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Lucio Annaeus Seneca il Giovane (4 a.C. circa – 65 d.C.), solitamente noto come Seneca, è stato un filosofo stoico romano, statista, drammaturgo dell’età post-agostana della letteratura latina. De Tranquillitate Animi (La tranquillità dell’animo) è un’opera latina del filosofo sottoforma di dialogo. Una conversazione e un confronto quindi tra lo stato d’animo dell’amico di Seneca, Annaeus Serenus, su come curare l’ansia, la preoccupazione e l’avversione per la vita (depressione).

Sommario

Seneca, come altri stoici , si preoccupava di fornire intuizioni per lo sviluppo di un'”esercizio di vita”, ovvero cercare di allenare la propria mente a vivere bene, passando inevitabilmente dal trasformare la propria persona in un essere virtuoso ed equilibrato. De Tranquillitate Animi fa parte di un trio di dialoghi al suo amico Sereno, che comprende De Constantia Sapientis e De Otio . Rispetto alle altre due opere, l’intenzione di De Tranquillitate Animi è più terapeutica. L’opera si apre con Sereno che chiede consiglio a Seneca, spiegandogli di sentirsi agitato, e in uno stato di instabile, “come se fossi su una barca che non avanza e viene sballottata”. Seneca usa il dialogo per affrontare una questione che è emersa molte volte nella sua vita: il desiderio di una vita di contemplazione e la necessità di un impegno sociale attivo. Seneca sostiene che l’obiettivo di una mente tranquilla può essere raggiunto essendo flessibile e cercando una via di mezzo tra i due estremi. Se si vuole raggiungere la tranquillità, Seneca consiglia una vita austera, dimentico del lusso eccessivo e inutile. Ci consiglia di scegliere con cura i nostri compagni, poiché se scegliamo quelli che sono corrotti dai vizi, i loro vizi si estenderanno a noi (capitolo 7). L’austerità è il principale trattamento per la pace della mente: dobbiamo imparare a contenerci, a frenare i nostri desideri, a temperare la gola, a mitigare la rabbia, a guardare la povertà con occhi buoni e a riverire l’autocontrollo (capitolo 8). Seneca paragona chi ha molto e non sa goderselo a chi possiede una grande biblioteca di libri per mera esposizione (capitolo 9). Nel capitolo 11, Seneca introduce la figura del saggio stoico, la cui tranquillità (atarassia) scaturisce direttamente da una maggiore comprensione del Mondo. La completa sicurezza e autosufficienza del saggio escludono le passioni malsane (apatheia), cioè disturbi che non possono turbare la persona che è, per definizione, razionale. Solo il ragionamento, la prudenza e la lungimiranza possono creare in qualcuno l’ideale atmosfera di pace. Il filosofo, pur conservando la sua tranquillità, non odia l’umanità per la sua non curanza, ingiustizia, ignoranza e corruzione. I tempi in cui viviamo non sono peggiori dei precedenti, non è ragionevole perdere tempo ad infierire su questi mali, è più ragionevole riderne (capitolo 15). La cura giusta è dunque seguire la natura, trovare il giusto equilibrio tra socialità e solitudine, travaglio e svago, sobrietà e intossicazione, e “vegliare sulla nostra mente vacillante con cura intensa e incessante” (capitolo 17).

