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Viaggio da Roma a Montecassino (Alessandro Guidi)

Viaggio da Roma a Montecassino

Poemio

In su l’entrar dell’anno mille ottocento sessantatrè tutto quel lungo tratto di via, ch’è dalla Città de’sette colli alle incantevoli rive del Sebeto e di Mergellina, mercè l’aperta novella strada a ruotaie di ferro, cominciò per corrersi nell’intervallo di tempo di poco più che otto ore! Grande argomento invero del poter dell’umano intelletto, e di quanto abbiano all’età nostra progredito le scienze fisiche e le meccaniche arti, si è egli il veder accorciarsi di tanto, se non al tutto sparir, le distanze che l’un popolo separano dall’altro; propagarsi le notizie con tal rapidità che per poco, dirò, non pareggia quella del pensiero; forarsi gli ardui dorsi de’monti; mescersi insieme per iscavati canali le acque di disgiunti mari, e cose altre assai meravigliose, anzi incredibili ancora, chi co’suoi occhi non le vedesse, e non toccassele colle proprie mani. L’andare a Napoli era agli anni addietro riguardato dai Romani come un singolare avvenimento e de’più memorabili della vita, e pur pochi di essi darsi potean vanto di essere stati presenti allo strepito, che continuo risuona sulle popolose vie di quella vastissima città: e di codesti pochi soleano anche alcuni in sul partire acconciarsi dell’anima, e far testamento, come mettendosi a lunghissimo cammino, e d’assai grave pericolo. Nè ciò recar dee meraviglia: perocchè, se facciasi eccezione a questi ultimi tempi, quando le migliorate vie, e l’uso comunemente in Europa introdotto di celeri e ben costrutte vetture, ebbero, anche pria della ritrovata forza motrice del vapore, reso assai più agevole e spedito il viaggiare; certo si è che tra per la mancanza di facili mezzi di trasporto, la scomodezza degli alberghi, e le cattive e poco sicure strade, fu sempre l’andar lungi della patria tenuta per cosa di sommo rischio e disagio. Laonde il Tasso, dovendo di Roma passare a Firenze (viaggio ch’esso altresì or si compie in poche ore) n’era così spaventato, che non sapea risolversi del partire, e ad Antonio Costantini suo amico, che confortavalo a ciò, rispondea: «Il viaggio di Fiorenza mi par quel del Cairo, ne considero tanto la lunghezza, quanto i pericoli e gl’impedimenti (1).» Ed in tempi dai nostri assai men lontani Domenico Fabbri, esimio letterato bolognese, partitosi della sua città per condursi a Parma, non fu prima pervenuto alla vicina Reggio, che si tolse dal più seguire l’impreso cammino, e scrisse alla Marchesa N. N. (2): «A Parma non andrò più….. mi par già d’aver fatto il viaggio dell’Indie, e per poco che io non credo di essere diventato uno Svizzero.» Tanto importava l’andar di quei giorni da Bologna a Parma per via così facile e piana, e che dura così poche miglia. Gli antichissimi nostri padri erano, per viaggiar, contenti delle proprie gambe o di quelle di un cavallo o sì vero di un mulo, e soli i più ricchi costumavano andar più comodamente in lettiga. Tra gli scrittori di quella remota età Lucilio ed Orazio ci ebbero nelle loro opere lasciato ricordo del viaggio che fecero questi a Brindisi, quegli a Reggio di Calabria.


(1) Vedi la sua lettera data a 16 di Maggio 1589, ch’è tra le sue Famigliari.
(2) Questa lettera è scritta di Reggio a 23 di Mag gio 1741, e sta nella raccolta delle lettere famigliari di alcuni Bolognesi. Venezia 1766 V. l.


Lucilio nato di Sessa, amenissima città posta tra i monti ch’appartennero già agli antichi Aurunci, non lungi a Gaeta, visse in Roma a tempo di Scipione Nasica, e morì nell’età di anni quarantasei in Napoli. Fu scrittore di sermoni, genere di poesia satirica, ch’egli introdusse il primo tra i Romani, e che con tanta più lode tolse di poi a trattare il Cantor di Venosa. Raccogliesi dunque da esso che il suo modo di viaggiare era a somiglianza dell’uom della villa de’nostri giorni, quando di campagna recasi in città sul dosso di mulo o di altro giumento gravato di pesanti bisacce, se non che il nostro poeta avea seco eziandio una guida o vetturale, chiamato dagli antichi quartarius, come quegli a cui veniva il quarto del guadagno, che ritraeasi dal nolo della vettura. E dovea certo far bel veder Lucilio, ch’era pur nobile cavaliere romano, muovere in sì strana guisa per travagliato e fangoso sentiero – praete rea omne iter hoc est labosum et lulosum –; maledicendo ora al suo condottiero, che parea andasse a bello studio cercando tutte le montuosità della via – Porro homines nequam ma lus ut quartariu cippos colligere omnes –; ora alle bisacce che, quindi e quinci premendo col loro peso le coste del ronzino, apportar doveano ancora non lieve fastidio a chi su vi sedea – mantica cantheri costas gravitate pre mebat –. Ma questi e cotali altri incomodi del cammino tanto nol turbavano, che gli togliessero altresì il poter notar gli aspetti de’luoghi e il vario costume de popoli che davangli in telletto a poetare, e a immaginar forse così per via la bella satira ricordata di sopra, donde tolse Orazio la idea della bellissima sua, ch’è la quinta del libro primo. Costui più spedito di Lucilio mosse a piedi da Roma, tolto a compagno il retore Eliodoro, e soprastette la prima sera ad Ariccia, che gli die mediocre albergo, quale anche oggidì offre al viandante la graziosa locanda Martorelli posta nel più bel luogo di quella terra. Di quinci si recò Orazio a Foro Appio; e poi ch’ebbe a tempo di notte percorso su barca tutto il tratto delle pontine paludi, proseguì la sua andata verso Capua, ove giunse dopo il quinto giorno da che erasi partito di Roma. Delle varie cose passate in quella non breve peregrinazione, e nell’altra più lunga da Capua a Brindisi, le quali in tutto sfuggite sarebbero alla mente dell’uomo volgare, seppe quel sovrano ingegno formar materia di poesia, e ne venne leggiadramente esponendo ogni più minuta particolarità, che sembra veramente al lettore essere egli stesso a fatti, e vedere i luoghi, che vi son conti e descritti. Questa guisa di viaggiare, stata in uso presso gli antichi, durò sin quasi all’età de’nostri bisavoli; ed anche tra noi non mancarono scrittori che, ad esempio di Lucilio e di Orazio, vollero essi altresì tramandar nelle proprie opere de scritto a posteri se alcun lungo viaggio impresero a fornir de’lor giorni. Era in fatti natural cosa ch’a cessar la noia del cammino, e l’ozio delle lunghe posate, onde venia quello sovente interrotto, attendessero essi a dettar prose e versi o per semplice passatempo, o vuoi per dare altrui contezza delle liete o tristi avventure, che loro intravenivano nel viaggio medesimo. Esempi ne sono assai nelle opere latine del Petrarca, nelle rime burlesche del Berni, del Martelli e di altri, e più nell’elegantissime lettere di Annibal Caro, di cui quella ci terò tanto famosa data di Velletri sotto il 30 Aprile 1538, e indiritta a Silvestro da Prato, nella quale quest’incomparabile autore così piacevolmente racconta la ridevole scena avvenuta, cenando egli in una osteria di detta città, tra il capitan Coluzzo e Pippetto fante dell’oste. Il Caro partito di Roma viaggiava a cavallo con alcuni suoi amici alla volta di Napoli, e suo primo luogo di restata fu appunto Velletri, ove per la vecchia strada di Marino e i gioghi laziali e gli artemisii più prestamente allor si giungea che non facciasi oggidì per la rinnovata via Appia. Pervenne il dì appresso a Piperno, ed ivi per un calcio, che toccò dal suo cavallo detto per nome il Bono, fu costretto a dimorar più tempo che non portava il bisogno di un semplice riposo. Ben lunga esser dovè la durata di questa sua gita, chi voglia formarne congettura dalla data delle lettere di lui, però che avendo egli scritto da Velletri il di ultimo di Aprile suddetto, e di poi spedita altra lettera da Piperno segnata col giorno primo del susseguente Maggio, non troviamo che da Napoli scrivesse se non il decimo dello stesso mese. Dell’arrivo nel qual luogo, e delle prime impressioni, che dovè cagionargli nell’animo l’aspetto di quella popolosa e tanto da Roma diversa città, è da credere che procacciasse subito, com’era suo costume, tener raggua gliati gli amici. Ometto per non parer prolisso, di recare in mezzo altri esempi, che molti ve ne ha, e tutti bellissimi, tanto del Caro medesimo, quanto di altri scrittori, e di coloro in ispezie, che fiorirono nell’aureo secolo sestode cimo. – Ma tutt’altro dal modo di viaggiar dei nostri padri è quello venuto in usanza nella presente età, il quale come non lascia luogo al concorso de’molti vari incidenti, ond’era piace volmente intrecciato il viaggiar degli antichi, così è ancor di tanto meno acconcio che quello a fornir copiosa materia a simiglianti descrizioni. A nostri tempi prescritta è l’ora della partenza, prescritta quella dell’arrivo, e grave fallo saria l’una o l’altra variare ancorse di pochi minuti. E l’andar sempre d’un modo egualmente rapido con studiata esattezza e quasi a battuta; e il soprasseder regolarmente per brevissimi istanti alle designate stazioni; e il non poter mai, quanto dura la corsa, cangiar di luogo o sostare a tuo piacimento, ti danno chiaro a conoscere che il tutto procede a rigor di prestabilite e immutabili leggi, le quali, come i movimenti della persona, così tengono, starei per dir, legate e costrette eziandio le facoltà dell’animo, tanto che non possano esse liberamente spaziar pei lieti campi di una vaga ed indocile fantasia. Aggiungi la solinga via, cui nullo umano aspetto rallegra fuor solamente quello dell’immobile Guarda-linea, che costantemente a certi ordinati intervalli ti si appresenta allo sguardo, ma che non pur veduto smarrisci di vista. E codesti romiti custodi della vietata via, che miri star ritti incontro alle loro casettine tutte di una forma, e con a lato gli orticelli, che, a conforto della mesta solitudine, prendono essi a coltivare, non ti giungono impensati, nè ti feriscon gli occhi di novità, ma, non altrimenti che le lapidi indicanti le miglia nelle ordinarie strade postali, ti ammaestran senza più di aver tu d’alcun determinato spazio di via progredito nel cammino. Nè ancor molto svagamento ti viene dal giocondo spettacolo di quella ognor nuova campagna, che continuo si succede con bella varietà d’incantevoli prospettive: però ch’essa appena così alla sfuggita ti è lasciata veder dal fondo del vagone, ove tu siedi combattuto dal timore di qualche infortunio, che incoglierti possa o per deviamento dal carreggiato, o per improvvisa esplosione della macchina, o per simile altro disastro apportator sempre di estrema o certo assai grave ruina. Timore, che s’accresce ancor più in passando di sopra a ponti di smisurata altezza e senza sponde d’al lato, o per l’oscuro cammino di alcun traforo di monte, ove tanta non è mai la prestezza dell’andare, che maggior non sia ancora il desiderio che provi di tosto uscir fuori da quella paventosa oscurità. Nè dell’appressarsi ad alcun borgo o città ti dà avviso la maggior frequenza delle abitazioni o de’carri e persone occorrenti, ma solo un sibilo assordante, e il successivo soprastare del treno; il quale, dopo fatto alcun breve intervallo, seguita d’andare a suo cammino, lasciando il passeggero in mezzo a deserti campi, e il più delle volte anche in certo della via da prendere per giungere al destinato luogo. Tal si è il viaggiar de’moderni, il viaggiar su le strade di ferro o, come dicesi, a vapore, che meglio si direbbe a usanza di macchine, essendo che in esso tutto è monotonia, tutto puntualità, matematica precisione e severa osservanza di discipline. Ciò nonostante son le vie ferrate, chi ben l’estima, d’immenso utile e giovamento a popoli sia in promuoverne più efficacemente il commercio e l’industria, sia in compartir meglio tra essi quanto per uso o delizia della vita maggiormente si richiede, sia in fine per ogni altro riguardo, ove non sopravvengano abusi a toglier di mezzo i benefici effetti di questo come di altri tali stupendi trovati della nostra età. E chi è, a dir vero, di noi romani, che non senta quanto ne sia comodo e vantaggio il poter dal patrio Tevere esser traportati come di volo a veduta del terribil Vesuvio? Gustar quasi colti allora i tanto svariati prodotti che danno in sì gran copia quelle fortunate terre fertilissime sopra le altre tutte della nostra Penisola? Visitar più volte ancora in ispazio di un sol giorno luoghi così cari per venerandi avanzi di antichità, e per tanti famosi avvenimenti memorabili, come quelli sono a cui accennano le varie stazioni su la strada di ferro Pio-latina? Cotali luoghi (ma non più di là dal termine di San-Germano e di Monte Cassino) mi sono io proposto di descrivere nella presente operetta, compilando come un itinerario ad utilità e piacere di quelle persone, che imprendono a percorrere questo tratto di via con desiderio di venire a cognizione di quanto lungo essa si contiene di più notabile e raro. Nella qual descrizione studierò, la prima cosa, di esser breve; sì perchè il soverchio cumulo di notizie non rechi noia a chi legge, sì ancora perchè n’esca fuori un volume sol di pochi fogli, che sia da portare agevolmente, chi il voglia seco compagno e per non disutile intertenimento nel tempo della sua peregrinazione. M’ingegnerò in fine di esporre il tutto con quella purgatezza di lingua e leggiadria di stile (anima di ogni scritto) che meglio saprò, acciocchè al mio lavoro venga pregio anche da questa parte, che suol tanto indegnamente esser negletta da quasi che tutti i moderni italiani scrittori di cotali materie.
(finisce a pag 14)

