Il Trattato teologico-politico (Tractatus theologico-politicus) è un’opera di Baruch Spinoza, pubblicata anonima nel 1670 ad Amsterdam. Lo scopo fondamentale del trattato è la dimostrazione che il libero pensiero e la libertà di espressione non solo non contrastano la pace sociale e la buona politica, ma anzi sono il loro fondano. A questo scopo convergono dissertazioni di esegesi biblica (con esempi pratici di un nuovo metodo), filosofia della religione, filosofia politica.

Genesi dell’opera e contesto storico

La pubblicazione anonima coronava un lavoro iniziato nel 1665 circa, al tempo in cui Spinoza si stava dedicando alla redazione dell’Ethica, che interruppe momentaneamente per scrivere il Tractatus. L’ anonimato serviva a distogliere l’odium theologicum dall’autore e dall’editore. L’identificazione dell’autore fu peraltro facile e Spinoza non ebbe particolare cura di ostacolarla. In una lettera a Leibniz scrive:

“Se non ti fosse capitato di avere per le mani il trattato teologico-politico e la cosa non ti disturba, potrei mandartene una copia.”
(Epistola XLVI del 9 novembre 1671)

Il 19 luglio del 1674 il Tractatus viene colpito da un decreto di condanna delle Corti d’Olanda, insieme al Philosophia Sacrae Scripturae interpres di Lodewijk Meyer, che era apparso in unico volume con la seconda edizione del Tractatus, e al Leviatano di Hobbes, tradotto in olandese già dal 1667 e in latino l’anno dopo. Il giudizio di condanna contro l’opera anonima era già stato manifestato nel maggio 1670 da Jacobus Thomasius e, il mese dopo, da Fredericus Rappoltus, mentre Lambertus van Velthuysen, in una lettera a Jacobus Ostens, dà un giudizio negativo dell’opera e stigmatizza ogni eversione dalla tradizione religiosa.

Le Province Unite, al tempo in cui Spinoza inizia a scrivere il Tractatus, si trovano a combattere per mantenere il ruolo di prim’ordine confermate loro dalla pace di Münster (1648), che aveva chiuso la Guerra dei Trent’anni con la riconferma dell’assetto del 1609. L’Inghilterra è il principale avversario in campo economico. L’equilibrio dei rapporti interni era articolato e teso: sul piano religioso si confrontavano cattolici e calvinisti, sul piano politico orangisti e repubblicani. Nella Prefatio, Spinoza afferma di voler far cosa grata al paese in cui ha avuto il privilegio di nascere trattando del fondamento e dell’importanza delle libertà civili, ma è possibile che egli scrivesse perché non riteneva queste libertà così fuori pericolo nei Paesi Bassi.

Struttura dell’opera

L’opera è redatta in latino. È divisa in 20 capitoli e una prefazione. Una possibile ulteriore suddivisione è la seguente:

I temi affrontanti sono: – la critica al modo di intendere la religione: produceva infatti emozioni passive quali la paura inutile e la speranza vana. – tema politico: è un contrattualistica liberale: crede che gli uomini abbiamo creato un patto per necessità (al fine di soddisfare il loro conato) e che lo stato esista per garantire libertà’ di pensiero ed espressione,necessarie al raggiungimento della pace sociale.

Trattamento della religione

Nel trattato, Spinoza espone la sua critica più sistematica all’ebraismo e a tutta la religione organizzata in generale. Spinoza sostiene che teologia e filosofia devono essere tenute separate, in particolare nella lettura delle Sacre Scritture. Mentre l’obiettivo della teologia è l’obbedienza, la filosofia mira a comprendere la verità razionale. La Scrittura non insegna la filosofia e quindi non può essere resa conforme ad essa, altrimenti il significato della Scrittura verrebbe distorto. Al contrario, se la ragione viene asservita alle Scritture, allora, sostiene Spinoza, “i pregiudizi di una gente comune di molto tempo fa… si impadroniranno della sua comprensione e la oscureranno”.

L’interpretazione delle Scritture

Spinoza non fu solo il vero padre della metafisica moderna e della filosofia morale e politica, ma anche della cosiddetta critica superiore della Bibbia. Era particolarmente attento all’idea di interpretazione; riteneva che tutta la religione organizzata fosse semplicemente la difesa istituzionalizzata di particolari interpretazioni. Rifiutò in toto l’idea che Mosè avesse composto i primi cinque libri della Bibbia, chiamati Pentateuco dai cristiani o Torah dagli ebrei. Fornì un’analisi della struttura della Bibbia che dimostrava che si trattava essenzialmente di un testo compilato con molti autori diversi e origini diverse; a suo avviso, non fu “rivelato” tutto in una volta.

