Bibbia (Libro di Giobbe)

Giobbe (in ebraico: אִיּוֹב – ʾIyyōḇ; in greco: Ἰώβ – Iṓb) è la figura centrale del Libro di Giobbe nella Bibbia. Nella letteratura rabbinica Giobbe è chiamato uno dei profeti dei gentili. Anche nell’Islam, Giobbe (in arabo: أيّوب, romanizzato: Ayyūb) è considerato un grande profeta.

Giobbe è presentato come un uomo dedito alla famiglia, buono di cuore e operoso, ma che proprio per i suoi meriti inizia ad essere tormentato da Satana (l’avversario) che, con il permesso di DIO, causa orribili disastri. All’uomo di DIO gli vengono tolte tutte le cose che gli sono care, tra cui la sua prole, la sua salute e le sue proprietà. Egli lotta per comprendere la sua situazione e comincia a cercare le risposte alle sue difficoltà. “Perchè il giusto soffre” è una delle questioni chiave del libro, e solo alla fine della sua storia e grazie alla sua grande fede in DIO, Giobbe potrà risolvere i suoi leciti dubbi.

Introduzione

Il Libro ebraico di Giobbe fa parte del Ketuvim (“Scritti”) della Bibbia. I personaggi del Libro di Giobbe sono costituiti da Giobbe, sua moglie, i suoi tre amici (Bildad, Eliphaz e Zophar), un uomo di nome Elihu, DIO, e gli angeli (uno dei quali è Satana, che in Ebraico significa “accusatore/avversario”).

Inizia con un’introduzione al personaggio di Giobbe, che viene descritto come un uomo benedetto che vive rettamente lodando DIO e rispettando la Legge. La fama dell’uomo di DIO spinge un angelo con il titolo di “satana” (“accusatore”) a suggerire al CREATORE che sì, Giobbe serve il SIGNORE, ma semplicemente perché Egli lo ha protetto e benedetto.
Per dimostrare l’errore all’angelo DIO toglierà la sua protezione da Giobbe dando il permesso a Satana di prendere tutto quello che vuole al credente, ma non la sua vita. La grande particolarità del Libro sta anche nel fatto che mai nelle Sacre Scritture Satana si trova al cospetto del CREATORE, così questo “dialogo” è rimasto nei secoli fonte di grande riflessione da parte dei credenti, dei teologi e dei filosofi.

Spunti di riflessione

Capitoli 1-2 Confronto tra DIO e Stana:
Molto interessante riflettere su questo dialogo tra il CREATORE e il Suo Angelo. DIO non risponde all’Accusatore a parole, ma con i fatti, lasciando a Satana la possibilità di capire da sè il suo errore e la grandezza dell’uomo in Giobbe.

Capitolo 3 Le questioni che affliggono il pensiero di Giobbe

Capitoli centrali Gli amici che provano a confortare Giobbe, e i loro ragionamenti:
L’importanza di avere amici veri che nel momento del bisogno accorrono in soccorso dell’uomo di DIO affranto. Non importa quanto possano rivelarsi errati molti dei loro consigli e supposizioni l’importanza è che siano presenti, perchè anche grazie a loro Giobbe riuscirà a riflettere in diverse prospettive riuscendo a comprendere ancora di più la grandezza di DIO. Il  ragionamento degli amici di Giobbe è un sillogismo: DIO manda calamità solo alle persone malvagie, se avete subito una calamità è perchè avete agito in modo malvagio. Ma Giobbe per la sua sapienza non condivide apieno questo pensiero, anche se questo è comunemente accettato da molti credenti. Si chiama teologia del castigo divino e presuppone che DIO benedica coloro che gli sono fedeli e punisca coloro che peccano. Ma questa è una eccessiva semplificazione in merito ad una questione molto più complessa, ma comunque genericamente si può affermare che non è del tutto priva di sostegno biblico. Ci sono molti casi in cui DIO manda calamità come punizione, come per esempio a Sodoma (Genesi 19, 1-29). Spesso le esperienze dell’uomo confermano questa posizione, ma DIO non opera nello stesso mdo modo, ma a seconda delle circostanze, e in questo Libro è molto chiaro: il CREATORE permette una sofferenza del giusto solo a fronte di un bene più grande (le lezione impartira per mezzo di questa incredibile storia al mondo intero). Gesù stesso ha sottolineato che il disastro non è necessariamente un segno del giudizio di DIO (Luca 13, 4). Nel caso di Giobbe, sappiamo che la teologia del castigo divino non è sempre applicabile perché DIO afferma che Giobbe è un uomo giusto (Giobbe 1, 8, 2, 3). L’errore degli amici di Giobbe è quello di applicare una generalizzazione alla situazione di Giobbe, testimonianza che il supporto è sempre accettato, ma il giudizio appartiene solo a DIO.

