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Tabella dei Contenuti
Introduzione
Il Testamento di Giobbe appartiene al più ampio corpus degli scritti apocrifi e pseudepigrafi giudaici che reinterpretano e ampliano le figure e le narrazioni delle Scritture ebraiche. A differenza del libro canonico di Giobbe, che è prevalentemente poetico e dialogico, quest’opera si presenta come un testamento finale pronunciato da Giobbe ai suoi figli al termine della sua vita, collocando così il racconto nel quadro letterario della letteratura testamentaria.
Il testo ci è pervenuto nelle tradizioni greca, copta e slava, e gli studiosi collocano generalmente la sua composizione tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. È solitamente considerato un’opera giudaica, anche se parte della sua trasmissione manoscritta successiva passò attraverso ambienti cristiani. Il suo carattere letterario è profondamente modellato dal mondo del giudaismo ellenistico, pur conservando motivi che risuonano anche con tradizioni ascetiche e apocalittiche posteriori.
Il Testamento di Giobbe non si limita semplicemente a riproporre il racconto biblico. Piuttosto, trasforma Giobbe in un giusto esemplare: un benefattore regale dei poveri, un avversario dell’idolatria, un atleta paziente nel combattimento spirituale e, infine, un testimone dei misteri celesti. Il risultato è un testo che unisce ampliamento narrativo, esortazione morale, immaginario liturgico e speranza escatologica.
Uno degli aspetti più notevoli dell’opera è il modo in cui amplia il ruolo dei personaggi secondari. La moglie di Giobbe, Sitis, diventa una figura drammatica e profondamente umana di sofferenza, umiliazione e lamento, mentre le figlie di Giobbe ricevono misteriosi cordoni celesti che permettono loro di cantare in lingua angelica. Questi elementi conferiscono all’opera una ricchezza spirituale e simbolica insolita, distinguendola da molti altri testi pseudepigrafi dello stesso periodo.
Contesto Storico
La composizione del Testamento di Giobbe viene generalmente collocata nel tardo periodo del Secondo Tempio o nel primo periodo successivo alla sua distruzione, più comunemente tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. Nella sua forma attuale, l’opera è ampiamente considerata una composizione giudaica, probabilmente scritta originariamente in greco, sebbene sia stata conservata in seguito in molteplici tradizioni testuali. Le più antiche testimonianze sostanziali giunte fino a noi sono associate alla tradizione copta, copiate secoli dopo la composizione originaria.
Questo periodo fu segnato da una intensa creatività letteraria all’interno del giudaismo. Le figure bibliche venivano spesso reinterpretate attraverso riscritture, ampliamenti e testi esortativi pensati non solo per conservare la memoria sacra, ma anche per offrire modelli di giustizia e rettitudine alle comunità successive. In questo contesto, Giobbe diventa più di un semplice giusto sofferente: viene rimodellato come figura eroica di carità, purezza, perseveranza e percezione spirituale.
Il testo riflette anche correnti più ampie del pensiero religioso giudaico nel mondo ellenistico. La sua attenzione per l’elemosina, l’opposizione all’idolatria, la prova dei giusti, la ricompensa celeste e la trasformazione della sofferenza in gloria lo colloca all’interno di un universo morale e teologico condiviso da numerosi altri scritti giudaici del periodo. Allo stesso tempo, i suoi passaggi innici e i suoi elementi visionari conferiscono all’opera un tono peculiare, talvolta quasi liturgico o mistico.
Da un punto di vista letterario, il Testamento di Giobbe è spesso descritto come una riscrittura della tradizione di Giobbe nello stile della haggadah giudaica, modellata dalle convenzioni della letteratura testamentaria. Piuttosto che concentrarsi sui dialoghi filosofici del Giobbe canonico, esso pone l’accento sull’azione narrativa, sulla pietà, sulla generosità verso i poveri e sulla definitiva rivendicazione del giusto davanti al cielo e alla terra.
Struttura
Sebbene le tradizioni manoscritte presentino alcune variazioni, il Testamento di Giobbe può essere generalmente suddiviso nelle seguenti sezioni tematiche:
1. Il testamento finale di Giobbe ai suoi figli
Il racconto si apre con Giobbe, ormai vicino alla morte, che convoca attorno a sé i suoi figli e le sue figlie. Egli si identifica come Jobab e introduce l’opera come una testimonianza personale di ciò che il Signore gli ha permesso di patire e di vincere.
2. Il rifiuto dell’idolatria e l’inizio della prova
Prima che inizi la sua sofferenza, Giobbe apprende per rivelazione che l’idolo locale non è divino, ma uno strumento del Seduttore. Egli distrugge l’idolo, e questo gesto diventa la causa immediata dell’ostilità di Satana contro di lui.
3. La carità di Giobbe e la sua giustizia regale
Una larga parte del testo sviluppa il profilo sociale e morale di Giobbe. Egli è descritto come straordinariamente generoso: nutre gli stranieri, veste vedove e orfani, cancella i debiti, procura lavoro ai poveri e governa la propria casa con giustizia e misericordia.
4. La perdita delle ricchezze, della casa e dei figli
Come era stato annunciato in precedenza, a Satana è permesso colpire i beni e la famiglia di Giobbe. Giobbe perde le greggi, i servi, le ricchezze e i figli, e tuttavia non bestemmia GOD e rimane saldo nello spirito.
5. L’afflizione fisica e la prova di Sitis
Satana riceve poi potere sul corpo di Giobbe, che viene colpito dalla malattia e gettato sul letamaio. La sofferenza della moglie Sitis è sviluppata in modo dettagliato, includendo la sua umiliazione, il suo lavoro e il suo lamento, facendone una delle figure più vive dell’intera narrazione.
6. La sconfitta di Satana attraverso la perseveranza
Il testo presenta Giobbe non semplicemente come un sofferente passivo, ma come un atleta spirituale. Satana stesso finisce per confessare la propria sconfitta, riconoscendo che Giobbe, pur rivestito di carne e dolore, lo ha vinto grazie alla fermezza del cuore.
7. La visita dei re e la prospettiva celeste
Gli amici regali giungono a visitare Giobbe, e inizialmente quasi non riescono a riconoscerlo. Il loro lamento per la sua caduta dà origine ad alcuni dei discorsi più elevati del testo, nei quali Giobbe dichiara che il suo vero trono non è terreno, ma celeste.
8. La rivendicazione divina e la restaurazione
Dopo la controversia con gli amici e la condanna di Eliu, Giobbe viene rivendicato da GOD. Le sue fortune vengono ristabilite, ed egli riprende le sue opere di benevolenza, ormai ancor più chiaramente segnato come uomo scelto e favorito dal cielo.
9. I cordoni celesti e le figlie mistiche
Una delle sezioni più caratteristiche dell’opera riguarda le tre figlie di Giobbe, che ricevono cordoni celesti come eredità. Per mezzo di essi vengono trasformate e iniziano a cantare inni in lingua angelica, rivelando una dimensione mistica e visionaria assente dal racconto biblico.
