YHWH: Il Tetagramma Biblico
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YHWH chiamato anche tetragramma biblico (traslitterato dalle diverse tradizioni in svariate forme come ad esempio JAVÈ, YAHWEH, GEOVA, YAH o JYAH) la sequenza delle quattro lettere (in greco: tetragràmmaton; τέτρα, «quattro» e γράμματα, «lettere») Ebraiche che compongono il nome proprio di DIO (lat. theonymum) descritto nel Tanakh: in Ebraico: יהוה‎ (yod, he, waw, he, da leggersi da destra a sinistra).

Nessuno conosce esattamente l’originale pronuncia (quindi la traslitterazione e la fonetica) in quanto il Nome di DIO per rispetto era assolutamente proibito da pronunciare (terzo Comandamento della Legge Mosaica). Secondo la tradizione Ebraica il Santo Nome (Ebraico: השם‬” Traslitterazione: “HaShem” ovvero “il Nome“) era pronunciato solo una volta l’anno dal Sommo Sacerdote in occasione di Yom Kippur il giorno dell’espiazione, e all’ascolto tutto il popolo cadeva in prosternazione e pianti per rispetto e a causa del forte zelo.

I libri della Torah ed il resto della Bibbia (eccetto Ester) contengono la parola Ebraica יהוה.  Basandosi sulle lettere Ebraiche, la sua pronuncia in ebraico dovrebbe quindi essere vicino a YAHWEH. Coloro che seguono le tradizioni Ebraiche conservatrici non pronunciano יהוה, ad alta voce o in silenzio mentalmente (né lo leggono traslitterato nelle succitate forme di Jehovah o Yahweh). Per interpretazione restrittiva, gli Ebrei infatti considerano, fin dall’antichità, il tetragramma come troppo Sacro per essere pronunciato. La Halakhah (Legge Ebraica) prescrive che il Nome sia pronunciato come ADONAI (quest’ultimo è anch’esso considerato Nome Sacro, da usarsi solamente durante le preghiere); prescrivendo anche che per farvi riferimento si debba usare la forma impersonale HaShem (“il Nome”). La parola è invece sostituita con altri termini divini, sia che si desideri invocare o fare riferimento al DIO di Israele. Un’altra forma sostitutiva ebraica comune, oltre alle già citate, è hakadosh baruch hu (“Il Santo Benedetto”).

Dato che nella lingua Ebraica non si scrivono le vocali, il Tetragramma Biblico è costituito unicamente da consonanti; poiché esso non viene pronunciato, la corretta vocalizzazione (l’interpolazione di vocali alle consonanti) delle quattro lettere del Tetragramma è andata col tempo perduta. Inoltre, delle quattro consonanti che compongono il tetragramma, due hanno un suono semivocalico, e tre possono anche essere mute, nella pronuncia (matres lectionis): pertanto si potrebbe anche arrivare, paradossalmente, a ipotizzare una pronuncia unicamente vocalica, quasi come una emissione ininterrotta del fiato. L’Ebraismo ritiene persa la corretta pronuncia del Nome Sacro: da ciò è nata, a partire dal XVI secolo e soprattutto da parte di studiosi Cristiani, una ricerca approfondita e vasta, tuttora in discussione.

Il Nome potrebbe derivare da un verbo che significa “essere”, “esistere”, “divenire”, o anche “avvenire”.

Origini

Etimologia

Le lettere, appropriatamente lette da destra a sinistra (in ebraico biblico), sono:

Ebraico Nome della lettera Pronuncia
י Yod [J]
ה He [H]
ו Waw [W], o segnaposto per vocale “O”/”U” (cfr. mater lectionis)
ה He [H] (o spesso muta a fine parola)

Molti esegeti affermano che il nome “YHWH” sia un verbo derivato dalla radice triconsonantica dell’Ebraico Biblico היה (H-Y-H), che significa “essere”, “divenire”, “avvenire”. Ha הוה (H-W-H) come forma variante, con un prefisso Y in terza persona maschile. Si collega al passo Esodo 3:14 in cui DIO dà il Suo Nome come אֶהְיֶה אֲשֶׁר אֶהְיֶה (Ehyeh Asher Ehyeh), dove il verbo, tradotto basilarmente come “Io sono Colui che è”, o “Io sono Colui che sono”, “Sarò chi sarò” o ancora “Io sono Io-sono” o “Diverrò ciò che deciderò di divenire”, “Diverrò qualsiasi cosa mi aggradi”. יהוה con la vocalization (niqqud) “YAHWEH” potrebbe in teoria essere l’inflessione verbale hif’il (causativa) della radice HWH, con un significato del tipo “colui che induce ad esistere” o “che dà la vita” (l’idea base della parola essendo “respirare” e quindi “vivere”) o “Egli fa divenire”. Come inflessione verbale qal (paradigma base), potrebbe significare “Colui che è, che esiste”.

Significato

L’interpretazione del tetragramma si basa su un passo del Libro dell’Esodo (3, 14): in tale versetto esso è solitamente tradotto in italiano con “Io Sono”. Nella Septuaginta dove il tetragramma è reso come Kyrios, il Nome è tradotto “ego eimi ho òn” letteralmente “io sono l’esistente”.

La Jewish Encyclopedia riporta:

« è possibile determinare con un buon grado di certezza la pronuncia storica del Tetragramma, e il risultato è in accordo con l’affermazione contenuta in Esodo 3:14, nel quale la radice verbale si rivela come “Io sarò”, una frase che è immediatamente preceduta dall’affermazione completa “Io sarò ciò che sarò”, oppure, come nelle versioni in italiano (o in inglese) “Io sono” e “Io sono ciò che sono”. Il nome deriva dalla radice del verbo essere, ed è visto come un imperfetto. Questo punto è decisivo per la pronuncia poiché l’etimologia è basata in questo caso sulla parola nota. Gli esegeti più antichi, come Onkelos, i Targumin di Gerusalemme e lo pseudo-Gionata considerano Ehyeh e Ehyeh Asher Ehyeh come il nome della Divinità, e accettano l’etimologia di hayah: “essere” »

Il tetragramma potrebbe anche significare “io mostrerò d’essere ciò che mostrerò d’essere” oppure “Io sono l’essenza dell’essere”: il nome per indicare che DIO può manifestarsi nel tempo come tutto ciò che desidera e che attualmente è fuori del tempo. Con ciò YHWH dice a Mosè di essere colui che è sempre presente a favore del suo popolo. Il nome di DIO assume così un doppio significato:

  • storico-salvifico: io sono colui che è presente per salvare il mio popolo dalla schiavitù d’Egitto; si ritiene che tale significato sia il più fedele al contesto in cui il nome appare.
  • metafisico: io sono colui che esiste di per sé; DIO rivela a Mosè di essere l’Essere in quanto essere. Tale significato è stato sviluppato in epoca Cristiana, soprattutto nell’ambito della riflessione metafisica e ontologica. Infatti, le caratteristiche di YHWH corrispondono a quelle che Parmenide aveva definito per l’essere (immutabilità, incorruttibilità, eternità).

Il teologo Hans Küng nel libro DIO esiste, paragrafo “L’unico DIO con un Nome”, fa un’ampia disamina sul significato del Nome, esprimendo un punto diverso:

« […] JAHVE’ (abbreviazione in «JAH»): scritto in Ebraico soltanto da quattro consonanti, con il tetragramma JHWH. Soltanto in epoca molto posteriore, non volendo più pronunciare per rispetto il nome di JAHVE’ (a partire dal sec. III), si aggiunsero alle quattro consonanti le vocali del nome divino «ADONAI» (“SIGNORE”), dando così motivo ad alcuni Teologi medievali di leggere «JEHOVAH» invece che JAHVE’. Ma qual è il significato del nome JAHVE’? In tutto l’Antico Testamento, nel quale il nome ricorre più di seimilaottocento volte, si trova soltanto l’enigmatica risposta ricevuta da Mosé sul Sinai, davanti al roveto ardente: «ehejeh aser ehjeh». Come tradurre questa dichiarazione, sulla quale è stata scritta tutta una piccola biblioteca? Per lungo tempo ci si è attenuti alla traduzione greca dell’Antico Testamento (detta dei Settanta, in quanto opera, secondo la tradizione, di settanta traduttori): «Io sono Colui che sono». Una traduzione che conserva ancora il suo valore. Il verbo «hajah» infatti – sia pure in rarissimi casi – significa anche «essere». Per lo più però il suo significato va cercato tra «essere presente, aver luogo, manifestarsi, accadere, divenire». Siccome inoltre in Ebraico si ha la stessa forma per il presente e il futuro, si può tradurre tanto «Io sono presente quando sono presente» quanto «Io sono presente quanto sarò presente» oppure – secondo il grande traduttore ebreo dell’Antico Testamento Martin Buber – «Io sarò presente quando sarò presente». Qual è il significato di questo nome enigmatico? Non si tratta di «una dichiarazione sull’essenza di DIO», come ritenevano i Padri della Chiesa, gli scolastici medievali e moderni: nessuna rivelazione dell’entità metafisica di DIO, da intendersi nel senso greco di un essere statico («ipsum esse»), nel quale, secondo la concezione tomista, l’essenza e l’esistenza coinciderebbero. Si tratta «piuttosto» di «una dichiarazione sulla volontà di DIO», secondo l’interpretazione oggi fornita dai principali esegeti dell’Antico testamento: vi si esprime la presenza di DIO, la sua esistenza dinamica, il suo essere presente, reale, operante, il suo infondere sicurezza , il tutto in una formulazione che non permette oggettivazioni, cristalizzazioni e fissazioni di sorta. Il nome «JAHVE’» quindi significa: «Io sarò presente!» – guidando, aiutando, rafforzando, liberando. »
(Hans Kung)

Il significato del nome secondo Franz Rosenzweig è : Ich werde dasein, als der ich dasein werde.

