Girolamo Savonarola: arso per ordine del Papa, ma poi santificato 500 anni dopo

Statua di Girolamo Savonarola a Firenze nella Piazza intitolata al suo nome (Piazza Fra’ Girolamo Savonarola)

Girolamo Maria Francesco Matteo Savonarola (Ferrara, 21 settembre 1452 – Firenze, 23 maggio 1498) è stato un religioso, politico e predicatore italiano.

Appartenente all’ordine dei frati domenicani O.P., profetizzò sciagure per Firenze e per l’Italia propugnando un modello teocratico per la Repubblica fiorentina instauratasi dopo la cacciata dei Medici.

Nel 1497 fu scomunicato da papa Alessandro VI, l’anno dopo fu impiccato e bruciato sul rogo come «eretico, scismatico e per aver predicato cose nuove», e le sue opere furono inserite nel 1559 nell’Indice dei libri proibiti. Gli scritti di Savonarola sono stati riabilitati dalla Chiesa nei secoli seguenti fino a essere presi in considerazione in importanti trattati di teologia. La causa della sua beatificazione è stata avviata il 30 maggio 1997 dall’arcidiocesi di Firenze.

Perchè la Verità premia sempre

DIO premia sempre la verità, le bugie non sono ammesse, lo dicono i Comandamenti [i pilastri delle religioni Abramitiche] donati al popolo di DIO per mezzo del Profeta Mosè, nemmeno se dette a “fin di bene”. Meglio omettere che mentire, le diciture popolari non possono convincere e superare le Sacre Scritture, quindi se la tradotta (secondo qualcuno) “falsa testimonianza”, fosse, [e lo è assolutamente n.d.r] riferita alle bugie, tutte senza esclusione, allora è più chiaro il perchè della citazione:

“La bugia conduce al peccato e il peccato alla morte”

Questo insegna la Bibbia, molto semplicemente non si deve mentire, non innescare questo meccanismo maligno in te ed evita chi lo innesca per non essere contaggiato. Non si parla quindi solo riguardo “la testimonianza durante il processo del secolo”, ma anche e specialmente, nella quotidianità. Inizia tra il credente e DIO, e poi, a seguire, per la moglie, la famiglia, gli amici e i vicini prossimi, concludendo verso tutto il Creato.
E allora perchè Savonarola è morto? Per dire la verità è stato punito?
No, non è stato punito, DIO non abbandona mai il credente, ma è salvato dal PADRE, ha vinto la verità sulla falsità, ha trionfato il bene sul male, ha vinto la vita sulla morte.
Se ancora oggi si parla di questo grande uomo di DIO che ha compiuto la sua missione in questo breve passaggio che è la vita terrena, allora l’ETERNO davvero si manifesta a chi ha gli orecchi per ascoltare e gli occhi per vedere.
Per i credenti la vita terrena è una prova, e la morte non una fine, ma solo l’inizio dell’Aldilà, la vita eterna per i giusti di cuore, il riposo, il Paradiso eterno.
Savonarola ha vinto nel 1498 e continua vincere nel 1997 quando è stato riconosciuto Santo e Profeta dell’ALTISSIMO.

Biografia

Origini

Nacque a Ferrara Il 21 settembre 1452, terzogenito del mercante Niccolò di Michele dalla Savonarola e di Elena Bonacolsi (o Bonacossi), discendente della nobile famiglia dei Bonacolsi, già signori di Mantova; dei fratelli maggiori, Ognibene e Bartolomeo, non si hanno notizie, mentre degli altri fratelli, Maurelio, Alberto, Beatrice e Chiara, si sa solo che Alberto fu medico e Maurelio fu frate domenicano come Girolamo.

I Savonarola, originari di Padova, si erano trasferiti nel 1440 a Ferrara dove il nonno Michele (1385-1468), noto medico e autore di testi di medicina, fu archiatra (medico di corte) del marchese Niccolò III d’Este e della corte ferrarese. Michele Savonarola fu uomo profondamente religioso, cultore della Bibbia, di costumi semplici e severi e, pur cortigiano, o piuttosto proprio per questo, sprezzatore della vita di corte; in vecchiaia scrisse anche opuscoli come De laudibus Iohanni Baptistae che, unitamente ai suoi insegnamenti e al suo stile di vita, dovettero avere notevole influsso sulla formazione di Girolamo: fu, del resto, proprio il nonno a prendersi cura della sua prima educazione insegnandogli la grammatica e la musica, oltre ad apprendere da sé il disegno.

La formazione (1468-1482)

Dopo la morte del nonno, il padre Niccolò, desiderando avviarlo alla professione medica, gli fece studiare le arti liberali; dapprima appassionato ai Dialoghi di Platone, tanto da scrivervi un commento, poi da lui stesso distrutto, passò presto all’aristotelismo e al tomismo. Dopo aver conseguito il titolo di maestro in arti liberali, intraprese gli studi di medicina che tuttavia abbandonò già a diciotto anni per dedicarsi allo studio della teologia; scrisse componimenti poetici: risale al 1472 la sua canzone De ruina mundi nella quale ricorrono già temi delle sue future predicazioni:

La terra è sì oppressa da ogne vizio, / Che mai da sé non levarà la soma: / A terra se ne va il suo capo, Roma, / Per mai più non tornar al grande offizio
(fiorentino antico)

La terra è oppressa da ogni vizio, / e mai da sola se ne leverà il fardello: / A terra se ne va la testa, Roma, / Per non tornare mai più al grande offizio
(italiano)

Ancora nel 1475, nell’altra sua canzone, De ruina Ecclesiae, assimila la Roma papale all’antica, corrotta Babilonia.

