La scala di Giacobbe

La scala di Giacobbe (in ebraico סולם יעקב “sulam Yaakov”) è una scala che porta al cielo descritta in un sogno che il Patriarca biblico Giacobbe ha avuto durante la fuga da suo fratello Esaù:

Arrivò in quel posto e lì si riposò, perché il sole era tramontato… e si sdraiò in quel luogo. E sognò, ed ecco una scala eretta da terra, la cui cima arrivava fino in cielo. Ed ecco che gli Angeli di DIO salivano e scendevano su di essa, e il SIGNORE si ergeva sopra di lui, dicendogli: “Io sono il SIGNORE, il DIO di Abramo tuo padre e il DIO di Isacco; la terra sulla quale tu giaci, Io te la darò, a te e ai tuoi discendenti. . . . Per mezzo tuo e della tua discendenza saranno benedette tutte le famiglie della terra.
(Genesi 28, 11-14)

 

La scala, e la “salita-discesa” degli Angeli su di essa, è stata da sempre oggetto di studio per i teologi riscontrando un chiaro simbolismo: la propensione di ascendere del credente. Nonostante Giacobbe stesse affrontando una delle prove più dure della sua vita, era a conoscenza che per quanto potesse risultare dura e faticosa salire quella “scala”, questo gli avrebbe permesso di raggiungere un miglioramento terreno. Infatti grazie ad una profonda comprensione del Divino, e solo per mezzo dell’ascesa si potrà ottenere una diversa prospettiva delle cose per una visione migliore rispetto a chi si trova più in basso. Ma la scala è anche un chiaro messaggio di connessione tra Cielo e Terra, tra DIO e gli uomini, una metafora per la vita del credente che rappresenta sia gli alti e bassi della vita e tra la virtù contro il peccato. Una continua volontà nell'”elevarsi” spiritualmente per mezzo della conoscenza, e fisicamente grazie al lavoro. Mentre il corpo di Giacobbe giaceva a terra, il suo volto era rivolto verso il cielo rispecchiando così il modo in cui l’umanità è stata creata, ad immagine di DIO e benedetto dal dono dell’immaginazione (adameh “immaginare”) e dalla capacità di visione profetica. Al risveglio Giacobbe chiamerà quel luogo “Bethel” (letteralmente, “Casa di DIO) perchè in quel giorno e in quel luogo, e grazie a quel sogno la sua vita cambierà per sempre.

Anche Gesù fece riferimento alla stessa scala affermando:

In verità, in verità io vi dico: in futuro vedrete il cielo aperto e gli Angeli di DIO che salgono e scendono sul Figlio dell’uomo.
(Giovanni 1, 51)

 

La Scala di Giacobbe è un affresco di Raffaello Sanzio, databile al 1511 che fa parte della decorazione della volta della Stanza di Eliodoro in Vaticano.

E così il tema della scala verso il cielo è stato affronato da moltissimi Padri della Chiesa, interpretata in diversi modi, ma sempre con l’elevazione della condizione umana come perno, e che grazie all’aiuto del ruolo di Cristo si riesce a colmare il divario tra Cielo e Terra. Nel IV secolo d.C. Gregorio di Nazianzo parla della Scala di Giacobbe come a dei gradini verso l’eccellenza, come in un percorso ascetico in tappe, ed anche Giovanni Crisostomo sembra intendere la metafora in questo modo:

E così, montando per così dire sui gradini, raggiungiamo il cielo con la scala di Giacobbe. La scala, infatti, ritengo che in quella visione simboleggi la graduale salita per mezzo della virtù, con la quale è possibile per noi salire dalla terra al cielo, non usando gradini materiali, ma migliorando e correggendo le buone maniere.

 

Nella tradizione Islamica ci vengono riportati spunti interpretativi molto simili, tracciando un parallelo tra la visione di Giacobbe (in arabo: يَعْقُوب, romanizzato: Yaʿqūb, considerato profeta e patriarca) della scala e gli eventi avvenuti a Mohammed nel Mi’raj. La scala di Giacobbe è stata interpretata dai musulmani come un messaggio di DIO per gli uomini ad indicare la corretta strada da seguire per il credente: il “dritto sentiero”. Lo studioso del XX secolo Martin Lings ha descritto così il significato della scala nella prospettiva mistica islamica:

La scala dell’Universo creato [da DIO] è la scala che è apparsa in sogno a Giacobbe, che l’ha vista estendersi dal Cielo alla terra, con gli Angeli che salivano e scendevano su di essa; ed è anche il “cammino retto”, perché in effetti la via della religione non è altro che la via della creazione stessa, ripercorsa dalla sua fine fino al suo Inizio.
(Lings, Martin. The Book of Certainty. p. 51.)

Conclusioni

Grazie a questa visione ancora oggi si comprende di quanto Cielo e Terra siano connessi e di quanto il nostro operato ci può permettere di salire o di scendere sulla “scala della vita” fino ai luoghi elevati dove DIO dimora, diventando così non solo consapevoli del proprio scopo sulla terra, ma anche dello scopo di tutto il Creato: migliorarsi sempre.

 


Bibliografia

  1. Origen, Homily n. 27 on Numbers, about Nm 33:1–2
  2. Gregory of Nazianzus, Homily n. 43 (Funeral Oration on the Great S. Basil), 71
  3. Gregory of Nyssa, Life of Moses, pp. 224–227
  4. Chrysostom, John. “n. 83,5”. The Homilies on the Gospel of St. John – via CCEL.org.
  5. Kathir, Ibn. “Story of Ya’qub (Jacob)”. SunnahOnline.com. Retrieved 2017-09-07.
  6. Murata, Sachiko; Chittick, William C. (1994). The Vision of Islam (PDF). p. 85.

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