Il titolo di questo post prende spunto da una frase resa nota dal giornalista Eugenio Scalfari, attribuita a Papa Francesco e pubblicata su La Repubblica il 9 ottobre 2019:
«Una volta incarnato, Gesù cessa di essere un Dio e diventa fino alla sua morte sulla croce un uomo.»
Anche se il Vaticano precisò che non si trattava di una citazione testuale del Pontefice, ma di una libera interpretazione, l’affermazione ha avuto grande eco perché tocca un tema teologico centrale: la vera natura umana di Gesù.
L’Uomo Gesù: profeta, figlio e fratello
Se Gesù, durante la sua missione terrena, fu pienamente uomo — non un “semidio”, ma un uomo giusto, figlio di DIO — allora le tre grandi religioni abramitiche, ebraismo, cristianesimo e islam, non sono così distanti come spesso si vuole far credere.
Gesù non pronunciò mai frasi del tipo: «Io sono Dio”, oppure «adoratemi!». Piuttosto disse:
«Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non uno solo, DIO»
(Marco 10:18)
«Il Padre è più grande di me»
(Giovanni 14:28)
«Questa è la vita eterna: che conoscano Te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo»
(Giovanni 17:3)
Pregava dicendo “Padre Nostro”e non “Padre mio”, mai chiedendo onori, o un culto per sé, ma indicando il cammino verso DIO. Gesù non cercava di attirare a sé l’adorazione, ma di ricollegare ogni cuore al Creatore.
E quando, sulla croce, nel momento più drammatico e autenticamente umano, gridò:
«Padre, perché mi hai abbandonato?»
(Matteo 27:46)
non mise in scena un dramma, ma visse fino in fondo la condizione dell’uomo: il dolore, la solitudine, la prova. Gesù era uno di noi e soffrì realmente, senza alcuna finzione.
Non a caso, nel Salmo 82 — che Gesù stesso cita — è scritto:
«Io ho detto: voi siete dèi, siete tutti figli dell’Altissimo»
(Salmo 82:6)
Questo passo racchiude una chiave di comprensione preziosa. Su Abrahamic Study Hall (ASH), infatti, si ritiene che Gesù potesse essere “in parte” DIO, ma non in senso esclusivo: lo era come lo può essere ogni uomo o donna giusti, poiché siamo stati creati a Sua Immagine e, seguendo il monito del Salmo 82, tutti possiamo essere “dèi” nella misura in cui viviamo nella giustizia e nella comunione con l’Altissimo.
Gesù si presenta dunque come il Figlio modello, non come il Dio assoluto e irraggiungibile. Si pone come fratello, non come padrone. Il suo scopo non era dominare con potere divino, ma camminare con noi, conducendoci al Padre.
Verso una riconciliazione tra le fedi
Questa verità — che oggi si può affermare con maggiore libertà, grazie alla maturazione del pensiero spirituale e alla crescente sete di autenticità — non annulla la fede cristiana, ma la purifica e la illumina. Non riduce la grandezza di Gesù, ma la restituisce nella sua forma più accessibile e universale, come uomo giusto, profeta di pace, Figlio di DIO per la sua fedeltà e adesione totale alla Volontà del Padre.
Riconoscere la piena umanità di Gesù, così come proclamato nei primi secoli da molti gruppi cristiani delle origini, non significa negare la sua missione divina. Significa ritornare all’essenziale, a ciò che Gesù stesso ha testimoniato: che DIO è Uno e che Lui, Gesù, è l’inviato del Padre, il Maestro che cammina accanto a noi.
In questo quadro, ciò che Ebraismo e Islam affermano da secoli — ovvero che Gesù era un uomo, un profeta, ma non DIO stesso — trova una risonanza profonda anche nella coscienza cristiana più onesta e contemplativa.
Non si tratta di rinunciare alla propria fede, ma di riconoscerne la radice comune e la vocazione alla comunione.
La verità che emerge da questa prospettiva non divide, ma unisce:
l’Ebraismo, che attende il Messia come un uomo consacrato, giusto e fedele alla Legge;
il Cristianesimo, che può riscoprire la forza della sequela di Gesù non come adorazione idolatrica, ma come cammino concreto di imitazione del Figlio verso il Padre;
l’Islam, che onora ʿĪsā (Gesù) come spirito puro di DIO, profeta dell’amore, annunciatore del Giudizio e testimone dell’Unità divina.
Se le tre religioni abramitiche accettassero sinceramente tre semplici verità — già presenti nelle loro Scritture — si avvicinerebbero in modo straordinario:
Gesù, nella sua vita terrena, fu pienamente uomo, non DIO Padre, ma un uomo ispirato e inviato da Lui;
Gesù non venne per fondare una religione nuova, ma per riportare la fede nel DIO Altissimo alla sua purezza originaria, liberandolo dalle rigidità ritualistiche per restituirlo al cuore della Legge: l’amore per DIO e per il prossimo;
Muḥammad (pace su di lui), grande Profeta, ha proseguito la linea profetica tracciata da Abramo, Mosè, Gesù e tutti i Giusti, insegnando gli stessi precetti di giustizia, misericordia, umiltà e adorazione dell’unico DIO.
Queste non sono affermazioni di rottura, ma ponti antichi mai percorsi con decisione, che ora — in un tempo di crisi e di ricerca — tornano visibili alla luce di una teologia più matura e meno impaurita dal cambiamento.
Conclusione
Le affermazioni attribuite a Papa Francesco da Eugenio Scalfari non sono considerate ufficiali, e il Vaticano ha giustamente chiarito che non riflettono la dottrina della Chiesa cattolica. Tuttavia, esse aprono uno spazio di riflessione prezioso.
Non come dogma da accettare o rifiutare, ma come possibilità spirituale per riscoprire il vero cuore del messaggio evangelico.
Questa apertura non è uno scandalo, ma una grazia.
È una crepa nella diga che per secoli ha separato le fedi, e che oggi, finalmente, potrebbe trasformarsi in un ponte.
Un ponte non per cancellare le differenze, ma per riconoscere le radici comuni, e camminare insieme — come disse proprio Lui —
non come sudditi, ma come fratelli.
Il futuro della fede non è nella paura, ma nel coraggio della verità.
E come tutte le verità profonde, anche questa non si impone dall’esterno, ma si lascia scoprire nel silenzio dell’anima.
Chi ha occhi per vedere e orecchie per udire, riconoscerà.
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