Secondo quanto egli stesso scrive, sentì, nella chiesa di Sant’Agostino a Faenza, le parole di un predicatore che commentando il passo della Genesi disse: “Parti dalla tua terra e dalla tua famiglia e dalla casa del padre tuo” (Genesi Capitolo 12 versetto 1). Questo episodio, considerato da lui un segno Divino, lo spinse il 24 aprile 1475 a lasciare la famiglia per prendere i voti come monaco nel convento bolognese di San Domenico.

Sulla sua vocazione probabilmente influì la percezione di una forte decadenza dei costumi. Infatti in una sua lettera alla famiglia scrisse: «Scelgo la religione perché ho visto l’infinita miseria degli uomini, gli stupri, gli adulteri, le ruberie, la superbia, l’idolatria, il turpiloquio, tutta la violenza di una società che ha perduto ogni capacità di bene… Per poter vivere libero, ho rinunciato ad avere una donna e, per poter vivere in pace, mi sono rifugiato in questo porto della religione».

Il 26 aprile 1475 ricevette l’abito di novizio dal priore fra Giorgio da Vercelli, l’anno dopo ricevette i voti, il 21 settembre 1476 fu ordinato suddiacono e il 1º maggio 1477 divenne diacono. I suoi superiori lo volevano predicatore e in quel convento Studium generale approfondì lo studio della teologia avendo fra i suoi maestri Pietro da Bergamo, famoso teologo autore della Tabula aurea, Domenico da Perpignano e Niccolò da Pisa. Nel 1479 venne inviato dal convento a Ferrara e tre anni dopo a Reggio Emilia dove, in occasione del capitolo della Congregazione domenicana lombarda del 28 aprile 1482, venne nominato lettore nel convento fiorentino di San Marco.

Girolamo Savonarola ritratto di Fra Bartolommeo del 1497

Nel convento di San Marco (1482-1487)

Giunto nella Firenze di Lorenzo de’ Medici – allora la capitale culturale della penisola o, come si esprimerà lo stesso Girolamo, il cuore d’Italia – nel maggio del 1482, ebbe il compito nel convento di San Marco di esporre le Scritture e di predicare dai pulpiti delle chiese fiorentine: e le sue lezioni conventuali erano esse stesse delle predicazioni.

Nella quaresima del 1484 gli venne assegnato il pulpito di San Lorenzo, la parrocchia dei Medici; non ebbe successo, come testimoniano le cronache del tempo, per la sua pronuncia romagnola che doveva suonare barbara alle orecchie fiorentine e per il modo della sua esposizione: il Savonarola stesso scrisse poi che “io non aveva né voce, né petto, né modo di predicare, anzi era in fastidio a ogni uomo il mio predicare” e ad ascoltare venivano solo “certi uomini semplici e qualche donnicciola”.

Il 29 agosto Giovanni Battista Cybo venne eletto papa col nome di Innocenzo VIII dopo la morte di papa Sisto IV, il 12 agosto 1484.

Savonarola, venne mandato a San Gimignano per le prediche quaresimali e subito, nel marzo del 1485 predicò nella Colleggiata contro la Chiesa di Roma: “aveva a esser flagellata, rinnovata e presto“. Il 9 Marzo per la prima volta vengono attestate le sue predicazioni “profetiche”, in seguito il 23 ottobre di quell’anno ricevette per lettera dalla madre a Ferrara le notizie della morte del padre e dello zio Borso.

Ancora dal pulpito della Collegiata, l’anno successivo affermò che “aspettiamo presto un flagello, o Anticristo o peste o fame. Se tu mi domandi, con Amos, se io sono profeta, con lui ti rispondo Non sum propheta” ed elencò le ragioni del prossimo flagello: le efferatezze degli uomini, ovvero omicidi, lussuria, sodomia, idolatria, credenze astrologiche, simonia, i cattivi pastori della Chiesa, la presenza di profezie (segno di prossime sventure), il disprezzo per i santi, la poca fede.

Avendo terminato il suo ufficio di lettore a Firenze, quello stesso anno ottenne la prestigiosa nomina di maestro nello Studium generale di San Domenico a Bologna da dove, dopo aver insegnato per un anno, tornò a Ferrara nel 1488.

In Lombardia (1488-1490)

A Ferrara stette due anni nel monastero di Santa Maria degli Angeli, senza per questo rinunciare a frequenti spostamenti per predicare, prevedendo i prossimi castighi divini, in diverse città, come testimoniò nel processo: “predicai a Brescia ed in molti altri luoghi di Lombardia”.
A Brescia, il 30 novembre 1489, disse profetizzando: “e’ padri vedrebbono ammazzare è loro figlioli e con molte ignominie straziare per le vie” e in effetti la città fu sconvolta e saccheggiata dai Francesi nel 1512.