10. La morte e la glorificazione di Giobbe
L’opera si conclude con la morte serena di Giobbe, l’arrivo degli angeli santi e l’ascesa della sua anima. La sua memoria viene conservata non soltanto come quella di un sofferente paziente, ma come quella di un re giusto, benefattore dei poveri e testimone della gloria divina.
Testo Completo
Testamento di Giobbe
L’uomo irreprensibile, il sacrificatore, il vincitore in molte prove
Il libro di Giobbe, chiamato Jobab: la sua vita e la trascrizione del suo testamento
Tradotto da M. R. James
Apocrypha Anecdota II. Texts and Studies 5/1. Cambridge: University Press, 1897
Capitolo 1
Nel giorno in cui si ammalò e seppe che avrebbe dovuto lasciare la sua dimora corporea, chiamò a sé i suoi sette figli e le sue tre figlie e parlò loro così:
«Disponetevi attorno a me in cerchio, figli miei, e ascoltate, e io vi narrerò ciò che il Signore fece per me e tutto ciò che mi accadde.
Poiché io sono Giobbe, vostro padre.
Sappiate dunque, figli miei, che voi siete la discendenza di un eletto, e custodite con cura la nobiltà della vostra origine.
Poiché io appartengo ai figli di Esaù. Mio fratello è Nacor, e vostra madre è Dina. Per mezzo di lei sono divenuto vostro padre.
La mia prima moglie morì insieme ai miei altri dieci figli in una morte amara.
Ascoltate ora, figli miei, e vi svelerò ciò che mi accadde.
Io ero un uomo molto ricco che viveva in Oriente, nella terra di Ausitide (Utz), e prima che il Signore mi chiamasse Giobbe, il mio nome era Jobab.
L’inizio della mia prova fu questo: presso la mia casa vi era l’idolo di uno che il popolo adorava, e vedevo continuamente offrirgli olocausti come se fosse un dio.
Allora meditai dentro di me e dissi: “È forse questo colui che ha fatto il cielo e la terra, il mare e tutti noi? Come potrò conoscere la verità?”
E nella notte, mentre dormivo, una voce venne e mi chiamò: “Jobab, Jobab, alzati, e io ti dirò chi è colui che desideri conoscere.
Questo, al quale il popolo porta olocausti e libagioni, non è GOD, ma è la potenza e l’opera del Seduttore, mediante la quale inganna il popolo”.
E quando udii ciò, caddi a terra e mi prostrai, dicendo:
“O mio Signore, tu che parli per la salvezza della mia anima, ti prego: se questo è l’idolo di Satana, lasciami andare a distruggerlo e a purificare questo luogo.
Poiché nessuno può impedirmi di farlo, essendo io re di questa terra, affinché coloro che vi abitano non siano più sviati”.
E la voce che parlava dalla fiamma mi rispose:
“Tu puoi purificare questo luogo.Ma ecco, io ti annuncio ciò che il Signore mi ha ordinato di dirti, poiché io sono l’arcangelo di GOD”.
E io dissi: “Qualunque cosa sarà detta al suo servo, io la ascolterò”.
E l’arcangelo mi disse:
“Così dice il Signore: se tu intraprenderai di distruggere e rimuovere l’immagine di Satana, egli insorgerà con ira per muovere guerra contro di te e mostrerà contro di te tutta la sua malizia.Egli farà venire su di te molte gravi piaghe e ti toglierà tutto ciò che possiedi.
Ti strapperà i figli e ti infliggerà molti mali.
Allora dovrai lottare come un atleta e resistere al dolore, certo della tua ricompensa, vincendo prove e afflizioni.
Ma se persevererai, io renderò il tuo nome celebre presso tutte le generazioni della terra, fino alla fine del mondo.
E io ti restituirò tutto ciò che avevi, e ti sarà dato il doppio di ciò che avrai perduto, affinché tu sappia che GOD non guarda alla persona, ma dona a ciascuno secondo ciò che merita.
E anche a te sarà dato, e indosserai una corona d’amaranto.
E alla risurrezione ti desterai alla vita eterna. Allora saprai che il Signore è giusto, veritiero e potente”.
Allora, figli miei, io risposi:
“Per amore di GOD sopporterò fino alla morte tutto ciò che verrà su di me e non mi tirerò indietro”.Allora l’angelo pose su di me il suo sigillo e se ne andò.
Capitolo 2
Dopo ciò, mi alzai di notte, presi con me cinquanta servi e andai al tempio dell’idolo, e lo distrussi fino alle fondamenta.
Poi tornai a casa e diedi ordine che la porta fosse ben sprangata, dicendo ai miei custodi:
“Se qualcuno mi chiederà, non riferitemelo, ma ditegli: ‘È occupato in affari urgenti. È dentro’”.
Allora Satana si travestì da mendicante e bussò con forza alla porta, dicendo al portinaio:
“Riferisci a Giobbe che desidero incontrarlo”.
E il portinaio entrò e me lo disse, ma da me udì che ero occupato nello studio.
Il Maligno, fallito in questo, se ne andò, si caricò sulle spalle un vecchio cesto lacero, tornò e disse al portinaio: “Di’ a Giobbe: dammi del pane dalla tua mano, affinché io mangi”.
E quando udii questo, diedi a lei del pane bruciato da consegnargli, e gli feci sapere: “Non aspettarti di mangiare del mio pane, perché ti è proibito”.
Ma la portinaia, vergognandosi di consegnargli il pane bruciato e coperto di cenere, poiché non sapeva che fosse Satana, prese del suo pane buono e glielo diede.
Ma egli lo prese, e sapendo ciò che era accaduto, disse alla fanciulla:
“Vattene, serva malvagia, e portami il pane che ti era stato dato da recapitarmi”.E la serva pianse e disse con dolore:
“Dici il vero chiamandomi serva malvagia, perché non ho fatto come il mio padrone mi aveva ordinato”.Allora tornò indietro, gli portò il pane bruciato e gli disse:
“Così dice il mio signore: ‘Tu non mangerai più del mio pane, perché ti è proibito’.E questo me lo diede affinché non mi fosse imputata colpa per non aver dato qualcosa al nemico che aveva chiesto”.
E quando Satana udì questo, rimandò la serva da me, dicendo:
“Come tu vedi questo pane tutto bruciato, così io presto brucerò il tuo corpo e lo renderò simile a questo”.E io risposi:
“Fa’ ciò che desideri e compi tutto ciò che hai tramato. Poiché io sono pronto a sopportare qualunque cosa tu mi porti”.E quando il diavolo udì questo, mi lasciò e, salendo fino al più alto cielo, ottenne dal Signore il permesso di avere potere su tutti i miei beni.
E dopo aver ricevuto tale potere, immediatamente mi tolse tutta la mia ricchezza.
Capitolo 3
Io possedevo centotrentamila pecore, e di esse ne avevo riservate settemila per vestire orfani, vedove, bisognosi e infermi.
Avevo una mandria di ottocento cani che custodivano le pecore, e oltre a questi altri duecento sorvegliavano la mia casa.
Avevo nove mulini al servizio dell’intera città e navi per trasportare merci, e le mandavo in ogni città e villaggio per i deboli, gli infermi e gli sventurati.
