Culto

Mentre il culto per DIO, chiamato ALLAH, è immutabile e del tutto indifferente all’epoca e allo spazio fisico in cui esso è praticato, la liturgia espressa potrà in varie occasioni adattarsi invece al tempo e al luogo in cui il fedele vive. È nota l’affermazione di Muḥammad, secondo cui l’Islam aborre gli eccessi e il fanatismo, basandosi sull’assunto, più volte ribadito nel Corano, che “DIO non ama gli eccessivi” (II, 190; VI, 141; VII, 31; XVII, 26-27; XXV, 67; XLIV, 31 e LVII, 23). Per questo motivo l’estremo rigore sul piano sia della lettera, sia dei contenuti della Legge, corrisponde nei fatti a un’estrema flessibilità.

Una visione etnocentrica del culto islamico ha però portato, durante il corso della storia europea, a dei grossi fraintendimenti: se per gli europei medioevali Muḥammad era uno scismatico cristiano questa credenza si è evoluta nel corso dei secoli, fino a trasformare i musulmani in “maomettani”; credenza questa parzialmente diffusa anche nel secolo ventesimo – possibilmente alimentata da una visione dell’Islam speculare a quella che i cristiani hanno della propria religione e in particolare della figura di Cristo, divinizzata e dunque adorata. In realtà un musulmano che adorasse Muḥammad, o qualsiasi altro profeta prima di lui, commetterebbe l’errore gravissimo di scambiare i messaggeri, cioè i profeti inviati da DIO sulla terra per annunciare la rivelazione monoteista, con il messaggio, il DIO Unico (wāḥid) e Uno (aḥad) che non ha generato e non è stato generato (lam yalid wa lam yūlad) che avrebbe incaricato Muḥammad di annunciare l’ultima rivelazione, rendendolo così “sigillo/ultimo dei profeti” (khātim al-anbiyāʾ).

Testi Sacri

I testi fondamentali a cui fanno riferimento i musulmani sono, in ordine di importanza:

I musulmani credono che siano d’ispirazione divina, ma parzialmente corrotti dal tempo o dalla malizia degli uomini:

Il dilemma se trattare gli induisti come politeisti cui offrire l’opportunità fra conversione o morte fu superata grazie all’interpretazione di numerosi dotti musulmani, secondo cui anche i Veda sarebbero stati un Testo d’origine Divina, per quanto nel tempo particolarmente corrotti.

Accanto alle sacre scritture, e da esse direttamente ispirata, v’è un’immensa letteratura prodotta nei secoli dalla comunità dei dottori appartenenti sia all’Islam sunnita sia a quello sciita: testi di fiqh (giurisprudenza), di kalām (teologia), di tasawwuf(mistica). Non è da trascurarsi infine che, soprattutto per quanto riguarda la mistica islamica o sufismo, molta pregevole letteratura è stata prodotta in versi da autori di espressione araba e persiana soprattutto, ma anche in turco, urdu ecc.

Assenza di clero

Le correnti principali dell’Islam non ammettono né riconoscono clero e tanto meno gerarchie (indirettamente una forma di ambiente clericale esiste però nell’ambito sciita, in cui si crede che l'”Imam nascosto” eserciti un’ineffabile influenza sui marjaʿ al-taqlīd), dal momento che si crede non possa esistere alcun intermediario fra DIO e le Sue creature.

Da non confondere col clero è la categoria degli imam: musulmani che per le loro conoscenze liturgiche sono incaricati dalla maggioranza dei fedeli di condurre nelle moschee la loro preghiera obbligatoria.

Neppure gli ʿulamāʾ, che si limitano a interpretare il Corano, possono essere avvicinati a una forma di clero, anche se, nell’assolvere alla loro funzione, di fatto tendono a riaffermare il ruolo privilegiato che deve svolgere la religione islamica nella società.

A un ben delimitato ambito giuridico vanno invece ricondotti i mufti, che sono autorizzati a esprimere pareri astratti nelle diverse fattispecie giuridiche, indicando se una data norma sia o meno coerente con l’impianto giuridico islamico.