Il convento ferrarese lo mandò a Genova a predicare per la Quaresima; avviatosi, come sempre a piedi, a Pavia dove il 25 gennaio 1490 scrisse alla madre, che si lamentava del suo girovagare continuo, queste parole:

“se io stesse a Ferrara continuamente, crediate che non faria tanto frutto quanto faccio di fuori, sì perché gniuno religioso, o pochissimi, fanno mai frutto di santa vita nella patria propria e però la santa Scrittura sempre grida che si vada fori de la patria, si etiam perché non è data tanta fede a uno della patria, quanto a uno forestiero, ne le predicazioni e consigli; e però dice el nostro Salvatore che non è profeta accetto ne la patria sua […]”
(Fiorentino antico)

“se io restassi sempre a Ferrara, credimi non farei tanti frutti quanti ne faccio fuori. Si, perchè pochi religiosi, o pochissimi, riescono a fare frutto di santa vita nella propria patria, e la Santa Scrittura [Bibbia] sempre afferma che si vada al di fuori, anche perchè non è data tanta fede [fiducia] a uno della propria patria quanto ad un forestiero, sia per quanto riguarda le predicazioni che i consigli. E infatti il nostro Salvatore [Gesù] afferma che nessun profeta è accetto nella propria patria […]” [rif. Biblici: Luca 4, 24 ; Matteo 13, 57 ; Marco 6, 4 ; Giovanni 4, 44]
(Italiano)

Già il 29 aprile 1489 Lorenzo de’ Medici, quasi certamente per suggerimento di Giovanni Pico della Mirandola, scrisse al Generale dei Frati Predicatori le famose parole: “mandi qui frate Hieronymo da Ferrara”. E così, nuovamente in cammino, verso il giugno 1490 entrava a Firenze per la Porta di San Gallo, salutato da uno sconosciuto che lo aveva accompagnato fin quasi da Bologna, con le parole: “Fa’ che tu facci quello per che tu sei mandato da DIO in Firenze“.

Il ritorno a Firenze (1490-1498)

Dal 1º agosto 1490 riprese in San Marco le lezioni – ma tutti gli ascoltatori le interpretarono come vere e proprie predicazioni – sul tema dell’Apocalisse e poi anche sulla Prima lettera di Giovanni. Savonarola affermò quanto importante fosse la necessità del rinnovamento e della “flagellazione della Chiesa” e non temette di accusare governanti e prelati: “niente di buono è nella Chiesa… dalla pianta del piede fino alla sommità non è sanità in quella”, ma anche contro filosofi e letterati, viventi e del passato.
Ebbe da subito il favore del popolo, dei semplici, dei poveri, degli scontenti e degli oppositori della famiglia de’ Medici, tanto da essere chiamato dai suoi contraddittori il predicatore dei disperati; il 16 febbraio 1491 predicò per la prima volta sul pulpito del Duomo di Santa Maria del Fiore. Il 6 aprile, mercoledì di Pasqua, secondo tradizione, predicò a Palazzo Vecchio davanti alla Signoria, affermando che “il bene e il male d’una città provengono dai suoi capi, ma essi sono superbi e corrotti, sfruttano i poveri, impongono tasse onerose, falsificano la moneta.”

Lorenzo il Magnifico lo fece ammonire più volte a non tenere simili prediche, tanto che il Savonarola stesso si trovò a essere combattuto sulla necessità di continuare a predicare in quel modo. La mattina del 27 aprile 1491 dopo aver sentito una voce dirgli: “Stolto, non vedi che la volontà di DIO è che tu predichi in questo modo? salì sul pulpito e fece una “terrifica praedicatio” (“terrificante predicazione”). Alle minacce di esilio da Firenze rispose di non curarsene, predicendo la prossima morte del Magnifico: “io sono forestiero e lui cittadino e il primo della città; io ho a stare e lui se n’ha a andare: io a stare e non lui”.

Anziché bandirlo, Lorenzo pensò di utilizzare contro il Savonarola l’eloquenza di un famoso agostiniano, fra Mariano della Barba da Genazzano, vecchio predicatore, colto ed elegante, che, infatti il 12 maggio predicò di fronte a un grande concorso di pubblico, fra cui spiccavano lo stesso Lorenzo De’ Medici, Pico e il Poliziano, sul tema, tratto dagli Atti degli Apostoli:

Non est vestrum nosse tempora vel momenta”
(Atti degli Apostoli 1, 7)
Non spetta a voi di sapere i tempi o i momenti che il PADRE ha riservato alla propria autorità.”
(Atti degli Apostoli 1, 7)

evidentemente polemico nei confronti delle profezie del Savonarola. Ma non ebbe successo, secondo il racconto dei cronisti, e il Savonarola, predicando tre giorni dopo sul medesimo tema, lo rimprovererà mansuetamente di esserglisi rivoltato contro.

In luglio, Girolamo venne eletto priore del convento di San Marco. Naturalmente, contrariamente alla consuetudine dei precedenti priori, non rese omaggio a Lorenzo e non si fece ammansire dai suoi doni e dalle cospicue elemosine; in quell’anno pubblicò il suo primo libro a stampa, il Trattato della vita viduale. La notte del 5 aprile 1492 un fulmine danneggiò la lanterna del Duomo e molti fiorentini interpretano l’accaduto come un cattivo augurio; tre giorni dopo Lorenzo de’ Medici morì nella sua villa di Careggi, con il conforto della benedizione del Savonarola chiamato al suo capezzale con Pico della Mirandola, come attestò il Poliziano.

A maggio Girolamo si recò a Venezia per partecipare al Capitolo generale della Congregazione lombarda, della quale il convento di San Marco faceva parte dal 1456, da quando la peste del 1448 aveva decimato il numero dei frati sì da rendere necessaria la sua unione con la Congregazione lombarda, fiorente di conventi e di frati. Ritornò a Firenze il 22 maggio e in quell’anno uscirono quattro suoi scritti, il Trattato dell’amore di Gesù, il 17 maggio, il Trattato dell’Umiltà, il 30 giugno, il Trattato dell’Orazione il 20 ottobre e il Trattato in defensione dell’Orazione mentale, di data imprecisabile.

