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Table of Contents

Introduction

Nel 1761 apparve ad Amsterdam, inizialmente senza il nome dell’autore, De la Nature, opera del filosofo e naturalista francese Jean-Baptiste-René Robinet.

Il libro non è un semplice trattato sul mondo naturale. È un’opera filosofica che cerca di comprendere l’origine dell’universo, il rapporto tra DIO e la creazione, la continuità tra gli esseri, la presenza del bene e del male e la posizione dell’uomo all’interno della natura.

Robinet parte da una domanda antica e sempre attuale:

Se DIO è la causa di tutto ciò che esiste, come si spiega la presenza del male nella natura?

La sua risposta è radicale. Ogni essere finito, proprio perché limitato, contiene vantaggi e difetti, piaceri e sofferenze, possibilità di bene e possibilità di male. Il male non sarebbe quindi una forza indipendente contrapposta a DIO, ma una conseguenza inevitabile della limitazione delle creature.

L’edizione originale fu pubblicata ad Amsterdam da E. van Harrevelt nel 1761.

Structure

De la Nature affronta progressivamente alcuni grandi temi:

  • l’esistenza di una Causa prima;
  • l’unità dell’azione divina nella natura;
  • la gerarchia e la varietà degli esseri;
  • la generazione e la distruzione;
  • il piacere e il dolore;
  • il bene e il male;
  • la guerra, la società e la disuguaglianza;
  • la verità, l’errore e la libertà umana.

Robinet riconosce l’esistenza di DIO come Causa necessaria dei fenomeni, ma sostiene che la natura divina rimanga inaccessibile alla piena conoscenza umana:

«Vi è un DIO, cioè una causa dei fenomeni il cui insieme costituisce la natura. Che cosa Egli sia, lo ignoriamo e siamo destinati a ignorarlo sempre.»

L’uomo può riconoscere che una Causa esiste, ma non può misurare l’infinito mediante le categorie limitate della propria mente. Per questo Robinet richiama l’antica iscrizione dedicata al DIO ignoto.

La tesi più nota dell’opera riguarda tuttavia il rapporto tra bene e male. Secondo Robinet, ogni perfezione finita porta con sé una corrispondente imperfezione.

L’intelligenza rende possibile la conoscenza, ma anche l’errore.

La sensibilità permette il piacere, ma espone al dolore.

La libertà rende possibile la virtù, ma anche il vizio.

Robinet trasforma questa osservazione in una vera legge universale: nella natura esisterebbe un equilibrio necessario tra il bene e il male.

È questa la parte più originale, ma anche più problematica, del suo pensiero.

DIO e l’unità della natura

La natura, secondo Robinet, non è una divinità autonoma e non è una seconda causa posta accanto a DIO.

Essa è piuttosto l’atto unico della Causa, l’ordine attraverso il quale tutti gli esseri vengono generati, si trasformano e infine si dissolvono.

Il mondo non è quindi una raccolta di realtà isolate. Ogni parte dipende dalle altre e partecipa al movimento dell’intero universo.

Nei successivi sviluppi dell’opera Robinet arriverà persino a sostenere che tutta la materia sia costituita da “germi” e che non esista una materia completamente morta contrapposta a una materia vivente. Si tratta di una teoria scientificamente superata, ma fondata su un’intuizione filosofica significativa: la natura è una totalità continua, dinamica e interdipendente.

Robinet non può essere considerato un evoluzionista nel senso moderno. Le sue teorie appartengono alla filosofia naturale del Settecento e spesso mescolano osservazioni acute, metafisica e ipotesi oggi insostenibili.

Tuttavia, l’idea che nessun essere esista completamente separato dagli altri anticipa una sensibilità che oggi potremmo definire ecologica: danneggiare una parte della natura significa inevitabilmente alterare anche il tutto.

Citazioni

Le citazioni seguenti sono tradotte dal testo francese, con ortografia e punteggiatura modernizzate per facilitarne la lettura.

La natura come atto unico della Causa

«Al principio, la Causa eterna, avendo per così dire concatenato gli avvenimenti gli uni agli altri, affinché si succedessero infallibilmente secondo la Sua volontà, toccò il primo anello dell’immensa catena delle cose. Per questa impressione permanente, l’universo vive, si muove e si perpetua.

