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Trattato Teologico-Politico (Spinoza)

Il Trattato teologico-politico (Tractatus theologico-politicus) è un’opera di Baruch Spinoza, pubblicata anonima nel 1670 ad Amsterdam.

Scopo fondamentale del trattato è la dimostrazione che il libero pensiero e la libertà di espressione non solo non confliggono con la pace sociale e la buona politica ma anzi le fondano. A questo scopo convergono dissertazioni di esegesi biblica (con esempi pratici di un nuovo metodo), filosofia della religione, filosofia politica.

Genesi dell’opera e contesto storico

La pubblicazione anonima coronava un lavoro iniziato nel 1665 circa, al tempo in cui Spinoza si stava dedicando alla redazione dell’Ethica, che interruppe momentaneamente per scrivere il Tractatus. L’ anonimato serviva a distogliere l’odium theologicum dall’autore e dall’editore. L’identificazione dell’autore fu peraltro facile e Spinoza non ebbe particolare cura di ostacolarla. In una lettera a Leibniz scrive:

«Se non ti fosse capitato di avere per le mani il trattato teologico-politico e la cosa non ti disturba, potrei mandartene una copia.»
(Epistola XLVI del 9 novembre 1671)

Il 19 luglio del 1674 il Tractatus viene colpito da un decreto di condanna delle Corti d’Olanda, insieme al Philosophia Sacrae Scripturae interpres di Lodewijk Meyer, che era apparso in unico volume con la seconda edizione del Tractatus, e al Leviatano di Hobbes, tradotto in olandese già dal 1667 e in latino l’anno dopo. Il giudizio di condanna contro l’opera anonima era già stato manifestato nel maggio 1670 da Jacobus Thomasius (Programma adversus anonymum de libertate philosophandi) e, il mese dopo, da Fredericus Rappoltus (Oratio contra Naturalistas), mentre Lambertus van Velthuysen, in una lettera a Jacobus Ostens, dà un giudizio negativo dell’opera e stigmatizza ogni eversione dalla tradizione religiosa.

Le Province Unite, al tempo in cui Spinoza inizia a scrivere il Tractatus, si trovano a combattere per mantenere il ruolo di prim’ordine confermate loro dalla pace di Münster (1648), che aveva chiuso la Guerra dei Trent’anni con la riconferma dell’assetto del 1609. L’Inghilterra è il principale avversario in campo economico. L’equilibrio dei rapporti interni era articolato e teso: sul piano religioso si confrontavano cattolici e calvinisti, sul piano politico orangisti e repubblicani. Nella Prefatio, Spinoza afferma di voler far cosa grata al paese in cui ha avuto il privilegio di nascere trattando del fondamento e dell’importanza delle libertà civili, ma è possibile che egli scrivesse perché non riteneva queste libertà così fuori pericolo nei Paesi Bassi.

Struttura dell’opera

L’opera è redatta in latino. È divisa in 20 capitoli e una prefazione.

Una possibile ulteriore suddivisione è la seguente:

  • capp. I-VI: analisi della profezia come rivelazione divina e dei profeti come interpreti della rivelazione; l’elezione del popolo ebraico; il contenuto della Legge divina; cerimonie e storie sacre; i miracoli. Sono i capitoli più polemici dell’opera, in cui Spinoza sostiene che il linguaggio metaforico della Bibbia è rivolto alla gente semplice e respinge la fede nei miracoli, a favore di una spiegazione razionale dei fenomeni naturali resa possibile dal progresso scientifico;
  • capp. VII-X: esposizione di un nuovo metodo esegetico delle Sacre Scritture, con un’applicazione concreta;
  • capp. XI-XV: gli apostoli; il vero senso della parola divina; l’essenza della fede; la filosofia non è ancilla theologiae (è l’avvio della parte “costruttiva” dell’opera);
  • capp. XVI-XX: temi politici.

