaci e, particolarmente, in ʿUmar b. al-Khaṭṭāb.
L’intento fu realizzato come concordato il 2 marzo 629, con quello che viene ricordato come “Pellegrinaggio d’adempimento” (ʿumrat al-qaḍāʾ).

Nel 630 Maometto era ormai abbastanza forte per marciare sulla Mecca e conquistarla. Tornò peraltro a vivere a Medina e da qui ampliò la sua azione politica e religiosa a tutto il resto del Hijaz e, dopo la sua vittoria nel 630 a Ḥunayn contro l’alleanza che s’imperniava sulla tribù dei Banū Hawāzin, con una serie di operazioni militari nel cosiddetto Wadi al-qura, a 150 chilometri a settentrione di Medina, conquistò o semplicemente assoggettò vari centri abitati (spesso oasi), come Khaybar, Tabūk e Fadak, il cui controllo aveva indubbie valenze economiche e strategiche.

Due anni dopo Maometto morì a Medina, dopo aver compiuto il Pellegrinaggio detto anche il “Pellegrinaggio dell’Addio“, senza indicare esplicitamente chi dovesse succedergli alla guida politica della Umma. Lasciava nove vedove, tra cui ʿĀʾisha bt. Abī Bakr, e una sola figlia vivente, Fāṭima, andata sposa al cugino del profeta, ʿAlī b. Abī Ṭālib, madre dei suoi nipoti al-Ḥasan b. ʿAlī e al-Ḥusayn b. ʿAlī. Fatima, piegata dal dolore della perdita del padre e logorata da una vita di sofferenze e fatiche, morì sei mesi più tardi, diventando in breve una delle figure più rappresentative e venerate della religione islamica.

Origine del nome

“Maometto” è la volgarizzazione italiana fatta in età medievale del nome “Muḥammad”, utile semplificazione della pronuncia. La parola deriva dall’arabo muḥammad, che significa “grandemente lodato”, essendo infatti un participio passivo che i grammatici non arabi definiscono di cosiddetta II forma, cioè intensiva, della radice [ḥ-m-d] (lodare). Esso è l’adattamento di un vocabolo avvertito come difficilmente pronunciabile nei vari idiomi non semitici. L’origine di questo adattamento è rintracciabile nell’opera, successiva all’anno 726, di Giovanni Damasceno: il De haeresibus (Περὶ αἱρέσεων, “Perì hairéseōn”). In essa il suo nome in greco risulta trasformato in “Mάμεδ” (Mámed) o anche in Mαμὲδ” (Mamèd) o nel più significativo “Μωάμεθ” (Mōámeth), che suona assai simile al decisamente più tardo “Maometto”.

Un riferimento a Maometto è rinvenibile nel Mḥmt (ṭayyāyē d-Mḥmt, ossia “gli Arabi nomadi di Maometto”) della Cronaca siriaca di Tommaso il Presbitero, attivo in Mesopotamia, che verso il 640 scriveva:

«Nell’anno 945, indizione 7, di venerdì 4 febbraio (634) all’ora nona, vi fu una battaglia tra i Romani [i.e. i Bizantini] e gli Arabi di Muḥammad»
(Robert G. Hoyland, “Earliest Christian Writings on Muḥammad”, in: Harald Motzki (ed.), The Biography of Muḥammad – The Issue of the Sources, Leida-Boston Brill, 2000, pp. 276-297, a p. 278)

Secondo alcuni studiosi invece, tra cui il francese Michel Masson, nelle lingue romanze, e tra queste l’italiano, si osserva una storpiatura del nome del profeta in senso dispregiativo (e da ciò deriverebbero, a suo dire, il francese Mahomet e l’italiano Macometto). Le varianti antiche italiane Macometto o Macone sono usate rispettivamente nell’Alcorano di Macometto del 1547 e nell’Orlando Furioso dell’Ariosto, canto XII, st. 59.
Allo stesso modo si esprimono alcuni scrittori italiani che ritengono che il nome “Maometto” non sarebbe di diretta origine araba, ma “un’italianizzazione” adottata all’epoca per costituire una sintesi dell’espressione spregiativa di “Mal Commetto”, volta a conferire una connotazione negativa al Profeta dell’Islam.

