Giordano Bruno (Gennaio o febbraio 1548 – 17 febbraio 1600) è stato un frate domenicano italiano, filosofo, matematico, poeta, teorico cosmologico e occultista ermetico.
A partire dal 1593, Bruno fu processato per eresia dall’Inquisizione romana con l’accusa di negare diverse dottrine cattoliche fondamentali, tra cui la dannazione eterna, la Trinità, la divinità di Cristo, la verginità di Maria e la transustanziazione. Il panteismo di Bruno non fu preso alla leggera dalla Chiesa, così come il suo insegnamento della trasmigrazione dell’anima (reincarnazione). L’Inquisizione lo giudicò colpevole, e fu bruciato sul rogo a Roma, a Campo de’ Fiori, nel 1600.
Idealizzò che le stelle fossero soli lontani circondati dai loro pianeti, e ha sollevato la possibilità che questi pianeti possano favorire la vita propria, una posizione cosmologica nota come pluralismo cosmico. Insistette anche sul fatto che l’universo è infinito e non potrebbe avere un “centro”.
Dopo la sua morte, ottenne una notevole fama, essendo particolarmente celebrato dai commentatori del XIX e dell’inizio del XX secolo che lo consideravano un martire per la scienza, anche se la maggior parte degli storici concordano sul fatto che il suo processo per eresia non fu una risposta alle sue opinioni cosmologiche, ma piuttosto una risposta alle sue opinioni religiose e sull’aldilà.
La storica Frances Yates sostiene che Bruno fu profondamente influenzato dall’astrologia islamica (in particolare dalla filosofia di Averroè), dal neoplatonismo, dall’ermetismo rinascimentale e dalle leggende simili alla Genesi che circondano il dio egiziano Thoth.
Lo Spaccio della Bestia Trionfante
Lo Spaccio de la Bestia Trionfante è un’opera filosofica pubblicata a Londra nel 1584 e scritto in forma di dialogo. Un testo allegorico di filosofia morale, con i tre interlocutori, Sofia (la Sapienza), Saulino (personaggio di fantasia) e Mercurio (il messaggero degli dèì della mitologia romana), discorrono sull’attuazione di una riforma ordinata da Giove per rinnovare la volta celeste e così porre fine a un declino che dura da tempo: spacciare, ovvero “allontanare” dal cielo vecchi vizi per sostituirli con nuove virtù. L’opera si presta a essere interpretata su diversi livelli, tra i quali resta fondamentale quello dell’intento polemico di Bruno contro la Riforma protestante, ennesima sconfitta del vero cristianesimo.
“Tra gli eretici di ogni epoca, troviamo uomini che sono pieni del più alto tipo di sentimento religioso”, disse Albert Einstein. Quest’opera è la più rappresentativa di Bruno, pubblicata in un’atmosfera di segretezza nel 1584 e per più di un secolo mai considerata altro che blasfema, fu individuata dal tribunale ecclesiastico nella sommatoria del suo processo finale. Questo non è sorprendente perché il libro è un audace atto d’accusa contro la corruzione delle istituzioni sociali e religiose del suo tempo. La “bestia trionfante” significa il regno di molteplici vizi. Fatta sotto forma di dialoghi allegorici, l’opera di Bruno presenta le deliberazioni degli dei greci che si sono riuniti per bandire dal cielo le costellazioni che ricordano loro le loro azioni malvagie. La crisi che affronta Giove, l’anziano padre degli dei, è simbolica della crisi di un mondo rinascimentale profondamente turbato da nuove idee religiose, filosofiche e scientifiche.
La legge per Bruno
La Legge, come le altre virtù ha due aspetti congiunti, l’uno divino e l’altro terreno, ma il fine è comune, e la legge divina può ben intendersi come “religione”. Religione è termine dalla etimologia non chiara, ma che Bruno intende come “legare”, “tenere insieme”, dal latino re-ligare. La legge deve favorire la civiltà umana e la coesione sociale; i riti e le cerimonie non possono né devono essere svolti per favorire dèi che non stiano fra gli uomini, per placare la loro ira o ingraziarsi i loro favori: le cerimonie religiose hanno senso soltanto quando sono parte integrante della gestione pubblica, della vita civile. È in tal maniera che devono essere intesi i modelli che Bruno propone, quelli delle religioni egizia e romana antiche, come lo stesso contesto metaforico entro il quale lo Spaccio è inscenato. La riforma celeste che Giove propone è riforma religiosa e al contempo civile: le leggi degli uomini non vengono dagli dèi, ma sono con gli dèi.