Temi dell’opera

I temi affrontanti sono: – la critica al modo di intendere la religione: produceva infatti emozioni passive quali la paura inutile e la speranza vana. – tema politico: è un contrattualistica liberale: crede che gli uomini abbiamo creato un patto per necessità (al fine di soddisfare il loro conato) e che lo stato esista per garantire libertà’ di pensiero ed espressione,necessarie al raggiungimento della pace sociale.

Passaggi Significativi

Retro Libro

Dopo l’espulsione dalla comunità Ebraica di Amsterdam, avvenuta il 27 Luglio 1956, Spinoza ventiquattrenne decide di condurre una vita appartata per dedicarsi con piena libertà alla filosofia, intesa e praticata come ricerca e indicazione di uno stile di vita che consenta all’uomo di perfezionare al massimo la propria natura e di conseguire la felicità. Insieme all’Ethica, che è l’opera di Spinoza più impegnata teoreticamente, anche il Tractatus theologico-politicus (redatto tra il 1665 e il 1670, quando l’Ethica era già quasi ultimata) ubbidisce a una finalità di tipo etico, e precisamente a quella di individuare, a livello religioso e politico, le condizioni che garantiscono il diritto alla libertà di pensiero e di espressione, l’autonomia della conoscenza filosofica, la tolleranza religiosa, la pacifica convivenza tra varie credenze e forme di vita. E in ciò consiste il contributo decisivo del Tractatus per la formazione della coscienza etico-politica dell’Occidente: per la prima volta il tema della libertà di pensiero viene trattato sistematicamente, con l’intento di dimostrare che tale libertà “non solo è compatibile con la religione e con la pace dello Stato, ma che, anzi, essa non può essere soppressa se non insieme alla pace dello Stato e alla stessa religione”. Una lettura del Tractatus che tenga conto del carattere essenzialmente etico della riflessione di Spinoza consente di comprendere la straordinaria rilevanza storica di alcune sue tesi, e di misurarsi con alcune soluzioni a problematiche di grande attualità: il rapporto ragione-fede o filosofia-teologia; i fondamenti del credo religioso; la valenza etica della religione. Curatore del volume è Alessandro Dini, docente di Storia della filosofia all’Università di Firenze, studioso di storia del pensiero religioso e dei rapporti tra filosofia e medicina nell’età moderna e contemporanea. Il testo latino, riprodotto sulla base dell’originale, anche nella sua scansione riga a riga, è quello dell’edizione critica di C. Gebhardt (Spinoza, Opera, voI. III, pp. 1-267).
Un’autentica novità a livello internazionale.


PREFAZIONE
Se gli uomini potessero dirigere con fermo proposito tutte le loro vicende o se la fortuna fosse sempre benigna nei loro confronti, non sarebbero preda di alcuna superstizione. Ma spesso finiscono in situazioni così difficili da non poter formulare nessun piano d’azione e, di solito, per amore dei beni incerti della fortuna (che desiderano smoderatamente), oscillano miseramente tra la speranza e il timore: così il loro animo è, quasi sempre, totalmente incline a credere qualunque cosa. Quando è nel dubbio, un piccolo impulso basta a spingerlo nell’una o nell’altra direzione; e ciò accade ancor più facilmente quando, agitato di speranza o timore, si arresta, irretito; se, in circostanze diverse, confida eccessivamente in qualcosa, diviene arrogante e gonfio d’orgoglio.
Credo che nessuno ignori queste cose, benchè io sia convinto che la maggior parte degli uomini non conoscono se stessi.

[Spinoza, Opere. Trattato teologico-politico, traduzione di Filippo Mignini, Mondadori, Milano 2007]


PREFAZIONE pag. 43
[La Religione diventa strumento di controllo sociale.]