Avevo trecentoquarantamila asini nomadi, e di questi ne avevo messi da parte cinquecento; la loro discendenza ordinavo che fosse venduta, e il ricavato fosse dato ai poveri e ai bisognosi.
Poiché da tutte le terre i poveri venivano da me.
Le quattro porte della mia casa restavano aperte, ciascuna affidata a un guardiano che aveva il compito di vedere se vi fossero persone venute a chiedere elemosina, e se mi avessero trovato seduto presso una porta, potessero uscire dall’altra prendendo ciò di cui avevano bisogno.
Avevo anche trenta tavole fisse apparecchiate in ogni ora solo per gli stranieri, e dodici tavole predisposte per le vedove.
Se qualcuno veniva chiedendo elemosina, trovava cibo sulla mia mensa e prendeva quanto gli serviva; e non rimandavo nessuno dalla mia porta a stomaco vuoto.
Avevo inoltre tremilacinquecento paia di buoi, e da essi ne avevo scelti cinquecento per l’aratura.
Per mezzo di questi si lavoravano i campi per coloro che se ne occupavano, e il raccolto veniva da me destinato alla mensa dei poveri.
Avevo anche cinquanta forni da cui mandavo pane alla tavola dei poveri.
E avevo servi scelti per questo servizio.
C’erano anche forestieri che, vedendo la mia benevolenza, desideravano anch’essi servire come assistenti.
Altri, trovandosi nell’angoscia e incapaci di procurarsi il sostentamento, venivano e dicevano:
“Ti preghiamo, poiché anche noi possiamo compiere il servizio di assistenti e non possediamo nulla, abbi pietà di noi e anticipaci del denaro, affinché possiamo andare nelle grandi città a commerciare.
E dall’avanzo del nostro guadagno daremo aiuto ai poveri, e poi ti restituiremo ciò che è tuo”.
E quando udivo questo, mi rallegravo che essi ricevessero tutto ciò per coltivare la carità verso i poveri.
E di buon cuore davo loro ciò che chiedevano, accettando da loro una semplice ricevuta scritta, ma senza pretendere altra garanzia se non il documento stesso.
Ed essi andavano lontano e davano ai poveri secondo il successo ottenuto.
Accadeva spesso, tuttavia, che una parte delle merci andasse perduta per strada o per mare, oppure fosse rubata.
Allora venivano e dicevano:
“Ti preghiamo, comportati con generosità verso di noi, così potremo vedere come restituirti ciò che è tuo”.E quando udivo questo, avevo compassione di loro, consegnavo loro il documento e spesso, dopo averlo letto davanti a loro, lo strappavo, liberandoli dal debito, dicendo:
“Ciò che ho consacrato per il bene dei poveri, non lo richiederò a voi”.
E così non prendevo nulla dai miei debitori.
E quando un uomo dal cuore lieto veniva a me dicendo:
“Non sono costretto dalla necessità a essere stipendiato per servire i poveri,ma desidero servire i bisognosi alla tua mensa”,
e accettava di lavorare e mangiava la sua parte,io tuttavia gli davo ugualmente il salario e tornavo a casa gioendo.
E se non voleva prenderlo, lo costringevo, dicendo:
“So che sei un lavoratore che attende la sua mercede, e devi prenderla”.Mai ritardai il salario del bracciante o di chiunque altro, né trattenni in casa mia per una sola sera la paga che gli era dovuta.
Coloro che mungevano le vacche e le pecore facevano segno ai passanti di venire a prendere la loro parte.
Poiché il latte scorreva in tanta abbondanza che si rapprendeva in burro sui colli e lungo le strade; e presso le rocce e le alture giaceva il bestiame che aveva appena partorito.
I miei servi si stancavano di conservare la carne per le vedove e per i poveri e di dividerla in porzioni.
Poiché mormoravano e dicevano:
“Oh, se avessimo della sua carne per saziarci!”,
sebbene io fossi molto benevolo con loro.Avevo anche sei arpe e sei servi che le suonavano, oltre a una cetra e a un decacordo, e io stesso li suonavo di giorno.
E prendevo la cetra, e le vedove rispondevano dopo il pasto.
Con lo strumento ricordavo loro GOD, affinché dessero lode al Signore.
E quando le mie serve mormoravano, prendevo gli strumenti musicali e suonavo quanto avrebbero fatto loro per il salario, concedendo loro sollievo dalle fatiche e dai sospiri.
Capitolo 4
E i miei figli, dopo aver assunto il servizio, prendevano ogni giorno i pasti insieme alle loro tre sorelle, cominciando dal fratello maggiore, e facevano festa.
E io mi alzavo al mattino e offrivo per loro, come sacrificio di espiazione, cinquanta arieti e diciannove pecore, e ciò che avanzava lo consacravo ai poveri.
E dicevo:
“Prendete questi avanzi e pregate per i miei figli.Forse i miei figli hanno peccato davanti al Signore, parlando con superbia nel cuore: ‘Noi siamo figli di quest’uomo ricco. Tutti questi beni sono nostri; perché dovremmo servire i poveri?’
E parlando così nella superbia possono aver provocato l’ira di GOD, poiché l’arroganza è abominio davanti al Signore”.
Così portavo buoi in offerta al sacerdote presso l’altare, dicendo:
“Fa’ che i miei figli non concepiscano mai nel loro cuore pensieri malvagi contro GOD”.Mentre vivevo in questo modo, il Seduttore non sopportava il bene che io compivo e chiese a GOD di combattere contro di me.
E si abbatté su di me con crudeltà.
Prima bruciò il grande numero delle pecore, poi i cammelli; poi bruciò i buoi e tutti i miei armenti, oppure furono catturati, non solo dai nemici ma perfino da coloro che avevano ricevuto benefici da me.
E i pastori vennero ad annunciarmelo.
Ma quando udii ciò, diedi lode a GOD e non bestemmiai.
E quando il Seduttore vide la mia fermezza, escogitò nuove insidie contro di me.
Si travestì da re di Persia e assediò la mia città; e dopo aver condotto via quanti vi erano, parlò loro con malizia, con parole piene di vanto:
“Quest’uomo, Giobbe, che ha ottenuto tutti i beni della terra e non ha lasciato nulla agli altri, ha distrutto e abbattuto il tempio del dio.
Perciò io gli renderò ciò che egli ha fatto alla casa del grande dio.
Venite ora con me, e saccheggeremo tutto ciò che resta nella sua casa”.
Ed essi gli risposero:
“Egli ha sette figli e tre figlie.Guardati dal lasciarli fuggire in altre terre, perché potrebbero diventare nostri tiranni e poi tornare con forza per ucciderci”.
Ed egli disse:
“Non abbiate alcun timore. Le sue greggi e la sua ricchezza le ho distrutte con il fuoco, e il resto l’ho catturato; ed ecco, ucciderò anche i suoi figli”.E dopo aver detto questo, andò e fece crollare la casa sui miei figli, uccidendoli.
