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Tabella dei Contenuti

Introduzione

La teologia può essere estremamente complessa. Migliaia di anni di storia hanno prodotto libri, commentari, scuole di pensiero, interpretazioni, leggi religiose e discussioni che hanno cercato di comprendere DIO e il rapporto tra il Creatore e la Sua creazione. Tutto questo patrimonio può avere un valore immenso. Eppure, quando torniamo ai principi fondamentali delle Scritture, scopriamo qualcosa di sorprendentemente semplice: cercare DIO, fare il bene, allontanarsi dal male e migliorare sé stessi.

Forse è proprio questa semplicità che talvolta rischiamo di perdere.

Ebraismo, Cristianesimo e Islam hanno sviluppato tradizioni teologiche differenti, ma nelle loro Scritture ritorna continuamente la responsabilità personale davanti a DIO. Nessun rabbino, per quanto sapiente; nessun sacerdote, per quanto santo; nessun imam, per quanto credente, può vivere la nostra vita al posto nostro. Possono insegnare, consigliare, correggere, pregare con noi e indicarci una strada, ma nessuno può compiere il bene al nostro posto, pentirsi al nostro posto o rispondere a DIO delle nostre scelte.

Questo principio riguarda allo stesso modo donne e uomini. Davanti a DIO non esiste una parte dell’umanità dispensata dalla responsabilità spirituale, né una parte esclusa dalla possibilità di elevarsi. Ogni essere umano riceve una vita, delle possibilità, delle prove e un percorso particolare. E proprio perché i percorsi sono differenti, non ha molto senso misurare la propria vita utilizzando quella degli altri come metro.

Non importa soltanto da dove siamo partiti. Importa soprattutto in quale direzione stiamo andando.

Una persona può aver trascorso anni commettendo errori anche gravissimi, vivendo nell’egoismo, nella menzogna o nell’ingiustizia. Il male compiuto conserva le proprie conseguenze e, quando possibile, deve essere riparato: il pentimento non trasforma automaticamente un’ingiustizia in qualcosa che non sia mai accaduto. Ma finché esiste la possibilità di scegliere, esiste anche la possibilità di cambiare direzione. La grande domanda spirituale diventa allora molto semplice: che cosa sto facendo oggi e che cosa intendo seminare da questo momento in avanti?

Mosè richiama continuamente Israele alla scelta tra la via della vita e quella della morte. Gesù chiama alla conversione e alla trasformazione del cuore. Muhammad invita una comunità a purificarsi, correggersi e sottomettere la propria volontà a DIO. Le loro missioni appartengono a tempi e contesti differenti, ma tutte pongono l’essere umano davanti alla serietà delle proprie scelte.

La vita, allora, può essere immaginata come una scala.

Non tutti partiamo dallo stesso gradino e non tutti incontriamo le medesime difficoltà. Possiamo salire, fermarci e persino cadere. Ma una caduta non deve necessariamente essere la fine del percorso. Possiamo rialzarci e ricominciare a salire.

Questa immagine attraverserà tutto il nostro studio. La incontreremo nell’antica Scala di Giacobbe e nella successiva mistica ebraica; nelle scale spirituali elaborate dal Cristianesimo e nei percorsi verso la santità; e nella tradizione islamica della purificazione dell’anima e delle stazioni attraverso le quali la persona cerca di avvicinarsi sempre maggiormente a DIO.

E forse proprio qui possiamo ritrovare una Teologia Semplice: non una teologia povera di pensiero, ma una teologia capace di riportare il pensiero all’essenziale.

Cerca DIO. Migliora te stesso. Fai il bene. Abbi pazienza. E continua a salire.

Fai il bene e il bene ritornerà

Esiste un principio tanto semplice quanto antico: ciò che seminiamo, prima o poi, raccogliamo.

