Ignazio di Antiochia: In pasto alle belve, raggiungendo DIO

Ignazio di Antiochia (etimologia dal Latino “Igneo”, “di fuoco”), detto l‘Illuminatore (35 Antiochia di Siria – Roma, 107 circa), è stato un vescovo e teologo della Siria e discepolo di San Giovanni Apostolo. È venerato come Santo dalla Chiesa ortodossa e dalla Chiesa cattolica, ed è annoverato fra i Padri della Chiesa e Padre Apostolico.
Fu il secondo successore di Pietro l’Apostolo come vescovo di Antiochia di Siria, cioè della terza città per grandezza del mondo antico mediterraneo.

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Sono frumento di DIO:
sarò macinato dai denti delle fiere

“Scrivo a tutte le chiese, e a tutti annunzio che morrò volentieri per DIO, se voi non me lo impedirete. Vi scongiuro, non dimostratemi una benevolenza inopportuna. Lasciate che io sia pasto delle belve, per mezzo delle quali mi sia dato di raggiungere DIO. Sono frumento di DIO, e sarò macinato dai denti delle fiere per divenire pane puro di Cristo. Supplicate Cristo per me, perché per opera di queste belve io divenga ostia per il SIGNORE.
 A nulla mi gioveranno i godimenti del mondo né i regni di questa terra. È meglio per me morire per Gesù Cristo che estendere il mio impero fino ai confini della terra. Io cerco colui che è morto per noi, voglio colui che per noi è risorto. È vicino il momento della mia nascita.
Abbiate compassione di me, fratelli. Non impeditemi di vivere, non vogliate che io muoia. Non abbandonate al mondo e alle seduzioni della materia chi vuol essere di DIO. Lasciate che io raggiunga la pura luce; giunto là, sarò veramente un uomo. Lasciate che io imiti la passione del mio Dio. Se qualcuno lo ha in sé, comprenda quello che io voglio e mi compatisca, pensando all’angoscia che mi opprime.
Il principe di questo mondo vuole portarmi via e soffocare la mia aspirazione verso DIO. Nessuno di voi gli dia mano; state piuttosto dalla mia parte, cioè da quella di DIO. Non siate di quelli che professano Gesù Cristo e ancora amano il mondo. Non trovino posto in voi sentimenti meno buoni. Anche se vi supplicassi, quando sarò tra voi, non datemi ascolto: credete piuttosto a quanto vi scrivo ora nel pieno possesso della mia vita. Vi scrivo che desidero morire.
Ogni mio desiderio terreno è crocifisso e non c’è più in me nessun’aspirazione per le realtà materiali, ma un’acqua viva mormora dentro di me e mi dice: «Vieni al PADRE». Non mi diletto più di un cibo corruttibile, né dei piaceri di questa vita. Voglio il pane di DIO, che è la carne di Gesù Cristo, della stirpe di Davide; voglio per bevanda il suo sangue che è l’amore incorruttibile.
Non voglio più vivere la vita di quaggiù. E il mio desiderio si realizzerà, se voi lo vorrete. Vogliatelo, vi prego, per trovare anche voi benevolenza. Ve lo domando con poche parole: credetemi. Gesù Cristo vi farà comprendere che dico il vero: egli è la bocca verace per mezzo della quale il PADRE ha parlato in verità. Chiedete per me che io possa raggiungerlo. Non vi scrivo secondo la carne, ma secondo il pensiero di DIO. Se subirò il martirio, ciò significherà che mi avete voluto bene. Se sarò rimesso in libertà, sarà segno che mi avete odiato.”
(dalla Lettera ai Romani, Capitoli 4, 1-2; 6, 1 – 8, 3; Funk, 1, 217-223)

Biografia

Fu istruito in età adulta da San Giovanni evangelista e, secondo la tradizione, nel 69 fu nominato secondo successore di Pietro, dopo sant’Evodio, alla sede episcopale di Antiochia. Condannato ad bestias (pena capitale nell’Arena con le bestie) durante il regno dell’imperatore Traiano (98-117), fu imprigionato e condotto da Antiochia a Roma sotto la scorta di una pattuglia di soldati per esservi divorato dalle fiere. Lo storico Allen Brent sostiene che Ignazio è stato accusato e giustiziato con altri cristiani per il crimine capitale di disturbo della pace.

Ignazio di Antiochia martirizzato nell’Arena

Nel corso del viaggio da Antiochia a Roma scrisse sette lettere alle chiese che incontrava sul suo cammino o vicino ad esso. Esse ci sono rimaste e sono una testimonianza unica della vita della chiesa dell’inizio del II secolo. Le prime quattro lettere furono scritte da Smirne alle comunità dell’Asia Minore, di Efeso, di Magnesia e di Tralli, ringraziandole per le numerose dimostrazioni d’affetto testimoniate nelle sue tribolazioni durante la sua predicazione.