Parti significative

pag 17

ROMA E SUBURBIO 

Le strada di ferro Pio-latina, come tutte altre strade di simil genere, che alla eterna Città fan capo, muove dalla stazione centrale di Termini, così corrottamente addimandata dalle terme, che pose già in questi luoghi l’imperator Diocleziano, e che, ornate di fabbriche tutte grandi e magnifiche, giravano in quadro per largo spazio d’intorno, empiendo il sito di straordinaria bellezza. Delle quali rimangon tuttora superbi avanzi, altri diroccati e disformi, altri tramutati in alcun de moderni circostanti edifici; ma di tutti il principale, e insieme il meglio conservato, vedesi nel maestoso tempio de Certosini, quale affermano essere stato la maggior sala di ragunamento, o la pinacoteca, o la stanza assegnata agli atleti. A tali ruine appartiene al tresì la vicina chiesa di san Bernardo, luogo del monaci Cistercensi, creduta l’un de calidari di esse terme, che l’altro si scorge dall’opposto lato in via Strozzi, ov’è l’entrata alla Casa del detenuti, già granaio Camerale. Il colle, sul quale apparia tanto miracolo di monumenti, fu dagli antichi detto Viminale, ed è disgiunto dall’Esqui lino per la piccola valle, che dalle chiese di santa Pudenziana e del Bambin Gesù si dilunga a piè della Basilica Liberiana verso la maggior entrata della villa Montalto Negroni, oggidì Massimo.

pag 19

Ma per tornare alla stazione, ella è dallo stesso oriente e da mezzogiorno terminata con le due vie con ducenti entrambi a porta Tiburtina, ch’oggi di san Lorenzo si noma. Altrove non le sono ancor posti certi confini, aspettandosi a farlo dopo condotti i lavori delle nuove strade, che, come altra volta si è detto, ad essa stazione fan capo. Varcato il ponte, che soprastà alla strada di porta san Lorenzo, lasciasi poco appresso la chiesuola di santa Bibiana, cui Papa Simplicio edificò l’anno 500, o circa, di nostra salute, e indi a più secoli dopo Urbano ottavo rifece com’ella sta oggidì con disegno del Bernini. Vedesi in su l’altar grande la bella statua, ch’ esso Bernini scolpì a rappresentare la detta Santa, opera delle più stimate di questo autore, come quella che più ch’altro suo simil lavoro ritrae dalla greca semplicità.

pag 21

Oltre passate le mura, tien la via ferrata un andar quasi parallelo agli acquidotti, i quali per lungo tratto di cammino accompagnano da mano destra il viaggiatore soprapreso alla novità dell’insueto spettacolo. Essi son parte costruiti in pietra, parte in muratura; ma quelli, che gli altri tutti avanzano di bellezza e sontuosità, stanno a distanza di tre miglia, o circa, da Roma presso porta Furba (così chiamano, non so perchè, un arco degli stessi acquidotti alquanto più che gli altri spazioso, e cavato in forma di porta, a farvi passar la strada che conduce a Frascati). Opere in vero delle più sublimi e meravigliose, che facessero giammai i Romani, e che bene a ragione notò Frontino esser il principal indizio di qual fosse un tempo la grandezza del loro impero. Col mezzo de’quali e più altri condotti tanta copia d’acque venia alla città che, secondo che narra Strabone, pa reano quasi fiumi inondarla, e le case presso che tutte aver sotterranei meati, sifoni e tubi, per cui le acque fluisser come di vena. Piena di antiche memorie è la campagna, che si è preso a percorrere, e di grandissima importanza ancora, chi abbia presenti al pensiero gli avvenimenti della romana Repubblica, e quelli più particolarmente, che riguardano i primi tempi di essa. Noi non toccheremo che alcuno de più notabili luoghi, e dove appariscano ruine di qualità, che mettano nel viaggiatore desiderio di sa per che esse fossero ne’secoli addietro.

pag 23

CIAMPINO

Posta in su aperta campagna, e lunge assai dagli abitati luoghi, questa stazione non accenna ad alcun par ticolar paese, ma fu qui situata dove la strada di ferro, partendosi in due, rende soventi volte necessario il so prastare alquanto dalla corsa, onde evitare gli scontri ed altri pericolosi inconvenienti. Ella ha dall’ un lato due casini, ove stanno gli offici e i piccoli magazzini, ed hanno proprio albergo le persone addette all’amministrazione e custodia di essi; dall’altro un ricovero per comodo a viaggiatori, che attendono il venire dei Treni. Ciampino poi chiamano, a dir proprio, quel colle, ch’è a poco spazio di qui verso oriente, alle radici del quale si formò il traforo, per ove avesse adito la via ferrata che mette a Frascati. L’origine del suo nome è dai Ciampini, illustre famiglia romana, a cui giurisdizione s’appartenne già lo stesso colle e sue adiacenze, e di cui fu primaio lume quel Giovanni monsignor Ciampini, che visse nel diecisettesimo secolo, uomo di acuto ingegno, e nelle cose di antichità peritissimo, come testimonian le opere, che in cotal genere ci lasciò di squisita eru dizione adorne. Di sopra al poggio detto passa la via latina (antichissima delle romane vie) e nei dintorni di esso si rinvennero, già sono molti anni, la colonna mil liaria e le vestigia della vecchia stazione ad decimum, così addimandata per esser ella posta a dieci miglia da Roma.

pag 24

MARINO

Opinione è stata di alcuni che questa moderna città occupi il sito di un’antica villa di Mario, o più vera mente di Lucio Murena, donde è supposto che per cor rotto vocabolo le sia venuto il nome di Marino. Altri, accordandosi in ciò quanto alla sostanza, contendono solamente che di Mario nè di Murena non fosse tal villa, ma sì di Mammurra, e che il luogo chiamato da pria fondo Mammurrino, agevolmente cangiasse di poi denominazione in quella di Marino. Il dottissimo Giam battista Doni nella sua opera postuma – de restituenda salubritate agri romani – ne dà contezza di basi con epigrafi dissotterrate già in questi luoghi d’intorno, le quali, perquanto vi si legge, mostra fossero erette dai Curioni del Castel de Meniesi Castri Moeniensium, popoli creduti da lui esser li medesimi con quelli che Plinio chiama Munienses, essendo che i romani avessero in uso di mutare nella vocale u il dittongo oe, che ado peravasi in molte parole del primitivo loro non ancor dirozzato idioma.

pag 26

A voler poi fermar con esattezza il tempo, in che prima ebbe origine la odierna città di Marino, egli è da por mente che i suoi edifizi non fanno indizio di un’assai remota vetustà: conciossiachè niuno avanzo nè traccia si rinvenga in essi di antiche costruzioni. Non sembra perciò lontano dal vero che il paese allora in cominciasse a formarsi, quando per le inondazioni delle Pontine paludi, e per timore del Saracini, terribili inva sori delle meridionali spiagge d’Italia, restò in tutto, come prossima al mare, abbandonata la via Appia, e di Roma andavasi a Napoli per le contrade del monti. Credesi poi esser ciò avvenuto circa il secolo nono del l’èra Cristiana: perocchè che fosse cotal via ancor fre quentata, passato già quasi mezzo il secolo ottavo, lo attesta il Baronio ne’ suoi annali, là dove e’ narra che i Saracini nel settecento quarantasei, posto ch’ebbero a ruba il rione Trastevere, tornarono a Fondi dalla stessa via Appia.

pag 33

ALBANO

Questa deliziosa città posta presso a tre miglia dal luo go, ov’era situata Albalonga, sembra sia destinata a tener viva la memoria di quella già tanto famosa e vetustis sima metropoli del Lazio. Ebb’essa incominciamento dalle ruine della villa imperiale di Domiziano, che aggrandita dalla vicina possessione di Pompeo, e dall’altra di Clodio, girava attorno da ben sei miglia, occupando non pur il sito della moderna Albano, ma esse altresì le cir costanti colline insin quasi a monte Gentile, donde (per quanto mostrano i grandiosi avanzi che ancor ne riman gono) discendea per le occidentali rive del lago di Castel Gandolfo.

pag 36

Poco di sopra a questa Chiesa sono alcune reliquie di antiche fabbriche credute appartenere al Circo o An fiteatro, ove l’imperator Domiziano, per il dir di Sve tonio, piacevasi far vana mostra di sua destrezza, saet tando delle fiere a centinaia: ed ove ancora quell’effe rato tiranno, testimone Giovenale (Sat: IV), costrinse Acilio Glabrione, già designato vittima alla sua crudeltà, a lottar nudo contro gli orsi della Numidia: Profuit ergo nihil misero, quod cominus Ursos Figebat Numidas albana nudus arena Venator . . . . . Nella qual satira, ch’è delle più belle di detto poeta, descrive egli il ridevole accorrere del Senatori alla villa albana chiamativi dall’imperator Domiziano, onde deli berar sul come avesse meglio a cucinarsi uno smisurato pesce, statogli recato in dono.

pag 38-39

Magnifici avanzi di antiche terme osservansi in su l’estrema occidental parte di Albano, presso il Conser vatorio che chiamano di Gesù e Maria, vicin dove esiste ancora la picciola chiesa sacra al Principe degli Apostoli, ch’è un edificio tutto di antica struttura, qual ch’ei già fosse o un tempio, o veramente un sepolcro. Degnissima altresì, che se ne faccia memoria, è la superba mole che torreggia, appena fuori di porta romana, a man destra della via Appia. Il volgo amator delle ammirabili cose la chiama la tomba di Ascanio: ma gli esperti in antichità, veggendo che l’edificio ritrae dal modo di costruir usato nel postremi tempi della romana Repub blica, negano a ragione ch’appartener possa a quell’illustre fondator di Albalonga, vissuto in età tanto dai detti tempi lontana. Perciò altri, come il Riccy, giudicano do versi ritener per il sepolcro della famiglia Gnea; altri col Nibby vanno pensando che fosse innalzato a custodir le ceneri di Pompeo, e ne recano in prova un passo di Plutarco (capo 80) ove si attesta che le ceneri di questo famosissimo capitano furono da Cornelia sua con sorte deposte nella villa Albana. Avea in vero Pompeo, come accennammo di sopra, una sua possessione in co desti luoghi, ch’è ricordata da Tullio nella orazione in difesa di Milone, e di cui rimangono ancora considere voli vestigia sì nella odierna villa Altieri, sì nella Doria, molto entrambi vicine al preteso mausoleo di Ascanio.

