Moshe Idel (Il male primordiale nella Cabala)

Moshe Idel – Il Male primordiale nella Cabala

Il male primordiale nella Qabbalah : totalità, perfezionamento, perfettibilità, trad. di Fabrizio Lelli, Adelphi, Milano, 2016

 

In Copertina:
(Fronte) I primi versetti della Genesi, costituiscono da sempre un’arena di scontro ideologico per esegeti, filosofi e mistici. Tutto ruota intorno all’oggetto d’indagine della teodicea, quella branca della teologia che studia l’origine del male: si tratta di una realtà presente nella creazione e addirittura in DIO? Preesiste al Bene, così come le tenebre preesistono alla luce? È una scorsa dura che protegge un frutto succoso degli attacchi di chi vuole distruggere? In antichi testi ebraici si legge che satana fu il primogenito di DIO, o che il primogenito di Adamo, Agrimas, potenza primordiale malvagia prese in moglie una Lilith una demonessa la quale gli generò novecentomila figli che avrebbero invaso il Mondo, e imposto la loro supremazia se non fosse intervenito Matusalemme a sterminarli con una spada magica.La storia della generazione del male da un principio positivo appare già nel IX secolo in un passo del Vescovo Agobardo di Lione, dove si attribuisce agli Ebrei la credenza in un DIO il quale, seduto sul Suo Trono, sorretto da quattro bestie in una sorta di grande palazzo “fa pensieri superflui e vani che, data la loro inanità, si trasformano in demoni” – una formulazione destinata a riverberarsi in molte forme della tradizione cabalistica medievale.
Basandosi sull’analisi di testi perlopiù ignoti, ignorati o fraintesi dalla ricerca contemporanea, Moshe Idel indaga in pagine dense e coinvolgenti i processi che portano all’adozione nel Giudaismo di tradizioni dualistiche iraniche o gnostiche e all’elaborazione di gerarchie ontologiche in cui i due principi opposti di bene e male sono comunque intesi come entità subordinate al loro Creatore. E solo di rado il male appare in forme diaboliche, perchè in fondo esso deve la sua vitalità alle scintille di DIO che vi si trovano incluse, senza le quali sarebbe incapace di agire o addirittura di esistere.

(Retro) “Sappi che quando ascese al pensiero di creare il Mondo, ascese al pensiero di colui che è dotato di conoscenza perfetta di crearlo e portarlo a compimento per mezzo della luce e delle tenebre, del fronte e del retro, del bene e del male, come è scritto: “DIO ha fatto l’uno così come l’altro”, ha creato una cosa e il suo opposto… Entrambi secondo il segreto della miscela e questo è quanto dissero i nostri santi avi: “Io formo la luce e creo le tenebre, produco la pace e creo il male: io, il SIGNORE, faccio tutte queste cose”. A tutte queste cose nel Mondo corrispondono il bene, gli Angeli santi e puri nel Mondo superno e gli Angeli della distruzione, che casusano paura, gli spiriti [malvagi], i demoni e le lilith” (Yosef Angelet, XIII Secolo).

Di Moshe Idel, tra i massimi studiosi del pensiero religioso e autorità indiscussa nel campo della mistica Ebraica, Adelphi ha pubblicato Mistici Messianici (2004), Eros e il Qabbalah (2007), e Cabbalah. Nuove prospettive (2010); a lui si deve inoltre l’edizione delle Porte della giustizia di Rabbi Natan ben Sa’adyah Har’ar. Il male primordiale della Cabbalah esce presso Adelphi in prima edizione mondiale.

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Dall’epoca del mio primo contributo apparso nel 1980 è stata pubblicata almeno una dozzina di studi sul male nella Quabbalah, di cui si parlerà in seguito. I tre più significativi, specialmente per il tema delle origini, sono quelli di Yehuda Liebes (The Messiah of the Zohar, 1982), di Barakha Sack (Moshe Cordovero and Isaac Luria, 1992) e di Assi Farber-Ginat (The shell precedes the fruit, 1996).
Negli ultimi trent’anni ha inoltre conosciuto un’incredibile sviluppo la ricerca relativa al rapporto tra ebraismo e cultura persiana, soprattutto per quanto attiene all’influenza iranica sulla letteratura rabbinica. Non si può cogliere alcuno sviluppo parallelo nella ricerca sulla mistica ebraica, soprattutto se confrontato con le prime osservazioni che appaiono nell’opera di Adolph Frank e in quelle dei sui seguaci. Alcuni dei motivi qui presi in esame sono solo osservazioni che vanno ad integrare il crescente campo degli studi irano-ebraici.

