Rastafari: La religione Abramitica che utilizza marijuana per fede

Il Rastafarianesimo è una religione Abramitica che affonda le sue radici nelle Sacre Scritture Ebraiche, venerano il DIO Unico (identificato con il Nome di YAH o JYAH) il DIO dei Patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe.
Una religione monoteistica quindi che riconosce i Testi Biblici di tradizione Giudeo-Cristiana, secondo il loro canone di riferimento biblico,
identificandosi però principalmente con la Chiesa Cristiana Ortodossa Etiopica.

Il Leone di Giuda e la foglia di Marijuana sui colori della Bandiera Etiopica

Seppur riconoscendo la Bibbia cristiana come Parola di DIO, i Rastafari ritengono (come anche i Musulmani) che essa sia stata nella storia modificata per errore o per favorire i potenti nella manipolazioni delle masse.
Questa fede religiosa nata negli anni trenta del Novecento, si presenta come erede del cristianesimo.
Il nome deriva da Ras Tafari, l’imperatore che salì al trono d’Etiopia nel 1930 con il nome di Hailé Selassié I e con i titoli di re dei Re (negus neghesti), Eletto di DIO, Luce del Mondo, Leone conquistatore della tribù di Giuda. In seguito alla sua incoronazione, milioni di persone riconobbero in lui Gesù Cristo nella sua “seconda venuta in maestà, gloria e potenza”, come profeticamente annunciato dalle Sacre Scritture, essendo egli diretto discendente della tribù di Giuda che affonda le sue radici nell’incontro tra re Salomone (figlio di Davide) e la regina di Saba, episodio narrato nella Bibbia nel primo libro dei Re e nel secondo libro delle Cronache(1 Re 10:1-13; 2 Cronache 9:1-12) nel Corano e nell’antico libro chiamato Kebra Nagast, che riveste una certa importanza nella tradizione della Chiesa ortodossa d’Etiopia a cui tutti i rasta fanno riferimento.
Nel 2001 il numero di rasta nel mondo è valutabile a 1.000.000 di persone (da altre fonti anche 10.000.000 o 15.000.000 di persone)

Indice

  • 1 Storia
  • 2 Dottrina e caratteristiche fondamentali
  • 3 Africa: La Madre Terra
  • 4 I dreadlocks, il voto di Nazireato e l’idealizzazione di Sansone
  • 5 La musica rastafariana
  • 6 I rastafariani e l’uso della marijuana
  • 7 La Regina di Saba e Re Salomone

Storia

Sebbene questa fede religiosa sia nata in Etiopia, il suo sviluppo e divulgazione sono avvenute primariamente grazie alla culture caraibiche e presso etnie afro-americane, e in seguito all’incoronazione di Hailé Selassié I, verificatasi nel 1930.

Fondamentale per la sua affermazione fu il movimento etiopista, che già nel XIX secolo agitava molte comunità africane e della diaspora nera. Era una corrente di ispirazione cristiana che rivendicava il recupero della dignità culturale e nazionale degli africani, turbati dalla deportazione e dalla schiavitù, mediante il riferimento spirituale e politico all’Etiopia. Nei primi del Novecento, gli etiopisti, guidati da Marcus Garvey, il cui ministero è spesso assimilato dai rastafariani a quello di Giovanni Battista precursore di Cristo, cominciarono a proiettare una viva attesa Messianica di riscatto sull’Etiopia, e, nel 1930, dopo aver assistito alla sua incoronazione, alcuni discepoli di Garvey, capeggiati dal carismatico Leonard Howell, videro in Hailé Selassié I il Messia (l’unto del SIGNORE) atteso, che non era però un semplice liberatore politico, ma la reincarnazione di Gesù stesso.
Questa persuasione diede il via ad un nuovo e autonomo movimento, detto in seguito RasTafarianesimo, in virtù del nome di battesimo di Hailé Selassié, Tafari (e quindi il Ras Tafari), per indicare la propria identificazione con Hailé Selassié I, la cui rivelazione diventò il punto di riferimento essenziale. Dopo l’intensa predicazione dei primi seguaci in Africa e in America ed una prima rapida espansione, a metà del XX secolo, nelle Indie occidentali, negli Stati Uniti e in Inghilterra, il rastafarianesimo si è di seguito radicato ovunque sul globo, grazie agli insegnamenti del libro sacro Kebra Nagast, al potere populista e alla sua cultura musicale, legata al reggae che ne veicola il messaggio teologico.

