Chi erano gli Ipsistari: La vita interiore richiede l’attenzione al mondo

Lo studio del passato di alcune culture che sono oramai scomparse può aiutarci concretamente nel presente. Basta riuscire a seguire la catena degli eventi che lega quello che è stato un tempo, con il nostro presente per renderci conto che il passato non muore mai, ma si trasforma solamente.
Conoscere ciò che avvenne ai nostri antenati e padri non ha lo scopo di delineare le scelte oggi, ma ci consente di valutare le alternative che abbiamo per costruirci un futuro migliore.
I movimenti che cercano di cambiare il mondo immaginano una nuova storia, riconoscendo che la nostra situazione attuale non è né naturale, né tantomeno eterna. Le nostre credenze e religioni sono un agglomerato non solo di rivelazioni profetiche e Scritti Sacri, ma anche di esperienze di donne e uomini comuni che hanno contribuito a farci progredire fino a dove siamo giunti oggi.

Conoscere ciò che avvenne ai nostri antenati e padri non ha lo scopo di renderci certi nelle scelte di oggi, ma di farci rendere meglio conto delle opzioni di scelta che abbiamo per costruirci un futuro migliore.

Studiando ed approfondendo questi eventi e vite del passato ci permette di osservare quel filo conduttore che ci lega con il passato e che si snoda fino al futuro, in quanto parte di un unico Piano che DIO ha i serbo per la salvezza dei giusti. Tra questi retti di cuore possiamo collocare gli Ipsistari, una dottrina religiosa e una filosofica alla quale fu associato il nome di “timorati di DIO”, termine che è ancora oggi è molto presente nella tradizione Islamica, Cristiana ed Ebraica.

Chi erano gli Ipsistari

Possiamo riscontrare negli Ipsistari similitudini tali con le fedi Abramitiche che lasciano intendere di quanto questa setta si comportò come un anello di congiunzione tra la cultura Orientale e quella Occidentale. Il termine greco “Ipsistos” (ὕψιστος “hypsistos”) traduce l’ebraico עליון (elyon) che significa “altissimo”, ricorrente nella Bibbia più di cinquanta volte in sostituzione del Tetragramma o in relazione diretta con il CREATORE. Lo troviamo in Genesi (14, 18-20) per la prima volta, ma poi anche nei Salmi (78, 35 ; 82, 6), in Samuele (2Sam 22, 14) Isaia (14, 13-14), e in molti altri Libri, anche del Nuovo Testamento Cristiano (Atti degli Apostoli 16, 17).
Ipsistos “Altissimo” è un termine superlativo, non adoratori quindi di un semplice Dio del cielo, ma del DIO che risiede più in alto di tutti (“Theos Hypsistos“) chiamato anche “Zeus”, il DIO supremo, o con il vocativo Zeu Pater (“Padre Zeus”) ed evoluzione di Di̯ēus.
Questi termini e altre variazioni simili assimilabili, sono stati ritrovati negli scritti di Gregorio di Nazianzo, vescovo di Costantinopoli e teologo riconosciuto dalla Chiesa cattolica come padre della Chiesa (Orat. 18, 5) e di Gregorio di Nissa (Contra Eunom. II). Ma il termine è collegato anche ad un cospiquo numero di iscrizioni ritrovate dagli archeologi datate dal 100 al 400 d.C. Offerte votive, altari e stele dedicate a Theos Hypsistos, o talvolta semplicemente a Hypsistos, sono state rinvenute principalmente in Asia Minore (Cappadocia, Bitinia e Ponto), sulle coste del Mar Nero e nella vecchia area della Mecedonia.

A differenza dei loro contemporanei politeisti gli Ipsistari adoravano quindi un solo DIO. Gregorio di Nazianzo descrive questo gruppo di fedeli con credenze simili all’Ebraismo, ma che hanno però conservarono anche altre pratiche di culti locali. Non adorano gli idoli, ma venerano la luce, osservano il Sabato (Shabbath) e aderivano alle restrizioni alimentari, ma senza praticare la circoncisione. Gregorio di Nissa nei suoi scritti riporta che si rivolgono a DIO non solo con il termine Hypsistos, ma anche con l’Onnipotente (Pantokrator), altro aggettivo tipico delle religioni monoteiste Abramitiche. Potremo definirli quindi i primi non ebrei che abbracciarono il culto monoteistico del giudaismo del Secondo Tempio. Essi identificano il già conosciuto Zeus (il più grande degli Dei dell’Olimpo) nell’Unico DIO delle Sacre Scritture Ebraiche, rimanendo particolarmente avversi al dogma trinitario che reimase controverso in tutto il periodo di formazione del Critianesimo.

