|
Ascolta il post in Audio
Getting your Trinity Audio player ready...
|
Table of Contents
Perché la vita non finisce dove pensiamo
A volte mi vergogno della mia felicità.
Non perché vi sia qualcosa di male nell’essere felici, ma perché, guardandomi attorno, vedo persone che soffrono, esseri umani che hanno smesso di sperare e anime che sembrano essersi rassegnate a vivere senza pace. Davanti a tutto questo, sentirmi così profondamente felice può apparirmi quasi come un privilegio ingiusto.
Eppure ho compreso una cosa: diventare infelici non aiuta chi soffre.
La vera responsabilità di chi ha trovato la felicità non è nasconderla, né vergognarsene, ma dimostrare che essa esiste, che può durare nel tempo e che non appartiene soltanto ai ricchi, ai potenti, ai fortunati o a coloro ai quali la vita sembra aver concesso tutto.
La felicità autentica è possibile per tutti.
Non significa vivere senza difficoltà, perdite o responsabilità. Significa possedere un centro così saldo che persino i momenti più dolorosi non riescano a distruggere definitivamente la pace interiore. Possono arrivare giorni più faticosi, certamente; ma, osservandoli a distanza di anni, ci si accorge che sono stati soltanto piccole increspature sopra un mare molto più grande.
La felicità non è l’assenza del dolore.
È la presenza di un significato che il dolore non riesce a cancellare.
Non ho trovato la felicità nelle cose più costose
Nel corso della vita mi è capitato di conoscere condizioni molto diverse tra loro. Ho avuto la possibilità di viaggiare in molti Paesi e, in un’occasione, perfino di trovarmi come unico passeggero su un aereo privato. Sono esperienze che ricordo con gratitudine, ma alle quali non attribuisco alcun merito particolare.
Ho conosciuto anche momenti completamente opposti. Ho dormito molte volte per terra e al freddo, e in alcune circostanze ho raccolto del cibo caduto perché non avevo altro da mangiare. Ho sperimentato la solitudine, il rifiuto e la mancanza delle più semplici sicurezze.
Non ricordo tutto questo per esaltare il benessere o la sofferenza, ma perché mi ha permesso di comprendere più profondamente le parole di Paolo: si può imparare a vivere nell’abbondanza come nella necessità, nella sazietà come nella fame.
Né il lusso né la privazione, da soli, rendono un essere umano felice.
La felicità più profonda può manifestarsi in qualcosa di molto semplice: distendersi sopra un prato, ascoltare il vento, sfiorare una pianta e osservare in silenzio la vita che continua attorno a noi.
In quei momenti non sento il bisogno di possedere il mondo.
Mi basta sapere di farne parte.
Uno dei grandi inganni del nostro tempo consiste nel credere che la felicità debba essere acquistata, mostrata, fotografata e confrontata con quella degli altri. Abbiamo confuso l’intensità con la profondità, il divertimento con la gioia e l’eccitazione con la pace.
Ma ciò che dipende continuamente da nuovi stimoli non è ancora felicità: è una fame che chiede sempre qualcosa di nuovo.
La felicità autentica, invece, sa rimanere. Deve essere coltivata, protetta e nutrita, ma non richiede che il mondo intero si pieghi ai nostri desideri.
Richiede piuttosto che il cuore impari a riconoscere, con gratitudine, ciò che possiede già.
DIO, amore, verità, conoscenza ed equilibrio
DIO è la fonte della felicità perché restituisce alla vita un’origine, una direzione e uno scopo.
L’amore è fonte di felicità perché libera l’essere umano dalla prigione dell’io.
La verità è fonte di felicità perché ci permette di smettere di vivere dentro illusioni costruite per proteggerci.
La conoscenza è fonte di felicità perché illumina ciò che prima ci faceva paura.
L’equilibrio è fonte di felicità perché ordina le nostre forze e impedisce che una parte della vita divori tutte le altre.
Queste realtà non possono essere semplicemente acquistate. Devono essere cercate, studiate, esercitate e custodite.
Per questo la felicità non è soltanto un sentimento: è anche una disciplina spirituale.
Paolo scrive di aver imparato a vivere tanto nell’abbondanza quanto nella necessità, nella sazietà come nella fame. Non afferma di essere nato già capace di farlo. Dice: «Ho imparato».
La felicità stabile si apprende.
Si apprende distinguendo ciò che passa da ciò che resta. Si apprende smettendo di affidare la propria pace al denaro, all’aspetto fisico, alla reputazione o all’approvazione altrui. Si apprende riconoscendo che tutto ciò che possediamo può essere perduto, mentre ciò che diventiamo davanti a DIO accompagna l’anima oltre ogni perdita.
Il privilegio e il peso della conoscenza
Chi studia profondamente la teologia, le Sacre Scritture e la natura umana può comprendere alcune verità prima di altri.
Non perché sia necessariamente migliore.
Non perché DIO lo ami più degli altri.
Semplicemente perché chi dedica la vita a una ricerca finisce per vedere ciò che rimane nascosto a chi non ha ancora iniziato quella ricerca.
Il navigatore vede la costa prima di coloro che si trovano sotto coperta. Ma proprio per questo ha il dovere di avvertirli degli scogli.
La conoscenza porta benefici, ma porta anche responsabilità. Più comprendiamo, meno possiamo fingere di non sapere. Più vediamo la sofferenza, meno possiamo restare indifferenti. Più riceviamo, più siamo chiamati a restituire.
Questa responsabilità può diventare pesante. Occorre lavorare interiormente affinché non si trasformi in orgoglio, isolamento o convinzione di essere superiori.
