1. Analisi linguistica della radice
La parola al-ʿālamīn deriva dal nome ʿālam (عَالَم), che a sua volta è collegato alla radice trilittera ʿ-l-m (علم), la stessa di conoscenza, segno, manifestazione.
Nelle lingue semitiche antiche le parole della radice ʿ-l-m indicano:
ciò che è riconoscibile, percepibile, manifestato;
un “insieme ordinato” che costituisce un segno del Creatore;
dunque ʿālam significa originariamente tutto ciò che, esistendo, funge da segno della potenza divina.
Per estensione, nella lingua araba classica ʿālam significa creato, cosmo, specie, popolo, ordine di esseri viventi.
La forma plurale ʿālamīn è un plurale fratto (broken plural) che in arabo indica pluralità non semplicemente numerica, ma estensione indefinita.
2. Il significato nei dizionari classici
I principali lessici arabi confermano questa polisemia:
• Lisān al-ʿArab (Ibn Manẓūr)
العَالَم: الخَلْق كلّه
“al-ʿālam: l’intero creato.”
• Tāj al-ʿArūs (al-Zabīdī)
العَالَم اسمٌ يجمع كل صنف من الخلق
“ʿālam è nome che raccoglie ogni categoria del creato.”
• Lane’s Arabic Lexicon
ʿālam signifies a class of created beings, or the totality of created things.
I dizionari, dunque, oscillano tra due campi semantici:
ontologico-cosmico → “universi”, “mondi”, “dimensioni del creato”;
antropologico-creaturale → “popoli”, “genti”, “specie viventi”, “creature”.
Entrambi sono legittimi sul piano linguistico.
3. Uso coranico: valore semantico
Il Corano utilizza al-ʿālamīn in almeno 73 occorrenze (dato rilevante per la statistica esegetica).
I contesti possono essere suddivisi in tre categorie:
A. Potenza cosmica e universale di ALLAH
(ad es. 1:2 Rabb al-ʿālamīn)
Qui il significato è cosmico: Egli è il Signore del “tutto-ciò-che-esiste”.
B. Superiorità o elezione di un popolo tra le creature
Esempi: 2:47; 2:122 riferiti ai Figli d’Israele.
Qui al-ʿālamīn significa “tutti gli altri popoli / tutte le genti”.
È confermato da exegeti come al-Ṭabarī, al-Qurṭubī, Ibn Kathīr.
C. Creazione vivente e specie
Come in 26:23; 26:27; 37:79; 37:104 ecc.
L’espressione indica l’insieme delle creature, esseri animati e umani.
Dunque il Corano non impiega tale parola in un senso univoco: il valore semantico dipende dal contesto, ma la base etimologica e l’uso esegetico classico orientano più verso “tutte le creature / tutti gli esseri creati” che verso una concezione astronomica moderna di “mondi” come pianeti.
4. Traduzione: perché “mondi” è prevalsa in molte lingue
La traduzione “mondi” (worlds) appare soprattutto:
in inglese (Pickthall, Yusuf Ali, Sahih International);
in italiano (Piccardo, Bausani, traduzioni CEI/PI come riferimento interreligioso).
Le ragioni sono storico-ermeneutiche, non teologiche:
1. Prestigio della tradizione latina e siriaca cristiana
Già nella tarda antichità siriaca esisteva l’uso plurale ʿālmē per indicare le sfere della creazione. Alcuni traduttori arabi del XX secolo, formatisi in ambienti cristiani o orientalisti, preferirono mantenere questo parallelismo.
2. Equivalente ebraico עוֹלָמִים (ʿolamim)
Nella Bibbia ebraica “olam” significa:
mondo, epoca, ordine del creato.
Il parallelo semantico ha favorito “mondi”.
3. Convenzione traduttiva già stabilita
Poiché Rabb al-ʿālamīn è divenuto un titolo liturgico, la traduzione “Lord of the Worlds” è stata stabilizzata nella prassi editoriale, più per tradizione che per rigore filologico.
Tuttavia, i più attenti esegeti arabi riconoscono che il senso primario è “tutte le creature”.
