Il filosofo ignorante
Bisogna aver rinunciato al buon senso per non convenire che non conosciamo nulla se non attraverso l’esperienza.
Bisogna essere dei grandi ignoranti per rispondere a tutto quello che ci viene chiesto.
Chi sei? Da dove vieni? Che fai? Che diverrai? Sono domande che si devono porre a tutte le creature dell’universo, a cui però nessuna risponde.
Ho interrogato la mia ragione; le ho domandato che cosa essa sia: questa domanda l’ha sempre confusa.
Il più grande dei crimini, almeno il più distruttivo e di conseguenza il più contrario al fine della natura, è la guerra; ma non vi è alcun aggressore che non colori questo misfatto con il pretesto della giustizia.
Per ciò che concerne i princìpi primi, siamo tutti nella stessa ignoranza in cui eravamo nella culla.
Qual è l’età in cui conosciamo il giusto e l’ingiusto? L’età in cui sappiamo che due più due fa quattro.
L’ingenuo
Incipit
Un giorno san Dunstano, irlandese di nazionalità e santo di professione, partì d’Irlanda su di una piccola montagna che navigò verso le coste di Francia, e arrivò con questo veicolo alla baia di Saint-Malo. Quando fu a riva, diede la benedizione alla sua montagna, che gli fece profonde riverenze e se ne tornò in Irlanda per la medesima strada da cui era arrivata.
Citazioni
La signorina di Kerkabon, spaventata, rinunciava più che mai a ogni speranza di vedere il nipote suddiacono, e diceva piangendo che questi aveva il diavolo in corpo da quando era stato battezzato. (cap. VI, p. 66)
[…] la storia non è che il quadro dei delitti e delle disgrazie. (cap. X, p. 80)
L’Ingenuo faceva rapidi progressi nelle scienze, e soprattutto nella scienza dell’uomo. La causa del rapido sviluppo della sua mente era dovuta alla sua educazione selvaggia, non meno che alla tempra dell’animo suo: poiché, non avendo appreso nulla nell’infanzia, non aveva imparato pregiudizi. Il suo intelletto, non essendo stato curvato dall’errore, era restato integro in tutta la sua rettitudine. Vedeva le cose come esse sono, mentre le idee che ci vengono inculcate nell’infanzia ce le fanno vedere per tutta la vita come esse non sono. (cap. XIV, p. 91)
Le sottisier
È una delle superstizioni dello spirito umano aver immaginato che la verginità potesse essere una virtù.
Gli uomini sono come gli animali: i grossi mangiano i piccoli e i piccoli li pungono.
I soldati si mettono in ginocchio quando sparano, forse per chiedere perdono dell’assassinio.
Le parole sono per i pensieri quel che è l’oro per i diamanti: necessario per metterli in opera, ma ce ne vuol poco.
Solo gli operai sanno quanto vale il tempo; se lo fanno sempre pagare.
Il n’y a que les ouvriers qui sachent le prix du temps; ils se le font toujours payer.
Lettere filosofiche
Entrate nella Borsa di Londra […] Lì l’ebreo, il maomettano e il cristiano si trattano reciprocamente come se fossero della stessa religione, e chiamano infedeli solo quelli che fanno bancarotta.
Entrez dans la Bourse de Londres […] Là, le juif, le mahométan et le chrétien traitent l’un avec l’autre comme s’ils étaient de la même religion, et ne donnent le nom d’infidèles qu’à ceux qui font banqueroute.
Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle.
Schiacciate l’infame!
Ecrasez l’infame!