Non significa che ogni buona azione debba produrre immediatamente un vantaggio materiale, né che ogni difficoltà sia la conseguenza di una colpa. Significa qualcosa di più profondo: davanti a DIO, il bene non è mai inutile. Ogni gesto di giustizia, ogni atto di misericordia, ogni rinuncia all’egoismo, ogni volta che scegliamo la verità invece della menzogna, stiamo seminando qualcosa che appartiene al nostro percorso.

Questo principio attraversa, con espressioni differenti, Ebraismo, Cristianesimo e Islam.

Nella Torah troviamo una delle formulazioni più semplici nella scelta posta davanti a Israele:

«Io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male.»
(Deuteronomio 30:15)

Pochi versetti dopo arriva l’invito: «Scegli dunque la vita» (Deuteronomio 30:19).

La scelta viene prima della conseguenza. La Torah non presenta l’esistenza come moralmente indifferente: esistono strade differenti e le strade conducono in direzioni differenti. Deuteronomio 28 sviluppa estesamente questo rapporto attraverso il linguaggio delle benedizioni e delle conseguenze della disobbedienza.

Anche i Salmi ritornano continuamente su questo principio. Il primo Salmo descrive due vie: quella di chi cerca la rettitudine e quella degli empi. Non promette che ogni giornata della persona giusta sarà facile, ma paragona chi segue la via di DIO a un albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo (Salmo 1:3).

A suo tempo. Questo particolare è fondamentale.

Nel Cristianesimo: ciò che seminiamo raccoglieremo

Gesù porta continuamente l’attenzione sulle conseguenze delle nostre azioni. Nel Discorso della Montagna insegna:

«Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.»
(Matteo 5:7)

E ancora:

«Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi.»
(Matteo 7:2)

Paolo utilizzerà poi proprio l’immagine della semina:

«Quello che una persona avrà seminato, quello pure raccoglierà.»
(Galati 6:7)

Non siamo quindi davanti a un semplice invito a essere “buoni”. Esiste una responsabilità spirituale. Le nostre azioni ci trasformano e producono conseguenze che possono andare ben oltre il momento nel quale vengono compiute.

La santità cristiana nasce anche da questa perseveranza quotidiana. Non si diventa persone giuste attraverso una singola azione straordinaria, ma attraverso la ripetizione delle scelte giuste: perdonare quando sarebbe più facile odiare, condividere quando sarebbe più facile trattenere, dire la verità quando mentire sarebbe più conveniente.

Nell’Islam: nessun bene viene perduto

Il Corano esprime questo principio con una chiarezza straordinaria:

«Chi avrà fatto il peso di un atomo di bene lo vedrà.»
(Corano 99:7)

E immediatamente dopo:

«E chi avrà fatto il peso di un atomo di male lo vedrà.»
(Corano 99:8)

È difficile immaginare un’espressione più semplice della responsabilità personale.

Anche una quantità apparentemente insignificante di bene conta davanti a DIO.

Il Corano ritorna inoltre frequentemente sul rapporto tra fede, rettitudine e ricompensa divina. In 16:97 afferma che chi opera rettamente, «maschio o femmina», essendo credente, riceverà da DIO una buona vita e una ricompensa secondo le migliori opere compiute.

Questo versetto è particolarmente importante perché elimina qualsiasi possibile ambiguità: il percorso spirituale riguarda nella stessa misura donne e uomini.

DIO non è un commerciante

Dobbiamo tuttavia evitare un errore.

Fare il bene non significa stipulare un contratto commerciale con DIO: io ho fatto questo, quindi Tu adesso devi darmi quello.

La fede non funziona così.

Possiamo aiutare qualcuno e non ricevere gratitudine. Possiamo comportarci rettamente ed essere trattati ingiustamente. Possiamo pregare e attraversare comunque una prova difficile. Se pretendessimo una ricompensa immediata per ogni buona azione, trasformeremmo la spiritualità in una contabilità.

La reciprocità divina è molto più grande.

DIO decide il tempo, la forma e la misura della benedizione.

A volte il bene ritorna attraverso una conseguenza visibile. Altre volte attraverso una porta che si apre molti anni dopo. Altre ancora attraverso la trasformazione interiore della persona stessa. E, nella prospettiva religiosa, la storia dell’esistenza non termina necessariamente con ciò che riusciamo a vedere durante questa vita.