Il suo Tractatus Theologico-Politicus si impegnò a dimostrare che le Scritture correttamente intese non davano alcuna autorità all’intolleranza militante del clero che cercava di soffocare ogni dissenso con l’uso della forza. Per raggiungere il suo obiettivo, Spinoza dovette mostrare cosa si intende per corretta comprensione della Bibbia. E questo gli diede l’occasione di applicare la critica alla Bibbia. Per apprezzare i suoi servigi a questo proposito, bisogna ricordare che la sua epoca era notevolmente carente di senso storico, soprattutto in materia di religione. Santi contemporanei come John Bunyan e Manasseh ben Israel facevano l’uso più fantastico dei testi della Scrittura; mentre i chierici militanti, facendo affidamento sulla bibliolatria ignorante delle masse, applicavano male i testi biblici per raggiungere i loro scopi. Spinoza, che non ammetteva alcun rivale soprannaturale alla Natura e alcuna autorità rivale al governo civile dello Stato, respingeva anche tutte le pretese che la letteratura biblica dovesse essere trattata in modo completamente diverso da quello in cui viene trattato qualsiasi altro documento che pretenda di essere storico. La sua affermazione che la Bibbia “è in parte imperfetta, corrotta, erronea e incoerente con se stessa, e che non ne possediamo che frammenti” suscitò grandi polemiche all’epoca e fu la principale responsabile della sua cattiva reputazione per almeno un secolo. Tuttavia, molti hanno gradualmente adottato il suo punto di vista, concordando con lui che la vera “Parola di DIO”, o la vera religione, non è qualcosa di scritto nei libri, ma “iscritta nel cuore e nella mente dell’uomo”. E molti studiosi e ministri del culto ora lodano i servizi di Spinoza nella corretta interpretazione delle Scritture come un documento di prima importanza nello sviluppo progressivo del pensiero e della condotta umana.

Trattamento del giudaismo

Il trattato respingeva anche la nozione ebraica di “scelta”; per Spinoza, tutti i popoli sono alla pari gli uni con gli altri, poiché DIO non ha innalzato gli uni sugli altri. Spinoza offrì anche una spiegazione sociologica di come il popolo ebraico fosse riuscito a sopravvivere così a lungo, nonostante le incessanti persecuzioni. A suo avviso, gli ebrei si sono conservati grazie a una combinazione di odio dei gentili e separatismo ebraico.

Egli fornì anche un’ultima, cruciale ragione per la continuazione della presenza ebraica, che secondo lui era di per sé sufficiente a mantenere la sopravvivenza della nazione per sempre: la circoncisione. Si trattava della massima espressione antropologica della marcatura corporea, un simbolo tangibile di separazione che era l’identificatore definitivo.

Spinoza propose anche una visione inedita della Torah, sostenendo che si trattava essenzialmente di una costituzione politica dell’antico Stato di Israele. A suo avviso, poiché lo Stato non esisteva più, la sua costituzione non poteva più essere valida. Egli sosteneva che la Torah era quindi adatta a un tempo e a un luogo particolari; poiché i tempi e le circostanze erano cambiati, la Torah non poteva più essere considerata un documento valido.

Il potere umano consiste nella forza della mente e dell’intelletto

Una delle caratteristiche più evidenti della teoria politica di Spinoza è il principio fondamentale secondo cui “il diritto è potere”. Questo principio fu applicato sistematicamente all’intero problema del governo e sembrò piuttosto soddisfatto del risultato ottenuto, in quanto gli permise di trattare la teoria politica con spirito scientifico, come se si trattasse di matematica applicata. L’identificazione o la correlazione del diritto con il potere ha causato molti malintesi. Si è pensato che Spinoza riducesse la giustizia alla forza bruta. Ma Spinoza era molto lontano dall’approvare la Realpolitik. Nella filosofia di Spinoza il termine “potere” (come dovrebbe essere chiaro dalla sua filosofia morale) significa molto di più della forza fisica. In un passo verso la fine del suo Trattato politico afferma esplicitamente che “il potere umano consiste principalmente nella forza della mente e dell’intelletto” – consiste, infatti, in tutte le capacità e attitudini umane, specialmente le più elevate. Concepita correttamente, l’intera filosofia di Spinoza lascia ampio spazio alle motivazioni ideali nella vita dell’individuo e della comunità.

Monarchia, aristocrazia e democrazia

Spinoza discute i principali tipi di stato, o i principali tipi di governo, ossia la monarchia, l’aristocrazia e la democrazia. Ognuno di essi ha le proprie peculiarità e necessita di particolari tutele, se vuole realizzare la funzione primaria di uno Stato. La monarchia può degenerare in tirannia se non è sottoposta a vari controlli costituzionali che impediscano qualsiasi tentativo di autocrazia. Allo stesso modo, l’aristocrazia può degenerare in oligarchia e necessita di controlli analoghi. Nel complesso, Spinoza è favorevole alla Democrazia, intendendo con questo termine qualsiasi tipo di governo rappresentativo. Nel caso della democrazia, la comunità e il governo sono più simili che nel caso della monarchia o dell’aristocrazia; di conseguenza, una democrazia è meno soggetta a frequenti collisioni tra il popolo e il governo ed è quindi più adatta a garantire e mantenere la pace, che è compito dello Stato assicurare.