Struttura
Dialogo Primo
Nella prima parte troviamo Sofia e Saulino discorrere sull’avvicendarsi degli eventi nel Mondo, la «vicissitudine». La mutazione della materia è uno dei punti principali del pensiero di Bruno: tutto nell’universo è in continuo cambiamento e rientra nella natura delle cose il passare da un estremo all’altro, procedere cioè «per contrarii». Per cui, conclude Sofia, la verità quanto più viene sommersa nel tempo tanto più poi si innalzerà. Bruno fa rientrare la riforma voluta da Giove, e quindi la restaurazione dei valori, nella ordinarietà della vicissitudine universale.
Nella seconda parte trova posto l'”Orazione di Giove”, il discorso che questi pronuncia al collegio divino da lui stesso convocato. Il padre degli dèi è sconfortato perché le leggi che egli ha inviato agli uomini sono state usurpate da «indegnissime poltronarie», e lo stesso cielo ne dà testimonianza con il disordine delle costellazioni. Occorre dunque riformare il cielo per restaurare il Mondo, occorre che «togliamo dalle nostre spalli la grieve somma d’errori che ne trattiene». Lo “spaccio” consisterà allora nell’espulsione di queste costellazioni, “bestie trionfanti”, simbolo della crisi in cui versa l’umanità.
Nella terza parte l’esposizione prosegue col dialogo tra Sofia e il messagero degli dèi, Mercurio: è stato deciso che nel posto occupato dalle costellazioni dell’Orsa Minore (dove si trova la Stella Polare), del Drago, di Cefeo, dell’Artofilace e in quello accanto alla Corona vengano a situarsi rispettivamente le virtù Verità, Prudenza, Sofia, Legge e Giudizio, ciascuna con le sue ancelle; scompaiono così la Falsità, la Casualità, l’Ignoranza, la Prevaricazione, l’Iniquità, e con queste anche le tante «ministre», come la stolta fede, l’ipocrisia, l’eccesso, la vendetta, eccetera.
Trova posto al termine di quest’ultima parte la curiosa descrizione che Mercurio fa a Sofia delle disposizioni impartitegli da Giove prima che egli giungesse. L’«alato nume» elenca così tutta una serie di compiti apparentemente irrisori, «minuzzaria»: ogni cosa nel Mondo, anche quella apparentemente più insignificante ha la sua importanza, perché «la cognizion divina non è come la nostra, la quale séguite dopo le cose; ma è avanti le cose e si trova in tutte le cose, di maniera che, se non la vi si trovasse, non sarrebono cause prossime e secondarie.»
Dialogo Secondo
Il secondo dialogo procede con Sofia che rispondendo alle domande di Saulino spiega perché quelle cinque virtù siano state preferite alle altre. Avanti tutte le cose non può che esserci la verità, causa, principio, mezzo e fine di tutto. La prudenza, nota anche come providenza quando riferita al divino, agisce in noi come espressione di quella e si fa guidare dalla dialettica e dalla metafisica. Sofia è la sapienza, cioè il fine della conoscenza stessa, intento nobile quando finalizzato alla ricerca della verità. «Alla sofia succede la legge, sua figlia», perché la legge deve essere asservita alla sapienza e con questa operare. Il giudizio ha, infine, il compito di prendersi cura della legge. Il risultato di questa nuova catena di valori, e Bruno è esplicito, non può dunque comprendere una legge cieca, che discenda da dèi che «si commuoveno o si adirano» per quello che gli uomini fanno; che minacciano e premiano senza aver chiaro il «fine e l’utilitade de gli uomini medesimi»; che «non accenda l’appetito de la gloria ne gli petti umani».