Introduzione
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Tuttavia, col manifestarsi delle principali scuole Cabalistiche, alla fine del XII secolo e agli inizi del XIII secolo il racconto della Genesi iniziò ad essere inteso non in riferimento all’universo creato, o almeno non solo ad esso, ma a un processo intradivino: l’oscurità e il Tohu va-Vohu furono intesi come elemneti interni a DIO e talora interpretati in riferimento al male. Tale teoria dà per scontato che la deità sia infinita. La cosmogonia divenne così una teogonia, dal momento che nei fatti postulava una sorta di autogenesi divina, che precedeva o si poneva in parallelo alla creazione di mondi inferiori. Il processo emanativo fu inteso da molti cabalisti non come un flusso che sgorgava dall’esterno di DIO – come sostenuto, ad esempio dai neoplatonici -, ma come un processo che avveniva all’interno di DIO. Ciò significava anche che quanto i cabalisti intendevano come male diveniva parte di DIO, e questo dava adito a una serie di speculazioni radicalmente divergenti dalle tradizionali interpretazioni adottate dalle tre religioni monoteistiche in riferimento alla spiritualità, bontà e onnipotenza assoluta della divinità. Benchè non ricorra in tutte le opere e scuole cabalistiche, questa concezione fu accolta da centinaia di trattati cabalistici, nella maggior parte dei quali la creazione era intesa come un processo di emanazione che presuppone al suo inizio una forma di male primordiale. Tale concezione influenzò lo sviluppo della Quabbalah e si diffuse soprattutto nel XVI secolo. È plausibile che le nuove dinamiche inaugurate da questa interpretazione della Genesi abbiano avuto influenza sulle analoghe speculazioni di Jacob Bohme e, attraverso di lui e probabilmente la Cabala cristiana, anche sulla filosofia di Hegel.
Questa lettura della Genesi come processo di autogenesi divina dovrebbe comunque essere intesa non come innovazione improvvisa, ma come sviluppo che ebbe luogo in epoca anteriore, sia all’interno sia all’esterno del Giudaismo.

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In altri termini, la tesi che nei testi gnostici compaiano temi ebraici, alimentata dalla scoperta e dall’analisi della biblioteca gnostica di Nag Hammadi, non impedisce possibili influenze zoroastriane-zurvaniche su Qumran, sulla lettura apocalittica, su quella giudeo-cristiana o sulla Quabbalah. In effetti, a mio parere, le due teorie possono convivere: ammettere che la Quabbalah abbia attinto da antichi mitologemi ebraici che alimentarono anche discussioni gnostiche e che possono esistere anche influenze gnostiche sulla Quabbalah, non precludete l’accettazione di motivi zoroastriani, quando possono essere provati. Una matrice gnostica protogiudauca, e in seguito cabalistica, così come le ripercussioni di motivi zoroastriani, non dovrebbero essere intese in maniera esclusiva. La mia idea è che le fonti del Qabbalah furono inclusive, risultato dell’accumulo e dell’amalgama di elementi diversi, che raggiunsero cabalisti diversi, in varia misura, nel contesto del”flusso di tradizioni” giunti in Europa dal Medioriente in età medioevale.

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Tanto per adurre alcuni esempi di subordinazione e pseudosimmetria analizzerò alcuni versetti della Bibbia Ebraica, in cui compaiono concezioni antitetiche trattandosi di una letteratura esegetica, la Quabbalah rinvia spessissimo alla Bibbia che costituisce il punto di partenza di ulteriori speculazioni. Uno dei passi più noti in quest’ottica è il versetto di Deutero-Isaia 45, 7 :”Io formo la Luce e creo le tenebre, produco la Pace [‘ose shalom] e creo il male [bore ra’]: Io il SIGNORE, faccio tutte queste cose”. Simile affermazione ricorre in Lam, 3, 38: “Forse che bene e male non procedono dalla Bocca dell’ALTISSIMO?”. Si pensi anche a Dt, 30, 15:”Vedi Io pongo oggi di fronte a te la vita e il bene, la morte e il male”.

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La simmetria degli opposti intesi in termini di bene e male è evidentemente nel noto brano del Quohelet, dal quale è assente ogni idea di subordinazione a un’entità superiore:

C’è un tempo per ogni cosa, un tempo per ogni cosa che avviene sotto il cielo.
C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
C’è un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
C’è un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per essere tristi e un tempo per danzare.
C’è un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per non abbracciare.
C’è un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
C’è un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
C’è un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace 1.

Qui gli opposti non hanno a che fare con la natura della divinità, ma con una più complessa condizione della vita espressa mediante antitesi. Eppure, nello stesso Libro Biblico si legge [Qo, 7, 13-14]:

Osserva l’Opera di DIO: chi può raddrizzare ciò che Egli ha fatto curvo? Nel giorno lieto [be-yom tovah = giorno di bene] stà allegro ma nel giorno triste [be-yom ra’ha = nel giorno di male] rifletti: DIO ha fatto l’uno come l’altro [zeh-le’umat zeh]. 2

1 Qo, 3, 1-8. Questa serie di contrasti servi da modello per molti testi cabalistici a partire dal Sefer ha-bahir (p. 121, par.9)

2 Sull’uso di questi versetti si veda, ad esempio Talmud Bab, hagigah, 15a in Mosheh da Burgos (si veda Shaked, Clarification, pp.135-136; Tishby, The Doctrine of Evil, pp.62-63)

 

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Nella letteratura rabbinica troviamo un’altra coppia che riflette una popolarità antitetica: i due attributi divini (chiamati middot) del Giudizio Din (secondo altre fonti, attributo della catastrofe, poranut), e della misericordia, Rahmim. In questo caso non si stabilisce tanto un’opposizione tra bene e male, ma si fa riferimento a due modi di governare il Mondo, per il cui equilibrio si rende necessario il Giudizio. Altrove i rabbini parlano di tentativi Divini di creare il Mondo prima per mezzo dell’attributo del Giudizio e poi di quello della misericordia.

 

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