Passaggi Significativi

Retro Libro

Dopo l’espulsione dalla comunità Ebraica di Amsterdam, avvenuta il 27 Luglio 1956, Spinoza ventiquattrenne decide di condurre una vita appartata per dedicarsi con piena libertà alla filosofia, intesa e praticata come ricerca e indicazione di uno stile di vita che consenta all’uomo di perfezionare al massimo la propria natura e di conseguire la felicità. Insieme all’Ethica, che è l’opera di Spinoza più impegnata teoreticamente, anche il Tractatus theologico-politicus (redatto tra il 1665 e il 1670, quando l’Ethica era già quasi ultimata) ubbidisce a una finalità di tipo etico, e precisamente a quella di individuare, a livello religioso e politico, le condizioni che garantiscono il diritto alla libertà di pensiero e di espressione, l’autonomia della conoscenza filosofica, la tolleranza religiosa, la pacifica convivenza tra varie credenze e forme di vita. E in ciò consiste il contributo decisivo del Tractatus per la formazione della coscienza etico-politica dell’Occidente: per la prima volta il tema della libertà di pensiero viene trattato sistematicamente, con l’intento di dimostrare che tale libertà “non solo è compatibile con la religione e con la pace dello Stato, ma che, anzi, essa non può essere soppressa se non insieme alla pace dello Stato e alla stessa religione”. Una lettura del Tractatus che tenga conto del carattere essenzialmente etico della riflessione di Spinoza consente di comprendere la straordinaria rilevanza storica di alcune sue tesi, e di misurarsi con alcune soluzioni a problematiche di grande attualità: il rapporto ragione-fede o filosofia-teologia; i fondamenti del credo religioso; la valenza etica della religione. Curatore del volume è Alessandro Dini, docente di Storia della filosofia all’Università di Firenze, studioso di storia del pensiero religioso e dei rapporti tra filosofia e medicina nell’età moderna e contemporanea. Il testo latino, riprodotto sulla base dell’originale, anche nella sua scansione riga a riga, è quello dell’edizione critica di C. Gebhardt (Spinoza, Opera, voI. III, pp. 1-267).
Un’autentica novità a livello internazionale.

Prefazione
Se gli uomini potessero dirigere con fermo proposito tutte le loro vicende o se la fortuna fosse sempre benigna nei loro confronti, non sarebbero preda di alcuna superstizione. Ma spesso finiscono in situazioni così difficili da non poter formulare nessun piano d’azione e, di solito, per amore dei beni incerti della fortuna (che desiderano smoderatamente), oscillano miseramente tra la speranza e il timore: così il loro animo è, quasi sempre, totalmente incline a credere qualunque cosa. Quando è nel dubbio, un piccolo impulso basta a spingerlo nell’una o nell’altra direzione; e ciò accade ancor più facilmente quando, agitato di speranza o timore, si arresta, irretito; se, in circostanze diverse, confida eccessivamente in qualcosa, diviene arrogante e gonfio d’orgoglio.
Credo che nessuno ignori queste cose, benchè io sia convinto che la maggior parte degli uomini non conoscono se stessi.

 

Perciò la facilità con cui gli uomini si lasciano irretire da ogni genere di superstizione è pari soltanto alla difficoltà di renderli costanti in uno solo di tali generi; anzi, poiché l’uomo del volgo vive sempre in uno stato di infelicità, esso non trova mai durevole soddisfazione e soltanto lo seduce ciò che ha sapore di novità e che non si è ancora rivelato illusorio.
(Pref.)

 

Prefazione pag. 43

Quanto è facile perciò che gli uomini siano presi da qualsivoglia genere di superstizione, altrettanto difficile è fare in modo che essi persistano in un unico e medesimo genere. Al contrario, poichè il volgo rimanga sempre in uno stato di miseria, proprio per questo non sta mai a lungo in quiete, ma gli piace sopratutto ciò che è nuovo e non l’ha ancora deluso instabilità che fu causa di molti tumulti e guerre atroci. Infatti, come appare evidente dalle cose appena dette, e come osservò molto bene lo stesso Rufo (IV, 10), “Niente riesce più della superstizione a dirigere la moltitudine”

 

Prefazione pag. 45

2. La libertà di pensiero e di espressione è vantaggiosa per lo Stato e per la Religione

Ma, in verità, se tutto il segreto e tutto l’interesse del regime monarchico consistono nell’ingannare gli uomini e nel camuffare con nome appariscente di religione la paura con la quale devono essere tenuti a freno – in modo che combattano per la propria schiavitù come se combattessero per la propria salvezza, e credano che non sia affatto vergognoso, bensì il massimo degli onori sacrificare il proprio sangue e la propria vita per il bene di un solo uomo –

 

Prefazione pag. 45

Se, invece, in base al diritto dello Stato fossero perseguibili soltanto le azioni, e le parole rimanessero impunite, simili conflitti non potrebbero essere giustificati da nessun punto di vista giuridico, ne le controversie si convertirebbero in conflitti;
Poichè dunque è toccato a noi questo raro privilegio, di vivere in uno Stato dove è consentita a ognuno piena libertà di giudizio e la facoltà di rendere culto a DIO secondo la propria indole, e dove niente è stimato più caro e piacevole della libertà, ho ritenuto che non avrei fatto cosa sgradita o inutile se avessi mostarto che questa libertà non solo è compatibile con la religione e con la pace dello stato, ma, anzi, che essa non può essere soppressa se non insieme alla stessa pace dello stato e alla religione: questa è la cosa più importante che mi sono proposto di dimostrare nel presente trattato