E i miei concittadini, vedendo che ciò che aveva detto si era avverato, vennero e mi inseguirono, e mi derubarono di tutto ciò che era rimasto nella mia casa.
E io vidi con i miei occhi il saccheggio della mia casa, e uomini rozzi e senza onore sedevano alla mia tavola e sui miei letti, e io non potevo rimproverarli.
Poiché ero sfinito come una donna le cui reni sono sciolte da molti dolori, ricordando soprattutto che questa guerra mi era stata predetta dal Signore per mezzo del suo angelo.
E divenni come colui che, vedendo il mare agitato e i venti contrari, quando il carico della nave in mezzo all’oceano è troppo pesante, getta il peso nel mare, dicendo:
“Getto via tutto questo solo per poter giungere salvo in città e considerare come guadagno la nave salvata e il meglio delle mie cose”.
Così governai i miei affari.
Ma venne un altro messaggero e mi annunciò la rovina dei miei figli, e fui scosso dal terrore.
E stracciai le mie vesti e dissi:
“Il Signore ha dato, il Signore ha tolto. Come è parso bene al Signore, così è avvenuto. Benedetto sia il nome del Signore”.
Capitolo 5
E quando Satana vide che non riusciva a gettarmi nella disperazione, andò a chiedere al Signore il mio corpo, per colpirmi con una piaga, poiché il Maligno non sopportava la mia pazienza.
Allora il Signore mi consegnò nelle sue mani perché usasse il mio corpo come voleva, ma non gli diede alcun potere sulla mia anima.
E venne da me mentre ancora sedevo sul mio trono, in lutto per i miei figli.
E fu simile a un grande uragano, rovesciando il mio trono e gettandomi a terra.
E rimasi disteso per tre ore, ed egli mi colpì con una dura piaga dalla sommità del capo fino alla pianta dei piedi.
E lasciai la città in grande terrore e dolore e mi sedetti su un letamaio, mentre il mio corpo era consumato dai vermi.
E bagnavo la terra con l’umidità del mio corpo piagato, perché la corruzione colava da me e molti vermi mi ricoprivano.
E quando un singolo verme si staccava dal mio corpo, io lo rimettevo al suo posto, dicendo:
“Resta là dove sei stato posto, finché colui che ti ha mandato non ti ordini altrove”.Così sopportai per sette anni, seduto su un letamaio fuori della città, colpito dalla piaga.
E vidi con i miei occhi i miei amati figli portati dagli angeli in cielo.
E vidi mia moglie umiliata, lei che un tempo era stata condotta alla camera nuziale in grande lusso e scortata da lancieri, ridotta a portare acqua come una schiava nella casa di un uomo comune, per ottenere del pane e portarmelo.
E nella mia afflizione dissi:
“Oh, che questi arroganti signori della città, che io non avrei creduto degni neppure dei miei cani da pastore, impiegano ora mia moglie come serva!”Tuttavia, dopo questo, ripresi coraggio.
Ma in seguito le trattennero perfino quel pane, affinché servisse soltanto al suo proprio nutrimento.
Eppure ella lo divideva tra sé e me, dicendo con dolore:
“Guai a me! Presto egli forse non potrà più nutrirsi di pane, e non può andare al mercato a chiedere pane ai venditori, per portarmelo e mangiare”.E quando Satana seppe questo, assunse l’aspetto di un venditore di pane, e come per caso mia moglie lo incontrò e gli chiese del pane.
Ma Satana le disse:
“Dammi il prezzo, e poi prendi ciò che vuoi”.Ed ella rispose:
“Dove potrei trovare denaro? Non sai forse quale sventura mi è caduta addosso? Se hai pietà, mostrala; se no, vedrai”.Ed egli replicò:
“Se non avessi meritato questa sventura, non avresti sofferto tutto questo.Ora, se non hai argento in mano, dammi i capelli del tuo capo, e prendi in cambio tre pani, affinché possiate vivere per tre giorni”.
Allora ella disse nel suo cuore:
“Che cosa sono i capelli del mio capo in confronto a mio marito che muore di fame?”E dopo aver riflettuto, gli disse:
“Alzati e tagliami i capelli”.Allora egli prese un paio di forbici e tagliò i capelli del suo capo davanti a tutti, e le diede tre pani.
Ella li prese e li portò a me. E Satana la seguì lungo la strada, nascondendosi e turbando profondamente il suo cuore.
Capitolo 6
E subito mia moglie mi si avvicinò, gridando e piangendo, e disse:
“Giobbe, Giobbe, fino a quando resterai seduto sul letamaio fuori della città, continuando a sperare nella salvezza che attendi?E io ho vagato di luogo in luogo, errando come una serva a salario; ecco, la tua memoria è già scomparsa dalla terra.
E i miei figli e le mie figlie, che portavo sul petto, e le fatiche e i dolori che ho sopportato, tutto è stato vano.
E tu siedi in mezzo alla corruzione, alle piaghe e ai vermi, passando le notti nell’aria fredda.
E io ho sopportato ogni prova, tribolazione e sofferenza, giorno e notte, finché sono riuscita a procurarti del pane.
Poiché non mi è più consentito nemmeno il pane superfluo; e poiché appena riuscivo a prendere il mio cibo e a dividerlo fra noi due, ho pensato nel mio cuore che non era giusto che tu soffrissi insieme dolore e fame.
Così ho osato andare al mercato senza vergogna. E quando il venditore di pane mi disse: ‘Dammi denaro, e avrai pane’, io gli raccontai la nostra miseria.
Allora gli udii dire: ‘Se non hai denaro, dammi i capelli del tuo capo e prendi tre pani, affinché possiate vivere di essi per tre giorni’.
E io acconsentii al torto e gli dissi: ‘Alzati e tagliami i capelli’, e lui si alzò e con vergogna tagliò i capelli del mio capo sulla piazza del mercato, mentre la folla stava a guardare stupita.
Chi non si stupirebbe e non direbbe: ‘È forse questa Sitis, la moglie di Giobbe, colei che aveva quattordici tende a coprire la sua stanza più interna, e porte dentro porte, così che era considerato un grande onore essere ammessi alla sua presenza, e ora, ecco, baratta i suoi capelli per del pane?
Lei che aveva cammelli carichi di beni e li mandava in terre lontane per i poveri, e ora vende i suoi capelli per del pane!
Lei che aveva sette tavole fisse nella sua casa, alle quali mangiavano ogni povero e ogni straniero, e ora vende i suoi capelli per del pane!
Lei il cui bacile per lavarsi i piedi era fatto d’oro e d’argento, e ora cammina sulla terra e vende i suoi capelli per del pane!
Lei le cui vesti erano di bisso intrecciato con oro, e ora scambia i suoi capelli per del pane!
Lei che aveva letti d’oro e d’argento, e ora vende i suoi capelli per del pane!’”
“In breve dunque, Giobbe, dopo tutto ciò che mi è stato detto, ora ti dico una sola cosa:
Poiché la debolezza del mio cuore ha stritolato le mie ossa, alzati dunque, prendi questi pani e mangiali, e poi pronuncia qualche parola contro il Signore e muori.