Dottrina e caratteristiche fondamentali

La dottrina del rastafarianesimo è fondata sull’esempio e la predicazione di Hailé Selassié I. I rastafariani accettano gli insegnamenti teologici e morali di Gesù, custoditi dall’antichissima tradizione etiopica ortodossa, e credono che l’imperatore abissino li attualizzi e compia profeticamente in quanto Cristo, tornato secondo le esigenze dell’uomo moderno. Perciò, essi credono nella divinità di Cristo, nella Trinità, nella resurrezione dei corpi, nell’immortalità dell’anima, nella verginità di Maria ed in tutti gli altri dogmi della cristianità ortodossa.
Oltre a considerare JAH (DIO) come una divinità, i rasta credono anche che lo Spirito di DIO sia presente in ogni individuo umano. Questa credenza si riflette nell’aforisma, spesso citato da Rasta, secondo cui “DIO è uomo e l’uomo è DIO”. A causa dell’opinione che il DIO esiste in ogni essere umano, i rasta credono che tutti i membri della religione siano intrinsecamente connessi, e quindi considerano insignificanti affermazioni come il “tu” e l'”io”. Di conseguenza, isi afferma che si deve “conoscere” DIO, piuttosto che semplicemente “credere” in Lui. Nel cercare di ridurre la distanza tra umanità e divinità, i Rastafari abbracciano il misticismo, credono che gli esseri umani hanno lo Spirito di DIO dentro di loro (come Gesù si riferisce nel Vangelo secondo Giovanni (Gv 10, 34-38) al Salmo 82 [81 Cattolici Romani] versetti 6-7 “Siamo tutti figli dell’Altissimo, eppure moriremo come tutti gli uomini, cadremo come tutti i potenti“), i rasta aiutano a coltivare un bastione contro l’incertezza e l’insicurezza che esiste all’interno della società e delle istituzioni sociali.

I seguaci del culto però riconoscono la validità del millenarismo, ovvero l’idea che il Cristo debba instaurare un regno terreno prima della fine del mondo e del giudizio universale, secondo i dettami dell’apostolo Giovanni (Nell’ultimo Libro della Bibbia Cristiana dell’Apocalisse al Capitolo 20): Hailé Selassié I giunge per loro a realizzare questa profezia e regna sui suoi eletti, i Rastafariani, sino al termine della storia.

Il loro Testo Sacro è costituito dal canone biblico etiopico, stabilito da Hailé Selassié I, composto dell’Antico e del Nuovo Testamento e dai testi ufficiali che contengono la testimonianza storica del re. In accordo con la tradizione etiopica, raccolta nel Kebra Nagast, i rastafariani credono che l’Etiopia sia la Nuova Gerusalemme, la nazione eletta alla custodia della cristianità nei tempi della frammentazione e della falsificazione, sino all’avvento secondo di Cristo, compiutosi nel compianto sovrano di Addis Abeba.
In questo libro è riportato l’incontro tra re Salomone e la regina di Saba, descritto anche dalla Bibbia (1 Re 10; 2 Cronache 9); ella, curiosa di conoscere la straordinaria saggezza del Re, si reca a Gerusalemme e dalla relazione amorosa sorta tra i due nasce Menelik, capostipite della dinastia regale etiopica. L’Etiopia riceve la missione di preservare la purezza della cristianità dopo il rifiuto di Israele e di custodire il carisma del trono davidico sino all’avvento regale del Cristo, a cui è destinato sin dall’inizio del mondo. A riprova della sua elezione, l’Etiopia riceve l’arca dell’Alleanza, oggi conservata in un santuario di Axum. Hailé Selassié I fu l’ultimo regnante ad occupare il seggio di Davide, prima della dissoluzione della monarchia, e questo incoraggia i rastafariani a riconoscere in lui il compimento delle promesse divine.