Il filosofo ebreo Ernst Bloch afferma che “il DIO dell’Esodo non è statico come gli dei pagani”, e suggerisce che il passo biblico Esodo 3:14 si traduce con “Io sarò quello che sarò” in contrasto con la Biblia Sacra Vulgata del V secolo, dalla quale derivano o fanno riferimento le maggiori traduzioni successive, nella quale leggiamo “ego sum qui sum“, ed il testo masoretico Codex Leningradensis, nel quale leggiamo “אֶֽהְיֶ֑ה אֲשֶׁ֣ר אֶֽהְיֶ֖ה”, ossia “‘eh·yeh ‘ă·šer ‘eh·yeh”, “Io sono chi io sono”.. L’intenzione del filosofo è quella di proporre un contrasto con l’iscrizione “EL” del tempio di Apollo a Delfi, che secondo la sua “interpretazione mistico-numerica” si tradurrebbe “Tu sei”.

Pronuncia

La pronuncia più vastamente accettata del tetragramma (YHWH) è YAHWEH. L’esegeta benedettino Genebrardus (Francia, 1535–1597) propose la pronuncia Jahve basandosi sull’asserzione di Teodoreto che i Samaritani usassero la pronuncia Iabe. Alla maggioranza degli Ebrei comunque era proibito pronunciare o persino scrivere l’intero tetragramma.

Il biblista Arthur Lukyn Williams (1853-1943) asserì che la pronuncia del tetragramma dovesse essere YAHO o YAHU basandosi sui nomi teofori della Bibbia (TaNaKh) che terminano in YHW. In assenza di una vocalizzazione precisa, ogni traduttore moderno deve comunque usare un certo criterio per inserire nel tetragramma le vocali che permettano di leggerlo in una delle lingue correnti. Nelle edizioni odierne della Bibbia il nome può essere pertanto trascritto in vari modi, a seconda delle ipotesi sottese.

Le vocalizzazioni più conosciute sono:

  • A E (YAHWEH, da cui, in italiano, JAHVE’ )
  • E O A (YEHOWAH, da cui, in italiano, GEOVA)

La vocalizzazione O A I sembra molto forzata. È accettata la vocalizzazione A E, che fa riferimento al testo del capitolo 3 del libro dell’Esodo in cui DIO rivela il Suo Nome a Mosè. In questo caso dal testo si evince che יהוה è una forma arcaica del verbo essere in Ebraico (hawah, moderno hajah), significante “Egli è”, in una forma causativa del verbo.

Forzata è anche la vocalizzazione I I, che deriverebbe da un’altra trascrizione (יי). Si tenga poi presente che la lettera vav (ו), una volta vocalizzata in O o U, perde il suono V per assumere un suono puramente vocalico, quindi il tetragramma potrebbe essere una sequenza di soli suoni vocalici.

In tempi recenti, altri studiosi hanno analizzato alcuni nomi Ebraici di persone o luoghi contenuti nelle scritture che mantengono una forma abbreviata del Nome divino. Le ipotesi scaturite da questi studi separati si concentrano su una fonetizzazione con tre sillabe, come ad esempio YAHOWAH o YEHOWAH.

Vocalizzazione tiberiense

Il testo consonantico originale della Bibbia Ebraica era, molti secoli dopo, fornito di segni vocali dai Masoreti per aiutarne la lettura. Nei punti in cui le consonanti del testo da leggere (il Qere) differiva dalle consonanti del testo scritto (il Ketiv), i Masoreti scrissero il Qere ai margini come nota che dimostrava come si doveva leggere. In tal caso le vocali del Qere erano scritte sul Ketiv. Per alcune parole più frequenti la nota a margine veniva omessa: questa forma si chiama Q`re perpetuum.

Uno di questi casi frequenti fu il tetragramma, che secondo l’osservanza ebraica antica non doveva essere pronunciato, ma letto come “ADONAI” (“Mio SIGNORE”) oppure, se la parola precedente o quella successiva era già “ADONAI” o “ADONI”, bisognava leggerla come “ELOHIM” (“DIO“). Questa combinazione produce יְהֹוָה e יֱהֹוִה rispettivamente, parole obsolete che si rendono con “YEHOVAH” e “YEHOVIH” rispettivamente. I manoscritti più antichi completi o quasi completi del Testo Masoretico del TaNaKh con la vocalizzazione tiberiense, quale il Codex Aleppo ed il Codex Leningradensis, entrambi del X o XI secolo, in gran parte riportano יְהוָה (YEHVAH), senza punto sotto la prima H; ciò potrebbe essere perché il punto diacritico della o non gioca un ruolo utile nel distinguere tra ADONAI e ELOHIM (e quindi è ridondante), o potrebbe indicare che il Qere è “Shema”, che è l’aramaico de “il Nome”.

Semivocali consonantiche

Evoluzione del tetragramma dall’alfabeto fenicio, all’aramaico antico, all’attuale ebraico

In ebraico antico, la lettera ו, nota a interlocutori ebrei moderni come vav, era una semivocale /w/ (come per l’inglese e non per il tedesco) piuttosto che una /v/. La lettera, nel mondo accademico, viene indicata come waw, e conseguentemente in Ebraico: יהוה‎ è rappresentato nei testi accademici come YHWH. Nell’Ebraico biblico non punteggiato, gran parte delle vocali non vengono scritte e quelle che vengono scritte sono ambigue, poiché le lettere vocali sono usate anche come consonanti (simile all’uso latino di V per indicare sia V che U – cfr. matres lectionis per dettagli). Per pari ragioni, la comparsa del tetragramma nei papiri in egiziano antico del XIII secolo p.e.v. non getta luce sulla pronuncia originale. Pertanto in generale è difficile dedurre come una parola venga pronunciata basandosi solo sulla sua grafia, ed il tetragramma ne è esempio particolare: due delle sue lettere possonio servire come vocali, e due sono segnaposti vocalici, non pronunciabili. Pertanto il filosofo e storico del I secolo Flavio Giuseppe ebbe a dire che il nome sacro di Dio consiste di “quattro vocali”.

Questa difficoltà si verifica anche in greco nella trascrizione di parole Ebraiche, perché al greco manca una lettera che rappresenti la consonante “y” e (dalla perdita del digamma) di una lettera “w”, causando la trascrizione in greco delle consonanti ebraiche “yod” e “waw” come vocali. Inoltre, la “h” non iniziale provocò difficoltà ai greci e spesso rischiava di essere omessa; χ (chi) era pronunciata come “k” + “h” (come nell’hindi moderno “lakh”, cioè लाख) e non poteva essere usata per rappresentare “h”, come nel greco moderno Χάρρι = “Harry”, per esempio.

ADONAI

Le vocalizzazioni di יְהֹוָה (YEHOWAH) e אֲדֹנָי (ADONAI) non sono identiche. Lo schwa in YHWH (la vocale ְ sotto la prima lettera) e la hataf patakh in ‘DNY (la vocale ֲ sotto la sua prima lettera) appaiono differenti. La vocalizzazione può essere attribuita alla fonologia dell’Ebraico biblico, dove la hataf patakh è grammaticalmente identico allo schwa, rimpiazzando sempre ogni schwa naḥ sotto una lettera velare. Poiché la prima lettera di אֲדֹנָי è una velare, mentre non lo è la prima lettera di יְהֹוָה, la hataf patakh sotto aleph (velare) torna ad essere uno schwa regolare sotto alla lettera (nonvelare) yod.

La tabella qui sotto considera rispettivamente i punti vocalici di יְהֹוָה (Yehowah) e di אֲדֹנָי (Adonai):

Parola ebraica #3068
YEHOVAH
יְהֹוָה
Parola ebraica #136
ADONAY
אֲדֹנָי
(HE) Yod Y א Aleph occ. glottidale sorda
ְ Sh’wa semplice E ֲ Hataf Patah A
ה Heh H ד Daleth D
. Holem O . Holem O
ו Waw W נ Nun N
ָ Kametz A ָ Kametz A
ה Heh H י Yod Y

Da notare nella tabella sopra che la “sh’wa semplice” di YEHOWAH e la hatef patah di ADONAI non sono la stessa vocale. La stessa informazione viene mostrata nell’immagine a destra, dove si intende che YHWH debba essere pronunciato come ADONAI (“YHWH intended to be pronounced as ADONAI“), e ADONAI stesso mostra i suoi punti vocalici leggermente differenti (“ADONAI, with its slightly different vowel points”).