Il 25 luglio di quel 1492 morì il papa Innocenzo VIII e l’11 agosto fu eletto al pontificato, col nome di Alessandro VI, uno dei più chiacchierati papi della storia, il cardinale Rodrigo Borgia. Il Savonarola commentò poi quest’elezione, sostenendo che essa sarebbe tornata a vantaggio della Chiesa, rendendo possibile la sua riforma: “Questa è dessa, questa è la via… questo è il seme da fare questa generazione. Tu non cognosci le vie delle cose di DIO; io ti dico che se ‘l venisse Santo Piero adesso in terra e volesse riformare la Chiesa, el non potria, anzi saria morto”.

Indipendenza e riforma del convento di San Marco

L’appoggio di Oliviero Carafa, il cardinale protettore dell’Ordine domenicano, fu decisivo per ottenere, il 22 maggio 1493, l’autorizzazione papale all’indipendenza del convento di San Marco. Sfilato semplicemente al dito del Borgia l’anello piscatorio (anello papale), senza che questi facesse alcuna opposizione, il cardinale napoletano convalido il Breve (Nel Medioevo, il documento di prova redatto dal notaio, allo scopo di conservare la memoria di un atto o di un negozio giuridico) da lui stesso già preparato.

Il Savonarola aveva il progetto di rendere indipendenti quanti più conventi possibili in modo da poterli controllare e dar maggior forza alla riforma che aveva in mente. Il 13 agosto 1494 ottenne il distacco dalla Congregazione lombarda anche dei conventi domenicani di Fiesole, di San Gimignano, di Pisa e di Prato, creando così una Congregazione toscana, della quale lo stesso Girolamo divenne Vicario generale.

Volle che i suoi frati fossero un effettivo ordine mendicante, privo di ogni bene privato e cominciò con il vendere i possedimenti dei conventi e gli oggetti personali dei frati, distribuendo il ricavato ai poveri, e fece economie nelle vesti e nel cibo; in questo modo, del resto, aumentavano le elemosine ai conventi. Anche per l’accresciuto numero di conversi, pensò all’edificazione di un nuovo convento, più rustico e austero, che sorgesse fuori Firenze, ma mancò il tempo di realizzare il progetto. Nuove e drammatiche vicende si preparavano nei destini del frate e dell’intera penisola.

La discesa in Italia di Carlo VIII

È noto come Ludovico il Moro sollecitasse Carlo VIII di Francia a venire con un esercito in Italia a rivendicare i diritti degli Angioini sul Regno di Napoli.
A Firenze, la politica incerta di Piero de’ Medici e tradizionalmente filofrancese, si era schierata in difesa degli Aragonesi di Napoli.

In quei giorni Savonarola salì sul pulpito di un Duomo affollato e qui pronunciò una delle sue più violente prediche – sul tema del Diluvio – con un grido che, come scrisse, fece rizzare i capelli a Pico della Mirandola:

Ecco, Io [DIO] rovescerò le acque del diluvio sopra la terra!

In pratica la venuta di re Carlo di Francia era letta come l’avverarsi delle sue profezie apocalittiche.

Carlo VIII in realtà era ancora ad Asti ma si mosse con l’esercito attraverso Milano e, seguendo la via di Pavia, di Piacenza e di Pontremoli, entrava il 29 ottobre a Fivizzano, saccheggiandola e ponendo l’assedio alla rocca di Sarzanello, richiedendo che gli fosse lasciato il passaggio per Firenze. Piero De’ Medici, all’insaputa dei cittadini, gli concesse più di quanto chiedesse: le fortezze di Sarzanello, di Sarzana e di Pietrasanta, le città di Pisa e di Livorno e via libera per Firenze. Ebbe appena il tempo di tornare a Firenze l’8 novembre per esservi immediatamente cacciato: la città proclamava la Repubblica.

Un monumento dedicato al grande Frate Savonarola, Firenze

La Repubblica era governata da un Gonfaloniere di giustizia e otto Priori, che costituiscono la nuova Signoria, mentre il Consiglio Maggiore, risultato dell’unificazione dei preesistenti Consigli del Comune, del Popolo e dei Settanta, a cui potevano partecipare tutti i fiorentini che avessero compiuto 29 anni e che pagassero le imposte, eleggeva anche un Consiglio di ottanta membri, almeno quarantenni, che aveva il compito di approvare preliminarmente le decisioni del governo prima della definitiva decisione del Consiglio Maggiore.

Si costituirono le fazioni dei Bianchi, repubblicani e dei Bigi, favorevoli ai Medici, a imitazione delle antiche fazioni rivali dei guelfi bianchi e neri; trasversalmente a questi, si formò anche una divisione della cittadinanza in simpatizzanti del frate Savonarola (chiamati Frateschi) e dei suoi oppositori dichiarati, gli Arrabbiati o Palleschi (devoti cioè alle “palle” dello stemma mediceo).

Il 16 novembre 1494 Savonarola era al capezzale dell’amico Giovanni Pico della Mirandola, che ricevette da lui l’abito domenicano e morì il giorno dopo. Nella predica del 23 novembre Savonarola ne fece l’elogio funebre aggiungendo di aver avuto la rivelazione che la sua anima era in Purgatorio.

Direttamente dal Papa gli venne intanto ordinato con un Breve di predicare la prossima Quaresima del 1495 richiesta da Lucca; ma a seguito di proteste da parte del governo fiorentino, Lucca rinunciò. Tra gli Arrabbiati si diffusero voci, assolutamente prive di fondamento, che accusavano il Savonarola di nascondere molti beni nel convento e di arricchirsi con i tesori dei Medici e dei loro seguaci. Inoltre l’8 gennaio 1495 organizzarono in Piazza della Signoria, una disputa tra Tommaso da Rieti (il priore domenicano di Santa Maria Novella e noto avversario del Savonarola) e altri ecclesiastici contro il frate da Ferrara invitando anche il gonfaloniere di giustizia Filippo Corbizzi.