 

Gli uomini non sarebbero superstiziosi, se potessero governare tutte le loro circostanze con regole prestabilite, o se fossero sempre favoriti dalla fortuna: ma essendo spesso spinti in uno spazio in cui le regole sono inutili, ed essendo spesso tenuti a fluttuare pietosamente tra la speranza e la paura dall’incertezza dei favori avidamente ambiti dalla fortuna, sono di conseguenza, per la maggior parte, molto inclini alla credulità. La mente umana è facilmente influenzabile in questo o quel modo nei momenti di dubbio, specialmente quando la speranza e la paura lottano per la padronanza, anche se di solito è arrogante, presuntuoso, troppo sicuro di sé e vano.
Questo come fatto generale suppongo che tutti conoscano, anche se pochi, credo, comprendono la propria natura; nessuno può aver vissuto nel mondo senza osservare che la maggior parte delle persone, quando sono in prosperità, sono così colme di saggezza (per quanto inesperte possano essere), che prendono ogni offerta di consiglio come un insulto personale, mentre nelle avversità non sanno a chi rivolgersi, ma implorano e pregano per avere consigli da ogni passante. Nessun piano è allora troppo futile, troppo assurdo, o troppo fatuo per la loro adozione; le cause più frivole li faranno sperare, o li faranno sprofondare nella disperazione – se durante lo spavento succede qualcosa che ricorda loro un passato buono o cattivo, pensano che presagisca una questione felice o infelice, e quindi (anche se si è rivelato fallimentare un centinaio di volte prima) ne fanno un presagio fortunato o sfortunato. Tutto ciò che suscita in loro lo stupore che credono sia un presagio che significa l’ira degli dei o dell’ESSERE Supremo, e, confondendo la superstizione con la religione, ritengono empio non scongiurare il male con la preghiera e il sacrificio. Segni e meraviglie di questo tipo vengono perpetuamente evocati, fino a quando si potrebbe pensare che la Natura sia pazza come loro, la interpretano in modo così fantastico.
Così ci viene fatto notare che le vittime principali della superstizione sono quelle persone che bramano avidamente i vantaggi temporali; sono loro che (soprattutto quando sono in pericolo e non possono farne a meno) sono abituate a pregare preghiere e lacrime femminili per implorare aiuto da DIO: che rincuora la Ragione cieca, perché non può mostrare un percorso sicuro verso le ombre che essi inseguono, e che rifiuta la saggezza umana come vana; ma che crede che i fantasmi dell’immaginazione, i sogni e altre assurdità infantili siano gli stessi oracoli del Cielo. Come se DIO si fosse allontanato dai saggi e avesse scritto i suoi decreti non nella mente dell’uomo, ma nelle viscere delle bestie, o li avesse lasciati per essere proclamati dall’ispirazione e dall’istinto degli stolti, dei pazzi e degli uccelli. Tale è l’irragionevolezza a cui il terrore può spingere l’umanità!
La superstizione, quindi, è generata, preservata e favorita dalla paura. Se, in una condizione dispotica, il mistero supremo ed essenziale è quello di ingannare i sudditi e di mascherare la paura, che li tiene a freno, con l’abito pretestuoso della religione, affinché gli uomini combattano con lo stesso coraggio per la schiavitù che per la sicurezza, e non si vergognino di rischiare il loro sangue e la loro vita per la vanagloria di un tiranno; eppure, in uno stato libero, non si potrebbe pianificare o tentare un espediente più malizioso.

Capitolo I: Della profezia

È evidente, dalla definizione data sopra, che la profezia comprende la conoscenza ordinaria; infatti, la conoscenza che acquisiamo con le nostre facoltà naturali dipende dalla conoscenza di DIO e delle sue leggi eterne; ma la conoscenza ordinaria è comune a tutti gli uomini in quanto uomini e poggia su fondamenti che tutti condividono, mentre la moltitudine cerca sempre le rarità e le eccezioni e pensa poco ai doni della natura; così, quando si parla di profezia, non si pensa che sia inclusa la conoscenza ordinaria.

 

Tuttavia, essa ha lo stesso diritto di essere chiamata divina, perché la natura di DIO, nella misura in cui vi partecipiamo, e le leggi di DIO ce la impongono; né soffre di quella a cui diamo la preminenza, se non nella misura in cui quest’ultima trascende i suoi limiti e non può essere spiegata dalle leggi naturali prese di per sé.

Credo che nessuno abbia raggiunto tale perfezione, superando tutti gli altri, tranne Cristo, al quale DIO ha rivelato immediatamente – senza parole o visioni – le condizioni che portano alla salvezza. Così DIO si è rivelato agli Apostoli attraverso la mente di Cristo, come prima si era rivelato a Mosè per mezzo di una voce celeste. Perciò la voce di Cristo, come quella udita da Mosè, può essere chiamata voce di DIO. E in questo senso possiamo anche dire che la sapienza di DIO, cioè una sapienza che supera quella umana, ha assunto una natura umana in Cristo, e che Cristo era la via della salvezza.

