Viaggio da Roma a Montecassino (Alessandro Guidi)

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Le orribil pestilenza, che nel 1038 gitto per essa con uccisione di più migliaia de’ suoi cittadini e dello stesso Siconolfo, che n’era signore; i forti danni c’ebbe più volte a patir per mano dè saracini; la tremenda ruina apportatale circa la metà del XIII secolo dall’imperator Corrado; è più forse ancora la non troppa benignità del suo aere,furono tutte cagioni che venisse ella ogni di più dechinando, da ridursi poi a forma e condizione di semplice borgo. E già dè suoi giorni il claverio la chiamò piccolo castello, tenue oppidum, e l’Alberti innanzi di lui aveala detta città quasi tutta rovinata. Squallide e deserte ne son le vie; la sua chiesa cattedrale, c’appellano il vescovado (tempio di quanta già ricchezza e magnificenza?) giace da lunghi anni abbandonata; ed è degli abitatori suoi così scarso il numero che giunge appena alla somma di cica settecento. Ma dentro la città e per tutti i dintorni suoi sorgono sparsamente qua e là maestosi avanzi di vetusti edifici che fanno indizio al paesaggio di qual foss’ella al tempo del suo primo splendore: e si veggon parte delle antiche mura che giravano per ispazio di circa quattro miglia; Una porta assai ben conservata presso la Via Latina; le reliquie dei templi di Diana e di Cerere Elvina ricordati da Giovenale1 ; quelle di un teatro e di un ponte a un solo arco che si tiene essere appartenuto alla detta Via Latina; e simili altre importanti ruine che troppo sarebbe a volte tutte ricordare.

1 El quoties le Roma tuo refici properantem reddel Aquino, mequoque ad Heivinan Cererem, vestramque Dianam Convelle a Cumis

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Dopo che Zotone duca dei Longobardi de Benevento ebbe nel 581 interamente disfatto la Badia di Montecassino, i pochi monaci che poterono sottrarsi a quella miseranda ruina si ridussero in Roma, ove da Pelagio Papa II venne lordato luogo presso il Laterano. Petronace da Brescia, uomo che al pregio delle ricchezze e della nobiltà di sangue aggiungeva l’altro ancor più lodevole di una assai rara bontà di vita, fu colui che centotrent’anni di poi, a conforti di Papa Gragorio II, rimise in essere il desolato Cenobio, e vi ricondusse i monaci da Roma. Elli in certa goisa può dirsi ancora che fondasse in primo la città di San Germano, in quanto che vedendo di sopra al monte crescere in disuasto modo il numero de religiosi, altro monastero edificò alle radici di esso, a dover locarvi quel più de monaci che alla capacità del superiore convento soprabbondava. Tempo dopo al monastero si agginse una chiesa, che l’Abate Potone pose ad onor di San Benedetto; e di poi Gisulfo, altro abate Cassinese, fece un nuovo e più magnifico tempio consacrandolo al culto del Divin Salvatore. Quivi vicino (come intervenne di più altre chiese e altri monasteri) edificatesi in andar di tempo talune casette, venne a formarsi quasi un piccol borgo, dond’ebbe incominciamento la moderna terra di San Germano. Indi a poco men di settant’anni il santo monaco Bertario la circondò di mura, e le diè in greche voci nome di Eulogimonopoli che viene a dire città di San Benedetto: ma poi che l’imperator Ludovico II nel tornarsi in Francia s’abbattè a passar da questa terra

