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HaShem (in ebraico: השם) è un termine che significa letteralmente "Il Nome". Si usa per evitare di fare riferimento al Nome di DIO. Si usa anche per evitare di scrivere la parola YHWH (formata dalle lettere ebraiche yod hei vav hei), e con la parola ADONAI che è usata solo nelle preghiere, nei canti e quando si insegna una classe di Torah.

È pratica comune per la cultura ebraica limitare l’uso dei Nomi con cui si fa riferimento al CREATORE ad un contesto liturgico. In una conversazione casuale alcuni ebrei, anche quando non parlano in ebraico, chiameranno DIO HaShem (השם), che significa “il Nome” (cfr. Levitico 24, 11 e Deuteronomio 28, 58). Allo stesso modo, citando il TaNaKh o le preghiere, alcuni credenti sostituiscono ADONAI con HaShem.

Si chiama semplicemente così, dunque, per preservare il terzo comandamento dato da DIO a Mosè, che mette in guardia dal pronunciare invano il Nome sacro. Quel terzo comandamento può essere letto nella Bibbia:

Non prenderai invano il nome di HaShem, il tuo DIO, perché DIO non lo riterrà colpevole di chi prende invano il Suo Nome
(Deuteronomio 5, 11)

Questo stesso comandamento può essere osservato anche nel testo Esodo 20, 7.

Inoltre H’ (che sta ad indicare proprio HaShém) è il modo in cui il giudaismo rabbinico afferma che l’unico Nome che realmente identifica DIO è quello che non lo nomina nemmeno, perché considera che nulla di esistente comprende la realtà di DIO. In molti testi ebraici tradotti in altre lingue la parola “DIO” non si trova nella sua interezza. Ad esempio in Spagnolo per la parola “DIOS” sostituiscono la “I” o la “O” con una barra obliqua, o slash (“D\OS” o “DI\S”) in modo che il lettore non pensi neanche alla parola “DIO” invano, e anche in Inglese (o altre lingue come in Italiano con la parola “D-O”) si usa mettere un trattino al centro della parola “GOD” eliminando la lettera “O” (“G-D”).

Altre interpretazioni attribuiscono ad HaShem il significato di “io sono”, che è ciò che la divinità avrebbe risposto a Mosè quando chiese il suo nome davanti al roveto ardente sul monte Horeb.

Il Talmud (Sinedrio 90a) insegna quanto segue: “Chi pronuncia il Nome Divino non ha parte nel mondo a venire.”

Un’espressione popolare che contiene questa frase è Baruch HaShem, che significa “Grazie a DIO” (letteralmente, “Benedetto sia il Nome”).

Nella tradizione Ebraica da Maimonide

Gli ebrei più tradizionalisti osservano scrupolosamente l’usanza di evitare di pronunciare il nome di DIO, spesso evitando anche di scriverlo per intero, utilizzando un trattino al centro della parola (D-O). Sono quindi attenti a non pronunciare i nomi di DIO, a meno che non si stia leggendo la Torah (Bibbia) o recitando le preghiere.

Questa cautela si basa sulla comprensione del terzo dei dieci comandamenti: “Non pronunciare il Suo nome invano”. Sebbene questo versetto sia classicamente interpretato come riferito ad un giuramento che utilizza il nome di DIO, l’evitare di pronunciare il Nome è stato tradizionalmente esteso a tutte le espressioni, tranne la preghiera e lo studio della Torah. Nelle parole di Maimonide, il grande maestro ebreo troviamo:

Non è solo un falso giuramento ad essere proibito. Invece, è proibito menzionare invano anche uno solo dei nomi designati per DIO, anche se non si fa un giuramento. Infatti il versetto ci comanda, dicendo: “Temere il nome glorioso e grandioso”.1 Incluso nel temerlo c’è il non nominarlo invano.

Perciò, se a causa di un errore qualcuno menziona il Nome invano, dovrebbe immediatamente affrettarsi a lodarlo e glorificarlo, in modo che non sia stato menzionato invano. Ad esempio ogni ebreo osservante dovrebbe dire: “Benedetto Egli sia per tutta l’eternità”, “Egli è grande ed estremamente degno di lode” o simili, in modo che non sia stato menzionato del tutto invano.

Conclusioni

Anche i profeti, nel far conoscere il nome di DIO, non fanno menzione del Suo vero Nome. Allo stesso modo, il salmista si riferisce regolarmente a lodare il Nome di DIO, esaltando le Sue meravigliose azioni. Tuttavia, se il salmista intende dire che dovremmo lodare DIO stesso, senza menzionare il Suo Nome, perché non dice semplicemente “lodateLo”, anziché usare costantemente la frase “lodate il Suo Nome”? Questa domanda viene affrontata dal grande maestro chassidico, Rabbi Schneur Zalman di Liadi. In sintesi, egli spiega che la lode, per definizione, è l’espressione di un certo grado di apprezzamento, emotivo o intellettuale, per la grandezza o la bellezza dell’oggetto lodato. La grandezza di DIO, tuttavia, trascende completamente qualsiasi cosa comprensibile alla mente umana. La nostra lode a Dio nasce dall’apprezzamento emotivo o intellettuale della Sua grandezza, ma solo quando Egli si rivela a noi attraverso le Sue varie manifestazioni, incarnate e descritte nei vari nomi con cui la Torah Lo chiama. Da qui l’espressione “Lodate il Suo Nome” (HaShem).


Referenze

Studi, Pace, Unità

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