Capitolo 3: Sulla vocazione degli Ebrei e sul fatto che il dono della profezia fosse loro peculiare

Quando i profeti, parlando di questa elezione che riguarda solo la vera virtù, mescolarono molte cose riguardanti i sacrifici e le cerimonie, e la ricostruzione del tempio e della città, vollero con tali espressioni figurative, secondo il modo e la natura della profezia, esporre questioni spirituali, in modo da mostrare allo stesso tempo agli Ebrei, di cui erano profeti, la vera restaurazione dello stato e del tempio da aspettarsi verso il tempo di Ciro.
Al momento attuale, quindi, non c’è assolutamente nulla che i Giudei possano arrogarsi più degli altri popoli.
Per quanto riguarda la loro permanenza così a lungo dopo la dispersione e la perdita dell’impero, non c’è nulla di meraviglioso, perché si sono così separati da ogni altra nazione da attirare su di sé l’odio universale, non solo per i loro riti esteriori, riti in contrasto con quelli delle altre nazioni, ma anche per il segno della circoncisione che osservano scrupolosamente.
Che siano stati preservati in larga misura dall’odio dei Gentili, lo dimostra l’esperienza.
Cap. 3

Sarà più sicura e salda e meno sottoposta alla fortuna quella società che è fondata e governata da uomini saggi ed attenti. Viceversa quella che è costituita da uomini rozzi ed incapaci dipende in massima parte dalla fortuna ed è meno salda.
(Capitolo III)

Traduzione variante: Pertanto, al momento attuale, non c’è nulla che gli Ebrei possano arrogarsi al di sopra delle altre nazioni. Quanto al fatto che abbiano continuato a esistere per tanti anni, dispersi e senza Stato, non c’è da stupirsi, dal momento che si sono separati dalle altre nazioni a tal punto da incorrere nell’odio di tutti, e questo non solo attraverso riti esterni estranei a quelli delle altre nazioni, ma anche attraverso il marchio della circoncisione, che osservano religiosamente. Che si siano conservati in gran parte grazie all’odio delle altre nazioni è dimostrato dai fatti storici.
Come tradotto da Samuel Shirley
Per quanto riguarda l’intelletto e la vera virtù, ogni nazione è alla pari con le altre, e DIO non ha scelto, sotto questi aspetti, un popolo piuttosto che un altro.
Cap. 3

Capitolo 4

Chi dà quello che spetta a ciascuno per timore della pena capitale agisce dietro comando altrui e costretto dalla paura di un male, né può chiamarsi giusto; mentre chi attribuisce a ciascuno il suo perché conosce la vera ragione delle leggi e la loro necessità agisce con coerenza e secondo decisione propria, non altrui, e perciò è a buon diritto chiamato giusto.
(Capitolo IV)

Poiché dunque l’amor di DIO è la felicità e la beatitudine somma dell’uomo, nonché il fine ultimo e lo scopo di ogni azione umana, ne viene che osserva la legge divina solo chi si preoccupa di amare Dio.
(Capitolo IV)