Poiché anch’io preferirei il torpore della morte al semplice sostentamento del mio corpo”.
Ma io le risposi:
“Ecco, per questi sette anni sono stato colpito dalla piaga, ho sopportato i vermi del mio corpo, eppure la mia anima non è stata abbattuta da tutti questi dolori.E quanto alla parola che dici: ‘Pronuncia qualche parola contro GOD e muori’, insieme a te io sopporterò il male che vedi, e sopportiamo la rovina di tutto ciò che possedevamo.
Eppure tu desideri che noi pronunciamo qualche parola contro GOD, e che Egli sia scambiato con il grande Plutone, il dio degli inferi.
Perché non ricordi i grandi beni che un tempo possedevamo? Se quei beni venivano dalle terre del Signore, non dobbiamo forse sopportare anche i mali e restare saldi in ogni cosa finché il Signore avrà di nuovo misericordia di noi e ci mostrerà compassione?
Non vedi il Seduttore che sta dietro di te e confonde i tuoi pensieri, affinché tu mi inganni?”
E volgendomi a Satana, dissi:
“Perché non vieni apertamente a me? Smettila di nasconderti, miserabile.Mostra forse il leone la sua forza nella gabbia della donnola? O vola forse l’uccello quando è chiuso in un cesto? Ti dico ora: vattene e combatti contro di me apertamente”.
Allora egli uscì da dietro mia moglie e si pose davanti a me gridando, e disse:
“Ecco, Giobbe, io cedo e mi arrendo a te, che sei soltanto carne, mentre io sono spirito.Tu sei colpito dalla piaga, ma io sono in grande afflizione.
Poiché io sono come un lottatore che combatte contro un altro il quale, nel duello, ha gettato a terra il suo avversario, lo ha coperto di polvere e gli ha spezzato tutte le membra, e tuttavia colui che giace sotto, mostrando il suo coraggio, emette grida di vittoria e testimonia la propria eccellenza.
Così tu, o Giobbe, giaci sotto, colpito da piaga e dolore, e tuttavia hai riportato la vittoria nel combattimento contro di me; ed ecco, io cedo davanti a te”.
Allora se ne andò da me pieno di vergogna.
Ora, figli miei, anche voi siate saldi di cuore in ogni male che vi accada, poiché la fermezza del cuore è più grande di ogni cosa.
Capitolo 7
In quel tempo i re udirono ciò che mi era accaduto, e si alzarono e vennero da me, ciascuno dalla propria terra, per visitarmi e consolarmi.
E quando si avvicinarono, alzarono forti lamenti e ciascuno si stracciò le vesti.
E dopo essersi prostrati con la faccia a terra, si sedettero accanto a me per sette giorni e sette notti, e nessuno parlò.
Erano quattro: Elifaz, re di Teman, Baldad, Sofar ed Eliu.
E stando seduti parlavano tra loro di ciò che mi era accaduto.
Ora, quando in passato erano venuti da me e io avevo mostrato loro le mie pietre preziose, si erano meravigliati e avevano detto:
“Se tutti i beni di noi tre re fossero riuniti in uno, non uguaglierebbero le pietre preziose del regno di Jobab. Poiché tu sei più nobile di tutto il popolo d’Oriente”.
Perciò, quando ora giunsero nella terra di Ausitide (Utz) per visitarmi, chiesero in città:
“Dov’è Jobab, il governatore di tutta questa terra?”E fu detto loro riguardo a me:
“Egli siede sul letamaio fuori della città, poiché non è entrato in città da sette anni”.E chiesero ancora delle mie ricchezze, e fu loro riferito tutto ciò che mi era accaduto.
E quando seppero ogni cosa, uscirono dalla città con gli abitanti, e i miei concittadini mi indicarono loro.
Ma essi obiettarono e dissero:
“Certamente questo non è Jobab”.E mentre esitavano, Elifaz, re di Teman, disse:
“Venite, avviciniamoci e vediamo”.E quando si avvicinarono, io li riconobbi e piansi molto quando compresi il motivo del loro viaggio.
E gettai polvere sul mio capo, e scuotendo il capo mostrai loro che ero davvero Giobbe.
E quando mi videro scuotere il capo, caddero tutti a terra, vinti dall’emozione.
E mentre i loro attendenti stavano attorno, vidi i tre re giacere a terra per tre ore come morti.
Poi si alzarono e dissero tra loro:
“Non possiamo credere che questo sia Jobab”.E dopo sette giorni passati a indagare ogni cosa su di me e a cercare le mie greggi e tutti i miei beni, dissero:
“Non sappiamo forse quanti beni egli mandava nelle città e nei villaggi tutt’intorno, perché fossero distribuiti ai poveri, oltre a tutto ciò che dava nella sua stessa casa? Come dunque potrebbe essere caduto in una simile rovina e miseria?”
E dopo quei sette giorni Eliu disse ai re:
“Venite, avviciniamoci ancora e osserviamolo attentamente, per vedere se è davvero Jobab oppure no”.E sebbene non fossero nemmeno a mezzo miglio dal mio corpo maleodorante, si alzarono e si accostarono portando profumi nelle mani, mentre i loro soldati gettavano incenso tutt’intorno affinché potessero avvicinarsi a me.
E dopo aver così passato tre ore, riempiendo la via di fragranza, giunsero vicino.
Ed Elifaz cominciò dicendo:
“Sei tu davvero Giobbe, nostro compagno di regalità?Sei tu colui che un tempo splendeva come il sole su tutta la terra? Sei tu colui che rassomigliava alla luna e alle stelle che brillano nella notte?”
Ed io gli risposi:
“Sì, sono io”.
E allora tutti piansero e fecero lamento, e cantarono un canto regale di lutto, mentre tutto il loro esercito si univa in coro.E di nuovo Elifaz mi disse:
“Sei tu colui che ordinava che settemila pecore fossero date per vestire i poveri? Dov’è dunque la gloria del tuo trono?Sei tu colui che ordinava che tremila capi di bestiame arassero i campi per i poveri? Dov’è ora la tua gloria?
Sei tu colui che possedeva letti d’oro, e ora siedi sopra un letamaio? Dov’è dunque la tua gloria?
Sei tu colui che aveva sessanta tavole apparecchiate per i poveri e incensieri di pietre preziose per i profumi più fini, e ora ti trovi nella corruzione? Dov’è dunque la tua gloria?
Sei tu colui che aveva candelabri d’oro su sostegni d’argento, e ora desideri la semplice luce naturale della luna? Dov’è dunque la tua gloria?
Sei tu colui che possedeva unguenti preparati con il profumo dell’incenso, e ora ti trovi in uno stato ripugnante? Dov’è dunque la tua gloria?
Sei tu colui che derideva gli empi e i peccatori, e ora sei diventato motivo di scherno per tutti? Dov’è dunque la tua gloria?”
E quando Elifaz ebbe a lungo pianto e fatto lamento, mentre tutti gli altri si univano a lui e il clamore diventava grandissimo, io dissi loro:
“Tacete, e io vi mostrerò il mio trono e la gloria del suo splendore. La mia gloria sarà eterna.