Per questo la pazienza è parte integrante del cammino.

Una persona che pianta un seme non lo dissotterra il giorno seguente per controllare perché non sia ancora diventato un albero. Lo annaffia, lo protegge e aspetta.

Così dovrebbe essere anche il nostro rapporto con il bene.

Semina bene anche quando nessuno ti vede.
Semina bene anche quando nessuno ti ringrazia.
Semina bene anche quando non ne comprendi ancora il risultato.

Perché se crediamo veramente che DIO sia giusto, dobbiamo anche credere che nessuna buona semina possa essere definitivamente perduta.

E quando iniziamo a comprendere questo principio, possiamo affrontare il passo successivo: capire che la crescita spirituale non avviene tutta insieme.

La vita è una scala. E ogni buona scelta può diventare un gradino.

La vita è una scala verso DIO

Se il bene che seminiamo ha un valore, allora la vita spirituale non può essere qualcosa di immobile. Siamo chiamati a crescere.

Forse una delle immagini più belle per rappresentare questa crescita appare già nella Torah, nel sogno di Giacobbe:

«Ed ecco una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di DIO salivano e scendevano su di essa.»
(Genesi 28:12)

La scala unisce simbolicamente due realtà: la terra sulla quale viviamo e il cielo verso il quale guardiamo.

Giacobbe non vede semplicemente il cielo. Vede qualcosa che collega il basso con l’alto. E questa immagine, nei secoli, diventerà particolarmente feconda per la spiritualità e la mistica.

Una scala, infatti, contiene già una piccola teologia.

Esiste un punto dal quale partiamo. Esiste una direzione. Esistono dei gradini. E soprattutto, non possiamo raggiungere l’ultimo gradino senza attraversare quelli che vengono prima.

Nell’Ebraismo: elevarsi, correggersi, avvicinarsi

Nella tradizione ebraica, la Scala di Giacobbe ha ricevuto numerose interpretazioni. Non esiste una sola lettura definitiva: è stata interpretata in relazione alla storia d’Israele, alla preghiera, al Tempio, agli angeli e anche al rapporto tra il mondo terreno e quello superiore.

Con lo sviluppo della mistica ebraica, soprattutto nella Kabbalah, acquista grande importanza anche l’immagine dell’Albero della Vita, strutturato attraverso le dieci Sefirot.

Le Sefirot non devono essere ridotte semplicemente a dieci gradini che una persona deve scalare. Nella tradizione cabalistica rappresentano realtà molto più complesse: modalità attraverso le quali l’azione e gli attributi divini vengono manifestati e attraverso cui viene pensato il rapporto tra DIO, creazione ed esistenza.

Eppure, l’Albero della Vita offre anche una straordinaria rappresentazione del percorso di trasformazione spirituale.

Concetti come Chesed, la misericordia e l’amore generoso; Gevurah, la forza, il limite e la disciplina; Tiferet, l’armonia e la bellezza, possono diventare anche uno specchio attraverso il quale osservare noi stessi.

Essere generosi senza disciplina può produrre disordine. Essere rigorosi senza misericordia può produrre crudeltà. Crescere significa imparare a ordinare le nostre qualità e indirizzarle verso il bene.

A questo si collega un altro grande concetto della mistica ebraica: il tikkun, la riparazione o rettificazione.

Prima ancora di voler correggere il mondo intero, dobbiamo imparare a correggere ciò che possiamo correggere dentro di noi e intorno a noi.

Un gradino alla volta.

Nel Cristianesimo: la scala della santità

Il Cristianesimo ha sviluppato questa immagine in maniera sorprendentemente esplicita.

Nel capitolo VII della Regola di San Benedetto, dedicato all’umiltà, la Scala di Giacobbe viene applicata direttamente alla vita spirituale. Benedetto interpreta quella scala come immagine dell’esistenza presente e descrive una successione di gradini attraverso i quali la persona impara l’umiltà e si avvicina a DIO.