Capitolo 6

Qualsiasi evento che si verifichi in natura e che contravvenga alle leggi universali della natura, contravverrebbe necessariamente anche al decreto, alla natura e alla comprensione divini; o se qualcuno affermasse che DIO agisce contravvenendo alle leggi della natura, sarebbe costretto, ipso facto, ad affermare che DIO ha agito contro la Sua stessa natura: un’evidente assurdità.
Poiché in natura non accade nulla che non derivi dalle sue leggi, e poiché le sue leggi comprendono tutto ciò che è stato concepito dall’intelletto divino, e infine poiché la natura conserva un ordine fisso e immutabile, ne consegue chiaramente che i miracoli sono intelligibili solo in relazione alle opinioni umane, e significano semplicemente eventi la cui causa naturale non può essere spiegata con un riferimento a qualsiasi evento ordinario, né da noi né, in ogni caso, da chi scrive e narra il miracolo.
Poiché i miracoli venivano compiuti secondo la comprensione delle masse, che sono completamente ignoranti dei meccanismi della natura, è certo che gli antichi prendevano per miracolo tutto ciò che non riuscivano a spiegare con il metodo adottato dagli ignoranti in questi casi, ossia un appello alla memoria, un richiamo a qualcosa di simile, che di solito viene considerato senza meraviglia; la maggior parte delle persone, infatti, pensa di capire a sufficienza una cosa quando ha smesso di meravigliarsi. Gli antichi, dunque, e la maggior parte degli uomini fino ai giorni nostri, non avevano altri criteri per definire un miracolo; per questo non possiamo dubitare che nelle Scritture siano narrate come miracoli molte cose le cui cause potevano essere facilmente spiegate facendo riferimento ad operazioni accertate della natura.
Quando sappiamo che tutte le cose sono ordinate e ratificate da DIO, che le operazioni della natura derivano dall’essenza di DIO e che le leggi della natura sono decreti e volontà eterne di DIO, dobbiamo per forza concludere che la nostra conoscenza di DIO e della volontà di DIO aumenta in proporzione alla nostra conoscenza e chiara comprensione della natura.
È evidente che non sono altro che sciocchi coloro che, non riuscendo a spiegare una cosa, ricorrono alla volontà di DIO; questo è davvero un modo ridicolo di esprimere l’ignoranza.
I filosofi che si sforzano di capire le cose attraverso una chiara concezione di esse, piuttosto che attraverso i miracoli, hanno sempre trovato il compito estremamente facile, almeno quelli che ripongono la vera felicità unicamente nella virtù e nella pace mentale, e che mirano a obbedire alla Natura, piuttosto che a farsi obbedire da essa.
Tutti gli eventi narrati nella Scrittura sono accaduti in modo naturale e sono riferiti direttamente a DIO perché la Scrittura, come abbiamo mostrato, non mira a spiegare le cose con le loro cause naturali, ma solo a narrare ciò che fa appello all’immaginazione popolare, e a farlo nel modo migliore per suscitare meraviglia e, di conseguenza, per impressionare le menti delle masse con la devozione.
La Scrittura non spiega le cose in base alle loro cause secondarie, ma si limita a narrarle nell’ordine e nello stile che hanno più potere di muovere gli uomini, e soprattutto gli uomini non istruiti, alla devozione; e quindi parla in modo impreciso di DIO e degli eventi, visto che il suo scopo non è quello di convincere la ragione, ma di attirare e far presa sull’immaginazione. Se la Bibbia descrivesse la distruzione di un impero nello stile degli storici politici, le masse rimarrebbero indifferenti.
Possiamo quindi essere assolutamente certi che ogni evento realmente descritto nelle Scritture è necessariamente accaduto, come ogni altra cosa, secondo le leggi naturali; e se vi si trova qualcosa che si può dimostrare in termini concreti essere in contrasto con l’ordine della natura, o non essere deducibile da esso, dobbiamo credere che sia stato inserito negli scritti sacri da mani irreligiose.
Per interpretare i miracoli della Scrittura e capire dalla loro narrazione come sono realmente accaduti, è necessario conoscere le opinioni di coloro che li hanno raccontati per primi e che li hanno riportati per iscritto, e distinguere tali opinioni dall’effettiva impressione suscitata nei loro sensi, altrimenti confonderemo le opinioni e i giudizi con il miracolo reale così come si è verificato; anzi, confonderemo eventi reali con eventi simbolici e immaginari. Infatti, molte cose sono narrate nella Scrittura come reali, e sono state credute tali, mentre in realtà erano solo simboliche e immaginarie.
Per capire, nel caso dei miracoli, ciò che è realmente accaduto, dobbiamo avere familiarità con le frasi e le metafore ebraiche; chi non ne tenesse conto a sufficienza, vedrebbe continuamente nella Scrittura miracoli che non sono stati intesi dallo scrittore; perderebbe così la conoscenza non solo di ciò che è realmente accaduto, ma anche della mente degli autori del testo sacro.
In diversi passi la Scrittura afferma in generale che il corso della natura è fisso e immutabile. Ad esempio, in Sal 148,6 e Ger 31,35. Anche il saggio, in Eccles. 1:10, insegna chiaramente che “non c’è nulla di nuovo sotto il sole” e nei versetti 11 e 12, illustrando la stessa idea, aggiunge che anche se di tanto in tanto accade qualcosa che sembra nuovo, in realtà non lo è, ma “è già stato da tempo antico, che è stato prima di noi, di cui non c’è memoria, né ci sarà memoria delle cose che devono venire con quelle che verranno dopo”. Nel cap. 2:11 dice ancora: “DIO ha fatto ogni cosa bella a suo tempo” e subito dopo aggiunge: “So che tutto ciò che DIO fa, sarà in eterno; nulla può essergli impedito, nulla può essergli tolto”.
Tutti questi testi insegnano chiaramente che la natura conserva un ordine fisso e immutabile e che DIO in tutte le epoche, conosciute e sconosciute, è stato lo stesso; inoltre, che le leggi della natura sono così perfette che nulla può essere aggiunto o tolto; infine, che i miracoli appaiono come qualcosa di nuovo solo a causa dell’ignoranza dell’uomo.
In nessun punto la Scrittura afferma che accade qualcosa che contraddice o non può derivare dalle leggi della natura; pertanto, non dovremmo attribuirle una simile dottrina.
Le parole di Mosè, “DIO è un fuoco” e “DIO è geloso”, sono perfettamente chiare se si considera solo il significato delle parole, e quindi le considero tra i passi chiari, anche se in relazione alla ragione e alla verità sono molto oscure: Tuttavia, anche se il significato letterale è in contrasto con la luce naturale della ragione, se non può essere chiaramente smentito su basi e principi derivati dalla sua “storia” scritturale, esso, cioè il significato letterale, deve essere mantenuto; e al contrario, se questi passi interpretati letteralmente si trovano in contrasto con i principi derivati dalla Scrittura, anche se tale interpretazione letterale fosse in assoluta armonia con la ragione, essi devono essere interpretati in modo diverso, cioè metaforicamente. cioè metaforicamente. … Nella fattispecie, poiché Mosè dice in molti altri passi che DIO non ha alcuna somiglianza con alcuna cosa visibile, né in cielo né in terra né nell’acqua, tutti questi passi devono essere interpretati metaforicamente.