YEHOVAH o JEHOVAH

“JEHOVAH” (dʒ/ɨ/ˈ/h/oʊ/v/ə) è una latinizzazione dell’ebraico יְהֹוָה, vocalizzazione del tetragramma. “GEOVA” è stata una delle forme di יְהֹוָה largamente diffuse nella letteratura e nell’esegesi italiane, specie prima che gli studiosi abbandonassero il suo uso. Come spiegato nella sezione precedente, le consonanti del tetragramma, e i punti vocalici di יְהֹוָה sono simili, ma non esattamente gli stessi, dei punti vocalitici presenti in ADONAI, “SIGNORE”.

La maggioranza dei biblisti credono che “JEHOVAH” sia una tarda (c. 1100 e.v.) forma ibrida derivata dalle lettere latine JHVH con le vocali di ADONAI, ma esistono delle prove per cui potrebbe già essere stato usato nella tarda antichità (V secolo). Il consenso degli esegeti è che la vocalizzazione storica del tetragramma al tempo della redazione della Torah (VI secolo p.e.v.) sia quasi sicuramente YAHWEH, tuttavia c’è del disaccordo. La vocalizzazione storica andò persa perché nell’ebraismo del Secondo Tempio, durante i secoli III e II p.e.v., la pronuncia del tetragramma venne evitata, sostituendola con ADONAI (“Mio SIGNORE”).

I primi testi che contengono יְהֹוָה, con la fonetizzazione ottenuta dal testo masoretico, sono stati scritti nel 1270 (“JEHOVA”), stessa forma nel 1707, 1546 (“IEOVA”), 1561 (“IEHOVA”) 1721 (“JEHOVAH”). Studiosi cattolici hanno talvolta usato questo nome nei secoli passati (ma solo in versioni di studio, mai nella preghiera o nella liturgia o nel catechismo) come la fonetizzazione di un nome di DIO nella Bibbia anche se, sostenendo che è filologicamente errato, ne hanno progressivamente abbandonato l’uso, sostituendolo con YAHWEH o preferendo non vocalizzare affatto il tetragramma, secondo l’antica tradizione Ebraica.

“JEHOVAH” venne diffuso nel mondo anglofono da William Tyndale ed altri traduttori inglesi protestanti, e viene usato nella Bibbia di Re Giacomo (oltre 6900 volte nella revisione del 2011 in occasione del 400º anniversario della stessa) e nella (EN) New World Translation (sempre oltre 6900 volte). Altre traduzioni sostituiscono il nome di DIO con un generico SIGNORE/LORD e indicando che il corrispondente Ebraico è YAHWEH o YHWH.

La Jewish Encyclopedia (1908) ritiene filologicamente errata la forma “JEHOVAH”, come riportato alla rispettiva voce:

« JEHOVAH: Pronuncia scorretta introdotta da teologi Cristiani, ma completamente rifiutata dagli Ebrei, dell’Ebraico יהוה, nome ineffabile di DIO (tetragramma o “Shem ha-Meforash”. Questa pronuncia è grammaticalmente impossibile; è derivata dalla pronuncia delle vocali del “ḳere” (lettura marginale del testo masoretico: “ADO-NAY”), con le consonanti di “ketib” (lettura testuale di “יהוה”) – poiché la parola ADO_NAI (SIGNORE) veniva usata come sostituto di יהוה ogni volta che tale parola compariva, con una sola eccezione, in libri biblici o liturgici. ADONAI presenta le vocali “shewa” (il composto sotto il gutturale א diventa semplice sotto י), “ḥolem,” e “ḳameẓ,” e ciò porta a “JEHOWAH”).
[…]
Queste sostituzioni di ADONAI ed ELOHIM al posto di יהוה furono introdotte per evitare la profanazione del Nome Ineffabile.
[…]
La lettura JEHOVAH è una invenzione relativamente recente. I primi commentatori cristiani riportano che il tetragramma veniva scritto, ma non pronunciato dagli Ebrei. Generalmente si ritiene che il nome JEHOVAH sia stato un’invenzione del confessore di papa Leone X, Pietro Colonna “il Galatino”, “De Arcanis Catholicæ Veritatis,” 1518, folio XLIII. che fu imitato nell’uso di questa forma ibrida da Fagius. Pare tuttavia che anche prima di Galatino questo nome sia stato in uso comune, e compare nel Pugio Fidei di Raimondo Martí, scritto nel 1270. »
(Jewish Encyclopedia, voce JEHOWAH)

YAHWEH (JAHVE’)

L’esegeta ed Ebraista Wilhelm Gesenius (1786–1842) sosteneva che la punteggiatura ebraica יַהְוֶה, che viene traslitterata in molte lingue con “YAHWEH” (che si pronuncerebbe [IAHWE] – in Italiano Y = I come pronuncia), potrebbe rappresentare più accuratamente la pronuncia del tetragramma in contrasto con la punteggiatura ebraica biblica “יְהֹוָה”, da cui deriva il nome inglese “JEHOVAH”. La sua proposta di leggere YHWH con “יַהְוֶה” (si veda l’immagine a sinistra) era basata in gran parte su varie trascrizioni greche, come ιαβε, che risaliva ai primi secoli dell’era volgare, ma anche su forme di nomi teoforici. Nel suo Hebrew Dictionary, Gesenius supporta “YAHWEH” (che verrebbe pronunciato [YAHWE], con la lettera finale muta) a causa della pronuncia samaritana Ιαβε riportata da Teodoreto, e afferma che i prefissi teofori YHW [jeho] e YH [jo] possono essere spiegati come derivanti dalla forma “YAHWEH”. Oggigiorno molti studiosi accettano la proposta di Gesenius che legge YHWH come יַהְוֶה. Tale proposta venne accettata come la migliore ortografia ebraica del tetragramma ricostruita da esegeti. La pronuncia Yahweh è inoltre riportata da Clemente Alessandrino, che ne deriva la fonetizzazione dal verbo essere in Ebraico, legato anche ad un’interpretazione di Esodo 3. Alcuni biblisti tuttavia nutrono dubbi su questi precedenti. Franz Delitzsch (1877) invece preferisce “יַהֲוָה” (YAHAVAH), mentre nel Dizionario della Bibbia del 1863, William Smith preferisce la forma “יַהֲוֶה” (YAHAVEH).

Nomi teoforici

Yeho o “Yehō-” è la forma di prefisso per “YHWH” usata nei nomi teoforici in ebraico; anche il suffisso “Yahū” o “-Yehū” è altrettanto comune. Questo ha generato due opinioni:

  1. In tempi passati (almeno da c. 1650 e.v.), la pronuncia del prefisso “Yehō-” era a volte connessa con l’intera pronuncia “YEHOVA” derivata dal combinare i punti vocalici masoretici per “ADONAI” col tetragramma consonantico YHWH.
  2. Recentemente, poiché “YAHWEH” sembra essere una forma verbale imperfettiva, “Yahu” è la forma breve del corrispondente passato remoto o iussivo: si confronti yiŝtahaweh (imperfettivo), yiŝtáhû (forma breve di passato remoto o iussivo) = “rendere omaggio”.

Coloro che sostengono l’argomento 1 di cui sopra, sono: George Wesley Buchanan su Biblical Archaeology Review; William Smith nel suo A Dictionary of the Bible (1863); la Sezione nr. 2:1 de The Analytical Hebrew & Chaldee Lexicon (1848) nel rispettivo articolo “הוה”.

Il secondo argomento poggia su basi grammaticali, poiché abbreviare con “Yahw” finirebbe per essere “Yahu” o simili, e forme del tipo Yo (יוֹ) contrazione di Yeho (יְהוֹ) ed il suffisso “-yah”, come anche “Yeho-” o “Yo” possono sicuramente essere spiegate quali derivative di “Yahweh” piuttosto che “Yehovah”.

Riscontri testuali

L’iscrizione più antica del tetragramma risale all’anno 840 p.e.v., sulla Stele di Mesha. Riporta il primo riferimento extrabiblico accertato del DIO Israelita YAHWEH. La scoperta più recente di un’iscrizione del tetragramma, risalente al VI secolo p.e.v., fu rinvenuta scritta in ebraico su due scrolli d’argento al sito archeologico di Ketef Hinnom, nell’area della Città Vecchia di Gerusalemme.

Testi classici della Bibbia Ebraica

Nella Bibbia Ebraica (TaNaKh denominato Vecchio Testamento nel Cristianesimo), il tetragramma appare 6 828 volte, come si può rilevare dalla Biblia Hebraica (BHK) e Biblia Hebraica Stuttgartensia (BHS). Inoltre, ai margini riporta note (Masorah) ad indicare che in 134 punti i soferim (scribi) ebrei alterarono il testo originale ebraico da YHWH a Adonai e in 8 posti a ELOHIM, che aggiungerebbe 142 riscontri al succitato numero iniziale. La presenza del nome divino in Zaccaria 9:4 nel frammento 8HevXII b (LXXVTS10b) conferma queste alterazioni. Secondo il Lexicon Brown-Driver-Briggs, יְהֹוָה (Qr אֲדֹנָי) appare 6 518 volte, e יֱהֹוִה (Qr אֱלֹהִים) appare 305 volte nel Testo Masoretico. Inizialmente appare in ebraico in Genesi 2:4. Gli unici libri in cui non appare sono Ecclesiaste, il Libro di Ester, ed il Cantico dei cantici.