Trattato di Metafisica
Sbarco nel paese della Cafraria, e comincio a ricercare un uomo. Vedo macachi, elefanti e neri. Tutti sembrano avere un baleno di una ragione imperfetta. Tutti hanno un linguaggio che non capisco e tutte le loro azioni sembrano ugualmente essere relazionate con qualche causa. Se dovessi giudicare le cose per il primo effetto che mi causano, crederei, inizialmente, che tra tutti questi enti l’elefante è l’animale ragionevole. Però, per non scegliere futilmente, prendo i piccoli di queste vari bestie. Esamino un piccolo di nero di sei mesi, un piccolo di elefante, un macachetto, un leonetto, un canetto. Vedo, senza dubbio, che questi giovani animali hanno incomparabilmente più forza e destrezza, più idee, più passioni, più memoria del negretto ed esprimono molto più sensibilmente tutti i loro desideri che quell’altro. Però, dopo un tempo, il negretto ha tante idee quante tutti loro. Mi dò questa definizione: l’uomo nero è un animale che ha lana sulla testa, cammina su due zampe, è quasi tanto pratico quanto una scimmia, è meno forte che gli altri animali della sua taglia, possiede un poco più di idee ed è dotato di maggior facilità di espressione. (1978, p. 62)
Vado alle regioni marittime dell”India Orientale. Adesso sono uomini d’un bel tono giallastro, non hanno lana, ma hanno la testa coperta da grande criniere nere. […] Incontro una specie ancora più singolare che tutte queste. È un uomo vestito bene con un lungo abito nero, che si dice fatto per istruire agli altri Tutti questi uomini che vedi, mi dice lui, sono nati da uno stesso padre. E, allora, mi racconta una lunga storia. Però, quello che questo animale dice mi pare molto sospetto. Mi informo se un nero e una nera, di lana nera e naso piatto, gerano qualche volte bambini bianchi, di capelli biondi, naso adunco ed occhi blu. Mi hanno risposto di no, che i neri trapiantati, per esempio, alla Germania sono rimasti a generare neri. (1978, p. 63)
Incipit di alcune opere
La Pulcella d’Orléans
I. Io non son fatto per cantare i santi;
fioco ho il limbello, ed anche un po’ profano;
ma pur Giovanna canterò che tanti
prodigi fe’ colla virginea mano.
Contro l’anglica rabbia i vacillanti
gigli fermò sul gambo gallicano,
e il suo re tolto dall’ostil furore
unger fe’ in Remme sull’altar maggiore.II. Sotto modesto femminile aspetto,
in corto giubboncino ed in gonnella,
d’un vero Orlando l’animoso petto
ne’ perigli mostrò l’aspra donzella.
Per mio spasso vorrei la sera in letto
una Rosetta dolce come agnella;
Giovanna d’Arco no; le die’ natura
cuor di lione e mi farìa paura.
Micromegas
Traduzione
In uno di quei pianeti che girano intorno alla stella Sirio, c’era un giovane d’intelligenza molto sveglia, che io ebbi l’onore di conoscere l’ultima volta che visitò il nostro piccolo formicaio, e che si chiamava Micromegas.
Sulla tolleranza
L’assassinio di Calas, consumato a Tolosa con la spada della giustizia, il 9 marzo 1762, è uno dei più singolari avvenimenti degni dell’attenzione nostra e dei posteri. La turba dei caduti in innumerevoli battaglie è presto dimenticata, non soltanto perché così vuole l’inevitabile fatalità della guerra, ma perché coloro che sono morti in battaglia avrebbero potuto dar la morte ai loro nemici, non sono periti senza difendersi.
Citazioni su Voltaire
“Come? il turco mio fratello? mio fratello il cinese? il giudeo? il siamese?”. Era il diciottesimo secolo – e Voltaire faceva il verso ai razzisti di allora, agli eterni pregiudizi, alle radici salde dell’intolleranza. “Cadono le braccia a osservare come gli uomini si comportano con gli altri uomini”, sì, ma una possibilità di correggersi c’è sempre. “Dobbiamo lottare contro noi stessi”, scriveva in una lettera, commentando con irritazione la frase di chi, arrivato a una certa età, sbotta: “Ormai sono fatto così”. “Be’, vecchio stupido, cerca di cambiare”. Comincia dalle parole. (Paolo Di Paolo)
Il procedimento di cui Luciano si vale nel capitolo sui «Sacrifici» e lo stesso che serve a Voltaire per canzonare la Bibbia: il ricorso al buon senso, contro l’assurdità della favole religiose. (Arrigo Cajumi)
Il Settecento è Voltaire. (Victor Hugo)
Il signor di Voltaire, a un parrucchiere che gli dava consigli sull’arte di poetare, rispose: “Mastro Andrea, fate parrucche…” Chiedo a me stesso se il grande scrittore francese non sarebbe stato più accorto consigliando a mastro Andrea di studiare la prosodia! (Federico De Roberto)