Capitolo 7

Nessuno può essere costretto dalla violenza o dalle leggi ad essere felice; per conseguire tale stato sono invece necessari un’amorevole e fraterna esortazione, una buona educazione e soprattutto un personale e libero giudizio.
(Capitolo VII)

Ciascuno ha il sovrano diritto di pensare liberamente in materia religiosa e poiché non è dato di supporre che si possa recedere da tale diritto, deterrà ciascuno il sovrano diritto e la sovrana autorità di giudicare liberamente in materia di religione e conseguentemente di spiegarsela e interpretarsela.
(Capitolo VII)

Capitolo 11

Certamente felice sarebbe la nostra età, se potessimo vedere la religione stessa libera anche da ogni superstizione.
(Capitolo XI)

Se è vero che la religione, nella forma in cui gli apostoli la esponevano nelle loro predicazioni, cioè mediante la semplice narrazione della vita di Cristo, non rientra nell’ambito della ragione, è vero anche che con l’ausilio del lume naturale ogni uomo può facilmente comprenderne l’essenza, la quale, come tutta la dottrina di Cristo, consiste soprattutto in insegnamenti morali.
(Capitolo XI)

Capitolo 16

«Democrazia»: regime politico definibile come unione di tutti i cittadini, che possiede ed esercita collegialmente un diritto sovrano su tutto ciò che è in suo potere.
(Capitolo XVI)

Gli uomini sono ben lungi dal poter essere facilmente guidati dalla ragione; ciascuno è sospinto dai suoi personali impulsi al piacere e gli animi spessissimo sono a tal punto dominati dall’invidia, dalla collera che nessun posto resta per la capacità di riflettere e giudicare.
(Capitolo XVI)

Capitolo 18

La forma costituzionale dello Stato ve necessariamente mantenuta e che essa non può venir mutata se non col pericolo della rovina totale.
(Capitolo XVIII)

Capitolo 20

Il fine ultimo del governo non è quello di governare, o di frenare, con la paura, né di esigere l’obbedienza, ma, al contrario, di liberare ogni uomo dalla paura, affinché possa vivere in tutta sicurezza; in altre parole, di rafforzare il suo diritto naturale di esistere e lavorare senza danno per sé o per gli altri.
No, l’obiettivo del governo non è quello di trasformare gli uomini da esseri razionali in bestie o marionette, ma di metterli in grado di sviluppare le loro menti e i loro corpi in sicurezza, e di usare la loro ragione senza incertezze, senza mostrare odio, rabbia o inganno, né guardare con gli occhi della gelosia e dell’ingiustizia. In effetti, il vero scopo del governo è la libertà.
Cap. 20

Traduzione variante: L’ultimo fine dello Stato non è quello di dominare gli uomini, né di trattenerli con la paura; piuttosto è quello di liberare ogni uomo dalla paura, affinché possa vivere e agire in piena sicurezza e senza danno per sé o per il prossimo. Il fine dello Stato, ripeto, non è quello di trasformare gli esseri razionali in bestie brute e macchine. È quello di permettere ai loro corpi e alle loro menti di funzionare in modo sicuro. È portare gli uomini a vivere e a esercitare una ragione libera, affinché non sprechino le loro forze nell’odio, nell’ira e nell’astuzia, né agiscano ingiustamente gli uni verso gli altri. Il fine dello Stato è quindi la libertà.
Se le menti degli uomini fossero facilmente controllabili come le loro lingue, ogni re siederebbe al sicuro sul suo trono e il governo per costrizione cesserebbe; perché ogni suddito modellerebbe la sua vita secondo le intenzioni dei suoi governanti, e valuterebbe una cosa vera o falsa, buona o cattiva, giusta o ingiusta, in obbedienza ai loro dettami.
Cap. 20

Quanto più un governo si sforza di limitare la libertà di parola, tanto più ostinatamente vi resiste; non certo da parte degli avari, … ma da parte di coloro che la buona educazione, la sana moralità e la virtù hanno reso più liberi. Gli uomini, in generale, sono così costituiti che non c’è nulla che sopportino con così poca pazienza come il fatto che opinioni che ritengono vere siano considerate crimini contro le leggi. … In tali circostanze non ritengono disdicevole, ma molto onorevole, tenere le leggi in spregio e non astenersi da alcuna azione contro il governo.
Cap. 20

Quando la controversia religiosa tra Rimostranti e Controrimostranti cominciò ad essere affrontata dai politici e dagli Stati, si trasformò in uno scisma e dimostrò abbondantemente che le leggi che trattano di religione e cercano di risolvere le controversie sono molto più adatte a irritare che a riformare, e che danno origine a una licenza estrema; inoltre, si vide che gli scismi non hanno origine dall’amore per la verità, che è fonte di cortesia e gentilezza, ma piuttosto da un desiderio smodato di supremazia. Da tutte queste considerazioni risulta più chiaro del sole di mezzogiorno che i veri scismatici sono coloro che condannano gli scritti altrui e fomentano sediziosamente le masse litigiose contro i loro autori, piuttosto che gli autori stessi, che in genere scrivono solo per i dotti e si appellano esclusivamente alla ragione. In effetti, i veri disturbatori della pace sono coloro che, in uno Stato libero, cercano di limitare la libertà di giudizio su cui non sono in grado di tiranneggiare.
Cap. 20