Dall’unità della Causa deriva l’unità dell’azione. È in virtù di questo unico atto che tutto si compie.

Da quando si studia la natura, non vi si è mai osservato un fenomeno completamente separato o una verità indipendente. Non ve ne sono e non possono esservene. Il tutto si sostiene mediante la reciproca corrispondenza delle sue parti. Se una sola parte, strappata violentemente dal proprio posto, spezzasse la continuità, l’intera economia naturale ne soffrirebbe. È come una volta i cui conci si mantengono in equilibrio: che uno solo venga meno e l’intera costruzione crolla.

La natura non è la Causa unica, ma l’atto unico di questa Causa, l’ordine nel quale procedono tutte le cose e nel quale tutti gli esseri prendono posto attraverso un’alternanza di generazioni e distruzioni.»

Parte prima, capitolo IV.

Questa è probabilmente la citazione più importante dell’opera.

DIO è la Causa; la natura è l’atto attraverso il quale la Sua volontà si manifesta nel mondo. Tutto ciò che esiste entra in una medesima catena di generazione, movimento, trasformazione e dissoluzione.

Ciò che appare morto non è completamente estraneo alla vita: ritorna nella terra, nell’acqua e negli elementi, partecipando alla formazione di nuove realtà. La scienza moderna non afferma che tutta la materia sia biologicamente viva, ma conferma che la materia viene continuamente trasformata e ricomposta.

La creazione non è dunque una somma di oggetti indipendenti, ma una totalità nella quale ogni parte riceve, trasmette e restituisce.


L’equilibrio del bene e del male

«Alcuni hanno detto che tutto fosse bene; altri che tutto fosse male; alcuni che vi fosse più bene che male; altri ancora che vi fosse più male che bene. Io, invece, ho visto ovunque una dose eguale dell’uno e dell’altro. Ho riflettuto su questo equilibrio e mi è apparso di necessità assoluta.»

Prefazione.

Questa frase riassume la tesi centrale di Robinet.

Egli rifiuta sia l’ottimismo assoluto sia il pessimismo radicale. Ogni facoltà positiva comporta anche un pericolo: la forza può proteggere oppure opprimere; la libertà può produrre virtù oppure peccato; l’intelligenza può cercare la verità oppure costruire la menzogna.

L’osservazione è valida, ma Robinet la trasforma in una formula troppo rigida. Non vi è alcuna dimostrazione che ogni bene debba necessariamente produrre una quantità equivalente di male.

Da una prospettiva abramitica, il bene e il male non sono due principi eternamente equivalenti. Il bene appartiene alla volontà di DIO; il male nasce dalla corruzione, dalla limitazione o dall’uso disordinato di ciò che è stato donato.


Verità ed errore

«Non vi è verità che non sia stata contraddetta e dimostrata in tanti modi quanti sono quelli con cui è stata combattuta; non vi è errore che non sia stato sostenuto e confutato con la medesima ampiezza. Attraverso questa opposizione di opinioni, tutto diviene eguale. Bisogna dimostrare che questo singolare intreccio di vero e di falso sia una necessità nella natura e che l’errore sia necessario allo spirito umano quanto la verità.»

Parte prima, capitolo XVIII.

Robinet osserva che la verità raramente si presenta senza opposizione. Essa viene contestata, deformata e confusa con opinioni errate.

L’errore può indirettamente favorire la conoscenza, perché obbliga l’uomo a verificare le fonti, esaminare gli argomenti e correggere le proprie convinzioni.

Non bisogna tuttavia attribuire alla verità e all’errore lo stesso valore. La menzogna non diviene necessaria o buona soltanto perché costringe qualcuno a difendere il vero.

La lezione più importante è l’umiltà: una convinzione non è vera perché condivisa dalla maggioranza, ma non è vera neppure soltanto perché originale, minoritaria o perseguitata.