Riproduzione fittizia delle tavole dei 10 Comandamenti (le 10 Parole) ricevute da Mosè

Essi osservano la morale cristiana, ubbidendo ai dieci Comandamenti del Sinai ed alle regole d’amore dettate da Cristo: “Ama il Signore DIO con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente” e “Ama il prossimo tuo come te stesso” (Luca 12, 28-31). Istruiti dalla tradizione etiopica e dalla decisiva predicazione di Hailé Selassié I, i rastafariani nutrono un particolare rispetto per le altre culture religiose e parlano di “parentela spirituale” dei mistici di tutte le culture storiche, utilizzando un’espressione del Re stesso. Pur difendendo il primato della propria identità, i rastafariani sostengono che si pervenga alla salvezza mediante la Fede nel Divino e l’osservanza della morale naturale, al di là delle posizioni teologiche e metafisiche: da questo procede il loro vivo interesse per gli altri culti, considerati, sempre in riferimento ad una frase di Hailé Selassié I, “vie del Dio vivente”, che non è possibile giudicare. Sono quindi dottrinalmente contrari al settarismo religioso, come si evince anche dalla lettura del testo sacro di riferimento, il Kebra Nagast.

Le basi di questo credo si identificano in una moralità internazionale retta dal principio della pace collettiva, l’uguaglianza dei diritti, e nel riconoscimento di un ordine sovra-nazionale che ripudi la guerra, per la ricomposizione pacifica delle dispute e per la risoluzione dei problemi comuni, istituzionalmente governato dall’ONU.
Si crede alla necessità di costruire sistemi politici liberali e democratici, fondati sull’osservanza della dichiarazione dei diritti umani e difensori della libertà civile, economica, spirituale e culturale. Credono inoltre nella necessità di uno Stato socialmente impegnato, che non si limiti a garantire una falsa libertà, ma che guidi ed educhi l’uomo, anche laicamente, all’amore del Creato e il rispetto del prossimo.

L’Africa: “La Madre Terra”

L’Africa: La madre terra

L’Africa viene generalmente considerata la culla dell’umanità, la Madre Terra; i più antichi reperti umani sono infatti stati ritrovati nell’Africa subsahariana.
Il Sahara ha costituito un elemento importantissimo nell’evoluzione storica del continente. La storia dei popoli del Nordafrica si intreccia con quella degli abitanti dell’Europa e del Medio Oriente. L’influsso arabo ebbe anche un importantissimo rilievo nello sviluppo social-demografico di alcune molte aree isolate sia della parte sottostante al deserto del Sarah che delle coste orientali come Zanzibar e Madagascar.

I rastafariani sostengono che sia necessario affrontare con particolare attenzione, per il benessere dell’intero globo, il problema del continente africano, il più povero ed afflitto del pianeta in virtù di secoli di sfruttamento e aggressioni, eticamente meritevole di una riparazione storica. Forti dell’esempio di Hailé Selassié I, considerato comunemente il padre dell’Africa unita e principale fondatore dell’Organizzazione dell’unità africana, chiedono che l’Africa realizzi l’unione continentale, liberandosi dalla dipendenza dai poteri stranieri, recuperando la propria identità, e sviluppandosi secondo modelli politici e culturali propri, che tali poteri hanno cercato e cercano di strapparle.
Gli africani deportati, in particolare, per raggiungere la pienezza di sé e fronteggiare il proprio disagio storico, devono ricordare le proprie origini e onorarle, e lavorare attivamente per questa causa: è in tale ottica che l’idea di rimpatrio, a cui Hailé Selassié I dedicò parte delle sue energie e per cui mise a disposizione un ampio territorio etiopico, acquisisce un significato vitale.