Nel Libro di Ester il tetragramma non appare, ma è presente in quattro punti diversi come acrostico nel testo ebraico: le lettere iniziali di quattro parole in successione includono YHWH. Queste lettere vennero distinte in almeno tre antichi manoscritti ebraici in rosso. Un altro acrostico che contiene il tetragramma compone le prime quattro lettere di Salmi 96:11.

La forma breve JAH appare 50 volte: 43 volte nei Salmi, una volta in Esodo 15:2;17:16; Isaia 12:2;26:4, e due volte in Isaia 38:11. Nel Cantico dei cantici 8:6 come componente dell’espressione šalehebeteja, “la fiamma di JAH”. Jah appare nella forma abbreviata YAH nella parola greca Ἀλληλουϊά (hallelujah) in Apocalisse 19:1–6.

Il nome di Dio si trova nella Bibbia anche come componente di nomi teoforici ebraici. Alcuni potrebbero aver avuto la forma prefissa: “jô-” oppure “jehô-” (29 nomi), e altri i suffissi: “jāhû” o “jāh” (127 nomi). Un nome è la forma di jehô come seconda sillaba (Elioenaj, ebr. ʼelj(eh)oʻenaj). Studi onomastici indicano che i nomi teoforici contenenti il tetragramma erano molto popolari durante la monarchia (VIII e VII secolo p.e.v.). I nomi popolari col prefisso jô-/jehô- diminuirono, mentre il suffisso jāhû-/jāh- aumentò. La Septuaginta tipicamente traduce YHWH con KYRIOS, che significa “SIGNORE”.

Codex Leningradensis

Sei grafie del tetragramma in ebraico sono presenti nel Codex Leningradensis del 1008–1010, come viene mostrato più sotto. I dati nella colonna “Trascrizione primaria” non intendono indicare come dovesse essere pronunciato il Nome dai Masoreti, ma come la parola dovesse essere pronunciata se letta senza q`re perpetuum (cfr. nota 31).

Capitolo & versetto Grafia (HE) Trascrizione primaria Rif. Spiegazione
Genesi 2:4
in ebraico: יְהוָה
Yahwah
[81]
Questo è il primo caso in cui appare il tetragramma nella Bibbia ebraica e mostra la serie di vocali più comuni usata nel Testo Masoretico. È la stessa forma usata in Genesi 3:14 più sotto, ma senza il punto sopra la holam/waw, perché sarebbe un po’ ridondante.
Genesi 3:14
in ebraico: יְהֹוָה
Yǝhōwāh
[82]
Questa è una serie di vocali raramente usata nel Testo Masoretico: sono essenzialmente le vocali di Adonai (con la hataf patah che ritorna al suo stato naturale di sh’wa).
Giudici 16:28
in ebraico: יֱהֹוִה
Yĕhōwih
[83]
Quando il tetragramma viene preceduto da Adonai, riceve invece le vocali dal nome Elohim. La hataf segol non ritorna ad essere una sh’wa perché farlo potrebbe creare confusione con le vocali di Adonai.
Genesi 15:2
in ebraico: יֱהוִה
Yĕhwih
[84]
Come sopra, questo usa le vocali di Elohim, ma come per la seconda versione, viene omesso il punto sopra alla holam/waw poiché ridondante.
1 Re 2:26
in ebraico: יְהֹוִה
Yǝhōwih
[85]
Qui è presente il punto sopra la holam/waw, ma la hataf segol ritorna ad essere sh’wa.
Ezechiele 24:24
in ebraico: יְהוִה
Yǝhwih
[86]
Qui viene omesso il punto sopra alla holam/waw e la hataf segol ritorna ad essere una sh’wa.

ĕ è hataf segol; ǝ è la forma pronunciata della sh’wa semplice.

Il punto diacritico o sopra la lettera waw viene spesso omesso perché non ha un ruolo utile nel distinguere tra le due supposte pronunce di Adonai ed Elohim (nomi che hanno entrambi una vocale o nella stessa posizione).

Rotoli del Mar Morto

Nei Manoscritti del Mar Morto e altri testi ebraici ed aramaici, il tetragramma ed alcuni altri nomi di DIO nell’ebraismo (come EL o ELOHIM) venivano a volte scritti in alfabeto paleoebraico, dimostrando di essere considerati speciali. La maggioranza dei nomi divini furono pronunciati fino al II secolo p.e.v.. Poi, man mano che si sviluppava la tradizione di non pronunciare i nomi, apparvero alternative del tetragramma, come Adonai, Kyrios e Theos. Il 4Q120, frammento greco di Levitico 26:2-16 scoperto nei Manoscritti del Mar Morto (di Qumran) ha ιαω (“Iao”), la forma greca del trigramma ebraico YHW. Lo storico Giovanni Lido (VI secolo) scrisse: “Il romano Varrone [116–127 p.e.v.] nel definirlo [il dio ebraico] dice che sia chiamato Iao nei misteri Caldei” (De Mensibus IV 53). George Van Cooten asserisce che Iao è una delle “designazioni specificamente ebraiche di Dio” e “i papiri aramaici degli ebrei di Elefantina mostrano che ‘Iao’ è un termine originale ebraico”.

I manoscritti ritrovati a Qumran dimostrano la pratica inconsistente dello scrivere il tetragramma, soprattutto in citazioni bibliche: in alcuni manoscritti è riportato in scrittura paleoebraica, in scrittura quadrata oppure rimpiazzato da quattro punti o trattini (tetrapuncta).

I membri della comunità del Qumran erano consapevoli dell’esistenza del tetragramma, ma ciò non equivaleva a concederne l’autorizzazione a pronunciarlo o usarlo altrimenti. Questo è dimostrato non solo dal trattamento speciale del tetragramma nel testo, ma dalla raccomandazione registrata nella “Regola di Associazione”: “Chi si ricorderà del nome più glorioso, che è sopra tutti […]”.

La tabella qui sotto presenta tutti i manoscritti in cui il tetragramma è scritto in caratteri paleoebraici, in caratteri quadrati, e tutti i manoscritti in cui i copisti hanno usato tetrapuncta.

I copisti apparentemente usavano il tetrapuncta per ammonire contro la pronuncia del nome di Dio. Nel manoscritto nr. 4Q248 ha la forma di barre.

Papiri magici

L’ortografia del tetragramma appare tra le molte combinazioni e permutazioni di nomi di potenti agenti che si riscontrano nei papiri magici ebraici ritrovati in Egitto. Una di queste forme è l’eptagramma ιαωουηε. Nei papiri magici ebraici, Iave e Iαβα Yaba appaiono frequentemente.

Si riscontra YAWE nella lista cristiana etiope dei nomi magici di Gesù, che si suppone fossero stati da lui insegnati ai discepoli.

Septuaginta e altre traduzioni greche

Le più antiche versioni complete della Septuaginta (Antico Testamento in greco), a partire dal II secolo, usano costantemente Κυριος (“SIGNORE”), o Θεος (“DIO”), dove l’ebraico ha YHWH, corrispondente alla sostituzione di YHWH con Adonay nella lettura originale. L’uso di Κυριος per tradurre YHWH non era comune nei manoscritti LXX prima di quel periodo. Nei libri scritti in greco di tale periodo (per esempio, Sapienza 2 e Maccabei 3), come nel Nuovo Testamento, Κυριος prende il posto del nome di Dio. Tuttavia, i frammenti più antichi avevano il tetragramma in caratteri ebraici o paleoebraici, con l’eccezione del Papiro Rylands 458 (forse il più antico manoscritto esistente della Septuaginta) in cui ci sono degli spazi in bianco, facendo supporre ad alcuni esegeti come C. H. Roberts che contenesse delle lettere. Secondo Paul Kahle, il tetragramma sarebbe dovuto apparire nel manoscritto dove si trovano tali spazi in bianco. Un altro di questi antichi frammenti di manoscritti non può essere usato nelle discussioni esegetiche perché, in aggiunta al suo testo minuscolo e la sua condizione frammentaria, non include nessun versetto biblico ebraico dove appare il tetragramma.

In tutta la Septuaginta ora conosciuta, la parola Κύριος (Kyrios) senza l’articolo determinativo viene usata per rappresentare il Nome Divino, ma è incerto se ciò fosse la lettura originale del testo. Origene (Commentario ai Salmi 2.2) e Girolamo (Prologus Galeatus) dissero che ai loro tempi i migliori manoscritti non davano la parola Κύριος ma lo stesso tetragramma scritto in una forma più antica di caratteri ebraici. Nessun manoscritto ebraico della Septuaginta è stato rinvenuto con Κύριος come rappresentazione del tetragramma, e si asserisce, non molto convincentemente, che l’utilizzo della parola Κύριος dimostri che la Septuaginta ora in uso sia di carattere cristiano, e che la composizione del Nuovo Testamento abbia preceduto il cambiamento in Κύριος della Septuaginta. L’uso di Κύριος come rappresentazione del tetragramma è stato chiamato “un segno distintivo dei manoscritti cristiani della Septuaginta”.