Fra Tommaso lo accusò di occuparsi delle cose dello Stato, contro il “nemo militans DEO implicat se negotis saecolaribus” (“Nessuno, essendo soldato di DIO, si implica negli affari dei secolari) di san Paolo Apostolo; ma lui non raccolse la provocazione e gli rispose solo due giorni dopo dal pulpito:

“Tu dell’Ordine di Santo Domenico, che di’ [dici] che non ci dobbiamo impacciare dello Stato, tu non hai bene letto; va’, leggi le croniche dell’Ordine di San Domenico, quello che lui fece nella Lombardia ne’ casi di Stati. E così di san Pietro martire, quello che fece qui in Firenze, che s’intromise per componere e quietare questo Stato […] Santa Caterina fece fare la pace in questo Stato al tempo di Gregorio papa. Lo arcivescovo Antonino quante volte andava su in Palagio per ovviare alle leggi inique, che non si facessino!”.

Il 31 marzo 1495 il Sacro Romano Impero, la Spagna, lo Stato Pontificio, Venezia e Ludovico il Moro (reggente del Ducato di Milano) concordarono un’alleanza contro Carlo VIII. Fu necessario che a questo accordo partecipasse anche Firenze, per impedire al re francese ogni via di fuga in patria, ma Firenze era filofrancese, e anche Savonarola preferiva sostenere Carlo VII (dato che andava contro il Papa e lo Stato Pontificio) e questa fu una buona occasione per la signoria di Firenze per screditarlo e abbatterne una volta per tutte l’influenza che esercitava nella città. Carlo VIII, che aveva conquistato senza combattere tutto il Regno di Napoli, vi lasciò a presidio metà delle sue forze armate e col resto delle truppe si affrettò a ritornare in Francia. Il primo Giugno infatti entrò a Roma da dove Papa Alessandro VI era fuggito rifugiandosi prima ad Orvieto e poi a Perugia, il re quindi proseguì la risalita a nord, mentre Savonarola sperava in un rivolgimento nella città del Papato, senza che questo avvenne.

Savonarola incontrò il 17 giugno Carlo VIII a Poggibonsi, per avere assicurazioni che Firenze non subisse danni e che i Medici non venissero restaurati; il re, che pensava solo a ritornare in Francia, non ebbe difficoltà a tranquillizzarlo e fra Girolamo poté tornare a Firenze trionfante. Il 7 luglio Carlo VIII forzò a Fornovo il blocco dell’esercito della Lega ed ebbe via libera per rientrare nella patria Francese.
In seguito però, con la sua permanenza in Francia, e quindi lontano dal Regno di Napoli, il quale tornò facilmente in possesso di Ferdinando II d’Aragona e Savonarola e la sua Repubblica di Firenze sembravano ora molto indeboliti.

Papa Alessandro VI

Il 21 luglio 1495 il Papa inviò a Savonarola una comunicazione, nel quale, dopo aver espresso apprezzamento per l’opera sua nella “vigna del SIGNORE”, lo invitava a Roma con queste parole:

ut quod placitum est DEO melius per te cognoscentes peragamus”
“quello che è gradito a DIO è meglio per te che tu ne sia a conoscenza recandoti qui”

Naturalmente Savonarola rifiutò l'”invito”, con una lettera di risposta del 31 luglio, a causa dei suoi problemi di salute e promettendo un futuro incontro e, nel frattempo gli inviò un libretto scritto di suo pugno sul quale il Papa avrebbe potuto comprendere meglio il suo operato e i suoi proponimenti (Compendio di rivelazioni, Firenze, Agosto 1495).
La risposta del Papa arrivò l’8 settembre con un altro Breve nel quale fra Girolamo, fu accusato di eresia e di false profezie, venne sospeso da ogni incarico e il giudizio a suo carico veniva demandato al vicario generale della Congregazione lombarda, fra Sebastiano Maggi. Savonarola rispose il 30 settembre respingendo tutte le accuse e rifiutando di sottomettersi al vicario della Congregazione, che considerava suo avversario e aspettandosi che fosse il Papa stesso ad assolverlo dalle false accuse.
L’11 ottobre Savonarola accusò dal pulpito gli Arrabbiati di essersi accordati con il Papa per condannarlo, e inaspettatamente per Firenze il Papa Alessandro VI, sospese i precedenti ordini e gli intimò solamente di astenersi dalle predicazioni, in attesa di future decisioni.

Savonarola obbedì ma non restò assolutamente inoperoso: il 24 ottobre pubblicò l’Operetta sopra i Dieci Comandamenti e attese la “pubblicazione” del De simplicitate christianae vitae. In dicembre apparve la sua Epistola a un amico nella quale respinse le accuse di eresia e difese la sua riforma politica e religiosa introdotta a Firenze. La Signoria, intanto, premeva sul Papa perché costui accordasse nuovamente il permesso di predicare a fra Girolamo, dato che il suo ascendente sulla popolazione era fortissimo, e la stima che nutrivano per il Frate da Ferrara fu ritenuta di supporto per ribattere gli attacchi che gli Arrabbiati portavano al governo, accusato di essere responsabile della perdita di Pisa.

Il 16 febbraio 1496 venne comunicato un permesso dallo stesso Papa Alessandro VI oralmente “vivae vocis oraculo [decisione promanata dalla viva voce del Papa] al cardinale Carafa e al delegato fiorentino Ricciardo Becchi, che riabilitasse le prediche. Così, dopo essere stato accompagnato al Duomo da una folla in corteo di 15.000 persone, Girolamo risalì sul pulpito di Santa Maria del Fiore, per la prima predica del quaresimale di quell’anno.