pag 50-52

VELLETRI

Essa non è più quella Terra, ove, secondo che di lei già scrisse Annibal Caro, non si ha nè che fare, nè che vedere; ed ove, avendo egli alloggiato nel suo viaggio a Napoli, avrebbe trovato vini cotti, provvisione assai magra, cattiva stalla, cattive camere e letti dolorosi. Quest’antica reggia de’ Volsci è da molti anni in qua venuta notabilmente in istato: e perli vantaggi recatile testè dalla via di ferro, che per poco ne tocca le mura, si è ancor di tanto avanzata, che può dirsi oramai una assai bella città, fiorente di popolo e di ricchezze, la quale fornir certo potrebbe di tutte le comodità della vita chi eleggerla volesse per sua abitazione, o starvi alcun tempo a diletto. Velletri è la più cospicua terra che incontrasi lungo l’intero tratto di strada da Roma a Ceprano, divenuta nella bella stagione come un ridotto de Romani, che vi si soglion recare con non minore frequenza che facciano a Frascati, e ad Albano, e alla più lontana Civitavecchia. Certa memoria del tempo in che ella ebbe principio non è a notizia nostra pervenuta, parlandone la prima volta le istorie nella congiuntura ch Anco Marzio quarto re di Roma, rotta la guerra contro de Volsci, e mosso a depredarne le terre, posesi a campo innanzi Velletri, e la strinse di assedio. Vir gilio che ne postremi sei libri della sua Eneide , e massime nel settimo, ne dà così minuto ragguaglio di quel che s’attiene al paese e a costumi del primitivi popoli del Lazio; egli che ricorda Anagni, Artena, Cora, Lanuvio, Pomezia, Priverno e luoghi altri assai ancor de’ più prossimi a Velletri, tace in tutto di quest’ultima città , che avrebbe pur dovuto nominare sì per conto della sua molta celebrità , sì ancor più per gratificarsi Augusto, la famiglia del quale attesta Svetonio nella vita di lui esser da essa derivata: « Gentem Octaviam Velitris praecipuam olim fuisse multa declarant». Avuto riguardo a questo silenzio di Virgilio, ch’è certamente di molto peso, si avvisano gli eruditi che Velletri non esistesse al tempo ch’Enea approdò nei liti d’ Italia : e seguon di poi congetturando che, distrutta Albalonga, e resa già debole per la rovina della metropoli la latina potenza; i Volsci, mal tollerando di più tenersi rinchiusi entro i termini del proprio territorio, preso animo, penetrarono arditamente in quel dei Latini, e vi si furono fortificati, fondando la presente città alle radici del monte Artemisio. Questa chiamarono in loro lingua Velestrom , come ne può far testimonianza una vetustissima lamina di bron zo, della quale ragiona il Fea nelle sue Miscellanee, e che rinvenuta del 1784 nei dintorni di Velletri , fu di poi collocata, come assai rara memoria, nel Museo Bor giano. Da cotal prima appellazione varie altre in pro cesso di tempo ne derivarono, essendosi il paese nomato or Velitrae e Veletra, e quando Velletrum e Velitrum, e talor anche Belitre, come con quasi greco vocabolo l’addimanda Leandro Alberti (1), il quale inoltre chiama Velitrini i suoi abitatori, e dice ch’è molto nominato il vino Velitrino. Sostenne questa illustre città non poche guerre contro i Romani, e più volte vinta da essi, più volte ancora dai vincitori si ribellò, finchè abbattuta in tutto, dopo la fatal disfatta de popoli che faceano parte della lega latina, non potè più mai levare il collo dal giogo dei superbi oppressori.

pag 61

CORl

Tra le varie terre, che sorgono vicin di Velletri, la più ragguardevole è incontrastabilmente Cori, stata da principio città volsca, ma di poi, come si ampliarono i termini del Lazio, dichiarata latina. Essa siede, a guisa di anfiteatro, sopra amenissima pendice de monti Lepini, ed è delle più antiche città, delle quali si abbia memoria al mondo, credendosi per alcuni che la fondasse Dardano troiano quasi che quindici secoli innanzi alla venuta di Cristo. Altri la fanno in poco meno remota età edificata da Coras, ch’ebbe a padre Catillo, e a germano quel Tiburte, il quale si tiene che ponesse la città di Tivoli. Il maggior pregio di Cori è di racchiuder in se i più importanti e meglio conservati avanzi di antichità, che trovinsi, non pur nelle vicine contrade, ma in tutti i dintorni di Roma, toltane per avventura Tivoli già detta: ciò sono le rinomate sue mura Ciclopée (del qual ge nere di monumenti ci sarà data occasione di dover più estesamente ragionare in appresso); molta parte del tem pio di Castore e Polluce, e più ancora dell’altro inti tolato ad Ercole, che serba tuttavia intatto il suo fronte spizio.

pag 63

VALMONTONE

Soleasi già creder comunemente essere Valmontone in quel sito medesimo in che un tempo Labico, antica terra Latina, distrutta, secondo che nota Strabone, l’an no 712 di Roma, nel farsi da Lucio Antonio la guerra contro il triumviro Ottaviano. Ma in successo di tempo, dopo essersi più sottilmente cercato i luoghi del prisco Lazio, e fatto di essi un più accurato confronto co pre senti paesi e con le testimonianze del vetusti scrittori, si è di certo potuto conoscere che Labico sorgea pro priamente nel colle, ove oggi è la terra della Colonna, a sedici miglia da Roma, presso la via Labicana, e poco di sotto a Monte Porzio. Così da prima giudicarono l’Olstenio e il Fabretti, e così recentemente il Nibby, tra i moderni antiquari peritissimo, il quale, oltre a ciò, dichiara che nel luogo della odierna Valmontone esistesse in lontanissima età Tolerio o Toleria che si chiami, città latina essa ancora, e posta a confini de Volsci.

pag 68

SEGNI

Di Tarquinio Superbo ultimo re di Roma leggesi in Dionigi Alicarnasseo (lib. 4, c. 63) che fondò due colonie, l’una in Segni, venuta su non con certo intendimento ma come per caso: perocchè avendo in quell’alpestre monte svernato i soldati romani, munirono gli alloggiamenti in guisa ch’ebbero lor dato forma quasi di città; l’altra colonia fu da lui posta avvedutamente nel promontorio Circèo in sul mar Tirreno, la dove è fama ch’abitasse un tempo la maga Circe pretesa figlia del Sole. Delle quali colonie parlando Tito Livio nel ventesimo del libro primo, dice averle Tarquinio fondate per fine di scemar alquanto la troppo crescente popolazione di Roma, e in un medesimo estender maggiormente i confini del romano impero. Da tali fatti, dalle testimonianze sovrallegate di Dionisio e di Livio, e in fine dal non si trovare fatta menzione di Segni innanzi che Tarquinio vi stabilisse la colonia già detta, prendono taluni argomento a giudi care che l’origine di questa Terra dovè di poco prece dere la espulsione da Roma di quel tiranno, sequìta negli anni duecento quaranta quattro dalla fondazione di essa città.

pag 75

ANAGNI

Fu degli Ernici popoli assai cospicua terra anzi me tropoli Anagni, chiamata latinamente Anania o Ana gnia, e stata nell’antica età di tanta importanza, che bene a ragione Virgilio la soprannomò ricca, Stra bone insigne, Macrobio nobilissima, titoli tutti significativi della pristina sua grandezza ed opulenza. Tanto è la sua origine remota, che si ritorna ai favo losi tempi di Saturno, da cui, anzi meglio dagli Abo rigeni fatti già co Pelasgi un popol solo, comunemente si crede fosse Anagni edificata. Certo esser dovea già d’arme e d’impero potente, quando Enea venne a proda nei lidi del Lazio: perocchè insino da quel tempo co stumavano in essa tener loro adunanze le varie città de gli Ernici insieme confederate. Onde facendo Vir gilio menzione di queste genti, con le quali anche Enea si unì in lega, nominò soli gli Anagnini, come coloro dai quali, secondo che avverte il Cluverio, tutti eran rappresentati quanti allor vivean popoli in quella lunga giogaia di petrosi monti. Questa città, che valse a respinger dalle sue mura l’esercito di Brenno vincitor de’ Romani, fu poi con gli Ernici tutti debellata e fatta obbediente a Roma l’anno quattrocento quaran tasette, sotto il console Appio Claudio. Venne in pro cesso di tempo dichiarata municipio romano, con che le si tolse non pur qualsivoglia diritto di primato ch’e- sercitava su i popoli all’intorno, ma eziandio il potere da se eleggersi i magistrati, salvo in cose che s’atten nessero a religione, e il contrar matrimoni di fuor dai limiti del proprio territorio. E questa punizione ebbero così gli Anagnini come altre genti ancora delle vicine contrade per aver, secondo che narra Livio, preso le armi contro ai Romani.

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SGURGOLA

In ameno colle rimpetto ad Anagni siede il pittoresco paesello di Sgurgola di antica origine, ma incerta, e popolato da più che due mila e trecento abitatori. Dicono il nome essergli venuto dallo sgorgar che quivi di presso fanno alcune polle di acqua, o veramente dal torrente Salto, che nasce esso altresì vicin di Sgurgola, e dopo assai breve corso mette nel Sacco. La vecchia terra o castello racchiudeasi tutta in quanto spazio è compreso dal recinto della Rocca, di cui esistono per anche le rovine in sito assai forte da natura, e mirabile per va stità e bellezza di orizzonte. Lei dominarono da prima i Conti e i Torelli, e susseguentemente i Caetani e i Colonnesi, i quali più forte la resero ancora con averla cinta di mura, di argini e di torri, e datole il modo di altre simili difese.

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FERENTINO

«Se ti è grata una dolce quiete, e il sonno in su le ore prime del giorno; se ti rechi a noia la polvere e il romorio delle ruote e il frastuono delle osterie, vanne a Ferentino». Così scrivea Orazio all’amico Sceva in quella sua epistola ch’è la diecisettesima del libro pri mo, dandoci con queste parole a divedere quanto cara gli fosse la pace del soggiorno di Ferentino, la quale dovè forse aver gustato a prova egli ch’era per suona tural costume così amante della solitudine e nemico dei tumulti cittadineschi, che tanto sol che posto avesse piede entro alle mura della romorosa Roma, gli tornavano tosto in desiderio i giocondi ozi di Tivoli e i romiti silenzi della sua villa Sabina. L’aspetto grave e taciturno di Ferentino tiene anche oggidì fede alle parole del cantor di Venosa: e sarebbe certo questa città assai gradita stanza a chi stanco del vano strepito del mondo bramasse ridurvisi per vaghezza di un viver tranquillo e da ogni civil briga spedito.

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FROSINONE

Di pari vetustà e nominanza che Ferentino è la terra di Frosinone posta a suoi confini e non lunge al fiume Cosa (1); se non che quella agli Ernici, questa già ai Volsci appartenne. E come dell’una disse Orazio nella epistola altra volta ricordata, ch’era luogo assai a pro posito da ridurvisi in salvo dai romori del mondo; così dell’altra il simile affermò Giovenale nella satira terza, ove dichiara esser Sora e Fabrateria e Frosinone ottimi paesi da andarvi a stare di residenza, e vivervi meglio agiatamente che in Roma, chi sapea distaccarsi da giochi Circensi (1). Questa è la città ch’ebbe già da Silio Ita lico soprannome di guerriera: . . . . . Duris qua rupibus haeret Bellator Frusino. (lib. 12). e cui il medesimo scrittore altrove commendò dall’at tendere all’agricoltura, « Atgue a duro Frusino haud imbellis aratro » : la qual lode era, secondo Catone, delle più belle ch’aver si potessero presso i Romani ; e vuol, cred’io, nel presente caso significare quelli esser maggiormente valevoli alla guerra, i quali vengono dal l’esercitarsi in su i solchi del campi. E in vero abilis simi agricoltori furono nelle antiche età i Romani vin citori del mondo, abilissimi agricoltori sono a nostri giorni i Francesi, popolo eminentemente bellicoso. Mal si accordano gli archeologi in determinar l’epoca precisa, in cui ebbe origine Frosinone: nè stabilir la seppe quel sì diligente indagator delle cose antiche il Cluverio, il quale brevemente se ne passa, chiamando questa città vetustissima terra de’ Volsci, per antiquum Volscorum oppidum. Tuttavia non inverisimilmente alcuni fecero giudizio che fosse ella, come altri paesi del luoghi al l’intorno, edificata da Pelasgi, i quali abitarono i pri mi queste contrade d’Italia, e moltissime memorie di lor potenza e civiltà in esse ci lasciarono.