Partito da Smirne, Ignazio giunse nella Troade, dove scrisse altre tre lettere: la prima ai Romani, supplicandoli di non impedire il suo martirio, inteso come desiderio di ripercorrere la vita e la passione di Gesù: «Com’è glorioso essere un sole al tramonto, lontano dal mondo, verso DIO. Possa io elevarmi alla Tua presenza». Poi scrisse alla chiesa di Filadelfia e a quella di Smirne, chiedendo che i fedeli si congratulassero con la comunità d’Antiochia, che aveva sopportato con coraggio le persecuzioni ora ivi concluse. Scrisse anche a Policarpo, vescovo di Smirne, aggiungendovi interessanti direttive per l’esercizio della funzione episcopale, consigliandogli di «tenere duro come l’incudine sotto il martello».

Le sue lettere esprimono calde parole d’amore a Cristo e alla Chiesa. Appare per la prima volta l’espressione Chiesa Cattolica, ovvero universale (dal greco cattolica formata dall’unione del prefisso rafforzativo katà con il termine òlos cioè tutt’uno, tutto intero, in senso più ampio, universale), ritenuto un neologismo creato da lui. Le Lettere di Ignazio sono una finestra aperta per conoscere le condizioni e la vita della chiesa del suo tempo. In particolare appare per la prima volta nelle sue lettere la concezione tripartita del ministero cristiano: vescovo, presbiteri, diaconi. Ignazio auspicava una nuova organizzazione della chiesa cristiana in cui un solo vescovo presiedesse “al posto di DIO”. Questo vescovo avrebbe esercitato l’autorità su molti sacerdoti. Tali idee influenzarono e stimolarono l’elaborazione teologica successiva.

Altro tema significativo è la confessione della vera umanità di Cristo contro i docetisti, i quali sostenevano che l’incarnazione del Figlio di DIO fosse stata solo apparente.

Raggiunta Roma dopo il faticoso viaggio, Ignazio subì il martirio nell’Urbe. Fu esposto alle fiere nell’Arena durante i festeggiamenti in onore dell’imperatore Traiano, vincitore in Dacia.


The following seven letters preserved under the name of Ignatius are generally considered authentic as they were mentioned by the historian Eusebius in the first half of the fourth century.

Seven authentic letters:

Writing in 1886, Presbyterian minister and church historian William Dool Killen asserted none of the Ignatian epistles were authentic. Instead, he argued that Callixtus, bishop of Rome, pseudepigraphically wrote the letters around AD 220 to garner support for a monarchical episcopate, modeling the renowned Saint Ignatius after his own life to give precedent for his own authority.[20]:137 Killen contrasted this episcopal polity with the presbyterian polity in the writings of Polycarp.[20]:127

Most scholars, however, accept at least the two Ignatian epistles which were referenced by Origen, and believe that by the 5th century, this collection had been enlarged by spurious letters. The original text of six of the seven authentic letters are found in the Codex Mediceo Laurentianus written in Greek in the 11th century (which also contains the pseudepigraphical letters of the Long Recension, except that to the Philippians), while the letter to the Romans is found in the Codex Colbertinus. Some of the original letters were, at one point, believed to had been changed with interpolations. The oldest is known as the “Long Recension” which dates from the latter part of the fourth century. These were created to posthumously enlist Ignatius as an unwitting witness in theological disputes of that age, but that position was vigorously combated by several British and German critics, including the Catholics Denzinger and Hefele, who defended the genuineness of the entire seven epistles. At the same time, the purported eye-witness account of his martyrdom is also thought to be a forgery from around the same time. A detailed but spurious account of Ignatius’ arrest and his travails and martyrdom is the material of the Martyrium Ignatii which is presented as being an eyewitness account for the church of Antioch, and attributed to Ignatius’ companions, Philo of Cilicia, deacon at Tarsus, and Rheus Agathopus, a Syrian.

Although James Ussher regarded it as genuine, if there is any genuine nucleus of the Martyrium, it has been so greatly expanded with interpolations that no part of it is without questions. Its most reliable manuscript is the 10th-century Codex Colbertinus (Paris), in which the Martyrium closes the collection. The Martyrium presents the confrontation of the bishop Ignatius with Trajan at Antioch, a familiar trope of Acta of the martyrs, and many details of the long, partly overland voyage to Rome. The Synaxarium of the Coptic Orthodox Church of Alexandria says that he was thrown to the wild beasts that devoured him and rent him to pieces.

Ignatius’s letters proved to be important testimony to the development of Christian theology, since the number of extant writings from this period of Church history is very small. They bear signs of being written in great haste and without a proper plan, such as run-on sentences and an unsystematic succession of thought.

Ignatius modeled his writings after Paul, Peter, and John, and even quoted or paraphrased their own works freely, such as when he quoted 1 Corinthians 1:18, in his letter to the Ephesians: “Let my spirit be counted as nothing for the sake of the cross, which is a stumbling-block to those that do not believe, but to us salvation and life eternal.” – Letter to the Ephesians 18, Roberts and Donaldson translation

Christology

Ignatius is known to have taught the deity of Christ:

There is one Physician who is possessed both of flesh and Spirit; both made and not made; GOD existing in flesh; true life in death; both of Mary and of GOD; first passible and then impassible, even Jesus Christ our Lord.