La via più sicura per uno Stato è stabilire la regola che la religione consiste unicamente nell’esercizio della carità e della giustizia, e che i diritti dei governanti nelle questioni sacre, non meno che in quelle secolari, devono avere a che fare solo con le azioni, ma che ogni uomo deve pensare ciò che gli piace e dire ciò che pensa.
Cap. 20

Altre parti significative

Poiché abbiamo la rara felicità di vivere in una repubblica, dove il giudizio di ciascuno è libero e incondizionato, dove ognuno può adorare Dio come la sua coscienza gli impone, e dove la libertà è stimata prima di ogni altra cosa cara e preziosa, ho creduto di non dover intraprendere un compito ingrato o poco proficuo, dimostrando che non solo tale libertà può essere concessa senza pregiudizio per la pace pubblica, ma anche che senza tale libertà la pietà non può fiorire né la pace pubblica essere sicura.
Questa è la conclusione principale che cerco di stabilire in questo trattato…

 

La fede è diventata un mero composto di credulità e di pregiudizi – sì, anche di pregiudizi – che degradano l’uomo da essere razionale a bestia, che soffocano completamente il potere di giudizio tra il vero e il falso, che sembrano, anzi, accuratamente promossi allo scopo di spegnere l’ultima scintilla della ragione! La pietà, grande Dio, e la religione sono diventate un tessuto di ridicoli misteri; gli uomini, che disprezzano apertamente la ragione, che rifiutano e allontanano la comprensione come naturalmente corrotta, questi, dico, questi tra tutti gli uomini, sono ritenuti, o menzogna più orribile, in possesso della luce dall’Alto. In verità, se avessero una sola scintilla di luce dall’Alto, non inveirebbero con insolenza, ma imparerebbero ad adorare Dio con più saggezza, e si distinguerebbero tra i loro simili per la misericordia come ora si distinguono per la malizia; se si preoccupassero dell’anima dei loro avversari, invece che della propria reputazione, non perseguiterebbero più ferocemente, ma sarebbero pieni di pietà e di compassione.
… non hanno mai intravisto, nemmeno nel sonno, la natura divina della Scrittura.

 

L’autorità dei profeti ha peso solo in materia di morale e… le loro dottrine speculative ci riguardano poco.

 

Mostro che la Parola di DIO non è stata rivelata come un certo numero di libri, ma è stata mostrata ai profeti come una semplice idea della mente divina, cioè l’obbedienza a DIO in un solo cuore e nella pratica della giustizia e della carità; e… che questa dottrina è esposta nelle Scritture… affinché gli uomini la ricevano volentieri e con tutto il cuore.

 

La Rivelazione ha come unico oggetto l’obbedienza e quindi, non solo per lo scopo, ma anche per il fondamento e il metodo, è completamente distante dalla conoscenza ordinaria; ognuna ha la sua provincia separata, nessuna delle due può essere chiamata ancella dell’altra.

 

Poiché le abitudini mentali degli uomini differiscono, cosicché alcuni abbracciano più facilmente una forma di fede, altri un’altra, poiché ciò che spinge uno a pregare può spingere un altro a deridere, concludo… che ognuno dovrebbe essere libero di scegliere per sé i fondamenti del proprio credo, e che la fede dovrebbe essere giudicata solo dai suoi frutti; ognuno obbedirebbe allora a DIO liberamente con tutto il cuore, mentre nulla sarebbe pubblicamente onorato se non la giustizia e la carità.

 

Avendo così richiamato l’attenzione sulla libertà concessa a tutti dalla legge rivelata di DIO, io… dimostro che questa stessa libertà può e deve essere concessa con sicurezza allo Stato e all’autorità magisteriale – anzi, che non può essere negata senza grande pericolo per la pace e danno per la comunità.

 

Parto dai diritti naturali dell’individuo… dimostro che questi diritti possono essere trasferiti solo a coloro che ci difendono, che acquisiscono, con i doveri di difesa, il potere di ordinare la nostra vita, e ne deduco che i governanti possiedono diritti limitati solo dal loro potere, che sono gli unici custodi della giustizia e della libertà, e che i loro sudditi devono agire in tutto e per tutto come essi impongono: Tuttavia, poiché nessuno può abdicare così completamente al proprio potere di autodifesa da cessare di essere un uomo, concludo che nessuno può essere privato dei suoi diritti naturali in modo assoluto, ma che i sudditi, per tacito accordo o per contratto sociale, ne conservano un certo numero, che non può essere loro tolto senza grande pericolo per lo Stato.

 

So di essere un uomo e, in quanto uomo, di essere passibile di errore, ma contro l’errore ho adottato una cura scrupolosa e mi sono sforzato di mantenermi in piena conformità con le leggi del mio Paese, con la lealtà e con la moralità.

 

 

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