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CECCANO

Essa non può di antichità di origine, nè d’istorica celebrità contendere con molte dell’Erniche o Volsche città, ch’abbiamo più addietro descritto: sì può con al cune di loro venire a concorrenza quanto ad eleganza di edifici, ad agiatezza di famiglie, ad industria e com mercio che, per picciola terra, pur vi fiorisce, massime or quando assai commodità a ciò le presta la via ferrata, che corre a brevissimo tratto dalle sue mura. Se vero è, come si trova per vecchie scritture, ch’avesse ella a più remoti tempi titolo di città; forza è ancor dire che col succeder degli anni deformata da guerre e da lut tuose vicende, di che penuria non fu mai nella nostra sventuratissima Italia, e recato assai a poco il numero de’ suoi abitatori, prendesse al tutto aspetto e nome di villaggio, qual mantenne insin quasi a nostri giorni: perocchè non pria del 1842 rinacque ella al pristino onor di città per decreto del sestodecimo Gregorio, che vide la Terra cresciuta già molto di popolo e ve nir l’un di più che l’altro acquistando nel meglio. Quel Silverio Papa la circondò di mura, che si è da noi detto natio di Frosinone, e che altri al contrario so stengono esser propriamente nato in Campo Trajano, luogo tra detta città e Ceccano. Ma l’antica cerchia di Silverio abbracciava pur il vecchio castello, che va ri levandosi sul dosso del picciol colle, in cima a cui spiana la moderna e più bella parte del paese. Scorre placida mente appiè di esso, e ne bagna le mura il fiume Sacco, il qual si passa sopra un maestoso ponte a più archi tutto fatto di pietra, e assai leggiadramente architettato dal cav. Palazzi. Vedesi dopo il ponte far vaga mostra di se un cospicuo palagio stato poco innanzi fabbricato con bel disegno del Cipolla : appresso è un tempio a stil gotico sotto titolo di santa Maria, che venne, com’è fama, costrutto all’uscir del duodecimo secolo per cura del cardinal Giordani da Ceccano. Oltre il qual tempio e la bella Collegiata sacra al divino Precursor di Cristo, niun’altra Chiesa possiede Ceccano che sia di qualità che abbia a farsene special memoria. Il Theuli nel suo Apparato Minorico della provincia di Roma, messo alle stampe del 1648 in Velletri, dà contezza di un Con vento che aveano i padri Francescani vicin del paese  a pochi passi, e presso a una Chiesa detta di san Seba stiano: il quale peraltro o per difficoltà di provvedere al sostentamento de’ Frati, o per intemperie di aria, o per altra che ne fosse la cagione, già son moltissimi anni si rimase abbandonato. Or di conventi altro più non esiste presso Ceccano che quello, ove stanno i Passionisti, chiamato con particolar nome Ritiro, conforme è stile di codesti religiosi di addimandare i propri monasteri, pel loro starsi remoti dagli abitati luoghi e dalla fre quenza delle genti. Ceccano benchè picciola città, che fa poco più che mille e settanta fuochi, ha tuttavia il vanto di aver, sia nella prisca sia nella moderna età, dato i natali a vari illustri personaggi, tra i quali va principalmente ricordato il cardinal Annibale, che fu legato pontificio in Roma nel celebrarvisi il giubileo a tempo di Clemente VI re sidente in Avignone. Era allora l’eterna Città tutta levata a romore per le mutazioni di stato operatevi da Niccola Gabrini, chiamato volgarmente Cola di Rienzo, che, fat tosi tribuno del popolo, procacciava ridurre nelle proprie mani la somma del comando. Onde così fieri eran gli odi tra popolani e baroni, e sì frequenti ed atroci tra essi accadeano i fatti d’armi, che in uno di questi il Car dinale fu a poco di perder la vita. Di che adirato egli contro il di Rienzo, come principal concitatore del tu multo, ridotta a pace la plebe, lui condannò di carcere e di perpetuo esilio, e avrebbegli forse fatto un peggior giuoco, se non che s’interpose, com’è fama, il Petrarca stato del Cola singolarissimo amico, e che il confortò a seguir l’alta impresa a cui si era messo di mutar le sorti d’Italia (1). Questo sedizioso Tribuno tornato di poi in Roma dal suo esilio, e divenuto per colmo di stolta am bizione tiranno e oppressore di quel popolo stesso (2), che tanto avea prima preso a proteggere e favorire, ebbe infine per un di essi la morte nel 1354, come di poi a più di duecento novant’anni avvenne a Masianello in Napoli. E per tornare a Ceccano, altri insigni porporati eb ber nascimento in essa, ed ultimamente (taccio de viventi) il cardinal Tommaso Gizzi, che per le sue rare virtù di mente e di cuore, ond’era dotato, venne in tanta grazia del pontefice Pio Nono, che costui levato il volle al su premo onore di suo Segretario di Stato. Veggonsi in vicinanza di Ceccano alcune vestigia di antica strada, le quali comunemente si crede ch’appartener possano alla via latina. – . Da Ceccano alla stazione di Ceprano si fanno poco più che chilometri diecinove: ma tra i due luoghi detti, e quasi a mezzo il cammino, è posta l’altra stazione di

POFI

Piccola terricciuola è Pofi, che s’attiene alla provin cia di Frosinone, situata in sul cocuzzol di un colle iso lato, donde la vista ampiamente si spazia non pur su i lieti campi che le si aprono intorno alle falde, ma per tutta ancora quanta è lunga la fertilissima valle latina.

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CEPRANO

In quella parte dell’Itinerario di Antonino Pio ove è descritto il cammino, che si facea luogo per luogo da Roma al termine della via latina, vien subito appresso Frosinone (Frusino) notato Fregellanum, e successiva mente Fabrateria, Interamna, Aquinum (1). Questo medesimo ordine, come che procedendo per contrario viag gio, serba ancor l’istorico Tito Livio, allor che nel capo ottavo del ventesimo sesto narra il procelloso muover di Annibale da Capua verso Roma: « Hannibal quo die Vulturnum est transgressus, haud procul a flumine castra posuit . . . . inde praeter lnteramnam, Aquinumque in Fregellanum agrum ad Lirim fluvium ventum ». E poco dopo: « Hannibal, infestius perpopulato agro Fregellano propter intercisos pontes, per Frusinatem, Ferentinatem que et Anagninum agrum in Labicanum venit ». Dalle quali due autorevoli testimonianze di Livio e dell’Itine rario di Antonino si trae argomento a giudicare che il territorio di Fregelle estendevasi nelle vicinanze del Liri, e che a confine di esso stava l’altro di Frosinone.

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IL LIRl

Nasce questo celebratissimo fiume negli Abruzzi da due fonti credute scaturire dal lago Fucino, donde è parere di alcuni che per occulti meati derivino ancora l’Aniene, e l’Aterno ed altri minor fiumi. Bagna da pri ma le ridenti campagne di Sora; e quindi, accolte in se di sotto di Arpino le acque del Fibreno, vien giù nelle pianure, che si distendono intorno a Ceprano ; a piè de’ monti di Falvatera si accompagna, come altrove è detto, col fiume Sacco; e dopo tal congiungimento, di Liri fatto Garigliano con subita mutazione di nome, si scarica nel mare di Gaeta, poco lunge alle ruine del l’antica Minturno, Placido e queto è il suo corso, tal che rende ancor fede a quel che di esso scrisse già Orazio nell’Ode 31 del lib. l. . . . non rura quae Liris quieta Mordet aqua taciturnus amnis. E Silio (lib. 3.) Et Liris nutritus aquis, qui fonte quieto Dissimulat cursum, ac nullo mutabilis imbri Pestringit tacitas gemmanti gurgite ripas.
Quanto al nome di Garigliano, che se gli rese pro prio ne’tempi di mezzo, vuole il Pellegrino (1) che de rivi da massa Gariliana, ch’era un podere con case componenti come un villaggio nel territorio di Sessa, di cui fa menzione Anastasio bibliotecario nella vita del pon tefice san Silvestro, là dove narra che Costantino impe ratore donò alla Chiesa Lateranense, e altre possessioni, e la massa Gariliana compresa nel detto territorio, « Massam Garilianam in territorio Suessano praestan tem solidos quadringentos». Ma Giovannni Stadio ne’suoi commentari al capo sestodecimo del libro primo di Floro pretende che tal nome venga piuttosto dal monte Gauro, il quale ha principio dall’orientale sponda del Liri, « Gaurus mons initium habet a ripa Liris orientali, unde Garigliano dicitur ». E ancora chi sostiene dirsi Gari gliano corrottamente quasi da amnis Liranus, qual nome si crede che avesse il Liri nel medio evo: altri in altro modo procacciano spiegar l’origine di questa barbara ap pellazione, che meglio, cred’io, sarebbe porre al tutto in dimenticanza, e rendere al nostro fiume il pristino suo e poetico nome di Liri. Di là da esso comincia l’amenissima terra di Lavoro, che agli antichi fu la Campania, detta meritamente felice o che si riguardi la fertilità del suolo, o la mi tezza e benignità del suo aere, o le dilettevoli rive e li frequenti porti delle sue marine. Laonde venne ella con cordemente da vetusti scrittori decantata per la più bella parte del mondo: « Ager campanus orbis terrae pul cherrimus », disse Cicerone nella sua orazione a favore della legge agraria; e Strabone (lib. 5) chiamò la Cam pania felicissima sopra le altre pianure tutte, « Campaniam esse omnium planicierum felicissimam ». Similmente Virgilio distinse questo paese per il meglio dotato di tutte quelle buone qualità che ad un perfetto terreno si richiedono : « Talem dives arat Capua, et vicina Vesevo « Ora jugo . . . . )) (Geog: 2.) Con maggiori lodi celebrò la Campania l’istorico Lucio Floro, il quale nel sestodecimo del libro primo non du bitò affermare esser questa la più bella parte, non che d’Italia, ma del mondo intero, e aggiunse che Bacco e Cerere contendeano insieme a qual più di loro farla po tesse ricca del propri doni, e abbondevole di ogni va rietà di cose, « Omnium non modo ltalia, sed toto orbe terrarum pulcherrima Campaniae plaga est: nihil mollius coelo: nihil uberius solo: denique bis floribus vernat. Ideo Liberi Cererisque certamen dicitur. Nihil hospitalius mari . . . . . ». Meraviglia dunque non è se i popoli dell’antica Italia e d’altronde, allettati da tanta bellezza e fertilità di luoghi, procacciassero a gara di possederla. E prima, siccome è fama, l’abitarono gli Opici o si voglia gli Osci, gente che prese origine dei Sanniti. A costoro successero gli Umbri, e tempo per tempo i Toscani e i Greci, i quali ultimi tennero propriamente le contrade, ove oggi è Napoli, e le sue marittime rive. Il nome di Campania si ha da Virgilio esser derivato da Capi compagno di Enea, il quale fondò Capua, stata un tempo potentissima città e metropoli della Campania tutta: « Et Capys: hinc nomen Campanae ducitur urbi ». (AEne: lib. 10).

(1) Apparato alle antichità di Capua, ovvero discorsi della Campagna felice di Camillo Pellegrino, Napoli 1771.