La seconda parte del secondo dialogo vede la Ricchezza reclamare un posto per sé, ma non v’è spazio per la ricchezza: essa è quella che fa «zoppicare» il Giudizio, zittire la Legge e calpestare la Sapienza. E nemmeno sembra esserci posto per la Povertà, che vedendo la Ricchezza essere scacciata «si fece innante». Giove tuttavia la preferisce alla Ricchezza perché «alla filosofia donano impedimento le ricchezze». E Sofia saggiamente commenta che è povero non chi ha poco ma chi desidera molto. È il turno della Fortuna, la dea bendata, che chiede di occupare il posto della costellazione di Ercole. La Fortuna, nel suo discorso, rivendica quel posto perché proprio per essere senza vista, ella si dà a «tutti equalmente», e quindi non può essere incolpata dei vizi e dei problemi dell’umanità. Giove, pur approvando le motivazioni addotte dalla Fortuna non la reputa degna di prendere quello spazio così importante, che invece assegna alla Fortezza – e siamo all’ultima parte del secondo dialogo: se non c’è volontà e forza d’animo non si può giungere ad alcun fine, restando altrimenti in balia della sorte.
Al posto della Lira Bruno pone la Memoria, Mnemosine con le sue nove figlie, le Muse. Il dialogo procede con altre costellazioni che vengono spacciate per essere sostituite da Penitenza, Semplicità, Diligenza, Fatica, eccetera.
Dialogo Terzo
Nell’ultimo dialogo la parte prima contiene la critica contro l’Ozio e l’età dell’oro. È infatti proprio l’Ozio a difendere l’età dell’oro: tutti la lodano e la invocano perché è all’insegna di una vita semplice, senza affanni, in cui si può avere tutto quello che la natura mette a disposizione senza fatica. Giove gli risponde cha all’uomo sono state date le mani e l’intelletto, funzioni che lo distinguono dagli animali e che l’uomo non può lasciare inutilizzate perché «allontanandosi dall’esser bestiale, più altamente s’approssimano a l’esser divino». E aggiunge che quindi non può esserci virtù nell’oziare, «atteso che è differenza molta tra il non esser vizioso e l’esser virtuoso». Per l’ozio c’è spazio soltanto dopo occupazioni degne, altrimenti l’ozio è non soltanto inutile ma dannoso, conclude Giove. Per Bruno esaltare l’età aurea equivale a favorire la stasi e l’ignoranza. Il riferimento implicito è anche al paradiso terrestre, dal quale il dio biblico scaccia l’uomo condannandolo al lavoro: al contrario, il lavoro non è punizione divina, l’uso delle mani e della ragione è nel bene e nel male quello della civiltà umana. Si comprende così perché Bruno, in chiusura del precedente dialogo, aveva speso non poche pagine per esaltare la Fatica.
Nella seconda parte Saulino e Sofia discorrono sugli antichi egizi. «La natura non è altro che Dio nelle cose» e «Iddio tutto è in tutte le cose», spiega Sofia, ma nella natura il divino si presenta in forme differenti, alcune delle quali hanno tratti comuni, questi tratti possono essere pensati come dèi, per esempio gli dei dell’Olimpo o quelli dell’antico Egitto:
«Cossí pensar devi di ciascuno de gli dei per ciascuna de le specie sotto diversi geni de lo ente, perché sicome la divinità descende in certo modo per quanto che si comunica alla natura, cossí alla divinità s’ascende per la natura, cossí per la vita rilucente nelle cose naturali si monta alla vita che soprasiede a quelle.»(Sofia: dialogo III, parte II)
Quindi nell’adorare Giove, per esempio, essi non lo adoravano come fosse Dio, bensì adoravano Dio in lui. Qui Bruno, per evitare che il lettore fraintenda identificando il nome della divinità con le sue caratteristiche, riferisce il culto di Giove agli egizi. Saulino riprende infatti Sofia facendole notare che Giove era una divinità sconosciuta agli egizi, ma la si ritrova molto tempo dopo presso la civiltà greca. Sofia invita Saulino a non aver pensiero del nome, ma di prestare attenzione alla «consuetudine più universale». Il divino si comunica all’uomo in «modi innumerabili… e ave nomi innumerabili». Ed è proprio questa la sapienza che occorre avere per discernere, oltre il multiforme aspetto della natura, oltre lo scorrere dei tempi, oltre la variabilità dei nomi, l’unità divina che tutto sottende, «il quale abito si chiama magia».