Il 24 febbraio si scagliò contro la Curia Romana:

Noi non diciamo se non cose vere, ma sono li vostri peccati che profetano contra di voi […] noi conduciamo li uomini alla simplicità e le donne ad onesto vivere, voi li conducete a lussuria e a pompa e a superbia, ché avete guasto il mondo e avete corrotto li uomini nella libidine, le donne alla disonestà, li fanciulli avete condotto alle soddomie e alle spurcizie e fattoli diventare come meretrici.
(Fiorentino antico)

“Noi non diciamo se non cose vere, ma sono i vostri peccati che profetizzano contro di voi […] noi guidiamo gli uomini e le donne a vivere onestamente, voi li indicete alla lussuria, alla sfarzo e alla superbia, avete guastato il mondo, corrotto gli uomini nelle libidini, le donne alla disonestà, i giovani alle sodomie e alle impudicizie e fattoli diventare come prostituti.”
(Italiano)

Tali prediche furono raccolte in volume e pubblicate con il titolo Prediche sopra Amos.

Fra i nemici esterni di Firenze e del Savonarola non ci fu solo il Papa, ma tutti gli aderenti alla Lega antifrancese, come Ludovico il Moro al quale il frate scrisse l’11 aprile 1496 invitandolo “a fare penitentia de li soi peccati, perché il flagello si appropinqua […] di questo mio dire non ho aspettato né aspetto altro che infamia et opprobrii e persecuzioni e finalmente la morte […]”; e lo Sforza [il Papa] rispose scusandosi, chissà quanto sinceramente:

“se pur vi avemo offeso e fatto cosa molesta […] e in far penitenzia e meritare con DIO non se retireremo”.

“se pure vi abbiamo offeso e fatto cosa sgradita […] noi non ci ritireremo dal fare penitenza e meritare DIO”.

In aprile predicò a Prato, nella chiesa di San Domenico, ascoltato dal consueto grande concorso di massa, tra la quale sono i maggiori filosofi fiorentini del tempo, il platonico Marsilio Ficino e l’aristotelico Oliviero Arduini; alla fine di quel mese si stampò a Firenze l’ultima operetta di Girolamo, la Expositio psalmi Qui regis Israel (postume, nel 1499, appariranno le Prediche sopra Ruth e Michea, composte prima del Novembre 1496) mentre la sua proposta di proibire per legge vesti scollate ed elaborate acconciature delle donne venne respinta dalla Repubblica.

In agosto il Papa Alessandro VI gli offrì, tramite il domenicano Lodovico da Valenza (altri studiosi ritengono che il messo fosse invece il figlio stesso del papa, ovvero Cesare Borgia, cardinale di Valencia) la nomina a cardinale a condizione che avesse ritrattato le precedenti critiche alla Chiesa e se ne fosse astenuto in futuro; fra Girolamo promise di rispondere il giorno dopo con una predica, che tenne nella Sala del Consiglio, alla presenza della Signoria di Firenze. Dopo aver ripercorso le vicende degli anni passati, via via accalorandosi, se ne uscì con un grido: “Non voglio cappelli, non voglio mitrie grandi o piccole, voglio quello che hai dato ai tuoi Santi: la morte. Un cappello rosso [martire n.d.r.], ma di sangue, voglio!”.

Il 23 agosto 1496 Ludovico il Moro denunciò di aver intercettato due lettere del Savonarola dirette in Francia; una, indirizzata a Carlo VIII, lo sollecitava a venire in Italia mentre l’altra, diretta a un tale Niccolò, lo metteva in guardia contro l’arcivescovo di Aix, ambasciatore francese a Firenze, sostenendo la sua infedeltà al Re e l’atteggiamento ostile a Firenze. Sembra che quelle lettere siano dei falsi e che l’iniziativa del Moro tendesse a rompere l’alleanza franco-fiorentina e a screditare fra Girolamo, che negò di averle mai scritte.

Il 7 febbraio del 1497 Savonarola organizzò un falò delle vanità a Firenze, nel quale vennero dati alle fiamme molti oggetti d’arte, dipinti dal contenuto paganeggiante, gioielli, suppellettili preziose, vestiti lussuosi, con incalcolabile danno per l’arte e la cultura fiorentina rinascimentale.

La scomunica

Secondo la storia Frate Girolamo Savonarola fu ufficialmente scomunicato da Papa Alessandro VI il 12 maggio del 1497.
La prima predica di Savonarola dopo la scomunica fu recitare un dialogo con un interlocutore sconosciuto, che gli rimproverava di predicare malgrado fosse scomunicato:

“La hai tu letta questa escommunica? Chi l’ha mandata? Ma poniamo che per caso che così fussi, non ti ricordi tu che io ti dissi che ancora che la venisse, non varrebbe nulla? […] non vi maravigliate delle persecuzioni nostre, non vi smarrite voi buoni, ché questo è il fine dei Profeti: questo è il fine e il guadagno nostro in questo Mondo”.
(Fiorentino antico)

“La hai tu letta questa scomunica? Chi l’ha mandata? Ma ammettiamo che per caso così fosse, non ti ricordi tu che io ti avevo detto che anche se arrivasse, non varrebbe a nulla? […] non vi maravigliate delle persecuzioni nostre, non vi smarrite voi buoni, che questa è la fine dei Profeti: questo è il fine e il guadagno nostro in questo Mondo”.
(Fiorentino antico)

Savonarola continuò quindi la sua campagna contro i vizi della Chiesa, se possibile con ancora più violenza, creandosi numerosi nemici, ma anche nuovi estimatori, perfino fuori Firenze: proprio a questo periodo risale una breve corrispondenza epistolare con Caterina Sforza, signora di Imola e Forlì, che gli aveva chiesto consiglio spirituale. La Repubblica fiorentina in un primo momento lo sostenne, ma poi, per timore dell’interdizione papale e per la diminuzione del prestigio del frate, gli tolse l’appoggio.

