I 7 più rilevanti errori di traduzione del Vangelo e Nuovo Testamento

Bibbia LXX su rotoli – Prima dell’invenzione della carta nel 105 d.C in Cina e della sua lenta diffusione verso l’Occidente si scriveva principalmente su tre materiali: la seta (in Estremo Oriente), il papiro (nel bacino del Mediterraneo), la pergamena (in Asia Minore), venendo arrotolati intorno del legno per falilitarne la maneggiabilità

Ognuno che si impegni nello studio delle Sacre Scritture è a conoscenza che quello che sta leggendo non è semplicemente un’opera di uomini, ma è invece rivelazione di DIO. La Bibbia è infallibile in materia di fede e di morale, e allo stesso modo si pronuncia il Concilio Vaticano II: “contiene senza errori la verità che si riferisce alla nostra salvezza” (Dei Verbum 11). Ma se sulla veridicità del contenuto non c’è alcun dubbio, questo non significa che ogni singola parola del perfetto Messaggio Divino è arrivata ai nostri giorni esente da errori umani di traduzione. I Testi che fanno parte della Bibbia ebraica hanno subito per più di 2000 anni continue traduzioni ed interpretazioni, passaggi di lingua che inevitabilmente hanno portato ad una compromissione dell’originale. Per arrivare fino ai nostri giorni i Libri del Nuovo Testamento hanno dovuto affrontare un “percorso” particolarmente complesso che può essere identificato in tre principali passaggi:

Greco Latino Italiano
 (III sec. a.C.)  (IV sec. d.C.)      (XIII sec. d.C.)

 

Seppure non sono ad oggi conservati frammenti dei Vangeli e del resto del Nuovo Testamento in ebraico o aramaico, gli studiosi contemporanei analizzando lessicalmente ed esaminato a fondo i testi in Greco antico da un punto di vista linguistico, hanno dimostrato l’esistenza di un sostrato semitico, in particolare ebraico. Si deve infatti considerare che seppur gran parte del Nuovo Testamento è stato scritto originariamente in Greco, la lingua parlata da Gesù con i suoi discepoli ed evangelisti era sicuramente una lingua semitica (probabilmente Ebraico antico o qualche forma di dialetto Aramaico).

Rimane quindi evidente che è stato necesario da parte dei traduttori di ogni epoca apportare delle modifiche che rendessero quanto più comprensibile e stilisticamente corretto il testo, associandoci al pensiero del celebre Orazio (“Da bravo traduttore dovrai avere cura di non tradurre parola per parola.”), ovvero anche il miglior traduttore al mondo deve necessariamente cambiare alcune parole. Quindi se in ambito di traduzioni il “sostituire” risulta lecito e a volte necessario, altrettanto lo sarà indagare in merito agli errori fatti nel passato per portare nel presente una testo sempre più fedele a quello originale.

I 7 più importanti errori di traduzione del Nuovo Testamento

1) Gesu il Nazareo non “da” Nazareth

I Cristiani non possano affermare che l’espressione “Gesù Nazareno” si riferisca a “Gesù cittadino di Nazareth” nello stesso modo in cui l’espressione “Leonardo da Vinci” significa “Leonardo proveniente da Vinci” in quanto questa usanza non era assolutamente conosciuta e quindi utilizzata nei primi secoli d.C.. Nel periodo della distruzione del secondo Tempio infatti, sia in Giudea che nel Medio Oriente in generale, si utilizzava come “cognome” il nome del padre, e non la provenienza come molti secoli più tardi avvenne in Occidente. Quindi semmai il Messiah potrebbe essere stato identificato con “Gesù figlio di Giuseppe” (“Yehoshua ben Joseph” oppure “Yehoshua ben Miriam” come è riportato dalla tradizione islamica) e non come Gesù da Nazareth.

Nazareth inoltre non è mai citata nell’Antico Testamento, le prime fonti storiche (ad esclusione quindi dei Vangeli) che ne parlano risalgono al III-IV secolo d.C. e la provenienza di Gesù può essere identificata più verosimile con la città di Gamala. Nel N.T. Gesù viene chiamato 18 volte “nazareno”, e questo titolo ha a che fare con il voto di consacrazione a DIO più vecchio presente nella Bibbia, ovvero il nazireato (o nazireo נזיר “NZYR” esattamente come Giovanni Battista suo cugino e precursore). Dato che non sono presenti vocali nelle lingue semitiche, il margine di interpretazione rimane molto ampio, e semmai la stessa radice triletterale נזר potrebbe essere riferirsi a “nezer” (“germoglio” o “virgulto”) termine che troviamo spesso associato al Messiah dai Profeti (Isaiah 11, 1 ; Zaccaria 6, 12 ; Geremia 23, 5), ma non con Nazareth a causa dell’assenza della lettera ת (“T”) finale.
Nella prima traduzione Greca dei Settanta (LXX) infatti la parola nazoraios non significa affatto “proveniente della città di Nazareth” ma si riferiva invece al titolo di consacrazione presente nel Libro dei Numeri 6, 1-21 e in Giudici 13, 1-14 e che probabilmente i primi traduttori non accettarono in quanto legava troppo il nuovo Messia del nascente Cristianesimo alla vecchia tradizione classica Ebraica, e questo probabilmente avrebbe impedito la formazione nei primi secoli della dottrina che in seguito andò delineandosi come Cattolica Romana.
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2) La giovane donna del Libro di Isaia