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ed ebbe alla chiesa del monastero fatto dono di una insigne reliquia di San Germano, stato glorioso vescovo di Capua; ella che pria s’intitolava nel Divin Salvatore prese allora novello nome da detto santo e da lui per innanzi si chiamò esso ancora il paese. Questo Bertario il quale poco fa dicemmo aver cinto di mura la nostra citta e datole altro modo di riparo, credendosi così poterla assicurare da subiti assalimenti de saraceni, nemici acerrimi del nome cristiano, si fu ben tosto accorto quanto cotali sue munizioni fosser debole schermo contro la furia di quei crudelissimi ladroni. Stanziavano allora in foce al Garigliano, donde, non che si stesser contenti a corseggiar le marine d’intorno, veniano arditamente per lo detto fiume sin dentro fra terra spargendo il terrore e la morte ovunque metteano piede. Già eran di notte tempo, per lo folto delle tenebre e le secrete vie dei monti, saliti d’improvviso in su la Badia di Montecassino, e cacciatisi quasi lupi nell’ovile, entro què sacri recinti, avean posto a ruba e a fuoco il cenobio tutto, e fatto lagrimevole scempio de monaci che trovarono senza alcun sospetto giacer tranquilli nel sonno. Ma non contenti al ciò, anzi accesi di eserabil odio contro Bertario Abate, stato per la dietro più volte contro essi a battaglia, messa in punto, tra non molti giorni, una maggior schiera di armati, mossero fuoribondi a danni di San Germano. La qual città come che stesse già sull’avviso, e in assetto di difesa, non pote però protegger al gagliardo loro impeto. Avutala dunque i barbari agevolvente trassero difilati alla chiesa ove trucidando lo stesso Bertario e quei monaci tutti, ch’altro partito non trovando che li scampasse, eransi seco accolti supplichevoli a piè degli altari. Indi, corso e saccheggiato il monastero e la terra tutta quanta, e raccolta quella più preda che poterono, fecero del rimanente orribil guasto e sterminio. Volgea l’anno ottocento ottantaquattro di nostra salute, allor che seguì tanto calamitosa rovina, la prima, ma non sola, che toccasse San Germano, la quale, come luogo assai fortificato, posto in su questo estremo delle contrastate napolitane province, fu anche poi non rade volte di guerre e luttuose scene di teatro, quando per incursioni dei barbari, quando per ire di potenti stranieri come a preda comune, scendean in campo a contendersi a gara di esse terre il dominio. I monaci cassinati che come detto è di sopra, posero i primi questa fiorente città ne tennero anche cosantemente la signoria in sino a tanto che per le mutazioni recate nellos corso secolo in Europa dagli innovatori francesi vennero altresì in queste meridionali contrade della nostra penisola i diritti feudali. Onde la storia di San Germano è con quella della badia di Montecassino strettamente collegata, sì rispetto a tal prolungato monacal dominio su di essa, si ancora perchè niuna alterazione seguì nell’una, di che per la vicinità del luogo non fosse ancor l’altra in alcun modo partecipe. Talmente poi i monaci cassinati riguardarono questo bel paese come cosa loro propria, che vollero nella chiesa posta e ntro al cenobio apparisse figurato l’avvenimento della sua fondazione. Vedesi di fatto cotale istoria espressa graziosamente in pitture a fresco nella cappella sacra al martire San Bertario, ultima delle quattro che incontransi chi entrando in quella augusta basilica volga a dritta. Falsamente alcuni portano opinione che San Germano occupi il luogo dell’antica Cassino1 la quale illustre

1 L’Abate Domenico Romanelli nel suo viaggio da Napoli a Montecassino Napoli presso Angelo Trani 1919 dice di esser fuori di dubbio che San Germano sorga dov’era un tempo il foro di Cassino

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città, come meglio in appresso vedremo, era propriamente situata in costa al monte, che da essa ebbe nome di Cassino; ed esisteva tuttavia non pur nell’ottavo secolo, quando cominciò edificarsi San Germano, ma con moderno nome di San Pietro a monastero, e fatta di città semplice villaggio, durò di stare fino a passata di molti anni la prima metà del quattordiciesimo secolo dominante in Napoli il re Ladislao. Ben’è per altro da credere che de’cassinati assai, dopo rovinato il loro paese, si posassero ad abitare a San Germano e per l’accorrer di essi questa quasi lor patria novella, andasse sempre più scemando di popolo la già abbastanza deserta Cassino. Ne soli li abitatori, ma parte altresi del proprio materiale somministrò questa alla nascente rivale, dico le colonne bellissime, e gli altri preziosi marmi, che tolti ta tempi e dalla curia cassinate, adornano anche di presunte le varie chiese di San Germano. E ne va sopra tutte superba la collegiata, e l’altra che s’intitola la Madonna del riparo, principalissime di quante ne abbia la città. La prima delle quali sorse con molto bell’architettura poco innansi all’ottocentesimo anno di Cristo: ma ricostruita di poi al cader del secolo dieci settesimo, l’antico suo aspetto mutò e prese novelle forme non come di pria eleganti, ma quali sol comportava il pravo gusto de corrotti tempi. Vedesi ora tal colleggiata con partita a tre grandi navi e di marmi, stucchi e pitture e simili ad altre più giuse ad ornamenti con pari ricchezza e bizzarria sopramodo decorata. Ed è in special guisa ragguardevole il coro pe graziosi intagli e le altre opere di rilievo in legno eseguite con assai maestrevol lavoro. L’altra chiesa che abbiamo detto intitolarsi a nostra Donna del riparo, e che si noma Eziandio delle quattro torri rispetto all’essere stata per la dietro munita a suoi quattro angoli di altrettanto torri venne come fama edificata dall’Abate Teodomaro