Molti papiri ritrovati della Settanta appartenenti ad epoche diverse dimostrano che il nome divino sotto forma di tetragramma e in caratteri ebraici antichi, arcaici o in lettere greche era usato dai traduttori dove questo ricorreva nel testo originale ebraico. Papirologi ed accademici lo rilevano nei seguenti frammenti e nelle relative loro pubblicazioni:

  • LXX (Papiro Fouad 266) con il nome divino in caratteri ebraici quadrati per 49 volte in Deuteronomio e tre volte nei frammenti 116, 117 e 123.. 117 frammenti del papiro furono pubblicati da Estudes de papyrologie e Papyrologische Text und Abhandlungen;
  • Papiro Ossirinco 3522, contiene il Tetragramma biblico scritto in caratteri ebraici. Datato al I secolo a.E.V.
  • Papiro Ossirinco 5101, contiene il Tetragramma biblico scritto in caratteri ebraici. Datato al I secolo.
  • LXX (VTS 10a), un rotolo in pelle trovato in una caverna della Giudea rende il nome con caratteri ebraici antichi nel Libro di Giona, Libro di Michea, Libro di Abacuc e nel Libro di Zaccaria, questo rotolo è stato datato alla fine del I secolo d.C.;
  • LXX (IEJ 12), nome di Dio in caratteri ebraici antichi nel Libro di Giona 3:3 trattasi di un frammento di pergamena trovato in una caverna del deserto della Giudea e datato alla fine del I secolo d.C.;
  • LXX (VTS 10b), nome divino in caratteri ebraici antichi nel Libro di Zaccaria 8:20 e 9:1, 4. Rotolo di Pergamena del deserto di Giuda presso Nahal Hever datato alla metà del I secolo d.C.;
  • 4Q LXX (Levb) rende il nome divino in lettere greche nel libro biblico di Levitico 3:12 e 4:27. Manoscritto papiraceo trovato in Qumran (4a caverna), datato al I secolo d.C.;
  • LXX (P. Oxy VII.1007), del libro biblico di Genesi 2:8,18 il nome di Dio viene è reso con una doppia yohdh nel relativo foglio di pergamena. Il reperto è stato datato al III secolo d.C.;
  • Aq (Burkitt), nome di Dio in caratteri ebraici antichi nel primo e secondo Libri dei Re per un totale di 10 versetti. Trattasi di frammenti del testo greco di Aquila trovati nella genizah della sinagoga del Cairo in Egitto e datati fra la fine del V secolo e l’inizio del VI d.C.;
  • Aq (Taylor), nome divino in caratteri ebraici antichi, in 25 Salmi, trattasi di frammenti del testo greco della versione biblica di Aquila datati fra la seconda metà del V secolo e l’inizio del VI d.C.;
  • Sym (P. Vindob. G. 39777), nome divino con tetragramma scritto in caratteri ebraici arcaici in tre versetti dei Salmi capitolo 69, datato fra il III e IV secolo d.C. Frammento di rotolo di pergamena conservato alla Osterreichsche Nazionalbibliotek di Vienna;
  • Codex Marchalianus, tetragramma in caratteri ebraici quadrati. Datato al VI secolo.
  • Taylor-Schechter 12.182, tetragramma in caratteri greci pipi (ΠΙΠΙ). Datato al VII secolo.
  • Ambrosiano (O 39 sup.), tetragramma in caratteri ebraici quadrati in più di 40 Salmi e alcune soprascritte. Datato alla fine del IX secolo questo codice ha cinque colonne. La prima colonna contiene la traslitterazione del testo ebraico in greco, la seconda colonna ha il testo greco di Aquila, la terza quella greca di Simmarco, la quarta Versione dei Settanta, e la quinta colonna la versione greca Quinta.

Un elenco completo delle rappresentazioni del nome divino nei manoscritti greci e relativi papiri è riportata nell’opera Early Christian and Jewish Monotheism degli accademici Prof. Dr Loren Stuckenbruck e Dr. Wendy E. Sproston North

Il biblista Sidney Jellicoe afferma che “Kahle ha ragione nel sostenere che i testi LXX [Septuaginta], scritti da ebrei per ebrei, mantenessero il Nome Divino in lettere ebraiche (paleoebraico o aramaico) o nella forma imitativa greca ΠΙΠΙ, e che la sua sostituzione con Κύριος fosse un’innovazione cristiana”. Jellicoe raccoglie le prove da una vasta maggioranza di studiosi (B. J. Roberts, Baudissin, Kahle e C. H. Roberts, ecc.) e vari segmenti della Septuaginta per arrivare alla conclusione che l’assenza di “Adonai” dal testo suggerisce che l’inserzione del termine Kyrios fu una pratica successiva; nella Septuaginta Kyrios viene usato per sostituire YHWH; ed il tetragramma appare nel testo originale, ma i copisti cristiani lo rimossero.

Eusebio e Girolamo (traduttore della Vulgata) usarono la Exapla. Entrambi attestano l’importanza del nome sacro e che alcuni manoscritti della Septuaginta contenessero il tetragramma in lettere ebraiche. Ciò viene confermato anche dal New International Dictionary of New Testament Theology, che sostiene: “Testi recentemente scoperti mettono in dubbio l’idea che i traduttori della LXX (Septuaginta) avessero reso il tetragramma JHWH con KYRIOS. I manoscritti più antichi della LXX oggi disponibili mostrano il tetragramma in lettere ebraiche nel testo greco. Questa fu un’usanza conservata da successivi traduttori ebraici dell’Antico Testamento nei primi secoli (dopo Cristo)”.

Nuovo Testamento

Nessun manoscritto greco del Nuovo Testamento usa il tetragramma. In tutte le sue citazioni testuali dell’Antico Testamento che hanno il tetragramma in ebraico, il Nuovo Testamento utilizza la parola greca Κύριος (KYRIOS). Tuttavia, nell’ambito del Nuovo Testamento il nome rappresentato dal tetragramma sottesta i nomi teoforici di alcuni personaggi menzionati (come Zaccaria ed Elia), ed il nome appare in forma abbreviata YAH nella parola greca Ἀλληλουϊά (Alleluia) in Apocalisse 19:1–6.

Nel 1977, l’ebraista statunitense George Howard sulle pagine della pubblicazione Journal of Biblical Literature pubblicò una tesi sulla presenza del tetragramma nelle citazioni bibliche da parte degli autori del Nuovo Testamento. Fornisce due serie di prove:

  1. In alcuni manoscritti precristiani della versione della Bibbia ebraica il tetragramma fu lasciato (Papiro Fouad 266; frammenti del rotolo 8HevXII gr, [LXXVTS 10a, LXXVTS 10b, Se2grXII] contenente i Dodici Profeti rinvenuti a Nahal Hever, 4QLXXLev) come anche in altre traduzioni ebraiche del Tanakh in greco, rappresentate dalle traduzioni di Aquila, Teodozione e Simmaco;
  1. Nomina sacra (ΚΣ e ΘΣ) presenti nelle prime copie della Septuaginta al posto del tetragramma, apparentemente creati da cristiani di origine pagana. Non conoscevano l’ebraico ed era per loro difficile conservare il tetragramma. Decisero quindi di usare l’abbreviazione ΚΣ (κυριος – Signore) e ΘΣ (θεος – DIO), conformabile in tal modo alla composizione originale del tetragramma. Non si conosce se e come questa pratica venne influenzata da successive considerazioni trinitarie.

Scritti patristici

Secondo la Catholic Encyclopedia (1910) e B.D. Eerdmans:

  • Diodoro Siculo (I secolo p.e.v.) scrive Ἰαῶ (Iao);
  • Ireneo (130-202) riporta che gli gnostici formarono una composizione di Ἰαωθ (Iaoth) con l’ultima sillaba di Sabaoth. Asserisce inoltre che gli eretici valentiniani usano Ἰαῶ (Iao);
  • Clemente Alessandrino (150-215) scrive Ἰαοὺ (Iaou)—vedi anche più sotto;
  • Origene (185-254), Ἰαώ (Iao);
  • Porfirio (233-305) secondo Eusebio (265-339), Ἰευώ (Ieuo);
  • Epifanio (315-404), che era nato in Palestina e ci aveva passato molto tempo, dà Ἰά (Ia) e Ἰάβε (Iabe) e spiega Ἰάβε col significato “Egli che fu ed è e sempre esisterà”
  • (Pseudo-)Girolamo (IV/V secolo), (il tetragramma) può essere letto Iaho;
  • Teodoreto di Cirro (393-457) scrive Ἰαώ (Iao); riporta inoltre che i Samaritani dicono Ἰαβέ o Ἰαβαί (entrambi pronunciati in quel tempo /ja’vε/), mentre gli ebrei dicono Ἀϊά (Aia). (quest’ultimo probabilmente non è in ebraico: יהוה‎ ma אהיה Ehyeh = “Io sono ” o “Io sarò”, Esodo 3:14 che gli ebrei annoveravano tra i nomi di DIO.)
  • Giacobbe di Edessa (640-708), Jehjeh;
  • Girolamo (347-420) parla di certi scrittori greci che travisarono le lettere ebraiche יהוה (lette da destra a sinistra) comefossero le lettere greche ΠΙΠΙ (lette da sinistra a destra), cambiando quindi YHWH in pipi.

Peshitta

La Peshitta (una delle versioni siriache della Bibbia), probabilmente del II secolo, per il tetragramma usa la parola “SIGNORE” (ܡܳܪܝܳܐ, pronounciato moryo).