Quanto è facile perciò che gli uomini siano presi da qualsivoglia genere di superstizione, altrettanto difficile è fare in modo che essi persistano in un unico e medesimo genere. Al contrario, poichè il volgo rimanga sempre in uno stato di miseria, proprio per questo non sta mai a lungo in quiete, ma gli piace sopratutto ciò che è nuovo e non l’ha ancora deluso instabilità che fu causa di molti tumulti e guerre atroci. Infatti, come appare evidente dalle cose appena dette, e come osservò molto bene lo stesso Rufo (IV, 10), “Niente riesce più della superstizione a dirigere la moltitudine”


pag. 45

2. La libertà di pensiero e di espressione è vantaggiosa per lo Stato e per la Religione

Ma, in verità, se tutto il segreto e tutto l’interesse del regime monarchico consistono nell’ingannare gli uomini e nel camuffare con nome appariscente di religione la paura con la quale devono essere tenuti a freno – in modo che combattano per la propria schiavitù come se combattessero per la propria salvezza, e credano che non sia affatto vergognoso, bensì il massimo degli onori sacrificare il proprio sangue e la propria vita per il bene di un solo uomo –


pag. 45

Se, invece, in base al diritto dello Stato fossero perseguibili soltanto le azioni, e le parole rimanessero impunite, simili conflitti non potrebbero essere giustificati da nessun punto di vista giuridico, ne le controversie si convertirebbero in conflitti;
Poichè dunque è toccato a noi questo raro privilegio, di vivere in uno Stato dove è consentita a ognuno piena libertà di giudizio e la facoltà di rendere culto a DIO secondo la propria indole, e dove niente è stimato più caro e piacevole della libertà, ho ritenuto che non avrei fatto cosa sgradita o inutile se avessi mostarto che questa libertà non solo è compatibile con la religione e con la pace dello stato, ma, anzi, che essa non può essere soppressa se non insieme alla stessa pace dello stato e alla religione: questa è la cosa più importante che mi sono proposto di dimostrare nel presente trattato


Gli uomini non sarebbero superstiziosi, se potessero governare tutte le loro circostanze con regole prestabilite, o se fossero sempre favoriti dalla fortuna: ma essendo spesso spinti in uno spazio in cui le regole sono inutili, ed essendo spesso tenuti a fluttuare pietosamente tra la speranza e la paura dall’incertezza dei favori avidamente ambiti dalla fortuna, sono di conseguenza, per la maggior parte, molto inclini alla credulità. La mente umana è facilmente influenzabile in questo o quel modo nei momenti di dubbio, specialmente quando la speranza e la paura lottano per la padronanza, anche se di solito è arrogante, presuntuoso, troppo sicuro di sé e vano.
Questo come fatto generale suppongo che tutti conoscano, anche se pochi, credo, comprendono la propria natura; nessuno può aver vissuto nel mondo senza osservare che la maggior parte delle persone, quando sono in prosperità, sono così colme di saggezza (per quanto inesperte possano essere), che prendono ogni offerta di consiglio come un insulto personale, mentre nelle avversità non sanno a chi rivolgersi, ma implorano e pregano per avere consigli da ogni passante. Nessun piano è allora troppo futile, troppo assurdo, o troppo fatuo per la loro adozione; le cause più frivole li faranno sperare, o li faranno sprofondare nella disperazione – se durante lo spavento succede qualcosa che ricorda loro un passato buono o cattivo, pensano che presagisca una questione felice o infelice, e quindi (anche se si è rivelato fallimentare un centinaio di volte prima) ne fanno un presagio fortunato o sfortunato. Tutto ciò che suscita in loro lo stupore che credono sia un presagio che significa l’ira degli dei o dell’ESSERE Supremo, e, confondendo la superstizione con la religione, ritengono empio non scongiurare il male con la preghiera e il sacrificio. Segni e meraviglie di questo tipo vengono perpetuamente evocati, fino a quando si potrebbe pensare che la Natura sia pazza come loro, la interpretano in modo così fantastico.
Così ci viene fatto notare che le vittime principali della superstizione sono quelle persone che bramano avidamente i vantaggi temporali; sono loro che (soprattutto quando sono in pericolo e non possono farne a meno) sono abituate a pregare preghiere e lacrime femminili per implorare aiuto da DIO: che rincuora la Ragione cieca, perché non può mostrare un percorso sicuro verso le ombre che essi inseguono, e che rifiuta la saggezza umana come vana; ma che crede che i fantasmi dell’immaginazione, i sogni e altre assurdità infantili siano gli stessi oracoli del Cielo. Come se DIO si fosse allontanato dai saggi e avesse scritto i suoi decreti non nella mente dell’uomo, ma nelle viscere delle bestie, o li avesse lasciati per essere proclamati dall’ispirazione e dall’istinto degli stolti, dei pazzi e degli uccelli. Tale è l’irragionevolezza a cui il terrore può spingere l’umanità!
La superstizione, quindi, è generata, preservata e favorita dalla paura.