Il mondo intero perirà, e la sua gloria svanirà, e tutti coloro che si attaccano ad essa rimarranno in basso; ma il mio trono è nel mondo superiore, e la sua gloria e il suo splendore stanno alla destra del Salvatore nei cieli.
Il mio trono esiste nella vita dei santi, e la sua gloria nel mondo incorruttibile.
Poiché i fiumi si prosciugheranno e la loro superbia scenderà nella profondità dell’abisso; ma i torrenti della mia terra, nella quale è stabilito il mio trono, non si seccheranno, ma rimarranno forti e ininterrotti.
I re periscono e i governanti svaniscono, e la loro gloria e la loro superbia sono come ombra in uno specchio; ma il mio regno dura nei secoli dei secoli, e la sua gloria e la sua bellezza sono nel carro del Padre mio”.
Capitolo 8
Quando ebbi detto loro queste cose, Elifaz si adirò e disse agli altri amici:
“Per quale motivo siamo venuti qui con i nostri seguiti per consolarlo? Ecco, egli ci rimprovera. Torniamo dunque alle nostre terre”.“Quest’uomo siede qui nella miseria, divorato dai vermi e in una corruzione insopportabile, e tuttavia dice: ‘I regni periranno e i loro governanti svaniranno, ma il mio regno durerà per sempre’”.
Allora Elifaz si alzò molto agitato e, voltandosi con furore, disse:
“Io me ne vado. Siamo venuti per consolarlo, ma egli ci fa guerra davanti ai nostri eserciti”.Ma Baldad lo prese per mano e disse:
“Non si deve parlare così a un uomo afflitto, specialmente a uno colpito da tante piaghe.Ecco, persino noi, pur essendo sani, abbiamo osato avvicinarci a lui solo grazie a molto profumo, a causa del fetore. Ma tu, Elifaz, hai dimenticato tutto questo.
Permettimi di parlare apertamente. Siamo magnanimi e cerchiamo di comprendere la causa. Non è forse naturale che un uomo, ricordando i giorni della sua felicità passata, si smarrisca quando si vede precipitato in tale sventura e piaga?
Chi non resterebbe sconvolto? Ma lasciami avvicinare e vedere per quale motivo egli si trovi in questo stato”.
Allora Baldad si alzò e si avvicinò a me, dicendo:
“Sei tu Giobbe? Il tuo cuore è ancora saldo?”E io dissi:
“Io non ho posto la mia speranza nelle cose terrene, poiché la terra e tutti coloro che vi abitano sono instabili. Ma il mio cuore si aggrappa al cielo, perché nel cielo non vi è turbamento”.Allora Baldad rispose e disse:
“Noi sappiamo che la terra è instabile, poiché muta con le stagioni: ora è in pace, ora in guerra. Ma del cielo sentiamo dire che resta perfettamente saldo.Ma sei tu veramente nella calma? Lascia che io ti interroghi. Se risponderai bene alla mia prima domanda, te ne porrò una seconda; e se ancora risponderai rettamente, allora sarà evidente che il tuo cuore non è stato sconvolto”.
Ed egli mi disse:
“Su che cosa poni la tua speranza?”
Ed io dissi:
“Sul GOD vivente”.Ed egli disse:
“Chi ti ha privato di tutto ciò che possedevi? Chi ti ha colpito con queste piaghe?”
Ed io dissi:
“GOD”.Ed egli disse:
“Se ancora poni la tua speranza in GOD, come può Egli essere giusto nel giudizio, avendo fatto venire su di te queste piaghe e sventure e avendoti tolto tutti i tuoi beni?E poiché li ha tolti, è chiaro che in realtà non ti aveva dato nulla. Nessun re umilierebbe il soldato che lo ha servito bene come guardia del corpo”.
E io risposi, dicendo:
“Chi può comprendere le profondità del Signore e della sua sapienza, così da accusare GOD d’ingiustizia?”E Baldad disse:
“Rispondimi a questo, o Giobbe. Di nuovo ti dico: se sei nel pieno della tua ragione, istruiscimi, se hai sapienza.Perché vediamo il sole sorgere a Oriente e tramontare a Occidente, e quando al mattino ritorna, sorge ancora a Oriente? Dimmi il tuo pensiero su questo”.
Allora io dissi:
“Perché dovrei balbettare i grandi misteri di GOD? Dovrebbe forse la mia bocca inciampare rivelando cose che appartengono al Signore? Mai.Chi siamo noi per investigare le realtà del mondo superiore, mentre siamo soltanto carne, anzi polvere e cenere?
Ma affinché sappiate che il mio cuore è saldo, ascoltate ciò che io chiedo a voi:
Attraverso lo stomaco passa il cibo, e l’acqua si beve con la bocca, e ambedue scendono per la stessa gola; eppure, quando diventano escremento, si separano nuovamente. Chi compie questa distinzione?”
E Baldad disse:
“Non lo so”.
Ed io gli risposi:
“Se non comprendi nemmeno i processi del corpo, come puoi comprendere i movimenti del cielo?”Allora Sofar disse:
“Noi non indaghiamo i nostri affari, ma desideriamo sapere se tu sia nel pieno senno; ed ecco, vediamo che la tua ragione non ti ha abbandonato.Che cosa dunque vuoi che facciamo per te? Ecco, abbiamo portato con noi i medici di tre re, e se vuoi, puoi essere guarito da loro”.
Ma io risposi e dissi:
“La mia guarigione e il mio ristabilimento vengono da GOD, il Creatore dei medici”.
Capitolo 9
E mentre parlavo così con loro, ecco che mia moglie Sitis venne correndo, vestita di stracci, dal servizio del padrone per il quale lavorava come schiava, sebbene le fosse stato proibito di uscire, perché i re, vedendola, non la prendessero con sé.
E quando giunse, si gettò ai loro piedi, piangendo e dicendo:
“Ricordate, Elifaz e voi altri amici, ciò che un tempo io ero fra voi, e come ora sono mutata, e con quali vesti mi presento dinanzi a voi”.Allora i re si sciolsero in un grande pianto e, raddoppiando il loro smarrimento, rimasero in silenzio. Ma Elifaz si tolse il suo mantello di porpora e lo gettò su di lei per coprirla.
Ma ella gli chiese, dicendo:
“Vi domando questo favore, miei signori: ordinate ai vostri soldati di scavare tra le rovine della nostra casa che cadde sui miei figli, affinché le loro ossa possano essere raccolte intatte e poste nei sepolcri.Poiché a causa della nostra sventura non abbiamo più alcuna forza, e così almeno potremo vedere le loro ossa.
Sono forse come una bestia, con il sentimento materno degli animali selvatici, io che ho visto morire in un solo giorno i miei dieci figli senza poter dare a nessuno di essi una degna sepoltura?”
E i re diedero ordine che si scavasse tra le rovine della mia casa. Ma io lo impedii, dicendo:
“Non affaticatevi invano; poiché i miei figli non saranno trovati, perché sono custoditi dal loro Creatore e Signore”.