Vulgata

La Vulgata (traduzione latina) fatta dall’ebraico nel IV secolo, usa la parola “Signore” (dominus) al posto del tetragramma.

La traduzione Vulgata, sebbene fatta non dalla Septuaginta ma dal testo ebraico, non dipartì dalla pratica applicata alla Septuaginta. Pertanto, in gran parte della sua storia, le traduzioni cristiane delle Scritture hanno usato gli equivalenti di Adonai per rappresentare il tetragramma. Solo agli inizi del XVI secolo le traduzioni cristiane della Bibbia appaiono con la traslitterazione del tetragramma.

Uso nelle tradizioni religiose

Ebraismo

Specialmente grazie alla Stele di Mesha, alla tradizione “Jahvista” riscontrata in Esodo 3:15, ed ai testi ebraici e greci antichi, la maggioranza dei biblisti sostengono che il tetragramma e gli altri nomi di DIO fossero usati dagli antichi Israeliti e dai loro vicini.

Dopo la distruzione del Tempio di Salomone, l’uso parlato del nome di DIO come stava scritto cessò tra la gente, sebbene la conoscenza della pronuncia venisse perpetuata nelle scuole rabbiniche. Filone di Alessandria lo chiama “ineffabile”, e dice che è permesso solo a coloro le cui orecchie e lingue sono purificate dalla saggezza di pronunciarlo in un luogo santo (cioè, ai sacerdoti nel Tempio). In un altro passo, commentando Levitico 24:15-16: “Se qualcuno, non dico che bestemmi contro il Signore degli uomini, ma che soltanto osi pronunciare il Suo nome inopportunamente, che si aspetti la pena di morte.”

Fonti rabbiniche asseriscono che il nome di DIO fosse pronunciato solo una volta all’anno, dal Sommo Sacerdote, nel Giorno dell’Espiazione. Altri, incluso Maimonide, affermano che il nome fosse pronunciato quotidianamente nella liturgia ebraica del Tempio, durante la benedizione sacerdotale dei fedeli (Numeri 6:27), dopo il sacrificio del giorno; nella sinagoghe tuttavia veniva usato un nome sostitutivo (probabilmente “Adonai”). Secondo il Talmud, nelle ultime generazioni prima della distruzione del Tempio e la caduta di Gerusalemme il nome era pronunciato a bassa voce cosicché il relativo suono veniva disperso nell’inno cantato dai sacerdoti. La tradizione ebraica vuole che ciò avvenisse all’Interno del Kodesh HaKodashim, il Sancta sanctorum del Tempio di Gerusalemme: il Sommo Sacerdote dimenticava la pronuncia del tetragramma immediatamente dopo averla “effettuata”. Il secondo ed ultimo momento in cui il Sommo Sacerdote poteva pronunciare il tetragramma avveniva per due volte con la Benedizione sacerdotale sul popolo d’Israele:

« Il SIGNORE parlò a Mosè dicendo: «Parla ad Aronne ed ai suoi figli e di’ loro così: “In questo modo benedirete i figli di Israel, dicendo loro: Ti benedica il SIGNORE (יהוה) e ti custodisca. Faccia il SIGNORE risplendere il Suo Volto su di te e ti conceda grazia. Rivolga il SIGNORE il Suo Volto verso di te e ti dia pace”. Essi porranno il Mio Nome (יהוה) sui figli di Israele ed Io li benedirò» »   (Numeri 6:22-27)

Secondo l’Ebraismo, qualsiasi materiale con su scritto o inciso il tetragramma, tanto più se scritto da uno scriba in stato di purità su fogli di pergamena, non può essere gettato via e deve essere custodito in un contenitore apposito chiamato Ghenizah oppure sotterrato in un terreno riservato specificatamente a questo scopo. Oggigiorno gli ebrei sono soliti inoltre non pronunciarlo ad alta voce in nessuna occasione e per nessuna ragione. Per discutere l’argomento della vocalizzazione del nome, solo per motivi scientifici, e mai in conversazioni futili o in preghiera, si preferisce scrivere le vocali a cui ci si riferisce e lasciare alla mente dell’ascoltatore la ricostruzione del nome vocalizzato. Come già si è detto, invece di pronunciare il tetragramma durante le preghiere, gli ebrei dicono “ADONAI”.

È probabile che la proibizione della pronuncia del Tetragramma risalga all’epoca di Esdra e Neemia, ossia al ritorno dall’esilio babilonese, quando fu riaperto il Tempio di Gerusalemme e furono fissati molti dei canoni della liturgia. Alcuni spostano l’effettivo disuso della pronuncia del tetragramma ad un periodo successivo, dal III secolo p.e.v. fino al III secolo e.v.. Qualunque sia la data di disuso, nel mondo ebraico la proibizione della sua pronuncia è certa ed è stata costante fino ad oggi, tuttavia alcuni mistici erano soliti contemplare, con l’uso di cori o più spesso in completo isolamento, le singole lettere che lo compongono.. Ad ogni modo, a partire dalla distruzione del Secondo Tempio nel 70, il tetragramma non è più pronunciato nella liturgia ebraica. La pronuncia comunque era ancora conosciuta a Babilonia, nella seconda metà del IV secolo.

Proibizioni verbali

La veemenza con cui viene denunciata nella Mishnah la pronuncia del nome fa supporre che l’uso di “YAHWEH” fosse inammissibile nell’ebraismo rabbinico. “Colui che pronuncia il Nome con le sue proprie lettere non avrà posto nel mondo a venire!” La pronuncia del Nome come è scritto è così proibita che a volte il Nome viene chiamato “Ineffabile”, “Inesprimibile” o “Nome Distintivo”.

La Halakha (Legge ebraica) prescrive che dove il Nome è scritto yod-hei-vav-hei, deve essere pronunciato soltanto “Adonai”; e anche quest’ultimo nome viene considerato nome santo e deve essere pronunciato solo in preghiera. Pertanto quando qualcuno vuole riferirsi in terza persona al Nome come è scritto o pronunciato, si usa il termine “HaShem” (“il Nome”); e questo sistema può essere usato anche nelle preghiere. I Masoreti aggiungevano punti vocalici (niqqud) ed i segni di cantillazione ai manoscritti, per indicare l’uso delle vocali e per cantare le letture delle Bibbia nelle funzioni in sinagoga. A יהוה aggiunsero le vocali di “ADONAI” (“Mio SIGNORE”), parola da usarsi quando veniva letto il testo. Mentre “HaShem”è il modo più comune per far riferimento al “Nome”, i termini “HaMaqom” (lett. “Il Luogo” cioè “L’Onnipresente”) e “Raḥmana” (Aramaico, “Misericordioso”) sono usati nella Mishnah e Ghemara, tuttora utilizzati nelle frasi “HaMaqom y’naḥem ethḥem” (“possa L’Onnipresente consolarti”), frase tradizionale per il lutto durante la Shiva e “Raḥmana l’tzlan” (“possa il Misericordioso salvarci”, cioè “DIO non voglia”).

Proibizioni scritte

Il tetragramma scritto, e anche altri sei nomi di DIO, devono essere trattati con santità speciale. Non possono essere gettati via in maniera ordinaria, affinché non vengano profanati, ma sono usualmente messi in conservazione a lungo termine o sepolti nei cimiteri ebraici quando non più in uso. Similmente, è vietato scrivere il tetragramma (o questi altri nomi) senza motivo. Per poter salvaguardare la santità del Nome a volte una lettera viene sostituita da una lettera diversa nello scriverlo (per es. יקוק), o le lettere sono separate da uno o più trattini. Alcuni ebrei sono molto rigorosi ed estendono tale salvaguardia non scrivendo altri nomi di Dio in altre lingue, per esempio in inglese scrivendo “G-D” invece di “GOD”, o in italiano “DIO” invece di “DIO”, e così via. Tuttavia questo sistema esula dalle normative della Halakhah (Legge ebraica). *

* ASH predilige scrivere il Nome di DIO, sempre usando le lettere maiuscole.
Unato come il "plurale meiestatis" è una forma di rispetto.

Cabala

La tradizione cabbalistica afferma che la pronuncia corretta è nota solo ad una stretta cerchia di persone per ogni generazione, ma non ad altri. In opere cabalistiche successive a volte si fa riferimento al tetragramma col nome col nome Havayah—in ebraico: הוי’ה‎, che significa “il Nome dell’Essere/Esistenza”. Questo nome serve anche quando c’è bisogno di far riferimento specificamente al Nome scritto; parimenti, “Shem Adonoot,” che significa “il Nome d’Autorità” può essere usato per riferirsi specificamente al nome parlato “Adonai”.

Moshe Chaim Luzzatto, l’albero del tetragramma “si dispiega” secondo la natura intrinseca delle sue lettere, “nello stesso ordine in cui appaiono nel Nome, nel mistero del dieci e nel mistero del quattro.” Pertanto, l’apice superiore della lettera Yod è Arich Anpin (emanazione divina) ed il corpo principale di Yod è Abba; la prima lettera Hei è Imma (Madre); la Vav è Zeir Anpin e la seconda Hei è Nukvah. Si sviluppa in questo ordine succitato e “nel mistero delle quattro espansioni” che sono costituite dalle seguenti grafie delle lettere:

ע”ב/`AV : יו”ד ה”י וי”ו ה”י, chiamato “`AV” secondo il suo valore ghematrico ע”ב=70+2=72.