Ben diversamente, sulla derivazione di tali varianti dal nome arabo, si esprime Georges S. Colin, che osservava come questo tipo di adattamento fonetico trovasse una spiegazione in un passaggio della sintesi fornita da Ibn ʿArḍūn del suo trattato sul matrimonio, intitolato Muqniʿ al-Muḥtāj fī adāb al-zawāj, in cui avvertiva dell’uso che, nel dare al neonato il nome venerato di Muhammad, lo si «sfigurasse con una vocalizzazione della prima consonante mīm in a e della consonante ḥā in u» tanto che – notava Colin – nel XIV secolo i Berberi Ghumāra avevano l’abitudine d’impiegare la forma *Maḥummad e *Maḥommad (facilmente trasformabili in Mahoma nell’ambiente nordafricano, che aveva stretti e secolari vincoli con il bilād al-Andalus). Così facendo, sosteneva Colin, si evitava il rischio che il bambino che portava lo stesso nome del Profeta, mostrasse sciaguratamente nel crescere scarse qualità o addirittura veri e propri difetti caratteriali, tali da invalidare la baraka (benedizione) che s’accompagnava al nome “Muḥammad”. Colin commentava come anche i Cinesi seguissero la stessa logica, impiegando «rovesciati (renversés) alcuni caratteri dichiarati tabù».

Come risulta da una lettera inviata nel 1141 dall’abate Pietro di Cluny, detto il Venerabile, a Bernardo di Chiaravalle, in occasione della traduzione di un “breve scritto apologetico arabo-cristiano, la Summula brevis contra haereses et sectam Saracenorum, sive Ismaelitarum, il nome “Muḥammad” è reso fin da allora come “Machumet”.

«Mitto vobis, clarissime, novam translationem nostram, contra pessimam nequam Machumet haeresim disputantem…»

Del pari Ermanno di Carinzia (o Dalmata), in una sua traduzione, scriveva (su incarico di Pietro di Cluny, per una sua antologia sull’Islam, il De generatione Mahumet et nutritura ejus, che era la traduzione del Kitāb al-anwār (Libro delle luci) di Abū l-Ḥasan al-Bakrī, dimostrando come, a metà del XII secolo, il nome Maometto non traesse origine da alcuna espressione insultante o irridente proveniente da idiomi romanzi.

La cosa è confermata da Trude Ehlert, che ricorda come una delle prime attestazioni nella più diffusa letteratura romanza del nome del profeta dell’Islam (basata su fonti arabe e sostanzialmente esente da valutazioni cristiane), figuri nell’opera L’eschiele Mahomet, una versione tradotta in antica lingua d’oïl del Libro della Scala: genere letterario-religioso basato sulla storia dell’asserita ascesi di Maometto attraverso i sette cieli, composta poco dopo il 1264. Varrà la pena ricordare come il Libro della Scala, elaborato prima del 1264, sia una traduzione (perduta) della Escala de Mahoma, redatto in antico volgare castigliano tra il 1260 e il 1264. In nessuno di questi casi Mahomet o Mahoma appaiono ricollegabili a espressioni ingiuriose, come invece suggerirebbe il nome Malcometto usato da Rustichello nella sua trascrizione del resoconto di viaggio di Marco Polo alla fine del XIII secolo (1298, comunque in un anno successivo al 1295): oltre mezzo secolo quindi dopo le prime attestazioni in volgare castigliano e francese.

Una parte del mondo musulmano, in Italia e nel resto del mondo, pretenderebbe in segno di rispetto l’uso dell’originale nome Muhàmmad, e considera Maometto, o adattamenti similari, distorsioni irrispettose da rifuggire. Tuttavia, in vari ambiti onomastici islamici non arabofoni il nome è stato comprensibilmente adattato alle specifiche realtà linguistiche locali; ad esempio, fin dall’età ottomana, nel mondo turcofono (di lingua Turca), dove il nome Mehmet non ha mai sollevato perplessità tra i dotti musulmani di quella e di altre parti del mondo islamico.

 


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