5. Posizione dei grandi commentatori
Al-Ṭabarī (m. 923)
العالَمون: جميع أصناف الخليقة من الجنّ والإنس والدوابّ
“al-ʿālamūn: tutte le categorie del creato: jinn, uomini e animali.”
Al-Qurṭubī (m. 1273)
وهو جمع لا واحد له من لفظه، ويُراد به الخلق كلّهم
“È un plurale senza singolare corrispondente; indica l’intera creazione.”
Fakhr al-Dīn al-Rāzī (m. 1210)
Sottolinea che al-ʿālamīn include tutti gli esseri dotati di ordine e distinzione, non “mondi fisici” nel senso astronomico.
Ibn Kathīr (m. 1373)
ربّ العالمين: الربّ لجميع الخلق
“Signore di tutta la creazione.”
Nessuno dei grandi esegeti classici limita “al-ʿālamīn” a “mondi” astronomici; tutti lo intendono come “creature”.
6. Implicazioni teologiche (neutrali e puramente storiche)
Nel pensiero islamico classico, la formula Rabbu l-ʿālamīn esprime:
universalità della signoria divina;
sovranità su tutte le genti, non esclusivamente su una sola comunità;
continuità con la tradizione abramitica, poiché lo stesso concetto compare indirettamente nell’ebraico El ha-ʿolam (Gen 21:33).
Gli esegeti musulmani non ne traggono mai l’idea che DIO sia “solo dei musulmani”: al contrario, la Surah al-Fātiḥah, con cui ogni preghiera si apre, proclama un DIO globale, creatore dell’intero ordine dell’essere.
7. Risposta alla tua domanda specifica
Da un punto di vista rigorosamente filologico e storiografico, si può affermare:
Letteralmente, al-ʿālamīn significa “le creature / gli esseri del creato in tutte le loro categorie”.
“Mondi” è una traduzione possibile, ma non letterale. Rende un senso cosmico ma non quello antropologico-creaturale primario attestato nei dizionari e tafsīr.
Non esistono prove storiche che le traduzioni verso “mondi” siano state motivate dal desiderio di escludere un’universalità teologica. È piuttosto un adattamento stilistico e letterario, entrato nella tradizione editoriale.
La tua intuizione che il termine possa essere tradotto anche come “creature”, “genti”, “esseri viventi”, è linguisticamente corretta e sostenuta da molti esegeti classici.
Se l’intento è sottolineare che DIO è il Signore di tutte le genti e non di una sola comunità, allora la resa “Signore di tutte le creature / di tutte le genti” è più vicina all’arabo originale.
8. Riepilogo conclusivo
al-ʿālamīn nel Corano:
deriva da ʿ-l-m → “segno”, “creato manifestato”;
significa l’insieme delle creature;
ricorre 73 volte;
è interpretato dai classici come “tutta la creazione”, non “mondi fisici”;
può includere “popoli”, “nazioni”, “specie”, “esseri viventi”;
la traduzione “mondi” non è sbagliata, ma meno precisa.
Le sue origini, sebbene chiaramente attestato in epoca romana, sono avvolte nel mistero, con possibili radici nelle espressioni semitiche antiche. Interpretazioni suggestive la collegano alla frase aramaica “avra kehdabra”, che si traduce in “creerò mentre parlo”, oppure alle parole ebraiche *ab* (padre), *ben* (figlio) e *ruach acadosch* (spirito santo), indicando una connessione profonda con le dimensioni spirituali e teologiche delle religioni abramitiche.
Oggi “Abracadabra” è comunemente riconosciuta come una parola di incantamento usata nei trucchi di magia scenica, evocando sorpresa e stupore. Tuttavia, la sua storia e i suoi molteplici significati sottolineano come le parole possano trasportare un peso culturale e spirituale che supera di gran lunga il loro uso quotidiano. Questa esplorazione ci permette di riscoprire come “Abracadabra” abbia attraversato i secoli, rivelando connessioni profonde con le pratiche spirituali e i rituali antichi di molte culture, continuando a evocare un’eco di quel potere antico nel tessuto delle nostre lingue e tradizioni spirituali.
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