La scomunica secondo la “teoria complottistica”

Secondo alcune fonti non attestate recenti, la scomunica avvenne ad opera di un complotto. Si ipotizza che la scomunica del Papa fosse falsa, questo è stato testimoniato da uno scambio di lettere personale fra il frate e il Papa, e da carteggi tra il Papa ed altre personalità. Fu emanata dal cardinale arcivescovo di Perugia Juan López a nome del Papa, su istigazione di Cesare Borgia che assoldò un falsario per creare una finta scomunica per distruggere così il frate. Papa Alessandro VI protestò vivamente contro il cardinale e minacciò Firenze di interdetto affinché gli fosse consegnato il frate, così che potesse salvarlo e farlo discolpare, ma era talmente succube del figlio Cesare che non agì con tutto il potere che aveva né osò mai rivelare al mondo l’inganno perpetrato dall’amato figlio a danno di un uomo che egli stimava come santo.

Impiccagione e rogo di Frate Girolamo Savonarola a Firenze

Il processo e la condanna

Venutogli meno l’appoggio francese, fu messo in minoranza rispetto al risorto partito dei Medici che nel 1498 lo fece arrestare e processare per eresia. La cattura del frate, barricatosi coi confratelli nel Monastero di San Marco, fu particolarmente cruenta. La Domenica delle Palme il convento fu assediato dai “palleschi”, i fautori del partito mediceo e antisavonaroliano, mentre la campana suonava invano a martello. La porta del convento fu data al fuoco e il convento preso d’assalto per tutta la notte, con scontri tra i frati e gli assalitori, solo in piena notte Savonarola fu catturato e trascinato fuori dal convento con fra Domenico Buonvicini, attraversando al lume delle torce via Larga verso palazzo Vecchio, dove entrò per il portello. Nel chinarsi un soldato [armigero] gli calciò il fondo schiena deridendolo chiedendogli: “Ve’ dove gli ha la profezia!”.

Fu rinchiuso nell'”Alberghetto”, ovvero la cella nella torre di Arnolfo, e subì interrogatori e torture. Il processo fu palesemente manipolato: Savonarola subì la tortura della corda, quella del fuoco sotto i piedi e fu quindi posto per un’intera giornata sul cavalletto, riportando lussazioni su tutto il corpo. Alla fine venne condannato a essere bruciato in piazza della Signoria con due suoi confratelli, Domenico Buonvicini da Pescia, e Silvestro Maruffi da Firenze.

All’alba del 23 maggio 1498, alla vigilia dell’Ascensione, dopo aver passato la notte di conforto con i Battuti Neri della Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio, i tre religiosi dopo aver ascoltato la messa nella cappella dei Priori nel palazzo della Signoria, furono condotti sull’arengario del palazzo stesso dove subirono la degradazione da parte del Tribunale del Vescovo. Nello stesso luogo vi erano anche il Tribunale dei Commissari Apostolici e quello del Gonfaloniere e dei Signori Otto di Guardia e Balìa, questi ultimi i soli che potevano decidere sulla condanna.
Dopo la degradazione e la rimozione dell’abito domenicano i tre frati furono avviati verso il patibolo, innalzato nei pressi dove poi sorgerà la fontana del Nettuno e collegato all’arengario del palazzo da una passerella alta quasi due metri da terra. La forca, alta cinque metri, si ergeva su una catasta di legna e scope cosparse di polvere da sparo. Fanciulli accovacciati sotto la passerella, come accadeva di frequente durante le esecuzioni, ferivano i palmi dei piedi  condannati al loro passare con dei bastoncini di legno appuntiti. Vestito di una semplice tunica di lana bianca Savonarola fu impiccato dopo fra Silvestro e fra Domenico. Fra le urla della folla fu appiccato il fuoco a quella catasta che in breve fiammeggiò violentemente, bruciando i corpi oramai senza vita degli impiccati. Nel bruciare un braccio del Savonarola si staccò, e la mano destra parve alzarsi con due dita dritte, come se volesse “benedire l’ingrato popolo fiorentino”.

Le ceneri dei tre frati, del palco e d’ogni cosa arsa furono portate via con delle carrette e gettate nell’Arno da Ponte Vecchio, per evitare che venissero sottratte e fatte oggetto di venerazione da parte dei tantissimi fedeli del Savonarola mescolati fra la folla. Dice infatti il Bargellini che “ci furono gentildonne, vestite da serve, che vennero sulla piazza con vasi di rame a raccogliere la cenere calda, dicendo di volerla usare per il loro bucato”. In effetti fu rinvenuto un dito bruciacchiato e il collare in ferro che aveva sorretto il corpo, che da allora sono conservati nel monastero di San Vincenzo a Prato. La mattina dopo, come già detto, il luogo dove avvenne l’esecuzione apparve tutto coperto di fiori, di foglie di palma e di petali di rose. Nottetempo, mani pietose avevano così voluto rendere omaggio alla memoria dell’ascetico predicatore, dando inizio alla tradizione che dura tuttora. Il punto esatto nel quale avvenne il martirio e oggi avviene la Fiorita era indicato da un tassello di marmo, già esistente, dove veniva collocato il “Saracino” quando si correva la giostra. Questo lo si deduce da “Firenze illustrata” di Del Migliore, il quale così scrive: “alcuni cittadini mandavano a fiorire ben di notte, in su l’ora addormentata, quel luogo per l’appunto dove fu piantato lo stile; che v’è per segno un tassello di marmo poco lontano dalla fonte“.