Inizio

Niente è così amaro che una mente calma non possa trovarvi conforto. «Nec aegroto nec ualeo» – «Né sono malato né sano» All’inizio di questo dialogo Seneca lascia che il giovane allievo Sereno, prenda direttamente la parola e faccia un lungo discorso che occupa tutto il primo capitoletto del libro. Questo unicum tra tutti i dodici libri dei dialoghi è prova invero di fine introspezione psicologica del maestro di vita Seneca, che riportando quello che si può definire l’esame di coscienza di Sereno, invece di riassumerlo nel discorso generale, con un esito inevitabile di rimprovero più o meno velato verso l’allievo, lascia che appaia come esposizione diretta dei dubbi e dei travagli dell’animo di lui. Seneca potrà così intervenire non come superiore ma come confidente che, messo a parte di cose intime, può dare i consigli di chi conosce per esperienza i dubbi e i turbamenti del confidato. A questa risposta diretta di Seneca a Sereno è dedicato l’inizio del secondo capitolo. Solo dopo prenderà avvio il discorso generale, avendo prima assolto in pieno alla funzione di fine e sensibile direttore di coscienza: «Quomodo ad hanc perueniri possit in uniuersum quaeramus; sumes tu ex publico remedio quantum uoles» – «Come a questa si possa pervenire cercheremo in generale, tu prenderai dal rimedio comune quanto vorrai» Sereno è diviso tra due stati d’animo, quasi in un luogo di transito dello Spirito. Avviato verso la sapienza autarchica, già superate le passioni travolgenti l’animo, ma ancora lo sfarzo gli s’imprime sugli occhi, pur amando e vivendo la parsimonia; ancora punge la volontà di azione pubblica, pur facendo vita in sé raccolta; ancora nello scrivere si lascia trasportare nel sublime quando l’argomento l’infiamma, pur volendo una scrittura tutta aderente alle cose. Ma la meschinità sottesa a queste apparenze speciose sempre lo rigetta indietro, sbollito l’entusiasmo, lasciandolo più convinto della scelta autarchica ma più malcontento e inquieto e destinato di volta in volta a ricadere nelle stesse tentazioni; l’esito di questo “beccheggio” dell’animo è infine la nausea: «Non esse periculosos hos motus animi nec quicquam tumultuosi afferentes scio; ut uera tibi similitudine id de quo queror exprimam, non tempestate uexor, sed nausea» – «Che non sono pericolosi questi moti dell’animo e tali da generare tumulti lo so; per esprimere ciò di cui mi rammarico con una similitudine reale, non sono vessato dalla tempesta ma dalla nausea» A ben vedere, l’ondeggiamento di Sereno oscilla tra la volontà di esercitare una virtù paneziana, che trovi il suo compimento nell’azione, pubblica principalmente, e la volontà, esperito che le condizioni sociali non la rendono utile, di rifugiarsi – seppure a malincuore (recedo tristior; torno indietro rattristato) – nella virtù autosufficiente di epicurei e cinici. Degradato lo splendore della gloria alla vuota appariscenza del lusso; il foro a intreccio di rapporti sordidi piuttosto che a luogo deputato all’azione giudiziale e politica; l’oratoria, la parola impostata retoricamente, smessa d’essere strumento d’azione forense, ridotta a vana declamazione scolastica; il fascino del passato però ancora l’attira malgrado il ben diverso presente di Roma. È questo l’ultimo e più difficile da estirpare ondeggiamento di cui Sereno prega Seneca di liberarlo: «Rogo itaque, si quod habes remedium quo hanc fluctuationem meam sistas, dignum me putes qui tibi tranquillitatem debeam» – «Ti prego dunque, se hai qualche rimedio con cui fermare questa mia fluttuazione, che tu mi ritenga degno di dovere a te la mia tranquillità»

Incipit

Coloro che la fortuna non ha mai favorito sono più gioiosi di coloro che ha abbandonato. “Ero immerso nell’introspezione, Seneca, ed ecco mi apparivano alcuni vizî, messi allo scoperto, tanto che potevo afferrarli con la mano: alcuni più nascosti e reconditi, altri non costanti, ma ricorrenti di quando in quando, che definirei addirittura i più insidiosi, come nemici sparpagliati e pronti ad attaccare al momento opportuno, con i quali non è ammessa nessuna delle due tattiche, star pronti come in guerra né tranquilli come in pace. Tuttavia ho da criticare soprattutto quell’atteggiamento in me (perché infatti non confessarlo proprio come a un medico?), vale a dire di non essermi liberato in tutta sincerità di quei difetti che temevo e odiavo e di non esserne tuttavia ancora schiavo; mi ritrovo in una condizione se è vero non pessima, pur tuttavia più che mai lamentevole e uggiosa: non sto né male né bene.”

Parti significative

E’ importante sapersi ritirare in se stessi: un eccessivo contatto con gli altri, spesso così dissimili da noi, disturba il nostro ordine interiore, riaccende passioni assopite, inasprisce tutto ciò che nell’animo vi è di debole o di non ancora perfettamente guarito. Vanno opportunamente alternate le due dimensioni della solitudine e della socialità: la prima ci fa farà provare nostalgia dei nostri simili, l’altra di noi stessi; in questo modo, l’una sarà proficuo rimedio dell’altra. La solitudine guarirà l’avversione alla folla, la folla cancellerà il tedio della solitudine. (Caput XVII)
Questo mio parlare è rivolto a chi è imperfetto, a mezza via, parte sano, non a chi è sapiente
 
Dunque cerchiamo il modo per cui l’animo abbia un andamento sempre uguale e favorevole e sia propizio a se stesso e guardi lieto ai suoi beni e non interrompa questa gioia, ma resti in uno stato placido senza mai sollevarsi o deprimere. Questa sarà la tranquillità
 