Io non vi voglio affatto bene Signore; voi mi avete fatto i mali di cui potevo patire di più, a me, vostro discepolo e vostro fanatico partigiano. Avete rovinato Ginevra come prezzo dell’asilo che vi avete ricevuto; avete allontanato da me i miei concittadini come ricompensa degli applausi che vi ho prodigato fra di essi; siete voi a rendermi insopportabile il soggiorno nel mio paese; siete voi che mi farete morire in terra straniera, privo di tutte le consolazioni dei morenti, e gettato per unico onore in un deposito di rifiuti, mentre tutti gli onori che un uomo può aspettarsi vi accompagneranno nel mio paese. Vi odio, insomma, perché l’avete voluto; ma vi odio da uomo anche più degno di amarvi se voi l’aveste voluto. Di tutti i sentimenti di cui il mio cuore era compenetrato, vi resta solo l’ammirazione che non si può rifiutare per il vostro bel genio e l’amore per i vostri scritti. Se posso onorare in voi solo i vostri talenti, non è colpa mia. Non verrò mai meno al rispetto che è loro dovuto, né al modo di procedere che questo rispetto esige. (Jean-Jacques Rousseau)
L’ammirazione sfrenata con cui troppe persone circondano Voltaire è il segno infallibile d’un animo corrotto. Che non ci s’illuda: se qualcuno, percorrendo la propria biblioteca, si sente attratto verso le Œuvres de Ferney, Dio non lo ama affatto. Spesso ci si è presi gioco dell’autorità ecclesiastica che condanna i libri in odium auctoris; in verità niente è più giusto di ciò: rifiutate gli onori a colui che abusa del suo genio. Se questa legge fosse severamente osservata, si vedrebbero rapidamente sparire i libri avvelenati; ma poiché non dipende da noi promulgarla, guardiamoci almeno dal piombare nell’eccesso ben più reprensibile dell’esaltare senza misura scrittori colpevoli, e, tra questi, soprattutto Voltaire. Egli ha pronunciato contro se stesso, senza accorgersene, una sentenza terribile, affermando che uno spirito corrotto non fu mai sublime. Non c’è nulla di più vero, giacché Voltaire, con i suoi cento volumi, non fu mai più che spiritoso; faccio eccezione delle tragedie, dove la natura dell’opera lo costrinse ad esprimere dei nobili sentimenti estranei al suo carattere; ma anche sul palco, su cui trionfa, egli non riesce ad ingannare gli spettatori più sagaci. Nei suoi pezzi migliori, egli rassomiglia ai suoi due grandi rivali, come il più abile ipocrita rassomiglia ad un santo. (Joseph de Maistre)
Lucifero del secolo. (Johann Georg Hamann)
Maestro | Di coloro che mostran di sapere. (Giuseppe Parini)
Possiamo far meglio di Voltaire, superando gli abusi della religione e guardando il positivo del credere. (Julia Kristeva)
Ricordando una frase che è nella voce «letterati» del dizionario di Voltaire – «la più grande sventura dell’uomo di lettere forse non è quella di essere oggetto della gelosia dei colleghi, vittima dell’intrigo, disprezzato dai potenti; ma quella di essere giudicato dagli imbecilli» – possiamo aggiungere, ricordando questa frase, che Borgese ebbe, davvero in questo senso, «tutto»: tanti altri scrittori lo invidiarono, qualche intrigo fu ordito a suo danno, qualche potente lo disprezzò al punto di volerlo perdonare. Ma sopratutto ebbe quella che, secondo Voltaire, è la sventura maggiore: che molti imbecilli lo giudicarono e forse ancora, senza conoscerlo, continuano a giudicarlo. (Nota di Leonardo Sciascia a Le belle di G.A. Borgese, p. 176)
VOLTAIRE. Celebre per il suo spaventevole «rictus». Conoscenze scientifiche superficiali. (Gustave Flaubert)
Indro Montanelli e Roberto Gervaso
Erano cento i volumi comparsi sotto il nome di Voltaire, e non ce n’era uno che non contenesse qualche scintilla del suo genio. A distanza di due secoli, si può rileggerli tutti senza trovarvi un aggettivo superfluo, un grammo di adipe, ed emergere da questa scorpacciata con una fame intatta di Voltaire. Non conosciamo scrittore di cui si possa dire in piena coscienza altrettanto.
In nessuna epoca, in nessun Paese c’è mai stato un intellettuale più “moderno” di lui. Seguita ad esserlo, vecchio di due secoli. Non si può pensare in modo più libero di lui. Non si può scrivere in modo più penetrante di lui. Fu, e rimane, il “maestro” per antonomasia.
Non si può scrivere meglio di Voltaire, non si possono dire cose più serie con più aerea leggerezza (“La solennità è una malattia” diceva. E se i suoi colleghi italiani lo avessero ascoltato!…), con un più perfetto dosaggio di furore, d’umorismo e di fantasia picaresca.
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