Se, in una condizione dispotica, il mistero supremo ed essenziale è quello di ingannare i sudditi e di mascherare la paura, che li tiene a freno, con l’abito pretestuoso della religione, affinché gli uomini combattano con lo stesso coraggio per la schiavitù che per la sicurezza, e non si vergognino di rischiare il loro sangue e la loro vita per la vanagloria di un tiranno; eppure, in uno stato libero, non si potrebbe pianificare o tentare un espediente più malizioso.

 


Citazioni

  • Certamente felice sarebbe la nostra età, se potessimo vedere la religione stessa libera anche da ogni superstizione. (XI cap., traduzione di Franco Fergnani e Salvatore Rizzo, 1980)
  • Chi dà quello che spetta a ciascuno per timore della pena capitale agisce dietro comando altrui e costretto dalla paura di un male, né può chiamarsi giusto; mentre chi attribuisce a ciascuno il suo perché conosce la vera ragione delle leggi e la loro necessità agisce con coerenza e secondo decisione propria, non altrui, e perciò è a buon diritto chiamato giusto. (IV, traduzione di Antonio Droetto ed Emilia Giancotti Boscherini, 2007)
  • Ciascuno ha il sovrano diritto di pensare liberamente in materia religiosa e poiché non è dato di supporre che si possa recedere da tale diritto, deterrà ciascuno il sovrano diritto e la sovrana autorità di giudicare liberamente in materia di religione e conseguentemente di spiegarsela e interpretarsela. (VII, 1980)
  • «Democrazia»: regime politico definibile come unione di tutti i cittadini, che possiede ed esercita collegialmente un diritto sovrano su tutto ciò che è in suo potere. (XVI, 1980)
  • E certamente felice sarebbe la nostra età, se potessimo vedere la religione stessa libera anche da ogni superstizione. (XI, 1980)
  • È impossibile che l’animo di un uomo possa rientrare sotto la giurisdizione di un altro. (XX, 1980)
  • Gli uomini sono ben lungi dal poter essere facilmente guidati dalla ragione; ciascuno è sospinto dai suoi personali impulsi al piacere e gli animi spessissimo sono a tal punto dominati dall’invidia, dalla collera che nessun posto resta per la capacità di riflettere e giudicare. (XVI, traduzione di Franco Fergnani e Salvatore Rizzo, UTET, 1980)
  • Il credo di ognuno va ritenuto santo o empio solo in ragione dell’obbedienza o della riottosità e non in ragione della verità o della falsità. (XIV, 1980)
  • Il miracolo è un vero e proprio assurdo. (VI, 1980)
  • Il termine “legge”, preso in senso assoluto, indica quel principio in base a cui ciascun individuo, o tutti gli appartenenti ad una stessa specie o alcuni di essi, agiscono secondo una norma unica, fissa e determinata. (IV, 1980)
  • Il volgo chiama miracoli o opere di DIO gli eventi straordinari della natura. (VI, 1980)
  • La forma costituzionale dello Stato ve necessariamente mantenuta e che essa non può venir mutata se non col pericolo della rovina totale. (XVIII, 1980)
  • La pace non è assenza di guerra: è una virtù, uno stato d’animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia. (Einaudi, 2007)
  • Lo stolto è felice e infelice allo stesso modo che il saggio. (III, Einaudi, 2007)
  • La teologia non è ancella della ragione, né la ragione della filosofia. (XVI, 1980)