E i re risposero e dissero:
“Chi potrà negare che egli abbia perso il senno e vaneggi?Poiché mentre noi desideriamo recuperare le ossa dei suoi figli, egli ce lo proibisce e dice: ‘Sono stati presi e posti sotto la custodia del loro Creatore’. Mostraci dunque la verità”.
Ma io dissi loro:
“Sollevarmi, affinché io possa stare in piedi”.
Ed essi mi alzarono, sostenendomi le braccia da entrambe le parti.E io mi alzai, e prima innalzai lode a GOD; e dopo la preghiera dissi loro:
“Volgete i vostri occhi verso Oriente”.Ed essi guardarono e videro i miei figli incoronati presso la gloria del Re, il Sovrano del cielo.
E quando mia moglie Sitis vide questo, cadde a terra e si prostrò davanti a GOD, dicendo:
“Ora so che il mio ricordo permane presso il Signore”.E dopo aver detto questo, giunta la sera, tornò in città, dal padrone che serviva come schiava, e si sdraiò presso la mangiatoia del bestiame e lì morì per lo sfinimento.
E quando il suo crudele padrone la cercò e non la trovò, andò nel recinto delle sue mandrie, e là la vide distesa morta sulla mangiatoia, mentre tutti gli animali attorno a lei emettevano lamenti.
E tutti coloro che la videro piansero e fecero lutto, e il grido si sparse per tutta la città.
E il popolo la prese, la avvolse e la seppellì vicino alla casa che era crollata sui suoi figli.
E i poveri della città fecero grande lutto per lei e dissero:
“Ecco Sitis, la cui pari in nobiltà e gloria non si trova fra le donne. Ahimè, non le fu concesso nemmeno un sepolcro degno!”Il lamento per lei si trova nel racconto scritto.
Capitolo 10
Ma Elifaz e quelli che erano con lui si meravigliarono di queste cose, e sedettero con me e, rispondendomi, parlarono contro di me con parole orgogliose per ventisette giorni.
Ripetevano continuamente che io soffrivo giustamente per aver commesso molti peccati e che per me non restava più alcuna speranza; ma io rispondevo loro con ardore nella disputa.
Ed essi si alzarono in collera, pronti a partire con animo adirato. Ma Eliu li persuase a rimanere ancora un poco, finché non avesse mostrato loro quale fosse la verità.
“Poiché”, disse, “per tanti giorni avete lasciato che Giobbe si vantasse di essere giusto. Ma io non lo tollererò più.
Fin dal principio io piangevo su di lui, ricordando la sua antica felicità. Ma ora egli parla con superbia e arroganza, dicendo che il suo trono è nei cieli.
Ascoltatemi dunque, e vi dirò quale sia la causa del suo destino”.
Allora, colmo dello spirito di Satana, Eliu pronunciò parole dure, che sono scritte nei racconti lasciati da Eliu.
E quando ebbe terminato, GOD mi apparve nella tempesta e nelle nubi e parlò, rimproverando Eliu e mostrando a me che colui che aveva parlato non era un uomo, ma una bestia selvaggia.
E quando GOD ebbe finito di parlarmi, il Signore disse a Elifaz:
“Tu e i tuoi amici avete peccato, perché non avete parlato rettamente del mio servo Giobbe.Perciò alzatevi e fate sì che egli offra per voi un sacrificio di espiazione, affinché i vostri peccati siano perdonati; poiché, se non fosse per lui, io vi avrei distrutti”.
Ed essi mi portarono tutto ciò che era necessario per il sacrificio, e io lo presi e offrii per loro un sacrificio di espiazione, e il Signore lo accolse favorevolmente e perdonò la loro colpa.
Allora, quando Elifaz, Baldad e Sofar videro che GOD aveva misericordiosamente perdonato il loro peccato per mezzo del suo servo Giobbe, ma non aveva voluto perdonare Eliu, Elifaz cominciò a cantare un inno, mentre gli altri rispondevano, e anche i loro soldati si unirono mentre stavano presso l’altare.
Ed Elifaz disse così:
“Tolto è il peccato,
e rimossa l’ingiustizia;
14. ma Eliu, il malvagio, non avrà memoria tra i viventi.
La sua lampada si è spenta e ha perduto la sua luce.
15. La gloria della sua lampada testimonierà contro di lui,
poiché egli è figlio delle tenebre e non della luce.
16. I custodi del luogo di tenebra gli daranno in sorte la loro propria gloria e bellezza.
Il suo regno è svanito, il suo trono è marcito,
e l’onore della sua statura è nello Sheol, nell’Ade.
17. Poiché egli ha amato la bellezza del serpente e le squame del drago;
la sua bile e il suo veleno appartengono al Settentrionale.
18. Poiché non si è sottomesso al Signore, né lo ha temuto,
ma ha odiato coloro che Egli aveva scelto.
19. Perciò GOD lo ha dimenticato, e i santi lo hanno abbandonato.
L’ira e il furore diverranno la sua desolazione;
non avrà misericordia nel suo cuore né pace,
poiché il veleno dell’aspide era sulla sua lingua.
20. Giusto è il Signore, e veri sono i suoi giudizi.
Presso di Lui non vi è parzialità, poiché giudica tutti allo stesso modo.
21. Ecco, il Signore viene.
Ecco, i santi sono stati preparati.
Le corone e i premi dei vincitori li precedono.
22. Gioiscano i santi, ed esultino i loro cuori nella letizia,
poiché riceveranno la gloria loro preparata.”
Coro:
23. “I nostri peccati sono perdonati, la nostra ingiustizia è stata purificata,
ma Eliu non ha memoria tra i viventi.”
Dopo che Elifaz ebbe terminato l’inno, ci alzammo e tornammo in città, ciascuno alla casa in cui abitava.
E il popolo mi fece una festa, in gratitudine e gioia davanti a GOD, e tutti i miei amici tornarono presso di me.
E tutti coloro che mi avevano visto nella mia antica prosperità mi domandarono, dicendo:
“Che cosa sono queste tre cose fra noi?”
Capitolo 11
Ma io, desiderando riprendere la mia opera di benevolenza verso i poveri, domandai loro dicendo:
“Datemi ciascuno un agnello per vestire i poveri nella loro nudità, e quattro dracme d’argento o d’oro”.
Allora il Signore benedisse tutto ciò che mi era rimasto, e dopo pochi giorni divenni nuovamente ricco in merci, in greggi e in tutte le cose che avevo perduto; e ricevetti ogni cosa in doppia misura.
Allora presi anche in moglie vostra madre e divenni padre di voi dieci, al posto dei dieci figli che erano morti.
E ora, figli miei, lasciate che io vi ammonisca:
“Ecco, io muoio, e voi prenderete il mio posto.Soltanto, non abbandonate il Signore. Siate caritatevoli verso i poveri. Non trascurate i deboli. Non prendete per voi mogli straniere.
Ecco, figli miei, io dividerò tra voi ciò che possiedo, affinché ciascuno abbia autorità sulla propria parte e piena libertà di fare il bene con essa”.
E dopo aver detto questo, fece portare tutti i suoi beni e li divise tra i suoi sette figli, ma non diede nulla dei suoi beni alle figlie.