L’uomo e il moscerino

«L’uomo possiede cento volte più perfezioni di una mosca e cento volte più difetti; possiede mille volte più piaceri e mille volte più miserie. Ma i vizi cancellano le virtù e le miserie controbilanciano i piaceri: l’animale ragionevole non è dunque realmente né più perfetto né più felice del moscerino.»

Parte prima, capitolo XXVII.

Robinet non nega che l’essere umano possieda facoltà più complesse. Contesta però l’idea che tali facoltà lo rendano automaticamente più buono o più felice.

L’intelligenza umana produce medicina, arte e filosofia, ma anche armi, propaganda e sistemi di oppressione. La memoria conserva l’amore, ma anche il rancore. L’immaginazione permette di sperare, ma anche di temere mali non ancora avvenuti.

Il confronto matematico tra l’uomo e il moscerino è evidentemente artificiale. Tuttavia il suo significato morale rimane forte:

possedere maggiori capacità non significa avere maggiori diritti, ma maggiori responsabilità.


La guerra e la pace perpetua

«Sono ben lontano dal voler autorizzare le potenze belligeranti a continuare la guerra. L’autore del progetto di una pace perpetua non ha sostenitore più zelante di me. Qui mostro soltanto che la natura è inesauribile nelle sue risorse quando si tratta di trarre profitto dalla malvagità degli uomini.»

Parte prima, capitolo XVII.

Robinet osserva che persino dalle conseguenze della guerra possono nascere riforme, conoscenze e una maggiore consapevolezza del valore della pace.

Ma precisa che questo non giustifica la guerra.

DIO può trarre un bene dal male senza rendere buono il male commesso.

Il fatto che una sofferenza produca maturazione non assolve chi l’ha provocata. Il fatto che una guerra conduca successivamente alla cooperazione non rende giusta la distruzione che l’ha preceduta.

La capacità della vita di rinascere dalle rovine è motivo di speranza, non un’autorizzazione a produrre nuove rovine.

Commento ASH

Il contributo più prezioso di De la Nature è la visione dell’universo come un’unica realtà interconnessa.

La natura procede da una sola Causa. Nessun essere è completamente isolato. La vita dipende dalla vita; ogni creatura riceve dal mondo e restituisce qualcosa al mondo. La superiorità dell’uomo non può quindi essere misurata attraverso la sua forza, ma attraverso la responsabilità con cui utilizza le facoltà ricevute.

Il limite principale del pensiero di Robinet è invece la sua teoria dell’equilibrio necessario tra bene e male.

Applicata rigidamente, questa teoria rischia di trasformarsi in fatalismo: se ogni male fosse necessario a compensare un bene, l’ingiustizia potrebbe apparire inevitabile e perfino utile.

Lo stesso Robinet cade talvolta in questa contraddizione. Alcune pagine dell’opera tentano di giustificare la disuguaglianza sociale e contengono affermazioni gravemente offensive sugli schiavi africani, interpretando persino la loro ignoranza come funzionale alla condizione servile. Non si tratta di un dettaglio secondario, ma della dimostrazione concreta di quanto una teoria dell’“equilibrio” possa diventare pericolosa quando viene applicata alle ingiustizie umane.

Da una prospettiva fondata sulle Sacre Scritture, il male non deve essere considerato una componente da conservare affinché il mondo rimanga equilibrato.

L’uomo è chiamato a riconoscere il male, contrastarlo e trasformare le condizioni che lo favoriscono.

La natura può ricomporre ciò che viene dissolto. DIO può far nascere una possibilità di bene persino dalle conseguenze delle azioni malvagie. Ma questo non significa che il male fosse necessario, giusto o voluto.

De la Nature rimane un’opera importante non perché abbia risolto il problema del male, ma perché ha ricordato all’uomo di non considerarsi separato dal resto della creazione.

L’universo vive, si muove e si perpetua. Ogni parte sostiene le altre come le pietre di una stessa volta.

Il compito dell’essere umano non è dominare arbitrariamente questa costruzione, ma riconoscere il proprio posto al suo interno e contribuire, mediante conoscenza, giustizia e misericordia, alla sua armonia.

Il male può attraversare la storia della creazione, ma non per questo deve ricevere l’ultima parola.

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