  • L’uomo mantiene la possibilità di essere libero qualunque sia il tipo di comunità politica in cui vive, in quanto egli è libero nella misura in cui si fa guidare dalla ragione. (XVI, 1980)
  • Nessuno può alienare a favore d’altri il proprio diritto naturale, inteso qui come facoltà di pensare liberamente.
  • Nessuno può essere costretto dalla violenza o dalle leggi ad essere felice; per conseguire tale stato sono invece necessari un’amorevole e fraterna esortazione, una buona educazione e soprattutto un personale e libero giudizio. (VII, 1980)
  • Niente accade in contrasto con la natura. (VI, 1980)
  • Noi dubitiamo dell’esistenza di DIO e di conseguenza di tutto, finché abbiamo di Dio non un’idea chiara e distinta, ma un’idea confusa. (VI, 1980)
  • Per legge umana intendo la condotta di vita che è utile solamente alla sicurezza della vita e dello Stato, per legge divina intendo quella che si propone come fine esclusivo il sommo Bene, cioè la conoscenza e l’Amore di Dio. (IV, 1980)
  • Perciò la facilità con cui gli uomini si lasciano irretire da ogni genere di superstizione è pari soltanto alla difficoltà di renderli costanti in uno solo di tali generi; anzi, poiché l’uomo del volgo vive sempre in uno stato di infelicità, esso non trova mai durevole soddisfazione e soltanto lo seduce ciò che ha sapore di novità e che non si è ancora rivelato illusorio. (Pref., 1980)
  • Poiché dunque l’amor di DIO è la felicità e la beatitudine somma dell’uomo, nonché il fine ultimo e lo scopo di ogni azione umana, ne viene che osserva la legge divina solo chi si preoccupa di amare Dio. (IV, 1980)
  • Quale altare potrà procurarsi a propria difesa chi offende la maestà della ragione? (XV, 1980)
  • Sarà più sicura e salda e meno sottoposta alla fortuna quella società che è fondata e governata da uomini saggi ed attenti. Viceversa quella che è costituita da uomini rozzi ed incapaci dipende in massima parte dalla fortuna ed è meno salda. (III, 1980)
  • Se a qualcuno venisse in mente di affermare che DIO può in qualche modo agire contro le leggi di natura, costui sarebbe al tempo stesso costretto ad ammettere che Dio può agire contro la sua stessa natura: cosa di cui nulla è più assurdo. (VI, 1980)
  • Se ciascuno avesse la libertà di interpretare a proprio arbitrio il diritto pubblico, nessuno Stato potrebbe sussistere. (VII, traduzione di Franco Fergnani e Salvatore Rizzo, UTET, 1980)
  • Se è vero che la religione, nella forma in cui gli apostoli la esponevano nelle loro predicazioni, cioè mediante la semplice narrazione della vita di Cristo, non rientra nell’ambito della ragione, è vero anche che con l’ausilio del lume naturale ogni uomo può facilmente comprenderne l’essenza, la quale, come tutta la dottrina di Cristo, consiste soprattutto in insegnamenti morali. (XI, 1980)
  • Se fosse altrettanto facile comandare agli animi quanto alle lingue, ogni sovrano regnerebbe in piena tranquillità e nessuna autorità avrebbe bisogno di ricorrere a mezzi violenti. (XX, 1980)
  • Se qualcosa dovesse accadere in natura che non conseguisse dalle leggi naturali, necessariamente contraddirebbe a quell’ordine che Dio per l’eternità stabilì in natura mediante le universali leggi naturali; sarebbe perciò contro la natura e contro le sue leggi, e di conseguenza la credenza in esso ci porterebbe all’ateismo. (VI, 1980)
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