Né io negherei che talvolta occorra cedere, ma pian piano, a passo indietro, portando in salvo le insegne e l’onore militare: sono più assicurati e protetti dai loro nemici coloro che si arrendono in armi
 
Questo stabile fondamento dell’animo i Greci lo chiamano euthymía, su cui v’è un egregio libro di Democrito; io la chiamo tranquillitas: non è infatti necessario imitare e tradurre le parole greche secondo la loro forma; la cosa propriamente, di cui è questione, va indicata con qualche nome che della voce greca deve avere la forza non l’aspetto
 
Non c’è grande genio senza un pizzico di follia.
  Chi vorrà vivere tranquillamente non tratti molti affari privati né molti affari pubblici  
Per questo magnanimamente noi non ci siamo chiusi tra le mura d’una città, ma messi fuori in relazione con tutta la terra e professati cittadini del mondo, perché fosse possibile dare alla virtù più ampio spazio
 
Puoi forse trovare città più infelice di quella ateniese quando la facevano a pezzi i trenta tiranni? […] Eppure Socrate era in piazza e consolava i senatori piangenti ed esortava chi disperava della repubblica e rimproverava i timorosi della loro ricchezza del pentimento tardivo della loro rischiosa avidità e a chi voleva imitarlo portava in giro un grande esempio nell’andare libero in mezzo a trenta padroni
 
In qualunque situazione della vita, troverai momenti di soddisfazione, di riposo, di piacere, se preferirai giudicare lievi i tuoi mali invece di renderteli odiosi. (10, 1; 2000, p. 212)
 
Siamo tutti legati alla sorte, alcuni con una lenta catena d’oro, altri con una catena stretta ed avvilente, ma che importa? Ha messo tutti ugualmente sotto sorveglianza, sono legati anche quelli che ci legano […]. La vita è tutta una schiavitù. Bisogna, dunque, adeguarsi alla propria condizione, lamentarsene il meno possibile, cogliere tutti i vantaggi che essa presenta: non c’è situazione tanto amara, che l’equilibrio interiore non riesca a cavarne qualche motivo di conforto. Tante volte, superfici ristrette sono diventate ampiamente utilizzabili per merito dell’ingegnere che le ha sapute suddividere e una buona ristrutturazione ha reso abitabili localucci angusti. Applica la ragione alle difficoltà: diventa possibile che il duro s’ammorbidisca, l’angusto s’allarghi e che il carico, portato avvedutamente, risulti meno pesante. (10, 3-4; 2000, p. 213)
 
È dunque meglio accettare con calma il comportamento comune ed i vizi degli uomini, senza lasciarsi andare né al riso né al pianto: il provare tormento per i mali altrui è eterna miseria, il dilettarsi dei mali altrui è voluttà disumana. (15, 5; 2000, p. 219)
 
Dobbiamo limitare la corsa avanti e indietro praticata dalla maggior parte degli uomini, vagando per case, teatri e mercati. Si preoccupano degli affari degli altri e sembra sempre che loro stessi abbiano qualcosa da fare. Se chiedi a uno di loro mentre esce dalla sua stessa porta: “Dove stai andando?” lui risponderà: “Per Ercole, non lo so: ma vedrò alcune persone e farò qualcosa”. Vagano senza scopo cercando qualcosa da fare, e fanno, non quello che hanno deciso di fare, ma quello che è caduto casualmente sulla loro strada. Si muovono inutilmente e senza alcun piano, proprio come le formiche che strisciano sui cespugli, che strisciano fino in cima e poi scendono di nuovo in fondo senza guadagnare nulla. Molti uomini trascorrono la loro vita esattamente nello stesso modo, che si può chiamare uno stato di irrequieta indolenza.
 
la migliore quantità di possedimenti da avere è quella che basta a tenerci lontani dalla povertà, e che tuttavia non è lontana da essa.
 
Nessuna spesa è più nobile di quella che si fa per l’acquisto dei libri, ma nessuna spesa è meno giudiziosa di quella fatta per l’acquisto di troppi libri. A che serve una enorme quantità di volumi, dei quali, nella brevità della vita, si abbia appena il tempo di leggerne i titoli. Meglio leggere e rileggere pochi autori eccellenti che leggicchiarne migliaia.
 
Ciò che desideri, essere indisturbato, è una cosa grande, anzi, la cosa più grande di tutte, e una che eleva un uomo quasi al livello di un dio. I Greci chiamano questo fermezza di calma mentale Euthymia, e il trattato di Democrito su di essa è ottimamente scritto: io la chiamo la pace della mente
   
Referenze  

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