Zeus termine che proviene dal “Dieus” indoeuropeo, e dalla nozione di “luce” contenuta nella radice “dei” ovvero “splendore”, e chiamato anche Dyeus ph2tēr ovvero “Padre della luce/del cielo”

Contesto storico

La religione greco-romana nella sua forma classica principalmente politeista, può fornire informazioni importanti per comprendere meglio i contesti in cui la religiosità e spiritualità odierne si sono evolute. In quei tempi esistevano già delle concezioni monoteiste nell’antica religione pagana (dal latino paganus, da pagus “villaggio”), ovvero in quella professata degli “abitanti dei villaggi”. Il pensiero religioso e filosofico di questi abitanti iniziò ad evolversi, permettendo alle singole comunità di concepire le loro personali idee in merito alla fede. Una sorta di emancipazione di quelle persone di origini più umili che non volevano semplicemente attenersi a quanto ereditato, ma che cercavano in prima persona di avvicinarsi alla Verità.
Si possono facilmente identificare alcune condizioni che portarono alla diffusione di queste nuove concezioni religiose, e tra queste ne riscontriamo tre in particolare che riuscirono a favorire il pensiero e la crescita di questi fedeli:

  1. L’uso comune della lingua (latino e greco) favorito da una crescente alfabetizzazione
  2. La crescente comunicazione tramite lettere scritte
  3. Le condizioni pacifiche e relativamente sicure dei viaggi sia via terra che per mare

Le nuove forme di attività religiosa divennero sempre più presenti accanto ai culti locali e regionali. Possiamo ragionevolmente assumere che gli aspetti locali delle credenze e dei comportamenti religiosi si siano iniziati ad influenzare a vicenda. I culti locali, assumendo nuove forme in risposta alle influenze dall’esterno, e i culti internazionali assumendo più un carattere locale mentre si espandevano in nuovi territori. In altre parole un pensiero che si uniformava, gli ebrei più ortodossi abbracciavano un pensiero più liberale, ma continuando a seguire i fondamenti della dottrina, e i culti popolari affondavano le proprie radici nei canonici Testi Sacri Ebraici. Il politeismo classico per sua natura aveva generato una varietà incalcolabile di divinità e di culti, ognuno specifico di una determinata comunità, o anche in casi estremi, dell’immaginazione dei singoli fedeli. Mentre il nuovo monoteismo andava sempre più omogenizzandosi verso una più globale ed unica Verità.

Evoluzione di nuovi concetti religiosi: l’attenzione al mondo

Al tempo dell’impero romano alcuni culti iniziarono perciò a staccarsi dal politeismo, sviluppandosi al di fuori del contesto dell’Ebraismo e del Cristianesimo più classici.  Tra questi c’erano gli adoratori del Theos Hypsistos, che oggi molti studiosi considerano come la prova di un monoteismo pagano.
Ma gli Ipsistari erano anche grandi adoratori dell’Anima e della bellezza esterna in quanto riflessi del DIO stesso. Non il semplice apprezzamento dell’esteriorità, ma soprattutto riuscire a captare le bellezze spesso nascoste che ci circondano, qualunque sia il nostro contesto, favorendo l’elevazione spirituale. In poche parole per condurre una vita interiore ricca e attiva bisognava essere anche presenti nel mondo domostrandosi disponibili e aperti, vivificando la propria presenza nel mondo per mezzo dall’ammirazione. Una “attenzione al mondo” che arricchisce, alimentando l’Anima di una continua ammirazione delle cose, non semplicemente belle ma in particolar modo buone e giuste per la vita del credente. Il bene per replicarsi va osservato ed imitato, così come per estinguere il male dobbiamo prima conoscerlo e poi evitarlo.