La scala non è quindi soltanto qualcosa che Giacobbe vide migliaia di anni fa.

Diventa la nostra vita.

Un altro esempio ancora più evidente è San Giovanni Climaco, monaco vissuto tra il VI e il VII secolo. La sua opera più celebre è chiamata proprio La Scala della Divina Ascesa.

Giovanni descrive trenta gradini del cammino spirituale. La persona combatte progressivamente le passioni, impara il dominio di sé, sviluppa le virtù, cresce nella preghiera e procede verso fede, speranza e amore.

Non è importante, per il nostro ragionamento, trasformare questi trenta gradini in una formula rigida. Ciò che conta è l’intuizione:

la santità è un percorso.

Nessuno si sveglia una mattina completamente trasformato. Anche coloro che successivamente vengono ricordati come santi hanno combattuto contro debolezze, tentazioni, paure e cadute.

La differenza è che hanno continuato a salire.

Nell’Islam: purificare l’anima e attraversare le stazioni

Anche l’Islam possiede un linguaggio profondissimo della crescita spirituale.

Il Corano afferma:

«DIO non modifica la condizione di un popolo finché essi non modificano ciò che è in loro stessi.»
(Corano 13:11)

Questo versetto contiene un principio enorme.

Spesso chiediamo a DIO di cambiare ciò che esiste intorno a noi. Ma il Corano richiama prima la nostra attenzione su ciò che deve cambiare dentro di noi.

Da questa esigenza nasce il grande tema islamico della tazkiyat al-nafs, la purificazione dell’anima.

Il Corano afferma:

«Ha successo, invero, chi la purifica, e fallisce chi la corrompe.»
(Corano 91:9-10)

La crescita spirituale islamica non consiste quindi soltanto nell’appartenenza a una comunità religiosa. Richiede un lavoro concreto su sé stessi: combattere l’orgoglio, dominare l’avidità, sviluppare pazienza, gratitudine, sincerità, misericordia e fiducia in DIO.

Nella tradizione spirituale islamica, e in particolare nel Sufismo, troviamo inoltre il concetto dei maqāmāt, le “stazioni” del cammino verso DIO.

Le classificazioni variano tra i diversi maestri, ma ricorrono frequentemente stazioni come il pentimento (tawbah), la pazienza (sabr), la gratitudine (shukr), la fiducia in DIO (tawakkul) e altri stati di progressiva purificazione.

Anche qui troviamo dunque un percorso.

Non necessariamente una scala rappresentata graficamente, ma qualcosa di molto simile nella sostanza: una condizione spirituale viene attraversata, interiorizzata e diventa preparazione per quella successiva.

Muhammad stesso non costruì soltanto una nuova comunità attraverso norme e istituzioni. La predicazione coranica richiese innanzitutto una trasformazione morale: abbandonare l’idolatria, proteggere gli orfani, praticare la carità, limitare l’ingiustizia, creare solidarietà tra credenti, pregare, digiunare e imparare a confidare in DIO.

La trasformazione della comunità procedeva insieme alla trasformazione delle persone che la componevano.

Tre tradizioni, tre linguaggi, una stessa responsabilità

Non dobbiamo affermare che Sefirot, santificazione cristiana e maqāmāt islamici siano la stessa dottrina.

Non lo sono.

Nascono in epoche differenti, rispondono a concezioni teologiche differenti e devono essere rispettati nella loro specificità.

Ma possiamo osservare qualcosa di straordinario.

L’Ebraismo mistico parla di rettificazione ed elevazione.

Il Cristianesimo parla di conversione, virtù e santificazione.

L’Islam parla di purificazione dell’anima e di stazioni spirituali.

Tre linguaggi differenti sembrano ricordarci una responsabilità comune:

non rimanere spiritualmente nello stesso luogo nel quale ti trovavi ieri.