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in quello stesso secolo ottavo in che ebbe origine la terra di San Germano. Ne sorreggon la volta dodici colonne di erettissimo marmo cipollino (da due in fuori, che sono granito orientale) tutte aventi capitelli d’ordine corintio, le quali credesi c’abbellissero già la curia dell’antica Cassino. Altre chiese possiede San Germano di manco importanza che le due già descritte, ma da mettere in conto esse ancora per alcuna bella opera di arte onde vanno fornite. Bellissimo è altresi il palazzo badiale, così chiamato per la residenza che vi facea d’ordinario il padre Abate di Montecassino, il quale sorge alto in uno delli estremi punti della città che guarda il meriggio; e contiene assai vasti appartamenti ornati già con tanto sfarzo di magnificanza quanto ad albergo di ogni gran signore più si conviene. Ben per ciò potè esso onoratatmente accogliere in ospizio, vari principi regnanti con le loro corti, e personaggi altri vari assai di alto affare e rispetto. Molte sono le anticaglie che, andando vedendo per la terra si incontrano in più luoghi, come a dir d’iscrizioni, vasi, rocchi di colonne, ed altri frammenti di marmi scavati, già dalla vetusta Cassino, le cui rovine trovansi, uscendo da Porta Romana, dopo breve tratto, al cominciar della costa. Grandeggia tra cotali ruine l’anfiteatro, che in parte è conservato e che durerebbe forse il miglior essere se alla malignità del tempo e alla desolatrice ira di barbarie genti congiunta non si fosse a disfarlo l’opera altresì di quei stolti sapienti, che stimarono ben fatto distruggere i bellissimi antichi edifici per costruire i moderni bruttissimi. Una latina iscrizione rinvenuta nei luoghi all’intorno e che ora si conserva nel monastero di Montecassino, dinota che Ummidia Quadratilla, figlia a Caio Ummidio Quadrato fece di sua spesa a cassinati

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anfiteatro e il tempio. Questo Ummidio Quadrato tenne lucrossissimi uffici sotto imperatori Tiberio, Claudio e Nerone; onde non è meraviglia tra quel tempo mettere insieme immensi tesori che scaddero di poi tutti in eredità alla giaddetta Ummidia Quadratilla.
Procedendo più volte verso l’erta del monte, si rivengono eziandio li avansi del teatro e di antichi condotti di acqua e quelch’e più che osservabile una vetusata mole sovrapposta all’anfiteatro, che convertita ora in uso di chiesucciola cristiana nomasi Cappella del crocifisso. Questo edificio occh’ei si fosse un tempio stato già dei gentili, o (come par più sicuro) un sepolcro è in vero assai singolar monumento tra per la solidità delle sue mura che sono in mani pietre quadrate commesse insieme senza opra di calce, e perchè il meglio conservato di quanti rimangono della prisca Cassino. La qual città chiama Strabone ultima dei latini, e memorabile tra le molte terre che si trova esser già fiorite lungo la Via Latina 4. Di lei parla altresì Silio Italico in più luoghi e ove ricorda le sue campagne abitate da ninfe;

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e dove le da aggiunto di nebulosa accennendo forse alle molte correnti di acque che solcan da tutti i lati la valle di San Germano che le nebbie che vi regnan continue, massime a brevi giorni dell’anno. Ignorasi in che tempo, e da chi avesse principio cassino in cui secondo Varrone, tennero già dominio i sanniti originati da Sabini, e che i Romani fecero loro colonia circa l’anno quattrocentoquarantuno, essendo consoli I. Papinio e C. Giunio e niente meglio ciò è noto quanto cadesse ella in si basso stato che da grande e possente città, c’era dall’innansi divenisse di poi picciolo e oscuro villaggio; come che pensino alcuni che ciò seguisse al tempio delle correrie dei Goti, le quali durarono in Italia per quasi intero un secolo, cioè dall’anno 455 al 549 di nostra salute.
Quando la villa di M. Terrenzio Varrone per li eruditi viaggiatori i quali visitano codesti luoghi è oggetto di speciale ricerca, essa sorgea parte di sopra a quei tre progetti, che oggidì si addimandano i Monticelli, e che sono dalla sinistra sponda del rapido detto già Binio; parte si distende ancora nella soggetta pianura, e in sino alle rive del fiume, con forme mostrano i molti avanzi di fabbriche, ch’ivi appariscon tutt’ora di opera reticolata e laterizia così chiamata. Ebbe oltremodo in delizia quel dottissimo scrittore il soggiorno di questa sua casa di compagnia la quale egli descrisse nel terzo delle cose rustiche ed ove dimorò gran parte dei suoi anni, e tutte o presso che tutte, siccome è fama, compese le sue opere. Onde a buon diritto M. Tullio la chiamò asilo degli studi di lui studiorum