La vita interiore richiede l’attenzione al mondo, ed anche l’eremita e l’asceta solitario nel deserto riescono a trovare uno spunto per la loro meditazione in quello che li circonda, possa essere nel solitario cielo stellato, nella sabbia arida del deserto, nella silente natura o in qualsiasi altra parte del Creato di DIO che possono contemplare.

Il bene per replicarsi va osservato ed imitato, così come per estinguere il male dobbiamo prima conoscerlo e poi evitarlo.

La spiritualità e l’ammirazione riescono a percorrere insieme la stessa strada di crescita. Se ci sforziamo di ripristinare dentro di noi una vita spirituale, o se si vuole accrescere il nostro essere interiore, sicuramente dovremo considerare di partire dal restituire all’ammirazione il posto giusto nelle nostre vite. Come gli Ipsistari rivolgendo la nostra attenzione nei confronti della grandezza di DIO e del Creato, in modo da concepire un punto di partenza e una visione sul nostro prossimo obiettivo nel futuro. Lo spirito non si espande se non parte da una prospettiva di umiltà, dove il non guardare più a se stessi, spinge ed eleva lo spirito attraverso l’ammirazione e l’emulazione di quello che di buono e di giusto troviamo intorno a noi. Ma il punto di partenza dovrà sempre essere l’imitazione di DIO, così come il Libro del Levitico suggerisce:

Siate Santi perchè Io il l’ETRENO vostro DIO sono Santo
(Lv 19, 2)

 

Essere santi non significa essere riconosciuti da un’istituzione religiosa come tali. Analizziamo il termine osserviamo che nella sua etimologia c’è la parola latina sanctus, participio passato di sancire ovvero stringere un patto, un’alleanza, o una consacrazione.
Per ottenere dei risultati concreti nella ricerca spirituale, gli esseri umani del nostro tempo devono quindi destare questa ammirazione, e nutrire il loro Spirito di questa particolare emozione. Ma non dobbiamo dissiparla nei confronti delle cose futili, perchè non si può essere affascinati solo da ciò che risulta bello ai nostri occhi, ma da tutte quelle cose, attività e persone che risultano costruttive, edificanti ed entusiasmanti.

Goethe e l’entusiamo

La parola “entusiasmo” proviene dal greco enthus o en-theos, che significa “avere un Dio dentro”

Un’etimologia della parola entusiasmo si può far risalire al greco enthus o en-theos, che significa “avere un Dio dentro”. L’essere, o anche il semplice sentirsi ispirati, come solo i veri credenti lo sono, conferisce una forza incredibile non solo per l’anima. Seppure ormai sembra essersi persa l’accezione sacrale di questo termine, con entusiasmo oggi si intende comunque quello slancio, passione e attrazione verso un qualcosa o qualcuno. Gli Ipsistari sicuramente possedevano questa forza di spirito se il loro pensiero è riuscito ad arrivare fino a noi oggi, e anche grazie a Goethe abbiamo un esempio dell’eredità che hanno lasciato.

…non ho trovato nessuna confessione di fede alla quale potessi allearmi senza riserve. Ora, nella mia vecchiaia, tuttavia, sono venuto a conoscenza di una setta, gli Ipsistari, che, stretti tra pagani, ebrei e cristiani, hanno dichiarato di voler custodire, ammirare e onorare il meglio, il più perfetto che potesse giungere alla loro conoscenza, e in quanto deve avere una stretta connessione con la Divinità, rendergli riverenza. Una luce gioiosa mi illuminava così all’improvviso da un’epoca oscura, perché avevo la sensazione che per tutta la vita avevo aspirato a qualificarmi come ipsistarista. Questo, tuttavia, non è un compito da poco, perché come si arriva, nei limiti della propria individualità, a conoscere ciò che è più eccellente?