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ISOLETTA

Questa è piccola borgata, munita di fortezza, presso il fiume Liri, che importanza non ha altra da quella che le viene dall’esser luogo di dogana in sul confine, e stazione per la via ferrata. Di essa ricordami aver letto che la cominciasse edificare il Duca Giacomo Boncompagni nel 1570, a tempo di papa Gregorio decimoterzo. E credono alcuni che il suo sito sia il medesimo con quello ch’occupò già l’antica Fregelle; la qual città, a testimonianza di Strabone, era posta in sul Liri, Fregel lae, quam urbem praeterfluit Liris, ad Minturnas sese effundens (lib. 5), e, secondo che mostrammo più innanzi, esser dovea non molto lunge dal luogo dell’o- dierna Ceprano. Muovendo da Isoletta per alla volta di Monte Cas sino (termine del nostro viaggio) incontrasi da prima la stazione di Roccasecca, e successivamente quelle di Aquino e di San-Germano, posta ciascuna a varia distanza dalle altre, ma tutte in ispazio di ventisei chilometri, quanti appunto ne corrono dalla stessa Isoletta a San-Germano. La via procede chiusa tra i petrosi gioghi dell’Appen nino, e solo a luogo a luogo viene a rallegrar la vista alcuna non ampia ma molto ben culta pianura. Delle singole terre già dette daremo di mano in mano qualche breve cenno, incominciando dalla vicina

ROCCASECCA

Nella meridional costa del monte detto sant’Angelo in Aspreno (parte degli Appennini in terra di Lavoro) siede Roccasecca, la quale può riguardarsi come un com preso di tre piccoli paesi, ciascuno per postura di luogo, e per nome dagli altri distinto. Il principale di essi, che addimandano Valle, trovasi più verso occidente, e contiene, oltre a due Chiese, un Convento di religiosi Francescani, un Ospedale, un Seminario e un Palazzo, ove suol d’ordinario far sua residenza il Vescovo di Aquino. L’altro è di tutti il più antico, che nomano il Castello, e che posto quasi un miglio di lungi alla Valle, possiede esso ancora talune Chiese di poco conto, una delle quali con titolo di Collegiata. Viene ultimo dei tre paeselli il Caprile, volto a guardatura di cielo tra mezzodì e oriente, il quale non avendo se non se po chissime case con pur due Chiese, è meno osservabile ancora che i due precedenti. Di questo dirò solo che i dintorni suoi han nominanza dal produr certa qual erba medicinale, donde sogliono quei paesani formar la pol vere di Roccasecca così chiamata, salutevole a talune infermità. Si avvisano alcuni (e lo scrive anche il Kirker nel suo Lazio) che il Castello o la Rocca sia propria mente il luogo, ov’ebbe il nascere san Tommaso di Aqui no (1). Varia peraltro è intorno a ciò la fama, e sol questo di certo sappiamo che vi fosse il Santo rinchiuso in età poc’oltre all’uscir dell’adolescenza, e che in grandi patimenti vel tenesse la propria genitrice, onde indurlo a spogliarsi l’abito ch’avea vestito di frate Predicatore. Ma con quant’arte e maniere vi si argomentassero così la stessa madre, come i fratelli di lui, non seguì però mai che l’eroico giovinetto si rimuovesse punto dalla sua ferma intenzione, e si recasse a loro desideri. Le Croniche Cassinesi fanno questa Terra edificata nel novecento ottantasei di nostra salute da Mansone abate, il quale, secondo lo stile di que torbidi tempi, cominciò dal porre la Rocca da lui soprannomata Secca, a cagione, dicono, di aver trovato il luogo al tutto manchevole di acque sorgenti. Questi è quel Mansone di non troppo laudevoli costumi, che fondò altresì la vicina Terra di S. Elia, e a chi per congiura de Baroni del circostanti Castelli, venuti in sospetto della troppo crescente po tenza di lui, furono barbaramente cavati gli occhi, ond’egli in capo a pochi giorni morì sopraffatto da estremo dolore.

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AQUINO

Come al primo mirar la gentil terra di Arpino oc corre immantinente al pensiero quel sommo lume della romana eloquenza a chi essa fu patria ; così l’aspetto di Aquino ne reca tosto a memoria l’altro fulgidissimo lume non men di sapienza che di virtù, l’angelico san Tommaso: il quale o, come si è altrove veduto, avesse in Roccasecca la cuna, o, secondo che alcuni portano opinione, nascesse in Aquino, tiensi certo per Aquinate d’origine e di nome. Laonde due italiche Terre di tanto tra loro vicine, non famose di armi nè d’imperi, e per moltitudine di abitatori e sontuosità di edifici punto non riguardevoli, vanno non pertanto al pari delle grandi città nominate e conte solo dall’aver dato il nascere a cotali due singolari ingegni, che niuna età nè regione maggiori non vide giammai. Il divin Tommaso, nato della tanto illustre prosapia de’ Conti di Aquino, è certo la principal gloria che mobilita questo paese, a compa razione di cui l’altra è quasi nulla, che pur gli viene dall’essere stata patria a Pescennio imperatore, al poeta Giovenale, che fiorì sotto il crudo Domiziano, e al ma tematico Vittorino, quale affermano aver saputo compu tare i tempi del tornar della Pasqua con più accuratezza che non facessero già Eusebio, e Teofilo, ed altri che innanzi a lui attesero a cotale arte.  Toccando ora brevemente alcuna cosa di questa ve tustissima Città, dico ch’ella è posta in sur un delizioso piano, non molto lunge al fiume Melfe, ch’è il Melphis de Latini, e che non sembra certo di quell’ onor degno che lo fa Strabone, soprannomandolo magnus, quando esso tiene anzi qualità di semplice torrente che di fiume. Della prisca grandezza di Aquino abbiamo testimoni, oltre a Strabone citato poc’anzi (dal quale è appellata urbs magna) (1), Cicerone, che così sovente parla con lode di questa città nelle sue lettere, e che nella seconda delle sue Filippiche la chiama frequens Municipium (1); e finalmente Silio, che le dà l’attributo d’ingens (2). Se l’edificassero gli Ernici non si ha certa contezza, ma ben questo sappiamo ch’ essa fu del numero delle città componenti la lega de Volsci, la qual bellicosa nazione estendeva insino a queste parti i termini del suo vasto territorio. Poi per altro che i Romani, doma già la fie rezza di queste genti, recato ebbero in loro dominio il paese tutto ch’è oltre al Liri, dichiararono Aquino apparte nere al novello Lazio, come Sinuessa, Interamna, Arpino, Cassino ed altre delle vicine terre poste medesimamente più là che cotal fiume. Divenne allora Aquino città mu nicipale romana, e una Colonia vi si dedusse (3), che dal luogo ebbe nome di Aquinate: dove, per memoria lasciatane da Cornelio Tacito (4), fu d’ordine dell’impe rator Ottone sostenuto, benchè innocente, l’infelice Cor nelio Dolabella, nobilissimo cittadino romano. Il quale, udita com’ebbe la morte di esso Ottone, in mal punto indi si partì, per venire a mano di altro più sospettoso e crudele tiranno, qual si fu Vitellio, che il fece ucci dere poco appresso al suo giungere in Roma (5).

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Le orribil pestilenza, che nel 1038 gitto per essa con uccisione di più migliaia de’ suoi cittadini e dello stesso Siconolfo, che n’era signore; i forti danni c’ebbe più volte a patir per mano dè saracini; la tremenda ruina apportatale circa la metà del XIII secolo dall’imperator Corrado; è più forse ancora la non troppa benignità del suo aere,furono tutte cagioni che venisse ella ogni di più dechinando, da ridursi poi a forma e condizione di semplice borgo. E già dè suoi giorni il claverio la chiamò piccolo castello, tenue oppidum, e l’Alberti innanzi di lui aveala detta città quasi tutta rovinata. Squallide e deserte ne son le vie; la sua chiesa cattedrale, c’appellano il vescovado (tempio di quanta già ricchezza e magnificenza?) giace da lunghi anni abbandonata; ed è degli abitatori suoi così scarso il numero che giunge appena alla somma di cica settecento. Ma dentro la città e per tutti i dintorni suoi sorgono sparsamente qua e là maestosi avanzi di vetusti edifici che fanno indizio al paesaggio di qual foss’ella al tempo del suo primo splendore: e si veggon parte delle antiche mura che giravano per ispazio di circa quattro miglia; Una porta assai ben conservata presso la Via Latina; le reliquie dei templi di Diana e di Cerere Elvina ricordati da Giovenale1 ; quelle di un teatro e di un ponte a un solo arco che si tiene essere appartenuto alla detta Via Latina; e simili altre importanti ruine che troppo sarebbe a volte tutte ricordare.

1 El quoties le Roma tuo refici properantem reddel Aquino, mequoque ad Heivinan Cererem, vestramque Dianam Convelle a Cumis

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Dopo che Zotone duca dei Longobardi de Benevento ebbe nel 581 interamente disfatto la Badia di Montecassino, i pochi monaci che poterono sottrarsi a quella miseranda ruina si ridussero in Roma, ove da Pelagio Papa II venne lordato luogo presso il Laterano. Petronace da Brescia, uomo che al pregio delle ricchezze e della nobiltà di sangue aggiungeva l’altro ancor più lodevole di una assai rara bontà di vita, fu colui che centotrent’anni di poi, a conforti di Papa Gragorio II, rimise in essere il desolato Cenobio, e vi ricondusse i monaci da Roma. Elli in certa goisa può dirsi ancora che fondasse in primo la città di San Germano, in quanto che vedendo di sopra al monte crescere in disuasto modo il numero de religiosi, altro monastero edificò alle radici di esso, a dover locarvi quel più de monaci che alla capacità del superiore convento soprabbondava. Tempo dopo al monastero si agginse una chiesa, che l’Abate Potone pose ad onor di San Benedetto; e di poi Gisulfo, altro abate Cassinese, fece un nuovo e più magnifico tempio consacrandolo al culto del Divin Salvatore. Quivi vicino (come intervenne di più altre chiese e altri monasteri) edificatesi in andar di tempo talune casette, venne a formarsi quasi un piccol borgo, dond’ebbe incominciamento la moderna terra di San Germano. Indi a poco men di settant’anni il santo monaco Bertario la circondò di mura, e le diè in greche voci nome di Eulogimonopoli che viene a dire città di San Benedetto: ma poi che l’imperator Ludovico II nel tornarsi in Francia s’abbattè a passar da questa terra

