Introduzione
“Abominazione della desolazione” (anche abominio della desolazione) è un’espressione del Libro di Daniele per descrive i sacrifici pagani e quindi illeciti tti fanel Tempio di Gerusalemme durante il governo del re greco Antioco IV (II secolo a.C.). Nel I secolo d.C. l’espressione fu ripresa anche dagli autori dei Vangeli cristiani nel contesto della distruzione romana di Gerusalemme e del Tempio nell’anno 70 d.C. con Marco che fece a Gesù un discorso sulla Seconda Venuta, Matteo 24,15-16 che aggiunse un riferimento a Daniele e Luca 21,20-21 che descrisse gli eserciti romani (“Ma quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti…”); in tutti e tre i casi è probabile che gli autori avessero in mente un futuro evento escatologico, ovvero riferito alla “fine dei tempi”.
La locuzione (che traduce il greco τὸ βδέλυγμα τῆς ἐρημώσεως “l’orrore della devastazione”, usato nella traduzione biblica dei Settanta per rendere l’ebraico shiqqūṣ “orrore, sconcio”, uno dei termini dispregiativi usati anche per indicare i falsi dèi) con la quale nell’Antico Testamento è definito il culto idolatrico di Giove Uranio, al quale nel 168 a.C. Antioco IV eresse nel Tempio di Gerusalemme un altare, rimosso quattro anni dopo. Frase che si ritrova anche nella profezia di Gesù della cosiddetta Apocalisse sinottica (Matteo 24, 15 ; Marco 13, 14), dove assume senso escatologico.
Libro di Daniele
I capitoli 1-6 del Libro di Daniele nascono come raccolta di racconti popolari tra la comunità ebraica tra la fine del IV e l’inizio del III secolo a.C. A quel tempo, un agnello veniva sacrificato due volte al giorno, al mattino e alla sera, sull’altare del tempio ebraico di Gerusalemme. Nel 167 a.C., Antioco IV, il re della dinastia greca dei Seleucidi che allora governava la Palestina, mise fine a questa pratica. In reazione a ciò, furono aggiunti i capitoli visionari di Daniele, i capitoli 7-12, per rassicurare gli ebrei sulla loro sopravvivenza di fronte a questa minaccia. In Daniele cap. 8, un angelo chiede a un altro quanto durerà “la trasgressione che rende desolati”; Daniele 9 parla del “principe che deve venire” che “farà cessare il sacrificio e l’offerta e al loro posto ci sarà un abominio che desolerà”; Daniele 11 narra la storia dell’arrogante re straniero che istituisce l'”abominio che rende desolati”; e in Daniele 12 viene detto al profeta quanti giorni passeranno “dal momento in cui sarà tolto l’olocausto regolare e sarà eretto l’abominio che rende desolati”.
Uno dei punti di vista più popolari era quello di vedere nell'”abominio” una deformazione sprezzante (o un disfemismo) della divinità fenicia Baal Shamin, il “Signore del cielo”; Filone di Byblos identificava Baal Shamin con il dio greco del cielo Zeus, e dato che il tempio di Gerusalemme era stato ridedicato in onore di Zeus (secondo 2 Maccabei 6: 2), i commentatori più antichi tendevano a seguire Porfirio nel vedere l'”abominio” nei termini di una statua del dio del cielo greco. L'”abominio” era quindi un riferimento alle offerte pagane che sostituivano l’offerta ebraica proibita due volte al giorno (cfr. Daniele 11,31 ; 12,11 & 2Maccabei 6:5), o all’altare pagano su cui venivano fatte tali offerte.
Nel Nuovo Testamento
Nel 63 a.C. i Romani conquistarono Gerusalemme e la Giudea divenne un avamposto dell’Impero romano, ma nel 66 a.C. i Giudei si ribellarono ai Romani come avevano fatto i loro antenati contro Antioco. La conseguente Prima guerra giudaico-romana si concluse nel 70 a.C., quando le legioni del generale romano Tito circondarono e infine catturarono Gerusalemme; la città e il Tempio vennero rasi al suolo e l’unica abitazione sul sito fino al primo terzo del secolo successivo fu un campo militare romano. È in questo contesto che furono scritti i vangeli, Marco intorno al 70 d.C. e Matteo e Luca intorno all’80-85, e seppure nessuno degli autori fu testimone oculare della vita di Gesù il Nazareno, altri Testi, che i diversi testimoni lasciarono, furono le fonti utilizzate dai redattori dei Vangeli Canonici di Matteo e Luca, e quindi anche riguardi i passaggi che si riferiscono all'”abominio della desolazione”.
Il capitolo 13 del Vangelo di Marco è un discorso di Gesù sul ritorno del Figlio dell’uomo, e sull’avvento del Regno di Dio, che sarà segnalato dall’apparizione dell'”abominio della desolazione”. Inizia con Gesù che, nel Tempio, parla ai suoi discepoli dicendo che “non sarà lasciata una sola pietra sopra un’altra, ma tutte saranno gettate via”. I suoi seguaci chiedono quando questo avverrà, e in Marco 13, 14 Gesù dice loro: “Quando vedrete l’abominio della desolazione messo in atto dove non dovrebbe stare, allora quelli che sono in Giudea fuggano sopra i monti” (Mc 13, 14). La terminologia di Marco è simile al Libro profetico di Daniele, collocando l’adempimento (o la ripetizione) della profezia ai suoi giorni, sottolineandolo in Marco 13, 30 con l’affermazione: “questa generazione non passerà prima che tutte queste cose abbiano luogo”. Nello specifico l'”abominio” di Daniele era riferito ad un altare illegittimo, o ai sacrifici pagani, e Marco usa un participio maschile per “in piedi”, indicando probabilmente una persona storica concreta (alcuni studiosi suggeriscono Tito), ma potrebbe anche riferirsi ad un’altare innalzato ad altri déi. Matteo 24,15-16 segue da vicino Marco 13,14: “Quando vedrete l’abominio della desolazione, di cui parla il profeta Daniele, nel Luogo Santo (chi legge comprenda), allora quelli che sono in Giudea fuggano sui monti”; ma, a differenza di Marco, Matteo usa un participio neutro anziché maschile e identifica esplicitamente Daniele come fonte profetica. Luca 21, 20-21 elimina completamente l'”abominio”: “Ma quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate che la sua desolazione si è avvicinata. Allora quelli che sono in Giudea fuggano sui monti, e quelli che sono dentro la città partano, e non entrino coloro che sono fuori dal paese”. In tutti e tre i casi è probabile che gli autori si riferissero ad un futuro evento escatologico (l’avvicinarsi del tempo della fine).