— Letter to the Ephesians, ch. 7, shorter version, Roberts-Donaldson translation

Also in the interpolated text of the 4th Century Long Recension:

But our Physician is the Only true GOD, the unbegotten and unapproachable, the lORD of all, the FATHER and Begetter of the only-begotten Son. We have also as a Physician the LORD our GOD, Jesus the Christ, the only-begotten Son and Word, before time began, but who afterwards became also man, of Mary the virgin. For “the Word was made flesh.” Being incorporeal, He was in the body, being impassible, He was in a passible body, being immortal, He was in a mortal body, being life, He became subject to corruption, that He might free our souls from death and corruption, and heal them, and might restore them to health, when they were diseased with ungodliness and wicked lusts.

— Letter to the Ephesians, ch. 7, longer version

He stressed the value of the Eucharist, calling it a “medicine of immortality” (Ignatius to the Ephesians 20:2). The very strong desire for bloody martyrdom in the arena, which Ignatius expresses rather graphically in places, may seem quite odd to the modern reader. An examination of his theology of soteriology shows that he regarded salvation as one being free from the powerful fear of death and thus to bravely face martyrdom.

Ignatius is claimed to be the first known Christian writer to argue in favor of Christianity’s replacement of the Sabbath with the Lord’s Day:

Be not seduced by strange doctrines nor by antiquated fables, which are profitless. For if even unto this day we live after the manner of Judaism, we avow that we have not received grace … If then those who had walked in ancient practices attained unto newness of hope, no longer observing Sabbaths but fashioning their lives after the Lord’s day, on which our life also arose through Him … how shall we be able to live apart from Him?

— Ignatius to the Magnesians 8:1, 9:1-2, Lightfoot translation.

Let us therefore no longer keep the Sabbath after the Jewish manner, and rejoice in days of idleness, … But let every one of you keep the Sabbath after a spiritual manner, rejoicing in meditation on the law, not in relaxation of the body … and not eating things prepared the day before, nor using lukewarm drinks, and walking within a prescribed space … And after the observance of the Sabbath, let every friend of Christ keep the LORD’s day as a festival, the resurrection-day, the queen and chief of all the days [of the week]. Looking forward to this, the prophet declared, “To the end, for the eighth day,” on which our life both sprang up again, and the victory over death was obtained in Christ

— Letter to the Magnesians 9, Roberts and Donaldson translation, p. 189.

Ignazio d’Antiochia nell’anfiteatro. Fù terzo vescovo di Antiochia, qui raffigurato lacerato dai leoni con nel cuore il monogramma di Cristo “IHS”

Ecclesiology

Ignatius is the earliest known Christian writer to emphasize loyalty to a single bishop in each city (or diocese) who is assisted by both presbyters (elders) and deacons. Earlier writings only mention either bishops or presbyters.

For instance, his writings on bishops, presbyters and deacons:

Take care to do all things in harmony with GOD, with the bishop presiding in the place of GOD, and with the presbyters in the place of the council of the apostles, and with the deacons, who are most dear to me, entrusted with the business of Jesus Christ, who was with the Father from the beginning and is at last made manifest

— Letter to the Magnesians 2, 6:1

He is also responsible for the first known use of the Greek word katholikos (καθολικός), meaning “universal”, “complete” and “whole” to describe the church, writing:

Wherever the bishop appears, there let the people be; as wherever Jesus Christ is, there is the Catholic Church. It is not lawful to baptize or give communion without the consent of the bishop. On the other hand, whatever has his approval is pleasing to GOD. Thus, whatever is done will be safe and valid.

— Letter to the Smyrnaeans 8, J.R. Willis translation.

It is from the word katholikos (“according to the whole”) that the word catholic comes. When Ignatius wrote the Letter to the Smyrnaeans in about the year 107 and used the word catholic, he used it as if it were a word already in use to describe the Church. This has led many scholars to conclude that the appellation Catholic Church with its ecclesial connotation may have been in use as early as the last quarter of the First century. On the Eucharist, he wrote in his letter to the Smyrnaeans:

Take note of those who hold heterodox opinions on the grace of Jesus Christ which has come to us, and see how contrary their opinions are to the mind of GOD … They abstain from the Eucharist and from prayer because they do not confess that the Eucharist is the flesh of our Savior Jesus Christ, flesh which suffered for our sins and which that Father, in his goodness, raised up again. They who deny the gift of GOD are perishing in their disputes.

— Letter to the Smyrnaeans 6:2–7:1

In his letter addressed to the Christians of Rome, he entreats to do nothing to prevent his martyrdom.

 


Bibliografia

  • Eusebio di Cesarea, nel Chronicon, trattando dell’anno 107/08, scrive che Ignazio, vescovo di Antiochia, fu portato a Roma ed esposto alle fiere; per cui anche San Girolamo scrive, nel De viris illustribus, che Ignazio subì il martirio nel terzo anno dell’imperatore Traiano (che corrisponde al 107-08);
  • Giovanni Crisostomo († 407) dedicò una delle sue celebri omelie a Ignazio.

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