L’idea che il rastafarianesimo sia riservato agli africani e che escluda la partecipazione dei “bianchi” non è affatto vera. Hailé Selassié I, secondo lo spirito del Vangelo, ha insegnato l’assoluta uguaglianza delle etnie ed ha predicato il proprio messaggio a tutte la nazioni. Sono presenti tra gli occidentali forti comunità rastafariane e personalità importanti per la storia del movimento; comunque va detto che la religione rastafariana è caratterizzata da un ripudio non per gli occidentali e per la loro cultura, ma dal disprezzo della colonizzazione associata naturalmente alle Nazioni Occidentali.

Sansone Nazireo e Giudice di Israele, appena tradito tra le braccia di Dalila

I dreadlocks, il voto di Nazireato e l’idealizzazione di Sansone

I rastafariani sono comunemente conosciuti per i cosiddetti dreadlocks, delle lunghe e dure ciocche annodate che caratterizzano la chioma di molti fedeli.
Così come ogni altro voto secondo la Bibbia (Libro del Deuteronomio Cap. 23, 22-23), si tratta comunque di una pratica facoltativa, anche il voto di nazireato, consacrazione a DIO che molti rastafariani fanno da tradizione, non è valido se non è fatto volontariamente (a meno che non sia la madre a farlo per il figlio che ha nel grembo). Il nazireato, descritto nella Legge Biblica mosaica (Numeri 6) è custodito nella Cristianità principalmente tradizione etiopica (ma anche i Cristiani Ortodossi conservano la pratica simil-Nazirea di non tagliare i capelli). Questa pratica ascetica comporta la consacrazione del proprio capo e dunque l’astensione dal taglio, generando naturalmente (per le persone con capelli crespi) le celebri trecce (Giudici 16:13-19); implica inoltre l’astensione da alcolici, uva e derivati.

Il Kebra Nagast racconta l’episodio Biblico di come l’Angelo apparve alla madre di Sansone, ammonendola di non tagliargli i capelli e farlo crescere puro, illibato e nazireo (consacrato/separato).
Nell’iconografia la figura di Sansone pelato, cieco, incatenato, è un esempio di ciò che può accadere a chi usa il metallo di Babilonia (secondo alcuni, con questa espressione si suole indicare il bronzo, l’argento e l’oro dei quali sarebbe stato saccheggiato il Tempio di Salomone; altri invece la associano al denaro, la moneta dell’uomo capitalista), a chi si fida di donne cattive e disubbidisce i comandi divini. Bisogna conservare la propria integrità fisica e morale, e i capelli sono un simbolo, da custodire gelosamente.

«Conservate la vostra cultura non abbiate paura dell’avvoltoio fatevi crescere i riccioli»
(Bob Marley)

La musica rastafariana

Seppur venga riconosciuto in genere che il reggae sia la musica rastafariana per definizione, questa cominciò ad essere associata definitivamente alla religione alcuni anni dopo la sua nascita. Effettivamente la religione si sviluppò molto prima della nascita del reggae stesso, ma questa musica giocò un ruolo fondamentale nella diffusione della cultura rastafari, che venne portata all’ attenzione del mondo tramite il reggae dei primi anni Settanta, da artisti di fama internazionale come Bob Marley e Peter Tosh.

La musica Nyabinghi è la più caratteristica forma di musica rasta. Questa era suonata alle cerimonie sacre chiamate “grounations”, che includevano percussioni, canti e balli, assieme alla preghiera e all’uso della marijuana.
In Giamaica, la cultura nyabinghi venne adottata da molti anti-colonialisti che si opponevano all’occupazione britannica, e venivano spesso organizzate delle danze per invocare il potere di JAH contro l’oppressore.