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ed ebbe alla chiesa del monastero fatto dono di una insigne reliquia di San Germano, stato glorioso vescovo di Capua; ella che pria s’intitolava nel Divin Salvatore prese allora novello nome da detto santo e da lui per innanzi si chiamò esso ancora il paese. Questo Bertario il quale poco fa dicemmo aver cinto di mura la nostra citta e datole altro modo di riparo, credendosi così poterla assicurare da subiti assalimenti de saraceni, nemici acerrimi del nome cristiano, si fu ben tosto accorto quanto cotali sue munizioni fosser debole schermo contro la furia di quei crudelissimi ladroni. Stanziavano allora in foce al Garigliano, donde, non che si stesser contenti a corseggiar le marine d’intorno, veniano arditamente per lo detto fiume sin dentro fra terra spargendo il terrore e la morte ovunque metteano piede. Già eran di notte tempo, per lo folto delle tenebre e le secrete vie dei monti, saliti d’improvviso in su la Badia di Montecassino, e cacciatisi quasi lupi nell’ovile, entro què sacri recinti, avean posto a ruba e a fuoco il cenobio tutto, e fatto lagrimevole scempio de monaci che trovarono senza alcun sospetto giacer tranquilli nel sonno. Ma non contenti al ciò, anzi accesi di eserabil odio contro Bertario Abate, stato per la dietro più volte contro essi a battaglia, messa in punto, tra non molti giorni, una maggior schiera di armati, mossero fuoribondi a danni di San Germano. La qual città come che stesse già sull’avviso, e in assetto di difesa, non pote però protegger al gagliardo loro impeto. Avutala dunque i barbari agevolvente trassero difilati alla chiesa ove trucidando lo stesso Bertario e quei monaci tutti, ch’altro partito non trovando che li scampasse, eransi seco accolti supplichevoli a piè degli altari. Indi, corso e saccheggiato il monastero e la terra tutta quanta, e raccolta quella più preda che poterono, fecero del rimanente orribil guasto e sterminio. Volgea l’anno ottocento ottantaquattro di nostra salute, allor che seguì tanto calamitosa rovina, la prima, ma non sola, che toccasse San Germano, la quale, come luogo assai fortificato, posto in su questo estremo delle contrastate napolitane province, fu anche poi non rade volte di guerre e luttuose scene di teatro, quando per incursioni dei barbari, quando per ire di potenti stranieri come a preda comune, scendean in campo a contendersi a gara di esse terre il dominio. I monaci cassinati che come detto è di sopra, posero i primi questa fiorente città ne tennero anche cosantemente la signoria in sino a tanto che per le mutazioni recate nellos corso secolo in Europa dagli innovatori francesi vennero altresì in queste meridionali contrade della nostra penisola i diritti feudali. Onde la storia di San Germano è con quella della badia di Montecassino strettamente collegata, sì rispetto a tal prolungato monacal dominio su di essa, si ancora perchè niuna alterazione seguì nell’una, di che per la vicinità del luogo non fosse ancor l’altra in alcun modo partecipe. Talmente poi i monaci cassinati riguardarono questo bel paese come cosa loro propria, che vollero nella chiesa posta e ntro al cenobio apparisse figurato l’avvenimento della sua fondazione. Vedesi di fatto cotale istoria espressa graziosamente in pitture a fresco nella cappella sacra al martire San Bertario, ultima delle quattro che incontransi chi entrando in quella augusta basilica volga a dritta. Falsamente alcuni portano opinione che San Germano occupi il luogo dell’antica Cassino1 la quale illustre

1 L’Abate Domenico Romanelli nel suo viaggio da Napoli a Montecassino Napoli presso Angelo Trani 1919 dice di esser fuori di dubbio che San Germano sorga dov’era un tempo il foro di Cassino

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città, come meglio in appresso vedremo, era propriamente situata in costa al monte, che da essa ebbe nome di Cassino; ed esisteva tuttavia non pur nell’ottavo secolo, quando cominciò edificarsi San Germano, ma con moderno nome di San Pietro a monastero, e fatta di città semplice villaggio, durò di stare fino a passata di molti anni la prima metà del quattordiciesimo secolo dominante in Napoli il re Ladislao. Ben’è per altro da credere che de’cassinati assai, dopo rovinato il loro paese, si posassero ad abitare a San Germano e per l’accorrer di essi questa quasi lor patria novella, andasse sempre più scemando di popolo la già abbastanza deserta Cassino. Ne soli li abitatori, ma parte altresi del proprio materiale somministrò questa alla nascente rivale, dico le colonne bellissime, e gli altri preziosi marmi, che tolti ta tempi e dalla curia cassinate, adornano anche di presunte le varie chiese di San Germano. E ne va sopra tutte superba la collegiata, e l’altra che s’intitola la Madonna del riparo, principalissime di quante ne abbia la città. La prima delle quali sorse con molto bell’architettura poco innansi all’ottocentesimo anno di Cristo: ma ricostruita di poi al cader del secolo dieci settesimo, l’antico suo aspetto mutò e prese novelle forme non come di pria eleganti, ma quali sol comportava il pravo gusto de corrotti tempi. Vedesi ora tal colleggiata con partita a tre grandi navi e di marmi, stucchi e pitture e simili ad altre più giuse ad ornamenti con pari ricchezza e bizzarria sopramodo decorata. Ed è in special guisa ragguardevole il coro pe graziosi intagli e le altre opere di rilievo in legno eseguite con assai maestrevol lavoro. L’altra chiesa che abbiamo detto intitolarsi a nostra Donna del riparo, e che si noma Eziandio delle quattro torri rispetto all’essere stata per la dietro munita a suoi quattro angoli di altrettanto torri venne come fama edificata dall’Abate Teodomaro

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in quello stesso secolo ottavo in che ebbe origine la terra di San Germano. Ne sorreggon la volta dodici colonne di erettissimo marmo cipollino (da due in fuori, che sono granito orientale) tutte aventi capitelli d’ordine corintio, le quali credesi c’abbellissero già la curia dell’antica Cassino. Altre chiese possiede San Germano di manco importanza che le due già descritte, ma da mettere in conto esse ancora per alcuna bella opera di arte onde vanno fornite. Bellissimo è altresi il palazzo badiale, così chiamato per la residenza che vi facea d’ordinario il padre Abate di Montecassino, il quale sorge alto in uno delli estremi punti della città che guarda il meriggio; e contiene assai vasti appartamenti ornati già con tanto sfarzo di magnificanza quanto ad albergo di ogni gran signore più si conviene. Ben per ciò potè esso onoratatmente accogliere in ospizio, vari principi regnanti con le loro corti, e personaggi altri vari assai di alto affare e rispetto. Molte sono le anticaglie che, andando vedendo per la terra si incontrano in più luoghi, come a dir d’iscrizioni, vasi, rocchi di colonne, ed altri frammenti di marmi scavati, già dalla vetusta Cassino, le cui rovine trovansi, uscendo da Porta Romana, dopo breve tratto, al cominciar della costa. Grandeggia tra cotali ruine l’anfiteatro, che in parte è conservato e che durerebbe forse il miglior essere se alla malignità del tempo e alla desolatrice ira di barbarie genti congiunta non si fosse a disfarlo l’opera altresì di quei stolti sapienti, che stimarono ben fatto distruggere i bellissimi antichi edifici per costruire i moderni bruttissimi. Una latina iscrizione rinvenuta nei luoghi all’intorno e che ora si conserva nel monastero di Montecassino, dinota che Ummidia Quadratilla, figlia a Caio Ummidio Quadrato fece di sua spesa a cassinati

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anfiteatro e il tempio. Questo Ummidio Quadrato tenne lucrossissimi uffici sotto imperatori Tiberio, Claudio e Nerone; onde non è meraviglia tra quel tempo mettere insieme immensi tesori che scaddero di poi tutti in eredità alla giaddetta Ummidia Quadratilla.
Procedendo più volte verso l’erta del monte, si rivengono eziandio li avansi del teatro e di antichi condotti di acqua e quelch’e più che osservabile una vetusata mole sovrapposta all’anfiteatro, che convertita ora in uso di chiesucciola cristiana nomasi Cappella del crocifisso. Questo edificio occh’ei si fosse un tempio stato già dei gentili, o (come par più sicuro) un sepolcro è in vero assai singolar monumento tra per la solidità delle sue mura che sono in mani pietre quadrate commesse insieme senza opra di calce, e perchè il meglio conservato di quanti rimangono della prisca Cassino. La qual città chiama Strabone ultima dei latini, e memorabile tra le molte terre che si trova esser già fiorite lungo la Via Latina 4. Di lei parla altresì Silio Italico in più luoghi e ove ricorda le sue campagne abitate da ninfe;

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e dove le da aggiunto di nebulosa accennendo forse alle molte correnti di acque che solcan da tutti i lati la valle di San Germano che le nebbie che vi regnan continue, massime a brevi giorni dell’anno. Ignorasi in che tempo, e da chi avesse principio cassino in cui secondo Varrone, tennero già dominio i sanniti originati da Sabini, e che i Romani fecero loro colonia circa l’anno quattrocentoquarantuno, essendo consoli I. Papinio e C. Giunio e niente meglio ciò è noto quanto cadesse ella in si basso stato che da grande e possente città, c’era dall’innansi divenisse di poi picciolo e oscuro villaggio; come che pensino alcuni che ciò seguisse al tempio delle correrie dei Goti, le quali durarono in Italia per quasi intero un secolo, cioè dall’anno 455 al 549 di nostra salute.
Quando la villa di M. Terrenzio Varrone per li eruditi viaggiatori i quali visitano codesti luoghi è oggetto di speciale ricerca, essa sorgea parte di sopra a quei tre progetti, che oggidì si addimandano i Monticelli, e che sono dalla sinistra sponda del rapido detto già Binio; parte si distende ancora nella soggetta pianura, e in sino alle rive del fiume, con forme mostrano i molti avanzi di fabbriche, ch’ivi appariscon tutt’ora di opera reticolata e laterizia così chiamata. Ebbe oltremodo in delizia quel dottissimo scrittore il soggiorno di questa sua casa di compagnia la quale egli descrisse nel terzo delle cose rustiche ed ove dimorò gran parte dei suoi anni, e tutte o presso che tutte, siccome è fama, compese le sue opere. Onde a buon diritto M. Tullio la chiamò asilo degli studi di lui studiorum

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suorum diversiorium, e dopo aver acremente ripreso Antonio; che di un santuario della  sapienza, n’ebbe colle sue turpitudini  fatto un bordello, soggiunse: Quae in illa villa ante dicebantur? Quae cogitabantur? Quae litteris mandabatntur? Jura populi romani, monumenta majorum, omnis sapientiae ratio, omnisque doctrina . . . . (Philipp. II.).
Tornando a dir di San germano, essa è piccola ma molto illustre città in su la terra di Lavoro, animata da poco più di cinquemila abitatori. Il suo sito e a piè di Monte Cassino in fertil pianura tutta irrigata dalle acque del Rapido e di altre fiumane, che scendono copiose dai giochi delle vicine montagne. Vari personaggi ella generò di nome assai chiaro il famoso quali per pregio di armi e di lettere, quali del maneggio di grandi civili negozi.  Tra cui sono primamente da ricordare Pietro e Stefano, cognominati ambedue da San Germano, stato l’un di essi consigliere all’imperatore Federigo II, e mandato da lui in ufficio di suo ambasciatore presso la Santa sede; l’altro dal re Odoardo III d’Inghilterra innalzato all’amministrazione del suo regno.  Vien dopo costoro un Riccardo (del quale ancora altro cognome non so quello di Sangermano) scrittore di lattine Croniche, i cui originali manoscritti si conservano nella biblioteca Cassinese.  Per ciò poi che s’attiene agli studi di giurisprudenza, basta che valentissimi e si reputarono Giovanni Antonio Gizzarelli e Fabrizio Sammarco. Né  in fine  si vuol passare col silenzio quel capitan Cola così mirabile di militari virtù, che sotto Alfonso I  di Aragona meritò essere onorato con titolo di fortezza di guerra.
Da quel lato ove Monte Cassino più si distende verso settentrione,  sorge una rocca, che la Aliberno abbate Cassinese circa all’anno novecento quarantanove fondò

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Nel sasso, non so se a difendere a signoreggiar la terra di San Germano: essa si nomò Janula da un tempio dedicato a Giano, che si crede essere ivi esistito in remotissima età.