C’è un passaggio su tutti che la Chiesa Cristiana indica come conferma della relazione tra le rivelazioni del Vecchio e del Nuovo Testamento Biblico, un’annunciazione per di più di uno dei Profeti maggiori del Canone Ebraico. La tradizionale profezia di Isaia (7, 14) sulla “vergine che concepirà e partorirà un bimbo” sta per scomparire definitivamente dalle nuove Bibbie che hanno iniziato solo di recente a correggere la traduzione dal testo ebraico, che effettivamente non la contiene (la versione CEI riporta “vergine”, mentre la Nuova Rivedura 2006 “giovane”). Isaia 7, 10-17 è particolarmente importante per la dottrina cristiana in quanto il v. 14 viene citato nel Vangelo di Matteo in prospettiva Messianica, a supporto della nascita di Gesù da una vergine con queste parole:

18 Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19 Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. 20 Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del SIGNORE e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. 21 Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù [nota a]: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati.” 22 Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal SIGNORE per mezzo del profeta: 23 Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa DIO è con noi. 24 Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del SIGNORE e prese con sé la sua sposa, 25 la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù.
(Matteo 1, 18-25)

 

Non vi è alcun dubbio che il Vangelo secondo Matteo intenda riferire con estrema chiarezza la nascita miracolosa di Gesù. l’autore è attento a specificare che Maria rimase incinta prima che andasse a vivere con Giuseppe (Mt 1,18) e il concepimento miracoloso è sottolineato anche dal fatto che Giuseppe aveva progettato in segreto di licenziarla (Mt 1, 19). Anche nel Vangelo di Luca si parla della nascita verginale di Gesù, ma senza citare il brano di Isaia, mentre Marco e Giovanni non descrivono le circostanze della nascita del Messiah. Solitamente attento ad evidenziare ogni aspetto della vita di Gesù che possa essere letto attraverso le profezie bibliche, soprattutto nel racconto dell’infanzia di Gesù, Matteo non manca di ricollegarsi a Is 7, 10-17. Secondo l’autore il profeta Isaia avrebbe annunciato la miracolosa nascita di Gesù da una vergine molti secoli prima che il fatto si verificasse. Il versetto 22, trasmesso sostanzialmente in questa forma da tutta la tradizione manoscritta, è chiaro: “Tuttoquesto avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal SIGNORE per mezzo del profeta”. Tuttavia al v. 23 Matteo, nel citare Is 7, 14 sembra commette un errore, oppure forzare di proposito il significato della profezia, utilizzata infatti la parola ebraica ‘almah (העלמה) che significa soltanto “giovane donna” o “ragazza” e non è un termine specifico dal quale si possa dedurre che Isaia intese effettivamente alludere ad una vergine che avrebbe dovuto concepire un figlio senza alcun rapporto sessuale. La presenza di ‘almah in Is 7, 14 è confermata sia dal testo ebraico masoretico, corrispondente all’attuale Bibbia ebraica, che dal rotolo 1QIsa rinvenuto a Qumran nella Grotta 1Q, per il quale si rimanda ai capp. 6 e 7 del presente documento. Molti studiosi quindi evidenziano il fatto che se Isaia avesse voluto esplicitamente riferirsi tecnicamente ad una “vergine” avrebbe dovuto utilizzare il termine ebraico bethulah (בתולה) che è specifico in questo senso, e così questa forzatura è rimasta per secoli la prova inconfutabile Cristiana della rivelazione neotestamentaria, ma di fatto oggi priva di fondamento.