La musica reggae invece nacque nel 1968 come variante del rocksteady. Questa musica era sostenuta in Giamaica principalmente dai rude boy, giovani delinquenti senza lavoro provenienti dai ghetti poveri di Kingston, i quali imitavano il vestiario dei gangster mafiosi dei film americani. L’emigrazione giamaicana verso l’Inghilterra era sempre stata forte, ma dopo l’indipendenza della Giamaica nel 1962 si intensificò ulteriormente, e gli immigrati trascinarono inevitabilmente la loro cultura, la loro musica nel paese europeo. Dapprima lo ska, poi il rocksteady, e poi il reggae, divennero molto popolari all’interno di alcuni movimenti giovanili britannici.
Il reggae cominciò ad ottenere consensi internazionali nei primi anni settanta, grazie alla fama di Bob Marley, che incorporò elementi nyabinghi e canti rastafariani nella sua musica. Brani come “Rastaman Chant” condussero questo movimento e la musica reggae agli occhi del mondo (specialmente tra le minoranze oppresse come gli afro-americani, i nativi americani, prime nazioni canadesi, aborigeni australiani, i maori neozelandesi, o altre popolazioni africane).

La Marijuana secondo la tradizione Rastafari è la pianta cresciuta sulla tomba di Re Salomone figlio di Davide.
L’utilizzo di questa pianta permetterebbe una miglior “connessione” con DIO e garantirebbe Sapienza (virtù per eccellenza attribuita al Re Salomone)

I rastafariani e l’uso della marijuana

I rastafariani utilizzano la marijuana e alcuni anche i suoi estratti come l’Hashish per fini meditativi. Questa pianta è usata come medicinale, ma anche come erba meditativa, apportatrice di saggezza ed ausilio alla preghiera. Viene sostenuto che questa pianta sia cresciuta sulla tomba del Re Salomone, il Re Saggio, e da essa ne tragga sapienza e forza essa è chiamata in etiopico “Edse Negus”, ovvero “Albero del Re”.
La marijuana è anche associata all’albero della vita e della saggezza che era presente nell’Eden a fianco dell’albero della conoscenza del bene e del male.
I rastafariani, predicano comunque la disciplina morale ed il controllo di sé, e sono avversi ad ogni forma di completo stordimento dei sensi.

I Rasta sostengono che l’uso della marijuana (ganja) è promosso nella Bibbia, in particolare in Genesi 1: 29, Salmi 18: 8 e Rivelazione 22: 2. I rasta descrivono la cannabis come l’erba suprema e la considerano dotata di proprietà curative. Lo elogiano anche per indurre sentimenti di “pace e amore” in coloro che lo prendono, e sostengono che coltiva una forma di introspezione personale che consente al fumatore di scoprire la loro divinità interiore, o “coscienza di InI”. Alcuni Rasta esprimono l’opinione che il fumo di cannabis funge da incenso che contrasta le pratiche immorali percepite.

 

«Non puoi cambiare la natura umana, ma puoi cambiare te stesso mediante l’uso dell’Erba …
In tal modo tu permetti che la tua luce risplenda, e quando ognuno di noi lascia risplendere la sua luce, ciò significa che stiamo creando una cultura divina

 

La Regina di Saba e Re Salomone

Regina di Saba è citata nella Bibbia (nel primo libro dei Re e nel secondo libro delle Cronache), nel Corano e nel Kebra Nagast. Mentre nei Testi Biblici e nel Corano è mensionata solo come Regina di Saba o Regina del Sud, nella tradizione etiope il suo nome era Machedà.

Viene ricordata come regina ricchissima; nella Bibbia, fa visita a Re Salomone figlio di Davide per metterne alla prova la sua rinomata saggezza. La regina di Saba viene citata da Gesù in alcuni racconti evangelici:

La regina del meridione sarà destata nel giudizio con gli uomini di questa generazione e li condannerà; perché essa venne dai confini della terra per udire la sapienza di Salomone, ma, ecco, qui c’è più di Salomone.
(Mt 12:42 e Lu 11:31)

Secondo la Bibbia, la regina della terra di Saba venne a conoscenza della grande saggezza del re d’Israele Salomone, e si mise in viaggio verso la sua terra portando con sé come doni spezie, oro e pietre preziose (regalò 4,5 tonnellate d’oro al re d’Israele) e molti animali esotici (1 Re 10:1-13; 2 Cronache 9:1-12). La regina fu colpita dalla saggezza e dalla ricchezza di Salomone e pronunciò una preghiera al DIO di Salomone, che la ricambiò con molti doni e con “qualsiasi cosa desiderasse”, fino a quando la regina non ritornò nel suo regno.