Similmente devono essere considerati i qāḍī che, storicamente, erano di nomina governativa e chiamati a giudicare in base alle norme della sharīʿa all’interno di particolari tribunali (definiti sciaraitici) che, un tempo, caratterizzavano le società islamiche ma che sono stati progressivamente soppiantati nella maggioranza dei Paesi islamici da tribunali statali che agiscono in base a una normativa che fa riferimento a codici, per lo più d’ispirazione occidentale, anche se ispirati alla tradizione normativa sciaraitica.

Forma di ricerca interiore, il misticismo dell’Islam, è incarnato dai sufi.

Il fatto di rapportarsi direttamente con il sacro e di non ammettere intermediari tra uomo e Dio non rende necessaria la figura del sacerdote (cui quindi non sono, almeno nel Sunnismo, minimamente assimilabili gli ʿulamāʾ o i mufti). Diverso il caso dello Sciismo, dove gli Ayatollah fungono in qualche misura da intermediazione tra i devoti e l'”Imam nascosto”, la cui parusia è attesa alla fine dei tempi, ma che agisce ineffabilmente proprio attraverso i dotti.

Concezione del mondo

Questa dottrina, che non compare nel Corano e negli ʾaḥādīth, è stata elaborata da Abū Ḥanīfa al-Nuʿmān e da altri pensatori musulmani nell’arco di cinque secoli. Un periodo di espansione territoriale per l’Islam, che per questo aveva necessità di dotarsi di una visione geo-politica del mondo che, secondo questa concezione, sarebbe diviso in tre parti:

Contestato invece l’uso dell’espressione “Dār al-Salām“, “Territorio della Pace”, malgrado l’uso fattone in una fatwadi al-Azhar circa l’obsolescenza concettuale della divisione del mondo tra Dār al-Salām (definizione che sembrerebbe usata come sinonimo di Dār al-Islām) e Dār al-ḥarb.

Va comunque sottolineato che tali distinzioni appartengono alla discussione sviluppatasi in età islamica classica e che oggi essa non ha più motivo di essere riproposta, salvo da parte di chi auspica un ritorno a un autoreferenziale Islam delle origini.

« La dottrina islamica contemporanea tende a considerare la contrapposizione tra dār al-Islām e dār al-ḥarb come superata: la esistenza di trattati e istituzioni internazionali universali impone di considerare i paesi non musulmani come dār al-ʿahd, almeno in assenza di uno stato di guerra effettiva. »
(Roberta Aluffi Beck-Peccoz, s.v. «Dār al-Islām», in Dizionario dell’Islam (a cura di Massimo Campanini), Milano, Rizzoli, 2005, p. 83)

Il proselitismo è un obbligo morale per il musulmano (daʿwa, “appello” alla conversione) contro il paganesimo e l’idolatria, ma non riguarda i popoli monoteisti, che in diversa misura posseggono già una parte della Rivelazione tramite l’uso delle Sacre Scritture, che sono sempre ispirate dallo stesso DIO, ma rese incomplete e corrotte per via della manipolazione umana. Le popolazioni del Libro sono gli ebrei e i cristiani, ma nel corso dell’espansione islamica vi furono compresi anche mandei, mazdei, induisti e buddhisti. Maometto stesso ha sottolineato in vari ʾaḥādīth della sua Sunna il portato della Rivelazione coranica.

Specificando con precisione quali differenze vi siano tra fede e sottomissione politica e impositiva per le Genti del Libro, cui la Umma islamica deve garantire il libero esercizio del proprio credo nei territori dell’Islam, pur dovendo rinunciare a qualsiasi forma di proselitismo e pur accettando, in quanto comunità protette, la superiorità politica dell’Islam, la lealtà verso la Umma in quanto entità politica e il pagamento di un tributo. Questa sostanziale “tolleranza religiosa” fu tra i fattori che permisero la veloce conquista dei territori dell’Impero bizantino, dove le eresie cristiane (come il monofisismo) erano invece pesantemente combattute e dove la tassazione era più alta di quella richiesta dagli arabi conquistatori.

 

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