A volte, con timore, mi è capitato di pensarmi come “il primo dei cristiani”. Non intendo il migliore, il più santo o colui che possiede il diritto di giudicare la fede degli altri. Nessun essere umano può misurare il cuore di un altro uomo.
Posso testimoniare soltanto ciò che accade nel mio.
Penso a DIO continuamente. La teologia, la giustizia e la pace accompagnano il mio lavoro, la mia famiglia, le mie decisioni e persino i miei momenti di riposo. Cerco di mettere DIO prima di ogni altra cosa, non perché vi riesca sempre perfettamente, ma perché non conosco un altro modo nel quale desidererei vivere.
E qualora incontrassi una persona capace di amare DIO più profondamente di me, non ne sarei umiliato. Le chiederei di insegnarmi.
Se io penso a DIO ventiquattro ore al giorno e qualcuno riesce simbolicamente a pensarLo venticinque, non è mio avversario: è mio fratello e mio maestro.
La fede autentica non teme chi è più avanti.
Lo riconosce, lo ascolta e continua a camminare.
La forza del credente è la risurrezione
Tutto questo conduce alla questione decisiva.
La felicità può diventare stabile soltanto quando la morte smette di essere considerata il fallimento definitivo della vita.
La forza più grande del credente è la risurrezione.
Nella Scrittura ebraica, Daniele annuncia che coloro che dormono nella polvere si risveglieranno. Nel Vangelo, Gesù dichiara: «Io sono la risurrezione e la vita». Paolo afferma che, senza risurrezione, la fede stessa sarebbe vana. Anche il Corano proclama che DIO risusciterà coloro che si trovano nelle tombe.
Eppure, proprio sul significato della vita oltre la morte, l’umanità ha moltiplicato termini, sistemi e contrapposizioni.
Risurrezione e reincarnazione non sono storicamente la stessa dottrina. Non devono essere confuse con superficialità: la prima, nelle tradizioni abramitiche, riguarda l’azione di DIO che rialza la persona alla vita; la seconda descrive, in altre tradizioni, una successione di esistenze terrene.
Ma dopo aver riconosciuto questa differenza, possiamo porre una domanda più profonda:
che cosa cercano di difendere entrambe le parole?
Cercano, in modi differenti, di opporsi all’idea che l’essere umano sia un incidente destinato a scomparire nel nulla.
Cercano di affermare che la vita ha conseguenze, che ciò che diventiamo possiede un valore e che la morte non rende inutili l’amore, la conoscenza e la giustizia conquistati durante l’esistenza.
Non sostengo che tutte le dottrine siano identiche. Propongo però di non permettere alle parole di impedirci di investigare il mistero al quale esse cercano di avvicinarsi.
La domanda essenziale non è soltanto: «Con quale corpo tornerò?»
La domanda è: «Che cosa sto diventando, affinché la vita futura possa trovarmi più preparato alla verità?»
Oggi posso essere alto un metro e novanta, essere sano, forte e rispettato. In un’altra condizione dell’esistenza potrei non possedere nessuno di questi vantaggi. Potrei essere fragile, dipendente dagli altri o privo di ciò che oggi considero parte della mia identità.
Ma nulla di questo impedirebbe la felicità.
Perché la felicità non dipende dalla forma del corpo, dalla posizione sociale o dalla quantità di potere ricevuto. Dipende dalla capacità della coscienza di riconoscere DIO, ricevere amore, comprendere la verità e vivere in armonia con essa.
La vita futura potrebbe non essere separata da questa, ma rappresentarne lo svelamento e il compimento.
Ciò che coltiviamo qui — l’amore, la verità, la sapienza e la misericordia — plasma gradualmente la profondità della persona che un giorno si troverà dinanzi all’eternità. La nostra esistenza terrena, dunque, non è soltanto un passaggio nel tempo, ma una formazione dell’anima: una preparazione a realtà che una coscienza impreparata potrebbe non essere in grado né di comprendere né di accogliere.
Non possiamo decidere in quale forma si manifesterà l’eternità. Possiamo soltanto decidere quale essere la incontrerà.
La felicità è già un principio di risurrezione
La risurrezione non deve essere soltanto una dottrina da attendere dopo la morte.
Ogni volta che un uomo esce dall’odio, qualcosa risorge.
Ogni volta che una donna ritrova la speranza, qualcosa risorge.
Ogni volta che scegliamo la verità invece dell’inganno, la misericordia invece della vendetta e la cooperazione invece del conflitto, una parte dell’umanità viene rialzata dalla propria tomba.
Forse è anche questo che il credente dovrebbe mostrare al mondo: non soltanto che esisterà una vita dopo la morte, ma che è possibile iniziare a vivere veramente già prima di morire.
Io non affermo di possedere tutte le risposte. Affermo però, con tutta la forza della mia esperienza, che la felicità duratura esiste.
Non appartiene a pochi eletti.
Non richiede ricchezza, perfezione fisica o successo pubblico.
Richiede lavoro interiore, verità, amore, conoscenza, equilibrio e una fiducia così profonda in DIO da rendere persino la morte incapace di pronunciare l’ultima parola.
La felicità è per tutti.
Ma deve essere cercata nel luogo giusto.
E il luogo giusto non è fuori di noi, in ciò che accumuliamo.
È dentro la relazione tra la nostra coscienza e Colui che ci ha donato la vita.
SELECTED SOURCES AND FURTHER READING
Condividi:
- Stampa (Si apre in una nuova finestra) Stampa
- Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
- Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
- Condividi su LinkedIn (Si apre in una nuova finestra) LinkedIn
- Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
- Invia un link a un amico via e-mail (Si apre in una nuova finestra) E-mail