BADIA DI MONTE CASSINO

Da San germano a Monte Cassino non ha più spazio di via che di sole tre miglia, le quali si percorrono facendo lunga aggirata intorno all’amena costiera del monte, per cammino assai agevole sormontare, ma non è però possibile a condurvisi le vetture. Poco innanzi di pervenire all’altezza della salita, si dimostra a vedere quella, non so qual dirò più, regale abitazione o stanza di Monaci, che in ammirazione delle genti merge imperiosa al cielo la fronte sopra a sassosa e solitaria montagna. La badia di Montecassino assai insigne monumento della Cristianità, E tale da aversi in altissima venerazione, nonché dall’Italia, ma dall’Europa intera, e da quanti sonno popoli al mondo che posso di senno e civiltà menar vanto.  Già si dal nascer suo primo sali essa in tanta onoranza, che a’ nostrani E stranieri mise essa in tanta onoranza, che a’ nostrani e stranieri mise egualmente nell’animo desiderio di visitarla: e lo stesso re Tortila vi si condusse nel 542, cioè 13 anni appresso al giunger di San Benedetto in questo Monte.  Continua fu poi, come è ancor di presente, la pratica di devoti e curiosi peregrini, che mossi dalla sua tanta celebrità vi traggono in ogni tempo da tutte parti del mondo. I quali, come presa l’erta del monte, pervengono la prima volta veduta della mura del Cenobio, stanno attoniti di meraviglia in contemplare quel tutto assiemi di straordinaria grandezza e magnificenza, che traspare eziandio dall’esteriori sue forme. Or come tanto miracolo di momento in sì remoto e selvatico luogo? come vi si adoperò in costruirlo tanta preziosità di ma teria mista a sì rara maestria di lavoro ? donde tratti gl’immensi tesori che a ribocco vi venner profusi? O in vero sovrumana possanza di nostra Religione divina! Tu sei, che non pur le opulente città, i borghi e i vil laggi, ma esso altresì il muto orror de deserti orni ed avvivi di sontuose moli, di stupende opere di arti, e d’istituzioni salutevoli a disciplina del costumi, che in darno si cercherieno in luoghi, ove è spenta la luce di tue sublimi verità. Alla vista di tanti portentosi tuoi effetti, innanzi a cui vien meno la stolta sapienza del mondo, l’uomo superbo e beffardo, che con impure lab bra osa dileggiarti, è suo malgrado costretto a confessar entro da se la forza di tua onnipossente virtù, e ricos noscere i benefici grandissimi e senza numero, di che tu fosti, e in ogni tempo sarai, larga dispensatrice ai mortali. Mosso a tua fidanza, e scorto dal celeste tuo lume, venia dalle Simbruine pendici a questa romita vetta di monte un umil Pellegrino, il quale, come che sfornito di ogni umano argomento, e tutto alla sem bianza vile e negletto, fu ciò nondimeno in tue mani assai acconcio istromento ad operar tanta mutazione di cose, che dove in prima sorgeano profani boschi ed altari consecrati a sozze divinità, fosse al vero Nume eretto un nobilissimo tempio, e postivi attorno maestosi edifici a ricetto di pii solitari, a scuola di virtù, e donde si spar gesser di poi i primi raggi di luce a illuminar l’Europa ottenebrata da lunga barbarie. Quell’umil pellegrino era il divin Benedetto, nato di Norcia nell’Umbria, e altra e grandissima gloria, di che a buon diritto si esalti la nostra Italia. Il quale posto, ch’era ancor fanciullo, a studio in Roma, e sta tovi intorno a sette anni, preso da vaghezza di soli tudine, indi occultamente si fuggì , e riparò tra gli ermi monti di sopra a Subiaco. Sturbatagli poi dal l’empio parroco Florenzio la dolcezza di quella cara dimora, tolti seco Placido e Mauro, e poc’altra parte de’ suoi bene amati discepoli, venne a più riposata stanza in questa remota parte di Appennino. Mosse con lui insieme ell’ancor la verginella Scolastica, statagli qui, come altrove, sempre indivisibil compagna (1). La quale, poi che dietro alle orme fraterne si fu condotta al no vello eremitorio Cassinese, posesi ad abitare nella valle a piè del monistero in luogo insino a oggi appellato Piu marola, donde poco lontano, e propriamente in riva al fiumicello Cassino, i due santi germani usati erano convenire un tal dì di ogni anno a spiritual loro conforto. Passò di vita l’illustre Patriarca in età di anni 63 (2), che sette ne avea vissuti nella paterna casa di Norcia, Saltrettanti, come detto è, in Roma, trentacinque nel l’eremo di Subiaco, e i quattordici ultimi in Monte Cas sino. Laonde ponendo il Baronio la venuta del Santo nel detto Monte circa gli anni cinquecento ventinove di nostra salute, manifesto è che la morte di lui seguisse nel cinquecento quarantatrè. Una medesima urna rac chiuse già le sue ceneri e della premorta sua sorella Scolastica, e sopra posta vi fu la seguente iscrizione ri portata da Silvestro Maurolico nella sua istoria sacra di tutte le Religioni, il quale dice averne trovato memoria in un codice Cassinese : Nursia me genuit, specus obtulit alta, Casini Mle rapuit vertex, aula beata tenet.

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L’ordine monastico fondato da questo insigne Patriarca rapidamente si propagò sino all’estremo Occidente, e non pur qual’esso fu da lui primamente istituito, ma in tante e sì diverse forme, quanti v’ha altri religiosi isti tuti, congregazioni o compagnie, che da quello, quasi rami da comun tronco, derivarono, e per l’intero orbe si diffusero (1). Infinita cosa sarebbe il voler tutti enumerar gli uo. mini per virtù e per dottrina cospicui, i quali d’ogni tempo fiorirono nelle diverse Badie, e più nella Cassi mese, tenuta per privilegio del romani Pontefici (2), e per riverenza al santo Fondatore, come capo e maestra della altre tutte. Basti pur questo accennare ch’ oltre a qua ranta Monaci di cotali varie Congregazioni furono dal si lenzio di loro romite celle tratti a seder sul trono di Pietro. Faccia ognuno da questi ragione a quanto esser dovette il numero di coloro, che andarono privilegiati della sacra Porpora, o del grado di Vescovi, o di qual’altra è nella Chiesa più sublime dignità . Or che dirò dei tanti sol levati al molto maggiore e più stimabile onor degli al tari? Che dei regnanti (e furono presso a cinquanta) che, posti giù gli scettri e le regali corone, si chiusero nel rozzo saio monacile, e di grandi maestri e reggitori di popoli, si resero discepoli e seguaci di umili cenobiti ad apprender da loro ammaestramento di virtù, e ritrargli esempi di perfetto viver Cristiano? Il quale argomento è, cred’io, più dei mille valevole a provarla santità di nostra Cattolica Fede, e la istituzione al tutto divina dei tanto benemeriti Ordini Monastici. Vero è che dotate succes sivamente le Badie col favor de Principi d’assai pingue patrimonio, e venute queste crescendo in ampiezza di possessioni e magnificenza di edifici, la disciplina de’re ligiosi rallentò alquanto dal suo primo fervore, sicchè s’ebbero in alcun tempo ad avverar giuste le querele, che de molli costumi de Monaci dell’ età sua mosse il grande Alighieri in persona di san Pier Damiano e dello stesso padre san Benedetto. Ma qual’è nell’ umana società sì privilegiato sodalizio, che costantemente mantenuto siasi nella integrità dell’origin sua prima, ed ove non alcun mai degli aggregati tralignato abbia dagli esempi di virtù del primitivo fondatore? D’altra parte, se per mutar d’abito non si muta, come suol dirsi, l’umana natura, qual me raviglia è che i vizi e le malnate passioni quivi anche talvolta germogliar si veggano, donde a ragione più es ser dovrebbero in bando? E perchè poi così a mal’ oc chio affisar i difetti di pochi religiosi, e invidamente sfug gir la viva luce delle troppo maggiori virtù, che nella più parte di essi splendidamente rifulge? Converrebbe gli Ordini regolari esser non d’uomini, ma sì di Angeli composti, a voler pretendere che nel loro seguaci om bra alcuna non apparisse di quei mancamenti, da cui per l’umana fralezza torna assai difficile a guardarsi anche ai più provetti nelle virtù. Se taluni claustrali, obbliando l’altissimo fine al quale, nel rendersi religiosi, furono essi chiamati, non ben talvolta s’accordarono col fatti all’austerità e perfezione di vita professata da loro, altri v’ebbero ancora che, quasi mandati da Dio, procacciarono con la sapienza del consigli e coll’efficacia degli esempi ridurre sul retto sentiero i deviati, e ridestare in essi l’antico sopito fervore. E, per dir de soli Benedettini, non vedemmo noi a questi anni passati presso molti Mo nasteri richiamate a severa osservanza le regole, tornati in onore gl’intermessi studi delle scienze, e fatta rifio rire ogni più sapiente e utile istituzione del divin loro Fondatore? Al che bastò pur l’ opera di pochissimi Re ligiosi dotati di apostolico zelo, e oltremodo solleciti del bene e della gloria di questo cotanto illustre Ordine mo nastico. Vengo ora a dichiarare, quanto più brevemente e meglio potrò, talune delle molte notabili cose, che rac chiude in se la Badia Cassinese.

(1) Tali sono i Camaldolesi, i Vallombrosani, i Certosini, i Cistercensi, gli Olivetani, i Silvestrini, e con essi altri più assai. (2) Cassinense Coenobium (scrisse Urbano II in una sua Bolla spedita del 1092 ) caput omnium Monasteriorum perpetuo habeatur et merito; nam ex eodem loco de Benedicti pectore Mo nastici ordinis veneranda Religio, quasi de Paradisi fonte manavit. Ed in un’altra Bolla, che san Zaccaria papa indirizzò ai Cas sinesi nel 749, leggesi: Illicque lex Monastici ordinis caput teneat et principatum, ubi ejusdem, legis descriptor Benedictus Pater sanctissimus eamdem describens promulgavit regulam.

INGRESSO ALLA BADIA

Entrasi in essa per lungo andito, da principio assai angusto e basso, mal fornito di luce e di maninconioso aspetto, tal che al peregrino, che muove tutto in pen siero della magnificenza del luogo, desta curioso contrasto nell’animo, e il fa quasi dubitare non ponga il piede en tro alle mura di tetra fortezza, anzi che in una tranquilla e splendidissima dimora di Cenobiti. Ma una iscrizione sta nel muro di dentro collocata, che, richiamando il pas seggere dal suo stupore, lo rende avvisato non si dia meraviglia della inconvenienza dell’ entrata, avendo i mo naci voluto mantener la medesima cotal parte di edificio per riverenza al lor padre san Benedetto, che la costrusse il primo ed abitò (1). Contano infatti i Cronisti Cassinesi che come fu il Santo pervenuto in questo Eremo, si posò ad abitare in una torre volta a mezzodì, dove è pia tradizione che durasse orando tutti intieri quaranta giorni dal di della sua venuta, per chiedere a Dio grazia di conver tire a via di verità quelle genti che trovò starsi mise ramente involte nelle cieche tenebre del gentilesimo. Alla qual malagevole impresa si venne egli di poi adoperando a tutt’uomo col predicar continuo, secondo che attesta san Gregorio Magno nella vita di lui (1). Oltre il rispetto dovuto al santo Patriarca, scusa la rozzezza di questo in gresso della Badia il pensare quai fieri turbamenti al sor ger di essa agitassero la povera Italia, e quanto in pro cesso di tempo foss’ella esposta agli odi del potenti vicini Baroni, e alla rapace ingordigia di stranieri invasori. Per il che, a voler provveder di sicurezza al Monastero, e rassicurarlo dalle subite aggressioni del barbari o di chi altro voluto avesse in alcun modo danneggiarlo, fu ne cessaria cosa fortificarne, non che l’entrata, ma tutto ancora quanto attorno girava il claustrale recinto. Non ostante a ciò vide esso più di una volta arse e distrutte le pacifiche sue mura, dispersi o barbaramente sgozzati gl’inermi suoi monaci, e commessi simili altri orribili guasti e atrocità, di che son piene le istorie. A sommo della scala, ch’è all’entrar del Cenobio, apresi spaziosa una bella Corte, detta Chiostro di mezzo o maggiore, rispetto ad altri due di minore ampiezza, che da entrambi i suoi lati appariscono con vaga mostra in veduta del riguardanti. Nel centro è una profonda ci sterna ricavata nel sasso, in su l’ orlo della quale s’in nalzano due marmoree colonne, sopravi un architrave pur esso di pietra d’assai ricercato lavoro. Gira attorno da tre lati della Corte un elegante ordin di logge divisato a più archi che vanno con giusta simmetria a posar sopra basi di travertino. Nell’alto son balaustri, che si levano a pa rapetto degli amenissimi terrazzi soprastanti alle logge, donde può prendersi piacere di così belle e svariate ve dute, che veramente il luogo tien fede del nome di Pa radiso, con cui vulgarmente usano di chiamarlo. L’estre mità della Corte di verso levante è capo ad una grande scalèa compartita a più rispianati, a piè della quale, in figure maggiori del vero, stan collocate le statue dei santi Benedetto e Scolastica. Detta scalèa salisce ad un portico colonnato, che per tre diverse parti dà eccesso all’atrio o vestibulo posto dinnanzi la Chiesa, il quale è di forma equilatera, e ricinto esso ancora da portici con pari numero di colonne per ciascuno de’ suoi lati. Nell’in terno di essi son nicchie, entrovi acconciamente distri buiti i simulacri in marmo di pontefici, imperatori e re, che benemeriti sopra tutti si resero verso l’Abbadia Cas sinese. Dall’ una parte e dall’altra alla entrata mag giore del tempio stanno ambo i genitori di san Bene detto, Euprobo ed Abbondanza, e subito dopo, a man destra, il romano patrizio Tertullo, padre del santo Placido, – a cui giurisdizione s’ appartenne già il monte Cassinate. Seguon di mano in mano le immagini di altri papi e monarchi, fattura le più di esse d’italiano scal pello, e talune del Legros esimio scultore francese.