Al posto dell’antico tassello per il gioco del Saracino, v’è attualmente la lapide circolare che ricorda il punto preciso dove fu impiccato e arso “frate Hieronimo”. La lapide, in granito rosso, porta un’iscrizione in caratteri bronzei. Molti anni dopo la sua scomparsa, il termine Savonarola divenne un aggettivo di connotazione dispregiativa o ironica che sta a indicare una persona che si scaglia con veemenza contro il degrado morale: il repubblicano Ugo La Malfa ad esempio venne soprannominato “Il Savonarola della politica“. Il Museo nazionale di San Marco a Firenze conserva numerose memorie del frate.

Il dono profetico

Savonarola asseriva di aver avuto da DIO il dono della profezia, nei suoi scritti sviluppa una vera e propria teologia della profezia cristiana e annuncia chiaramente in nome di DIO i flagelli per l’Italia e per la Chiesa:

“…In questi tre modi abbiamo avute e conosciute le cose future, alcune in uno alcune in un altro; benché in qualunque di questi modi io le abbia avute, sempre sono stato certificato della verità per el lume predetto. Vedendo lo onnipotente DIO multiplicare li peccati della Italia, massime ne li capi così ecclesiastici come seculari, non potendo più sostenere, determinò purgare la Chiesa Sua per uno gran flagello. E perché, come è scritto in Amos profeta, non faciet DOMINUS DEUS verbum, nisi revelaverit secretum suum ad servos suos Prophetas, volse per la salute de li suoi eletti, acciocché innanzi al flagello si preparassino a sufferire, che nella Italia questo flagello fussi preanunziato; e essendo Firenze in mezzo la Italia come il core in mezzo al corpo, s’è dignato di eleggere questa città nella quale siano tali cose prenunziate, acciocché per lei si sparghino nelli altri luoghi, come per esperienzia vediamo essere fatto al presente. Avendo dunque tra gli altri suoi servi eletto me indegno e inutile a questo officio, mi fece venire a Firenze ….”

Proprio perché esalta il proprio spirito profetico, Savonarola inveisce contro gli astrologi, che pretendevano di conoscere l’avvenire: il suo trattato Contro gli astrologi (ed. moderna: Roma, Salerno Editrice, 2000, a cura di C. Gigante) è ispirato alle monumentali Disputationes adversus astrologiam divinatricem di Pico della Mirandola, che costituiscono tuttavia un libro assai diverso sia per mole sia per impegno speculativo.

Opere

Fra le opere di Savonarola figurano:

  • Prediche sopra Ezechiele
  • Prediche sopra Esodo
  • Prediche sopra Giobbe
  • De semplicitate Christianae vitae
  • Triumphus Crucis
  • Prediche sopra Ruth e Michea
  • Prediche sopra Aggeo (con il Trattato circa il reggimento e governo della città di Firenze)
  • Prediche sopra Amos e Zaccaria
  • Prediche sopra i Salmi
  • Compendio di rivelazioni (compendio revelationibus)
  • Dialogus de veritate prophetica
  • Solatium Itineris mei
  • Trattato contro gli astrologi
  • Regola del ben vivere, Firenze, Bartolomeo de’ Libri, 1498.
  • Trattato dell’umiltà, Firenze, Bartolomeo de’ Libri, prima del settembre 1495.

L’editore romano Angelo Belardetti ha pubblicato dal 1955 al 1999 l’Edizione nazionale delle opere di Savonarola in venti volumi divisi in più tomi. Tra i curatori delle opere si segnalano l’On. Giorgio La Pira, Roberto Ridolfi, Eugenio Garin, Luigi Firpo, Mario Martelli, Claudio Leonardi.

Citazioni

 

 

 

Fonti

  • Roberto Ridolfi, Vita di Girolamo Savonarola, vol. 2, Angelo Belardetti Editore, Roma, I ed. 1952 – 1957; Roberto Ridolfi, Vita di Girolamo Savonarola 2, 4. ed. accresciuta, Firenze, Sansoni, 1974, SBN IT\ICCU\RAV\0187688. parte di Roberto Ridolfi, Vita di Girolamo Savonarola, 4. ed. accresciuta, Firenze, Sansoni, 1974, SBN IT\ICCU\RAV\0187683.ristampa della VI ed., note a cura di Armando F. Verde, Collana Le Vie della Storia, Le Lettere, Firenze, 1997, edizione successiva Roberto Ridolfi, Vita di Girolamo Savonarola, 6. ed. ancora riv, Firenze, Sansoni, 1981, ISBN 88-383-1462-4, SBN IT\ICCU\CFI\0213178.
  • Tito Sante Centi, Girolamo Savonarola: il frate che sconvolse Firenze, Roma, Città nuova, 1993, SBN IT\ICCU\RAV\0789081.
  • Piero Bargellini, Le strade di Firenze 4, Firenze, Bonechi, 1977, SBN IT\ICCU\BVE\0238411.
  • Girolamo Savonarola, Compendio di rivelazioni: testo volgare e latino;e Dialogus de veritate prophetica, a cura di Angela Crucitti, Roma, A. Belardetti, 1974, SBN IT\ICCU\SBL\0560771.
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