ס”ג/SaG: יו”ד ה”י וא”ו ה”י, ghematria 63.

מ”ה/MaH: יו”ד ה”א וא”ו ה”א, ghematria 45.

ב”ן/BaN: יו”ד ה”ה ו”ו ה”ה, ghematria 52.

Luzzatto riassume: “In conclusione, tutto quello che esiste si fonda sul mistero di questo Nome e sul mistero di queste lettere che lo compongono. Ciò significa che tutti gli ordini e leggi differenti sono estratti e sottesi a queste quattro lettere. Questo non è un particolare percorso ma piuttosto un sentiero generale, che include tutto ciò che esiste nelle Sefirot in tutti i loro dettagli e che mette ogni cosa sotto al suo ordine.”

Un altro parallelo connette le quattro lettere del tetragramma con i Quattro Mondi: il carattere י è associato ad Atziluth, la prima ה con Beri’ah, il carattere ו con Yetzirah, e quello finale ה con Assiah.

Ci sono quelli che credono che la tetraktys ed i suoi misteri abbiano influenzato i primi cabalisti. Una tetraktys ebraica in modo simile mostra le lettere del tetragramma iscritte sulle dieci posizioni del triangolo, da destra a sinistra. Si sostiene che l’Albero della vita cabalistico, con le sue dieci sfere di emanazione, sia in qualche modo collegato alla tetraktys, ma la sua forma non è quella di un triangolo. La scrittrice esoterista Dion Fortune dice:

“Il punto è assegnato a Kether;
la linea a Chokhmah;
il piano bidimensionale a Binah;
di conseguenza il solido tridimensionale tocca naturalmente a Chesed.”

(Il primo solido tridimensionale è il tetraedro.)

Il rapporto tra le forme geometriche e le prime quattro Sefirot è analogo alle correlazioni geometriche della tetraktys e sottolinea la pertinenza dell’Albero della Vita con la tetraktys.

Samaritani

I Samaritani condividevano cogli ebrei il tabù sulla pronuncia del Nome, e non esiste prova che la sua pronuncia fosse una pratica samaritana comune. Tuttavia Sanhedrin 10:1 include il commento di Rabbi Mana (degli Amoraim): “per esempio quei Kutim che fanno giuramento” non avranno un posto nel Mondo a venire, il che implica che Mana credeva che alcuni Samaritani usassero il nome quando facevano giuramenti. (I loro sacerdoti hanno conservato la pronuncia liturgica “Yahwe” o “Yahwa” a tutt’oggi.) Come per gli ebrei, l’aramaico ha-Shema (השמא “il Nome”) rimane d’uso comune tra i Samaritani, simile a “il Nome” in ebraico: השם‎ (“HaShem”).

Cristianesimo

Si presume che i primi cristiani ebrei avessero ereditato dagli ebrei la pratica di leggere “SIGNORE” dove il tetragramma appariva nel testo ebraico, o dove il tetragramma veniva evidenziato in un dato testo greco. I cristiani gentili, soprattutto coloro che non parlavano ebraico e usavano i testi in greco, leggevano “SIGNORE” in quei punti dove appariva nel testo greco del Nuovo Testamento e altre copie dell’Antico Testamento greco. Questa pratica continuò fino all’arrivo della Vulgata in latino, in cui “SIGNORE/DOMINUS” rappresentava “YAHWEH” nel testo latino. Nel diagramma del Tetragramma-Trinità di Pietro Alfonsi, il nome è scritto “JEVE.” È rimasta come testimonianza la forma litanica “Kyrie eleison” a ricordo della tradizionale liturgia greca che era in uso anche nella chiesa latina. Come esempio di uso, nelle collette e nelle preghiere della liturgia cattolica, ci si rivolge a DIO con gli epiteti “DIO onnipotente ed eterno” oppure “DIO, padre onnipotente” o simili. L’unica volta in cui si utilizza un termine ebraico (non il tetragramma) è, una volta all’anno, in una delle sette antifone maggiori dell’Avvento “O ADONAI” (nel testo latino – nel testo liturgico italiano è reso con “O SIGNORE”). Durante la Riforma, la Bibbia di Lutero usava “JEHOVA” nel testo tedesco dell’Antico Testamento di Martin Lutero.

Le traduzioni moderne in cui è presente (perlopiù in nota) una vocalizzazione del tetragramma, sono opera di eruditi senza che abbiano un utilizzo al di fuori della cerchia della critica biblica, e servono soprattutto per evidenziare le stratificazioni e la formazione del testo (ad esempio le cosiddette tradizioni Jahvista, Elohista, Sacerdotale ecc). Recentemente, in ambito cattolico, con la motivazione di riaffermare la disciplina sia ebraica che delle prime comunità cristiane secondo la quale «Non si deve pronunciare il nome di Dio sotto la forma del tetragramma YHVH nelle celebrazioni liturgiche, nei canti, nelle preghiere», e anche nelle traduzioni della Bibbia il Nome di DIO deve essere reso con ADONAI, KYRIOS, SIGNORE ecc.

Traduzioni cristiane

Come già menzionato, la Septuaginta (traduzione greca), la Vulgata (traduzione latina), e la Peshitta (traduzione siriaca) usano la parola “Signore” (κύριος, kyrios, dominus, e ܡܳܪܝܳܐ, moryo rispettivamente). L’uso della Septuaginta (=LXX) da parte dei cristiani in polemica con gli ebrei fece sì che questi ultimi l’abbandonassero, rendendola un testo specificamente cristiano. Dalla Septuaginta i cristiani redassero traduzioni in copto, arabo, lingua slava ecclesiastica e altre lingue utilizzate dalle Chiese ortodosse orientali e dalla Chiesa ortodossa, le cui liturgie e dichiarazioni dottrinali sono in gran parte un centone di testi dalla Septuaginta, che considerano essere ispirata almeno tanto quanto il Testo Masoretico. Nell’ambito della Chiesa ortodossa orientale, il testo greco rimane la norma per i testi in tutte le lingue, con particolare riferimento alle composizioni usate nelle preghiere.

La Septuaginta, col suo uso di Κύριος per rappresentare il tetragramma, fu anche la base delle traduzioni cristiane associate all’Occidente, in particolare la Vetus latina, che sopravvive in alcune parti della liturgia della Chiesa latina, e la Bibbia gotica. Le traduzioni cristiane della Bibbia in inglese normalmente usano “LORD” al posto del tetragramma nella maggioranza dei casi, spesso in maiuscoletto (o tutto in maiuscolo), così da distinguerlo da altre parole tradotte con “Lord”. Nelle Bibbie (Antico Testamento) protestanti solitamente il tetragramma viene reso con Signore o con “Eterno”. In nota o raramente nel testo compare sempre più la forma Jahvé. La Riveduta Luzzi, la Nuova Diodati e la King James Version in Genesi 22:14 riportano il nome di località Jehovah-jireh, la cui radice deriva dal tetragramma, ma altre bibbie protestanti traducono diversamente.

Ortodossi orientali

La Chiesa ortodossa considera il testo della Septuaginta, che usa Κύριος (Signore), come il testo più autorevole dell’Antico Testamento, e nei suoi libri liturgici e di preghiera usa Κύριος al posto del tetragramma nei testi che derivano dalla Bibbia

Cattolicesimo

Nella Chiesa cattolica, la prima edizione ufficiale vaticana della Nova Vulgata Bibliorum Sacrorum Editio, editio typica, pubblicata nel 1979, usava il tradizionale Dominus al posto del tetragramma nella stragrande maggioranza dei casi; tuttavia, usava anche la forma Iahveh per riportare il tetragramma in tre punti specifici:

Nella seconda edizione della Nova Vulgata Bibliorum Sacrorum Editio, editio typica altera, pubblicata nel 1986, queste poche presenze della forma Iahveh furono sostituite da Dominus, per conservare la lunga tradizione cattolica di evitare l’uso del “Nome Ineffabile” (secondo la definizione dei Padri della Chiesa).