BASILICA CASSINESE

Entrando da questo lato nella grande Basilica, ven gon prima di ammirare le magnifiche sue porte di bronzo lavorate con assai finezza di arte a opera di getto in Costantinopoli circa l’anno 1066. L’illustre monaco De siderio, stato di poi Papa Vittore terzo di questo nome, avendo veduto le porte bellissime che stanno in Amalfi alla chiesa Cattedrale, piacquegli che in su quel modo fossero altresì foggiate le Cassinesi. Veggonsi in esse scol. piti a note di argento i nomi di moltissime tra Chiese, Terre e Castella, ch’erano a tempo dello stesso Desi derio suggette all’Abbadia: prova di quanto foss’ella al lora possente in vastità di dominio, e soprabbondevole in ricchezza di censo. Varcato di poco il sacro limitare, incomincia a disco prirsi in tutta la maestevol sua pompa il grandioso tempio, che, ad usanza del più splendidi di Roma, appare su perbamente decorato di preziosi marmi, di oro e pitture, e simili altri ornamenti di tanta bellezza e varietà, quanta desiderar meglio si sappia. Alla qual veduta il peregrino, ancor se uso a contemplare le stupende opere di arte, sente tutto muoversi l’animo a meraviglioso diletto, e quasi gli vien poi rammarico che così insigne monumento, da pregiarsene qual’ è più fiorente e regale città, abbia a restarsi ascoso in su di aspra montagna e dal prati car delle genti cotanto remota. Non è questa che di pre sente veggiamo la famosa Basilica, la quale con incre dibile spesa e magnificenza fondò assiemi con l’attiguo Monastero il prenominato Desiderio: conciossiachè l’una e l’altro, tenuti già in universale opinione del più cospicui edifici di quella età, crollassero per orribil tremuoto, cor rendo il Settembre dell’anno mille trecento quaranta nove. Dopo il qual lagrimevol disastro così la Chiesa, come il Monastero si giacquero vari anni un gran cumulo d’informi ruine, e a rilevarli meno non bisognò che la ferma volontà e il potere di un sovrano pontefice, qual si fu Urbano V di nazione francese, che giovinetto avea tra Certosini preso a seguir le regole di san Benedetto. Assai fu grande il fervore, che da prima si pose nell’ope ra di tali restauri, ma come il detto Papa passò a mi glior vita, o che i mezzi bisognevoli a tanta impresa ve nissero con esso a mancare, o fosse nequizia de’tempi, o altra qualsiasi cagione, si andò di poi così a rilento, ch’era già di qualche anno entrato il secolo sestodecimo, e i Monaci per anche pativan disagio di abitazioni. Molto più sodamente si attese a siffatto lavoro per quegli Abati, che stettero successivamente al governo del Monistero dal principio del prefato secolo insino al dechinar di esso. Tra i quali degnissimi di lode si reputarono Eusebio da Modena, Ignazio Vicani e lgnazio Squarcialupi, quegli di Napoli, natio questi di Firenze: mercè del quale ul timo, e massime di Angelo de Faggis, soprannomato il Sangrino dal Castel di Sangro sua terra natale, addi venne che la Badia Cassinese riuscisse opera di quella magnificenza e splendore, che vedesi a nostri giorni. Ma o perchè lo spendere era forse più che non si aveano en trate, o per altro impedimento che si desse, non seguì che il tempio, preso così sontuosamente a ricostruirsi, po tesse esser condotto a perfezione entro quell’aureo secolo decimosesto, che va sì celebrato per esquisitezza di gu sto in ogni genere di arti eleganti. Si rimase esso dunque incompiuto insino all’anno 1640, quando allo spagnuolo Domenico Quesada, abate allora del Monistero, cadde in pensiero di volerlo rifare interamente.

(1) Fornicem saxis asperum ac depressum – Tantae moli aditum angustum Ne mireris Hospes Augustum fecit Patriarchae sanctitas Venerare potius et sospes ingredere

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MONASTERO

La Basilica Cassinese, che giace nel più rilevato del monte, com’è la parte più riguardevole della Badia, così suole la prima esser visitata da forestieri: perciò me piace scorgere da questo lato il nostro viaggiatore ad osservar quanto di meglio contiene l’attiguo Mona stero, incominciando da piani di sopra, i quali primi s’incontrano, chi dalla Chiesa far voglia passaggio ad esso Cenobio. E vedesi anzi tutto la bella Sala del Ca pitolo con intorno vaghi sedili di noce, con dorature e lavori di stucchi nella volta, e dipinti non privi di lode del Di-Majo, in uno de quali è posto quando san Be nedetto ammaestra i suoi discepoli circa le regole del viver monastico. Nelle facciate poi son grandi quadri, ove il De-Mattheis e il De-Mura ritrassero in leggiadre pitture alcune storie del Testamento vecchio e nuovo. Segue la Biblioteca assai celebrata per le opere molte di numero e rare di pregio, che racchiude, tra cui non i codici e i manoscritti che, come preziosi pegni, sotto più gelosa custodia si conservano in separato archivio. Nella qual Biblioteca non sono da passar senza special considerazione gli armari, che veggonsi fioriti tutti di bellissimi intagli in legno a mezzo rilievo, scolpitovi ove busti e putti, ove colonnette, e altre più figure in vari modi espresse, e tutte con finissim’arte lavorate. Molto cospicua parte del monastero è senza dubbio il Refet torio, il quale (lasciamo star la sua grandezza, che fa anch’ella stupire) desta assai maggior meraviglia per l’egregie dipinture, onde si mostra in più luoghi no bilmente fornito. Tra le quali lodatissimo è il quadro collocato nella testa di esso, che si reputa tutt’opera di Leandro da Ponte, figlio del famosissimo Giacomo so prannomato il Bassano, come che fosse, almeno in parte, fatto a comune dallo stesso Leandro e da Fran cesco fratello di lui, che poco appresso al cominciar del lavoro si die infelicemente la morte. Anzi dicono che il prenominato Giacomo venisse qui, come altrove, in aiuto del figli, dirigendone col suo consiglio non meno i giudizi della mente che l’operazione della mano. E da un lato di tal pittura effigiato il padre san Benedetto, che a Monaci e a vari suoi seguaci e discepoli porge il mistico pane della regola monastica o della divina pa rola: la quale azione tien figura di quella, che vedesi alquanto nel lontano rappresentata dall’altro lato, e che in sul monte presso al mar di Galilea operò già il divin Redentore, quando i pesci e i pani prodigiosamente mol tiplicati fece per li suoi Apostoli distribuire tra le nu merose turbe dietro a lui accorse in quel deserto luogo.

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Vicino alla Badia mezzo miglio è l’Albaneta (un romitaggio così chiamato) molto memorabile per la di mora fattavi l’anno 1538 da santo Ignazio Loyola, il quale, avendo in disegno di fondar quella Compagnia, che divenne poi tanto famosa al mondo, si recò in so litudine a quest’ermo ritiro, onde ispirarsi, nel compilar le regole del novello istituto, all’aura celeste che spira intorno all’urna di quel Grande, che restaurò il primo la monastica disciplina in Occidente. Tra gli altri per sonaggi di maggior riguardo che mossi non da vana cu riosità, ma pur da devoto affetto, peregrinarono, come il Loyola, a Monte Cassino, è da annoverare eziandio l’in felice Terquato Tasso, che vi si condusse in su lo scorcio dell’anno 1594, quattro mesi, o poco più, innanzi alla sua morte. Stavasane l’illustre poeta in Napoli nel mo nastero del padri Benedettini, quando il Cardinal Cintio Aldobrandini l’invitò per lettera a portarsi in Roma, ove riceverebbe la corona, ch’eragli a suo grande onore ap parecchiata in Campidoglio. Il quale invito tenne egli assai freddamente, come colui che ritirato già dal mondo, e disingannato delle sue vane grandezze, tali cose omai più non curava: nè certo sarebbesi mosso, se non che gli amici caldamente tutti il sollecitavano a recarsi in Roma, non fosse per altro, per non si mostrar discortese verso così insigne e tanto di lui benemerito Porporato. Partissi dunque, avendo in quel mentre, quasi che indo vinasse di esser vicino alla sua morte, manifestato a Giovan Battista Manso suo singolarissimo amico, che l’an dare era indarno, poichè per quello a che era chiamato non giungerebbe a tempo ; e facendo la via da San Germano, salì da detta città alla Badia Cassinese. E in quel luogo, ove tutto leva a celesti pensieri la mente, e rende pace al cuore e serena giocondità, soprastette quanto durarono le feste ch’ allor correano della Natività di Cri sto: il qual tempo tutto gli andò in attender con quei buoni Religiosi a divote pratiche di pietà, proprie di chi fosse in punto di accomiatarsi in tutto dal mondo, non che si disponesse a ricever da lui il massimo pegno di onore, ch’esso dargli potesse. Non falli a Torquato il presentimento dell’appressarsi del suo fine: perocchè egli, a chi molto più degna corona era in miglior patria ser bata, con bella quanto invidiata morte (imparino i mo dermi miscredenti) passò di vita il dì venticinque di Aprile del susseguente anno 1595, quando già Roma tutta met teasi in festa per celebrar con sontuosissimo apparato la solennità della sua coronazione in Campidoglio. Basti aver ciò brevemente accennato della famosissima Badia Cassinese, e delle cose che in particolar modo ad essa si attengono, rimettendo chi più addentro saperne volesse a molti insigni scrittori, che, avendone in grossi volumi distesamente ragionato, procacciarono con le loro opere render quei sacri Chiostri vivi perennemente alla memoria, e singolarmente cari all’affetto del posteri. Ortu salve, o dolce asilo di pace, portentosa Badia, tempio di santità, scuola di dottrina, ospizio delle arti, sommo e invidiato ornamento della nostra Italia. Due volte disfatta, e tante mirabilmente risurta, dopo il lento correr di lunghi secoli, e il continuo succedersi di for tunose vicende, tu ancor stai, e tanto ancor di tua vista abbellisci quest’ermo Appennino; la tua fama ancor lunge si spande; ancor d’ogni dove traggon meravigliate le genti a visitarti. Pochi Cenobiti, non so come per prov vida cura del Cielo, lasciati starsi tranquilli nel silenzio di questo sacro recinto, veglian tuttora della monumental tua fabbrica, e di tante opere di arte gelosi custodi (1). Che se per lagrimevol destino, e più colpa di chi pro caccia renderti al tutto abbandonata e negletta, un tempo cader tu dovessi, sariemo ancor sempre venerabili al mondo le tue informi rovine, sempre da esse un grido sorge rebbe di rimprovero alla sconoscente ltalia, che mentre si dà vanto di civiltà, e agogna esser grande e gloriosa, lascia pur mandar male tal luogo, che tanta all’italo nome accrebbe gloria e grandezza, e che di alle sue genti seder un tempo maestre di quante sono ora al mondo più culte e civili nazioni.

  • (1) L’autore visitò Monte Cassino corrente il settembre del 1867. Non più che venti Monaci, (tra i quali il chiarissimo p. Luigi Tosti) abitavano a quel tempo la Badia, e ne stava al governo il rev. p. abate De-Vera napolitano, vivo esempio di gentilezza e di cortesia, come è ancor di dottrina e di rara bontà di animo.

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