3) Gesù figlio di DIO, ma non il DIO Altissimo

Nel capitolo 19 sempre del Vangelo secondo Matteo, che per molti rimane sia il più antico che più autorevole, e con prove storiche di essere l’unico scritto originariamente in Aramaico [nota b] troviamo una forzatura di traduzione. La maggior parte delle traduzioni della Chiesa Cattolica Romana ed Ortodossa traducono così i versetti 16 e 17:

16 “Maestro, che devo fare di buono per avere la vita eterna?” 17 Gesù gli rispose: “Perché m’interroghi intorno a ciò che è buono? Uno solo è il buono”
(Mt 19, 16-17 NR2006)

 

mentre invece la traduzione dal Greco più appropriata e letterale dovrebbe essere:

Ed ecco, un tale gli si avvicinò e gli disse: “Maestro buono, che cosa dovrei fare per ottenere la vita eterna?”. 17 Egli rispose: “Perché tu mi chiami buono? Non c’è nessuno di buono al di fuori di Uno solo, che è DIO”
(Mt 19, 16-19)

 

Una differenza abbissale, da un discorso criptico ad uno semplice e chiaro che conferma non solo la grande umiltà di Gesù Cristo, ma anche la sua non appartenenza al DIO Altissimo come stessa sostanza (trinità), ma semplicemente come figlio di DIO, così come afferma il Salmo 82 e così come dovrebbe considerarsi secondo la dottrina ogni vero santo credente.

4) Nessuno ha mai visto DIO

Per i traduttori Cristiani avere a che fare con un passaggio come quello del v. 18 del Vangelo secondo Giovanni è stato davvero un compito molto delicato. Sì perchè seppur come moltissimi altri questo passaggio può essere interpretato in diversi modi, rimane contenuto in esso una costante difficile da digerire in prospettiva trinitaria: “Nessuno ha mai visto DIO”. Quindi se nessuno Lo ha mai visto, ma hanno visto invece chiaramente Gesù, il Messiah e il Figlio di DIO, ciò non potrà mai lasciar comprendere che il PADRE, sia il figlio e viceversa, altrimenti questa affermazione:

Θεὸν (DIO) οὐδεὶς (nessuno) ἑώρακεν ([lo] ha visto) πώποτε (mai)
(Gv 1, 18)

 

Magari si può intendere metaforicamente e spiriualmente ma non si può di certo affermare come il Credo Cristiano recita “generato, non creato: della stessa sostanza del PADRE”. Quindi la traduzione corretta di:

18 Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere.
(Giovanni 1, 18 NR2006)

 

dovrebbe invece essere:

18 Θεὸν (DIO) οὐδεὶς (nessuno) ἑώρακεν ([lo] ha visto) πώποτε (mai); μονογενὴς ([ma] l’unico creato) Θεὸς (Dio), ὁ (il solo) ὢν ([ad] esistere) εἰς (dentro) τὸν (il) κόλπον (seno) τοῦ (del) Πατρὸς (PADRE), ἐκεῖνος (Lui) ἐξηγήσατο ([ci] ha mostrato la via).

18 DIO nessuno [lo] ha mai visto; [ma] l’unico Dio creato, il solo ad esistere nel seno del PADRE [e] Lui [ci] ha mostrato la via.

(Traduzioni del Vangelo secondo Giovanni Capitolo 1 v. 18)

 

In questo modo la dottrina predicata dal Messiah risulta davvero comprensibile, e così come afferma la preghiera che ha insegnato ai discepoli invocando il PADRE di tutti noi (PADRE nostro), e non semplicemente dicendo “PADRE mio”. Siamo tutti Figli di DIO seppure in quei tempi fu Gesù il figlio di Maria l’unigenito figlio del PADRE che comprese pienamente i Suoi Precetti e le Sue Leggi e per questo motivo il suo nome nella storia fu elevato al di sopra di tutti gli altri nomi.

5) Agape e Caritas, Amore o Carità?

Nella prima Lettera di San Paolo ai Corinzi (Capitolo 13) troviamo un esempio di come una non appropriata traduzione, può portare al fraintendimento dell’intero pensiero. In questo caso sembrerebbe trattarsi più che di un errore letterale, di una personale interpretazione del traduttore (o della sua scuola) che attribuisce, seppur incredibilmente, più valore e forza al sentimento terreno della carità rispetto invece a quello universale dell’amore.

Il Greco “Caritas”, che significa “Amore”, diventa prima correttamente in Latino “Agape” (“Amore”) per poi trasformarsi erroneamente nell’Italiano “Carità”, termine principalmente mondano e materiale, ben distante dall’alto e nobile sentimento di Amore. Qui sotto è riportata in grassetto la corretta traduzione dal Greco Classico (Amore), e tra parentesi l’incorretta traduzione che tutt’oggi la Chiesa propone nelle nostre Bibbie:

1 Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’Amore (la carità), sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi l’Amore (la carità) non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi l’Amore (la carità), niente mi giova. 4 l’Amore (la carità) è paziente, è benigno l’Amore (la carità); non è invidioso l’Amore (la carità), non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 l’Amore (la carità) non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e l’Amore (la carità); ma di tutte più grande è l’Amore (la carità)
(1Corinzi 13, 1-13)

 

Rimane ovvio che un credente può confondersi tutt’oggi che il fare elemosina, o donare in beneficenza può risultare agli Occhi di DIO un grande atto d’Amore, ma invece la dottrina ci vuole insegnare che nessun atto, nemmeno la donazione materiale più generosa, può essere gradita a DIO se non proviene dal profondo del nostro cuore.