Rappresentazione artistica dell’incontro tra Re Salomone e la Ragina di Saba

La regina di Saba riappare nel Nuovo Testamento nel Vangelo secondo Matteo 12:42 e in Luca 11:31: Gesù afferma che lei e gli abitanti di Ninive il giorno del Giudizio universale sorgeranno per condannare coloro che hanno rifiutato il suo insegnamento.

Nel Cantico dei cantici, conosciuto anche come Cantico di Salomone, alcuni hanno voluto trovare riferimenti interpretabili come prova dell’amore tra Salomone e la Regina di Saba: per esempio (in 1,5), la donna dice “Bruna sono ma bella“. Si ritiene che la Regina di Saba fosse di pelle scura.

Leggende Ebraiche posteriori

Lo storico ebreo Giuseppe Flavio enfatizza il suo amore per l’apprendimento. Le dà il nome di Nikaule, supponendo che ci sia una connessione con la regina Nitocri descritta da Erodoto.

Altre leggende ebraiche sostengono che il regalo che promise Salomone (qualsiasi cosa desideri) sia concretamente una relazione amorosa, e grandi sforzi sono stati fatti studiando gli enigmi che la regina propone al re per testare la sua saggezza.

Il racconto coranico

Anche il Corano (Sura 34) menziona il nome della Regina di Saba  (malgrado alcune fonti arabe la chiamino Bilqis) in cui la storia inizia con Salomone che viene a conoscenza del regno di Saba perché il suo popolo venera il Sole. Dopo aver minacciato una guerra, il re d’Israele riceve la regina di Saba che adotta la vera religione.
Le leggende islamiche riportano che il marito di Bilqis era Yasir Yan’am e lei era la sorella di Shams, il Sole. Loro padre era al-Hadhad, che aveva salvato la madre, un jinn.

Racconto etiope, il libro Kebra Nagast

Secondo la testimonianza di questo antico Libro Sacro (IV-VI secolo d.C.), la famiglia imperiale etiope discende direttamente dall’incontro amoroso tra il Re Salomone e la Regina di Saba, chiamata Machedà secondo la tradizione africana. Il libro epico etiope dei Re, il Kebra Nagast, contiene la storia di Machedà e dei suoi discendenti: riporta di come Salomone abbia incontrato la Regina (evento documentato anche nella Bibbia, 1 Re 10, 2 Cr 9) e abbia avuto un figlio da lei, il primogenito, incoronato Re con il titolo di Menelik I, primo imperatore d’Etiopia. La testimonianza del Kebra Nagast riporta di come Menelik abbia trafugato l’Arca dell’Alleanza da Gerusalemme all’Etiopia, ove probabilmente si trova tuttora.
È stato provato che le antiche comunità etiopi erano formate da una popolazione semita, emigrata attraverso il Mar Rosso dall’Arabia meridionale, mescolatesi con i locali abitanti non semiti. Inoltre, l’antico regno etiope di Axum ha governato anche una parte dell’Arabia meridionale che comprendeva lo Yemen fino alla nascita dell’Islam nel VII secolo. Per di più, l’amarico e il tigrino, le due principali lingue dell’Etiopia, sono entrambe lingue semitiche.
A testimonianza della relazione tra Arabia ed Etiopia si hanno anche molti reperti archeologici e alcune iscrizioni nell’antico alfabeto della penisola arabica meridionale.

 


Bibliografia

  • Zanella Silvia, Il Rastafarianism : dall’anticolonialismo caraibico alle subculture giovanili trasgressive, Memoria e ricerca : rivista di storia contemporanea. Fascicolo 25, 2007 (Società Editrice Ponte Vecchio ; Carocci ; Franco Angeli, 2007).

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