Il 29 giugno 2008, la Santa Sede reagì alla pratica allora ancora recente di pronunciare, durante la liturgia cattolica, il nome di Dio rappresentato dal tetragramma. Quali esempi di tale vocalizzazione, citava “YAHWEH” e “YEHOVAH”. I primi cristiani, affermava, seguivano l’esempio della Septuaginta nel rimpiazzare il nome di Dio con “il Signore”, pratica con importanti implicazioni teologiche per l’uso de “il Signore” nel riferirsi a Gesù, come in Filippesi 2:9-11 e altri testi del Nuovo Testamento. Promulgava quindi che, “nelle celebrazioni liturgiche, negli inni e preghiere il nome di DIO nella forma del tetragramma YHWH non deve essere usato né pronunciato”; e che le traduzioni dei testi biblici per uso liturgico devono seguire la pratica della Septuaginta greca e della Vulgata latina, sostituendo il nome divino con “il SIGNORE” o, in alcuni contesti, “DIO”. Questo il testo della direttiva della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti in italiano:

« La traduzione greca dell’Antico Testamento, la cosiddetta Septuaginta, che risale agli ultimi secoli precedenti l’era cristiana, ha reso regolarmente il tetragramma ebraico con la parola greca KYRIOS, che significa Signore. Siccome il testo della Septuaginta ha costituito la Bibbia della prima generazione di cristiani di lingua greca, e in questa lingua furono anche scritti tutti i libri del Nuovo Testamento, anche questi cristiani sin dal principio evitarono la pronuncia del tetragramma sacro. Qualcosa di simile avvenne con i cristiani di lingua latina, la cui letteratura cominciò ad emergere a partire dal secondo secolo, come attestano prima la Vetus Latina e, in seguito, la Vulgata di san Girolamo. Anche in queste traduzioni il tetragramma venne sempre reso con la parola latina DOMINUS, che corrispondere sia all’ebraico ADONAI e al greco KYRIOS (….) Pertanto astenersi dalla pronuncia del tetragramma del nome di DIO da parte della chiesa è giustificato. Oltre ai motivi di correttezza filologica si tratta anche di rimanere fedeli alla tradizione della chiesa poiché fin dalle origini il tetragramma sacro non è mai stato pronunciato in un contesto cristiano e neppure mai tradotto in nessuna delle lingue in cui la Bibbia è stata tradotta. »

La “United States Conference of Catholic Bishops (Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti)” ha elogiato queste istruzioni, aggiungendo che “fornisce anche un’opportunità di offrire la catechesi ai fedeli come incoraggiamento a dimostrare riverenza per il Nome di DIO nella vita quotidiana, enfatizzando la potenza del linguaggio come atto di devozione e adorazione”.

Ad ogni modo, quando si tratta di vocalizzare il Nome Divino in ambito accademico, la maggioranza degli esegeti cattolici contemporanei propende per una vocalizzazione del tetragramma con le vocali “a” ed “e”, e talvolta questa forma può apparire, oltre che nei testi di critica biblica, anche nelle note e nelle introduzioni o, più raramente (una o due volte) nel testo dell’Antico Testamento, quando si tratta di evitare ambiguità per la presenza vicina di altri nomi divini. È presente più spesso in alcune versioni letterali degli anni sessanta a indirizzo storico critico, allo scopo di evidenziare le diverse tradizioni presenti nella formazione del testo. In traduzioni degli ultimi anni è citato il tetragramma in caratteri latini (JHWH) senza alcuna vocalizzazione. Non compare mai nel Nuovo Testamento non essendo presente in nessuno dei manoscritti antichi da cui vengono fatte le traduzioni.

Testimoni di Geova

In Italia i Testimoni di Geova hanno adottato la forma derivata da Jehovah, consolidata ed esistente nelle varie lingue, come nell’italiano Geova, in maniera estesa già dal 1903, nel libro di Charles Taze Russell, “Il divin piano dell’Età”, ufficializzandolo il 26 luglio del 1931 quando hanno assunto l’attuale denominazione.

I Testimoni di Geova non considerano la vocalizzazione Geova sicuramente corretta, ma la più diffusa nella lingua locale. A tale proposito, ci tengono inoltre a ricordare che l’italiano Gesù deriva dall’aramaico Yehoshuah (le cui vocali sono certe) e che deriverebbe dalla forma ricostruita “Yehowah è salvezza”, molto simile (e corrispondente per significato) al nome ebraico Yĕhowašhūà, reso in italiano come Giosuè, il che farebbe dubitare della correttezza della vocalizzazione prevalentemente prescelta per il tetragramma e propendere per Geova nella translitterazione in italiano. I nomi teofori inizianti per Yeho- possono tuttavia spiegarsi anche senza postulare un’originaria forma ricostruita Yehowah: l’evoluzione del timbro in “yeh-” rispetto a “yah-” si comprende bene infatti con una regolare riduzione di vocale in sillaba atona.

Trascrizioni del tetragramma nelle versioni italiane della Bibbia

  • La Biblia di Antonio Brucioli, 1530 rev. 1551. Protestante.
Usa Signore tranne in Esodo 6:3 dove usa Ieova.
Nella revisione del 1562 stampata dall’editore Francesco Durone la forma ‘Iehova’ o ‘Iehovah’ ricorre decine di volte. Esempio Genesi 28:13
  • La Sacra Bibbia di Giovanni Diodati. 1607 riedita 1946. Protestante.
Usa Signore. In alcune edizioni riporta il nome di “Geova” nell’intestazione di pagina 584 e nella sovrascritta di Isaia 41.
  • Sacra Bibbia di Antonio Martini, 1778 riedita 1963. Cattolica.
Usa SIGNORE. Nella nota di Esodo 3:14-15 ha JEHOVAH
  • Versione Riveduta di Giovanni Luzzi, 1925 riedita 1966. Protestante.
Usa Eterno. Nelle note a Esodo 3:15;6:3 usa la forma JAHWEH.
Nella nota a Matteo 1:21 usa la forma Gèova.
In Genesi 22:14 ha Iehovah come parte di un nome composto.
  • La Bibbia, Eusebio Tintori, 1945. Cattolica.
Usa Signore. Nelle note ha Jahve.
  • La Sacra Bibbia, Ricciotti. 1955. Cattolica.
Usa sempre Signore e ha Jahvè in alcune note come Esodo 3:14;6:2,3; Gioele 3:12; Giona 4:10,11.
  • La Bibbia, Edizione Paoline. ediz. 1958 e seguenti. Cattolica.
Usa Signore tranne in 6:2-3 (e relativa nota) e Geremia 1:6 dove usa Jahvé (ediz. 1958 e seguenti).
Usa Jahvé In Salmi 83:19, al posto di “Il Signore” delle edizioni precedenti (ediz. 1970 e seguenti).
A seconda delle edizioni usa Jhwh nelle parentesi nel testo di Esodo 6:3 (ediz. 1997).
  • La Bibbia a cura di Fulvio Nardoni, 1960. Cattolica.
Il nome Jahweh vi ricorre più volte nel testo ad esempio in Esodo 6:2,3,6,8; Isaia 1:24;3:1;10:33;26:4;40:10;51:22;61:1, ecc.
  • La Sacra Bibbia, Pontificio Istituto Biblico 1961. Cattolica.
Oltre a Signore usa varie volte nel testo Jahve, ad esempio in Esodo 3:15;6:2; Salmi 83:19.
  • La Sacra Bibbia ed. Garzanti imprimatur 1964. Cattolica.
Usa “Yahvè”, es. pag. 952 Salmi 83:19 ed altre;
  • La Bibbia di Mons. Garofalo, 1964. Cattolica.
Usa sempre Jahve, ma solo nell’Antico Testamento. Nel Nuovo Testamento tale nome non viene mai riportato anche quando sono citati versetti biblici dell’Antico Testamento in cui il nome compare, ne è un esempio Luca 4:18 in cui Gesù legge Isaia 61:1.
  • Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture. Testimoni di Geova. 1967 ed. riv. 1987.
Usa sempre Geova.
  • La Bibbia Concordata, 1968. Interconfessionale.
Rende Signore tranne Salmi 83:19 dove usa Iavè.
  • La Sacra Bibbia, Galbiati, Penna e Rossano. Cattolica. 1968.
Usa sempre Iahvé.
  • La Sacra Bibbia CEI, 1974. Cattolica.
Rende Signore. Nella nota in calce a Esodo 3:14,15 ha JHWH.
Nella nota a 1 Maccabei 3:18 usa Jahveh.
  • La Bibbia di Gerusalemme, 1974. Cattolica.
Ha lo stesso testo della CEI.
Nelle note menziona Jahveh, come quelle su Esodo 3:13, Isaia 42:8, ecc.
  • Nuovissima Versione della Bibbia Edizione Paoline. 1967-1980. Cattolica.
Usa Signore. Nella nota ad Esodo 6:2-8 usa Jahveh.
  • La Nuova Diodati. Protestante. 1991.
Usa sempre Eterno. Nella prefazione usa Jehovah e Yah.
In nomi composti come Genesi 22:14 usa Jehovah.
  • Il libro di Isaia, Moraldi. 1994. Cattolica.
Usa sempre Jhwh.
  • La Bibbia. Versione Nuova Riveduta, Società Biblica di Ginevra. 1994. Protestante.
Rende il tetragramma con ‘SIGNORE’ tutto in maiuscolo per distinguerlo dalla parola ebraica signore “adhonai”.
Nella prefazione usa YHWH.
  • La Bibbia, Oscar Mondadori. 2000. Aconfessionale.
Usa sempre Jhwh.

Relazione ebrei-cristiani

Il 16 gennaio 2006, in visita a papa Benedetto XVI, il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni ha sollevato il problema del fastidio che provoca fra gli ebrei l’uso del nome divino fra i cristiani, a causa della particolare sensibilità ebraica dovuta al divieto di pronunciare il nome di DIO nei dieci comandamenti. Il Papa ha risposto che la tradizione cattolica, a differenza di quella protestante, è arrivata a questa facilità di espressione molto recentemente, per influsso dello storicismo, e che i cattolici devono lavorare perché si torni all’origine del culto.

Lo scrittore ateo Erri De Luca propone e utilizza, nei suoi libri, la formula Iod, prima lettera del Nome Sacro, e anagramma della parola DIO, gioco possibile solo in italiano.

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