6) La fune e il cammello

Nel Vangelo secondo Matteo al Capitolo 19 troviamo un errore prettamente grammaticale, e seppure non ha molta importanza dal punto di vista dottrinale, riesce in sè ad esprimere quanto un errore può fondersi con la cultura dell’uomo, dato che ancora oggi questo errore non è stato corretto nelle Bibbie in tutto il Mondo. A causa della loro somiglianza i termini potrebbero essere stati scambiati senza considerare però l’inesattezza e correggere l’errore del traduttore:

Ve lo ripeto: è più facile che una fune (non cammello) passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di DIO.
(Vangelo secondo Matteo 19, 24)

 

Il termine cammello (kamilon) e corda (kamiilon) sono ambedue traslitterazioni possibili, in quanto ambedue traducono l’Aramaico ghamil. Infatti tra il termine kamilon (dal Dizionario Greco κάμηλος -ου, ὁ, ἡ [ebr. gāmāl], cammello, dromedario) e kàmelon (translittero, ma la “e” sarebbe “eta”) la differenza è davvero minima da indurre all’errore. In alcuni codici si legge kàmilon, con iota, e quindi la traduzione sarebbe “è più facile che una fune passi per la cruna di un ago”.  Questa forma, che sembra sicuramente anche più sensata, è avvalorata dalla testimonianza di antiche traduzioni Armene e Georgiane, e si trova anche in citazioni di autori antichi, come Origene, Cirillo Alessandrino che addirittura, si schiera contro Giuliano l’apostata, dicendo:

Il Signore [Gesù] prende ad esempio la cruna dell’ago e il gml, e non l’animale, come ritiene l’empio, ignorante e idiota Giuliano, bensì la fune spessa che c’è in ogni nave.
(da un frammento del libro XVI del trattato contro Giuliano, conservato in Siriaco) 

 

Eppure tutti e tre i passi sinottici, nella versione Greca, riportano il termine “κάμηλον” che significa, senza ombra di equivoco, cammello; (Matteo 19, 24) (Marco 10, 25) (Luca 18, 25)

7) Considerazione delle donne

Questi due esempi riportano di come la società dei tempi antichi ha spesso interpretato i passaggi attenendosi più alle forme e i costumi che alla grammatica del testo, sottolineando la differenza tra uomo e donna presente nella cultura del passato, ma non in quella giusta del Messaggio Divino.

Il termine hagnos (ἁγνός) è tradotto come “Santo” se usato quando riferito a uomini, e invece come “caste” o “pure” se usato per le donne. La NR2006 traduce la Lettera a Tito Cap.2, 4-5 così:

4 per formare le giovani all’amore del marito e dei figli, 5 ad essere prudenti, caste, dedite alla famiglia, buone, sottomesse ai propri mariti, perché la parola di DIO non debba diventare oggetto di biasimo.

 

Non è lecito cambiare una traduzione di una parola solo in base alle usanza, ma va usata sempre in una traduzione la coerenza.

Altre distorsioni includono la cattiva traduzione del termine exousia (ἐξουσία) che è più spesso interpretata come “potere”, “autorità”, “diritto”, “libertà”, “giurisdizione” e “forza”, ma quando invece è usata riferendosi alla donne in 1 Corinzi 11, 10 molte versioni traducono con “velo” o “capo coperto”, che serviva evidentemente solo a dare agli uomini autorità sulle donne. Se tradotto correttamente invece riporta l’insegnamento di Paolo  che afferma che le donne hanno autorità sulla propria testa, annullando così il dominio maschile, e donando a ciascuno l’autorità solo su se stessi.

 


Note

[nota a] Il nome originale è Yehoshua (יהושע) che infatti significa “DIO salva” e solo in seguito è stato traslitterato prima in Yesous (Greco) e poi Iesus (Latino) e Gesù

[nota b] Origene in Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica, 6.25.3-6 – “Il primo a scrivere fu Matteo che era un esattore delle imposte e più tardi divenne un apostolo di Gesù Cristo; egli pubblicò il Vangelo in ebraico per i fedeli ebrei. Il secondo fu Marco che scrisse seguendo le direttivo di Pietro che lo riconobbe come figlio nelle sua lettera: vi saluta la comunità che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia; e anche Marco, mio figlio. Il terzo fu Luca che scrisse il Vangelo predicato da Paolo per i gentili. Dopo tutti venne Giovanni.” 

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