 

Gli adoratori del DIO Altissimo sono stati citati in questa lettera che Goethe in tarda età, scrisse al suo amico Sulpice Boissière. Il più grande leterato tedesco di tutti i tempi non aveva mai aderito completamente ad una confessione religiosa, seppure si ritenesse uomo spirituale, e quasi tutte le sue opere lo confermano. Nessun culto gli si addiceva davvero, non andava in chiesa, e rimane lontano da quell’istituzione per tutta la sua vita, seppur rispettandola sempre. Fece battezzare i suoi figli e non ebbe niente da obbiettare contro un funerale religioso per sua moglie, non ruppe mai pubblicamente i rapporti con la chiesa, ma le sue regole gli erano estranee. Poi un giorno sente parlare della setta degli Ipsistari, la cui professione di fede era semplice: “Essi si dichiaravano pronti”, riferisce Goethe, “a stimare, ammirare, venerare qualsiasi cosa eccellente e perfetta avessero potuto conoscere”.

Essi si dichiaravano pronti a stimare, ammirare, venerare qualsiasi cosa eccellente e perfetta avessero potuto conoscere”

Né Ebrei, né Cristiani, né Musulmani, né pagani, gli Ipsistari avevano come unico credo ovvero l’ammirazione, il riuscirsi ad emozionare ed ispirare davanti a ciò che è “alto” “elevato”, e che di conseguenza si tende ad imitare per una personale crescita. Goethe riconobbe gli Ipsistari come suoi fratelli spirituali, confidando al suo corrispondente di essere rammaricato di non aver conosciuto prima questo gruppo religioso il cui ideale corrispondeva esattamente alla dottrina della Weltfrommigkeit, ovvero la “pietà per il mondo” che egli aveva sempre professato, quell’impegno a prendere sul serio il mondo in vista del Giudizio di DIO, molto simile al concetto ebraico di Tikkun Olam. Questa scoperta, egli prosegue, “fece spuntare per me da un’epoca oscura un raggio di gioia, perché sentii che durante la mia intera vita mi ero sforzato di comportarmi da ipsistaro”. Il pensiero di Goethe deve quindi ispirare le persone nel continuare ad avere fede che la luce presto arriverà, l’epoca oscura sarà allontanata, ma questo solo se impariamo ad ammirare il buono e a replicarlo. Il bene ci salverà, come da sempre ha salvato i giusti atraverso la reincarnazione delle anime, quello che la tradizione mistica Ebraica chiama Gilgul.

Conclusioni

Il culto comune del Theos Hypsistos sembra essere emerso in un’ampia fascia dell’Impero Romano d’Oriente durante lo stesso periodo che ha visto uno sviluppo parallelo sia del Cristianesimo che del Giudaismo. Questo ci porta a concludere che i concetti del DIO Unico si fece largo nello spirito dei credenti in quel periodo e iniziarono a collocarsi all’interno delle dottrine politeiste. I semiproseliti non circoncisi e simpatizzanti del giudaismo ellenistico presenti per lo più in Asia Minore e parte dei Balcani, diventarono rigorosi monoteisti, seppur si consideravano liberi dalla Legge mosaica più rigorosa. Analizzando questo contesto storico, possiamo osservare il percorso che ha condotto la fede nel DIO unico fino ai nostri giorni, un passaggio pieno di vicissitudini che però ha mantenuto una costante: ci ha condotto sempre più vicini a quell’inarrivabile Verità che garantisce la nostra crescita ed evoluzione. Non possiamo giudicare chi tra Ebraismo, Critianesimo ed Islam sia più vicino alla Verità, ma comprendiamo facilmente che per avvicinarci a DIO dobbiamo rimanere aperti al Mondo, capaci di emozionarci e liberi dai giudizi nei confronti degli altri. In questo modo riusciremo a concentrarci nel nostro personale percorso di crescita, e magari come è successo per gli Ipsistari, contribuire al perfezionamento della dottrina e dell’umanità.

 


Bibliografia

  • “One God: Pagan Monotheism in the Roman Empire” Stephen Mitchell,  Peter Van Nuffelen (Aprile 2010 – Cambridge University Press) 9781139488143
  • “Pagan Monotheism in Late Antiquity” Athanassiadi, Polymnia ; Frede, Michael (1999)
  • Mitchell, Stephen (1999). “The Cult of Theos Hypsistos Between Pagans Jews and Christians”. In Athanassiadi, Polymnia; Frede, Michael (eds.). Pagan Monotheism in Late Antiquity. Oxford: Clarendon Press
  • Bowersock (2002), 362
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