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suorum diversiorium, e dopo aver acremente ripreso Antonio; che di un santuario della  sapienza, n’ebbe colle sue turpitudini  fatto un bordello, soggiunse: Quae in illa villa ante dicebantur? Quae cogitabantur? Quae litteris mandabatntur? Jura populi romani, monumenta majorum, omnis sapientiae ratio, omnisque doctrina . . . . (Philipp. II.).
Tornando a dir di San germano, essa è piccola ma molto illustre città in su la terra di Lavoro, animata da poco più di cinquemila abitatori. Il suo sito e a piè di Monte Cassino in fertil pianura tutta irrigata dalle acque del Rapido e di altre fiumane, che scendono copiose dai giochi delle vicine montagne. Vari personaggi ella generò di nome assai chiaro il famoso quali per pregio di armi e di lettere, quali del maneggio di grandi civili negozi.  Tra cui sono primamente da ricordare Pietro e Stefano, cognominati ambedue da San Germano, stato l’un di essi consigliere all’imperatore Federigo II, e mandato da lui in ufficio di suo ambasciatore presso la Santa sede; l’altro dal re Odoardo III d’Inghilterra innalzato all’amministrazione del suo regno.  Vien dopo costoro un Riccardo (del quale ancora altro cognome non so quello di Sangermano) scrittore di lattine Croniche, i cui originali manoscritti si conservano nella biblioteca Cassinese.  Per ciò poi che s’attiene agli studi di giurisprudenza, basta che valentissimi e si reputarono Giovanni Antonio Gizzarelli e Fabrizio Sammarco. Né  in fine  si vuol passare col silenzio quel capitan Cola così mirabile di militari virtù, che sotto Alfonso I  di Aragona meritò essere onorato con titolo di fortezza di guerra.
Da quel lato ove Monte Cassino più si distende verso settentrione,  sorge una rocca, che la Aliberno abbate Cassinese circa all’anno novecento quarantanove fondò

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Nel sasso, non so se a difendere a signoreggiar la terra di San Germano: essa si nomò Janula da un tempio dedicato a Giano, che si crede essere ivi esistito in remotissima età.

 

BADIA DI MONTE CASSINO

 

Da San germano a Monte Cassino non ha più spazio di via che di sole tre miglia, le quali si percorrono facendo lunga aggirata intorno all’amena costiera del monte, per cammino assai agevole sormontare, ma non è però possibile a condurvisi le vetture. Poco innanzi di pervenire all’altezza della salita, si dimostra a vedere quella, non so qual dirò più, regale abitazione o stanza di Monaci, che in ammirazione delle genti merge imperiosa al cielo la fronte sopra a sassosa e solitaria montagna. La badia di Montecassino assai insigne monumento della Cristianità, E tale da aversi in altissima venerazione, nonché dall’Italia, ma dall’Europa intera, e da quanti sonno popoli al mondo che posso di senno e civiltà menar vanto.  Già si dal nascer suo primo sali essa in tanta onoranza, che a’ nostrani E stranieri mise essa in tanta onoranza, che a’ nostrani e stranieri mise egualmente nell’animo desiderio di visitarla: e lo stesso re Tortila vi si condusse nel 542, cioè 13 anni appresso al giunger di San Benedetto in questo Monte.  Continua fu poi, come è ancor di presente, la pratica di devoti e curiosi peregrini, che mossi dalla sua tanta celebrità vi traggono in ogni tempo da tutte parti del mondo. I quali, come presa l’erta del monte, pervengono la prima volta veduta della mura del Cenobio, stanno attoniti di meraviglia in contemplare quel tutto assiemi di straordinaria grandezza e magnificenza, che traspare eziandio dall’esteriori sue forme. Or come tanto miracolo di momento in sì remoto e selvatico luogo?

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