I tre monologhi: Poema alla saggezza, il monologo di chiusura di Giobbe e i discorsi di Elihu
Ai dialoghi di Giobbe e dei suoi amici segue una poesia (“Inno alla saggezza “) sull’inaccessibilità della saggezza: “Dove si trova la saggezza?” chiede, e conclude che essa è stata nascosta all’uomo (capitolo 28) Giobbe contrappone la sua precedente fortuna alla sua attuale condizione di emarginato, di reietto, deriso e sofferente. Egli reclama la sua innocenza, elenca i principi che ha vissuto e chiede che DIO gli risponda, Elihu (personaggio non menzionato in precedenza) interviene per affermare che la sapienza viene da DIO, che la rivela attraverso i sogni e le visioni a coloro che poi dichiareranno la loro conoscenza.

Capitolo 38-41: Monologo di DIO che parla da in mezzo un uragano.
I suoi discorsi non spiegano la sofferenza di Giobbe, né difendono la giustizia divina, né entrano nel confronto in aula che Giobbe ha chiesto, né rispondono al suo giuramento di innocenza, ma contrastano la debolezza di Giobbe con la saggezza e l’onnipotenza di DIO: “Dov’eri quando ho gettato le fondamenta della terra?” Giobbe fa una breve risposta, ma il monologo del CREATORE riprende, non rivolgendosi mai direttamente a Giobbe. In 42,1-6 Giobbe fa la sua risposta finale, confessando la potenza di DIO e la sua stessa mancanza di conoscenza “delle cose al di là di me che non conoscevo”. Prima aveva solo sentito, ma ora i suoi occhi hanno visto DIO, e “perciò mi ritiro e mi pento”.

Epilogo

Nonostante le sue difficili circostanze, Giobbe non maledice mai DIO, ma maledice il giorno della sua nascita. E nonostante le sue angosce per la sua insopportabile situazione (la malattia arriverà a colpirlo completamente, dalla testa fino alla punta dei piedi), non si limita ad accusare il CREATORE di ingiustizia. La misera condizione terrena di Giobbe è semplicemente la volontà di DIO e solo alla fine si potrà comprendere che quella relativamente breve (rispetto alla sua lunghissima vita) sofferenza ha contribuito a guidare il popolo di DIO nei millenni.
Alla fine (capitolo 42) DIO ricompenserà grandemente Giobbe:

10 DIO ristabilì Giobbe nello stato di prima, avendo egli pregato per i suoi amici; accrebbe anzi del doppio quanto Giobbe aveva posseduto. 11 Tutti i suoi fratelli, le sue sorelle e i suoi conoscenti di prima vennero a trovarlo e mangiarono pane in casa sua e lo commiserarono e lo consolarono di tutto il male che il SIGNORE aveva mandato su di lui e gli regalarono ognuno una piastra e un anello d’oro. 12 Il SIGNORE benedisse la nuova condizione di Giobbe più della prima ed egli possedette quattordicimila pecore e seimila cammelli, mille paia di buoi e mille asine. 13 Ebbe anche sette figli e tre figlie. 14 A una mise nome Jemimah, alla seconda Keziah e alla terza Keren-happuch. 15 In tutta la terra non si trovarono donne così belle come le figlie di Giobbe e il loro padre le mise a parte dell’eredità insieme con i loro fratelli. 16 Dopo tutto questo, Giobbe visse ancora centoquarant’anni e vide figli e nipoti di quattro generazioni. 17 Poi Giobbe morì, vecchio e sazio di giorni.

 

 

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