Parti Significative
“Alla Sofia succede la legge, sua figlia; e per essa quella vuole oprare, e per questa lei vuole essere adoperata; per questa gli prencipi regnano, e li regni e republiche si mantegnono. […] Gli ha donata Giove la potenza di legare, la quale massime consista in questo, che lei non si faccia tale che incorra dispreggio e indignità.”
(Sofia: dialogo II, parte I)
“La Divinità si rivela in tutte le cose… ogni cosa ha la Divinità latente in sé.”
“La fortuna è varia, solo gli elementi restano ciò che sono nella sostanza , perseverando quello stesso principio che fu sempre l’unico principio materiale, che è la vera sostanza delle cose, eterna, ingenerabile e incorruttibile.
La Divinità si rivela in tutte le cose… ogni cosa ha la Divinità latente in sé. Poiché essa avvolge e si impartisce anche agli esseri più piccoli, e dagli esseri più piccoli, secondo la loro capacità. Senza la sua presenza nulla avrebbe l’essere, perché lei è l’essenza dell’esistenza dal primo all’ultimo essere.”
“Gli animali e le piante sono effetti viventi della Natura ; questa Natura… non è altro che Dio nelle cose… Diversi esseri viventi rappresentano diverse divinità e diverse potenze , le quali, oltre all’essere assoluto che possiedono, ottengono l’essere comunicato a tutte le cose secondo la loro capacità e misura . Onde tutto Dio è in tutte le cose (anche se non totalmente , ma in alcune più abbondantemente e in altre meno)… Pensa così, al sole nel croco, nel narciso, nell’eliotropio, nel gallo, nel leone ….Nella misura in cui si comunica con la Natura, così si ascende alla Divinità attraverso la Natura.
Quei saggi sapevano che Dio è nelle cose, e la Divinità latente nella Natura, operando e risplendendo in modo diverso in soggetti diversi e riuscendo attraverso diverse forme fisiche, in determinate disposizioni, a renderli partecipi di lei, dico, del suo essere, nella sua vita e nel suo intelletto.
Se non è la Natura stessa, è certamente la natura della Natura, ed è l’anima dell’Anima del mondo, se non è l’anima stessa.
Della eterna corporea sostanza (che non è producibile dal nulla , né riducibile annuncio nihilum , ma rarefiable, condensabile, formabile, posizionabile, e “moda”) la composizione viene disciolta, il colorito è cambiato, la figura è modificato, l’essere è alterata, la fortuna è variata, solo gli elementi restano ciò che sono nella sostanza, perseverando quello stesso principio che fu sempre l’unico principio materiale, che è la vera sostanza delle cose, eterna, ingenerabile e incorruttibile.
Dell’eterna sostanza incorporea nulla si muta, si forma o si deforma, ma resta sempre solo quella cosa che non può essere soggetto di dissoluzione, poiché non è possibile che sia soggetto di composizione, e quindi, né di per sé né per incidente, non si può dire che muoia.
Dell’eterna sostanza corporea (che non è producibile ex nihilo, né riducibile ad nihilum, ma rarefabile, condensabile, formabile, arrangiabile, e “mondabile”) si dissolve la composizione, si cambia il colorito, si modifica la figura, si altera l’essere, si varia la fortuna, rimanendo solo gli elementi quali sono nella sostanza, perseverando quello stesso principio che fu sempre l’unico principio materiale, che è la vera sostanza delle cose, eterna, ingenerabile e incorruttibile.
Dell’eterna sostanza incorporea nulla si cambia, si forma o si deforma, ma rimane sempre solo quella cosa che non può essere oggetto di dissoluzione, poiché non è possibile che sia oggetto di composizione, e quindi, o di per sé o per caso, non si può dire che muoia.
Spaccio de la bestia trionfante (e-book PDF)
- Giordano Bruno, Spaccio de la bestia trionfante, a cura di Giovanni Aquilecchia, Sansoni, Firenze, 2008.
- Giordano Bruno, Opere italiane, introduzione di Nuccio Ordine, Torino, UTET, (2002) 2013.
- Michele Ciliberto, Introduzione a Bruno, Roma – Bari, Laterza, 1996, ISBN 88-420-4853-4.