Allora esse dissero al padre:
“Signore nostro e padre, non siamo forse anche noi tue figlie? Perché allora non dai anche a noi una parte dei tuoi beni?”Allora Giobbe disse alle sue figlie:
“Non adiratevi, figlie mie. Non vi ho dimenticate. Ecco, io ho conservato per voi un possesso migliore di quello ricevuto dai vostri fratelli”.E chiamò la figlia il cui nome era Giorno (Yemima), e le disse:
“Prendi questo doppio anello che serve da chiave, e va’ nella camera del tesoro e portami il cofanetto d’oro, affinché io vi dia la vostra eredità”.Ed ella andò e glielo portò, ed egli lo aprì e ne trasse tre cinture a tre cordoni, il cui aspetto nessun uomo può descrivere.
Poiché non erano opera terrena, ma lampi celesti le attraversavano come raggi di sole.
E diede un cordone a ciascuna delle sue figlie e disse:
“Cingeteli attorno ai vostri fianchi come cinture, affinché tutti i giorni della vostra vita vi circondino e vi riempiano di ogni bene”.E l’altra figlia, che si chiamava Kassia, disse:
“È forse questa l’eredità di cui dici che è migliore di quella dei nostri fratelli? Come potremo vivere di questo?”E il padre disse loro:
“Non solo questo è sufficiente per vivere, ma vi conduce anche a vivere in un mondo migliore, cioè nei cieli.Non conoscete, figlie mie, il valore di queste cose? Ascoltate dunque. Quando il Signore si degnò di aver compassione di me e di togliere dal mio corpo le piaghe e i vermi, mi chiamò e mi diede questi tre cordoni.
E mi disse: ‘Alzati e cingiti i fianchi come un uomo; io ti interrogherò e tu mi risponderai’.
E io li presi e me li cinsi attorno ai fianchi, e subito i vermi lasciarono il mio corpo, e così pure le piaghe, e il mio corpo ricevette nuova forza dal Signore, e divenni come uno che non avesse mai sofferto.
E nel mio cuore dimenticai anche i dolori. Allora il Signore mi parlò con la sua grande potenza e mi mostrò tutto ciò che è stato e tutto ciò che sarà”.
“Ora dunque, figli miei, custodendo queste cose, non avrete il nemico che trama contro di voi, né pensieri malvagi nella vostra mente, poiché questo è un talismano che viene dal Signore.
Alzatevi dunque e cingetevele prima che io muoia, affinché possiate vedere gli angeli venire per la mia dipartita e contemplare con stupore le potenze di GOD”.
Allora colei che si chiamava Giorno (Yemima) si alzò e si cinse; e subito, come suo padre aveva detto, si distaccò dalle cose terrene e ricevette un altro cuore.
E cantò inni angelici con la voce degli angeli, e intonò la lode angelica di GOD mentre danzava.
Poi l’altra figlia, Kassia, indossò la cintura, e il suo cuore fu trasformato, così che non desiderò più le cose del mondo.
E la sua bocca assunse il linguaggio dei principi celesti, e cantò la dossologia delle opere del regno più alto. E se qualcuno desidera conoscere le opere del cielo, può trovarne intuizione negli inni di Kassia.
Allora anche la terza figlia, chiamata Corno di Amaltea (Keren Happukh), si cinse, e la sua bocca parlò la lingua di coloro che sono in alto; poiché il suo cuore fu trasformato ed elevato al di sopra delle cose terrene.
Ella parlava nel linguaggio dei Cherubini, cantando la lode del Sovrano delle potenze cosmiche ed esaltando la sua gloria.
E chi desidera seguire le orme della Gloria del Padre le troverà scritte nelle Preghiere del Corno di Amaltea.
Capitolo 12
Dopo che queste tre ebbero terminato di cantare inni, io, Nacor (Nereo), fratello di Giobbe, mi sedetti accanto a lui mentre giaceva.
E udii le cose meravigliose delle tre figlie di mio fratello, una dopo l’altra, in un solenne silenzio.
E scrissi questo libro contenente queste cose, tranne gli inni e i segni della santa Parola, poiché queste erano le grandi opere di GOD.
E Giobbe giaceva sul suo letto nella malattia, ma senza dolore e sofferenza, poiché il dolore non aveva più su di lui grande potere, grazie al talismano della cintura che si era stretto addosso.
Ma dopo tre giorni Giobbe vide i santi angeli venire per la sua anima, e subito si alzò, prese la cetra e la diede a sua figlia Giorno (Yemima).
E a Kassia diede un incensiere, e al Corno di Amaltea diede un timpano, affinché benedicessero i santi angeli venuti per la sua anima.
Ed esse presero quelle cose e cantarono e suonarono il salterio, e lodavano e glorificavano GOD nella lingua santa.
E dopo questo venne Colui che siede sul grande carro e baciò Giobbe, mentre le sue tre figlie guardavano, ma gli altri non lo videro.
Ed Egli prese l’anima di Giobbe e salì verso l’alto, prendendola per il braccio e portandola sul carro, e andò verso Oriente.
Il suo corpo, invece, fu portato al sepolcro, mentre le tre figlie camminavano davanti, cinte delle loro corde e cantando inni di lode a GOD.
Allora Nacor, suo fratello, e i suoi sette figli, insieme al resto del popolo, ai poveri, agli orfani e ai deboli, fecero grande lutto per lui, dicendo:
“Guai a noi, poiché oggi ci è stato tolto il sostegno dei deboli, la luce dei ciechi, il padre degli orfani;
ci è stato tolto colui che accoglieva gli stranieri, la guida degli smarriti, il vestito dei nudi, lo scudo delle vedove. Chi non piangerebbe per l’uomo di GOD?”
E mentre facevano lutto in molti modi, non volevano che fosse posto nel sepolcro.
Ma dopo tre giorni fu finalmente deposto nella tomba, come uno che dorme dolcemente, e ricevette il nome del buono e del bello, la cui memoria resterà famosa per tutte le generazioni del mondo.
Lasciò sette figli e tre figlie, e sulla terra non si trovavano figlie belle quanto le figlie di Giobbe.
Il nome di Giobbe era prima Jobab, e fu chiamato Giobbe dal Signore.
Prima della sua piaga aveva vissuto ottantacinque anni, e dopo la piaga ricevette il doppio di tutto; perciò anche i suoi anni furono raddoppiati, cioè centosettanta. Così visse in tutto duecentocinquantacinque anni.
E vide i figli dei suoi figli fino alla quarta generazione. È scritto che egli risorgerà con coloro che il Signore risveglierà. A nostro Signore sia la gloria. Amen.
Nota editoriale
Il Testamento di Giobbe è un’opera pseudepigrafica ebraica, probabilmente composta tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. Essa amplia il Libro canonico di Giobbe presentando Giobbe come una figura regale e caritatevole, un distruttore dell’idolatria, un atleta della sofferenza e un testimone dei misteri celesti. Il testo che segue si basa sulla traduzione inglese di M. R. James (1897), leggermente adattata per facilitarne la lettura e la pubblicazione digitale.
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