Non dobbiamo nemmeno confrontare continuamente il nostro gradino con quello degli altri. Una persona potrebbe trovarsi più avanti in un aspetto della vita e molto più indietro in un altro. Qualcuno combatte contro l’avidità, qualcun altro contro l’ira. Una persona deve imparare a perdonare; un’altra deve imparare la disciplina; un’altra ancora deve trovare il coraggio di riconoscere i propri errori.

La domanda fondamentale non è:

Quanto sono in alto rispetto agli altri?

La domanda è:

Sto salendo rispetto a ciò che ero ieri?

Ed è qui che la teologia torna nuovamente semplice.

Non ci viene richiesto di raggiungere oggi la cima della scala.

Ci viene richiesto di affrontare il prossimo gradino.

Correggere qualcosa. Perdonare qualcuno. Riparare un torto. Aiutare chi ha bisogno. Controllare una passione. Dire una verità difficile. Essere più giusti. Pregare con maggiore sincerità.

Poi un altro gradino.

E un altro ancora.

Perché forse la crescita spirituale non consiste nel diventare improvvisamente perfetti, ma nel non smettere mai di salire verso DIO.

Non giudicare la storia prima della fine

Uno degli errori più facili da commettere è giudicare un’intera esistenza osservandone soltanto un momento.

Vediamo una persona giusta soffrire e ci domandiamo: dov’è la giustizia di DIO?

Vediamo invece una persona disonesta prosperare e pensiamo: a cosa serve comportarsi bene?

Ma entrambe le conclusioni nascono dallo stesso errore: stiamo giudicando una storia prima di conoscerne la fine.

Se crediamo veramente in DIO, dobbiamo necessariamente allargare il nostro orizzonte. La giustizia divina non può essere misurata soltanto attraverso ciò che accade oggi, quest’anno o persino durante l’intera durata della nostra vita terrena.

Le tradizioni abramitiche ci chiedono infatti di guardare oltre.

Nell’Ebraismo: Giobbe e una storia che deve essere letta fino alla fine

Giobbe rappresenta forse uno degli esempi più potenti.

È descritto come una persona integra e retta, eppure perde beni, figli e salute. Se interrompessimo la lettura nel mezzo del libro, potremmo arrivare a una conclusione terribile: essere giusti non serve a nulla.

Ma il Libro di Giobbe non termina lì.

Giobbe attraversa il dolore, protesta, interroga DIO e manifesta tutta la fragilità possibile dell’essere umano. Alla fine, però, la sua storia cambia ancora:

«Il SIGNORE ristabilì la sorte di Giobbe […] e gli rese il doppio di tutto quello che aveva posseduto.»
(Giobbe 42:10)

Giobbe riceve nuovamente famiglia, prosperità e una lunga vita.

Questo non significa che i figli perduti possano essere semplicemente sostituiti, né che il dolore precedente diventi irrilevante. Il libro è molto più profondo di una semplice equazione tra sofferenza e ricompensa.

Ma ci insegna almeno qualcosa di fondamentale per il nostro ragionamento:

non avremmo potuto comprendere la storia di Giobbe fermandoci a metà.

E la tradizione ebraica ha sviluppato ulteriormente la domanda su ciò che accade oltre la singola esistenza terrena.

La fede nella resurrezione dei morti, Techiyat HaMetim, diventerà un elemento importante dell’Ebraismo rabbinico. Parallelamente, alcune correnti della mistica ebraica svilupperanno il concetto di gilgul ha-neshamot, la trasmigrazione o reincarnazione delle anime.

Nella Kabbalah, e in particolare nella successiva tradizione lurianica, il gilgul può essere collegato al processo di tikkun: un’anima può avere ancora qualcosa da rettificare, completare o elevare.

È importante distinguere le due idee. Resurrezione e reincarnazione non sono la stessa dottrina, e il gilgul non rappresenta una credenza uniforme di tutto l’Ebraismo.

Eppure questa tradizione mistica introduce una possibilità affascinante: forse il percorso dell’anima è più lungo di quanto possiamo osservare in una sola vita.

La morte, in questa prospettiva, non necessariamente interrompe la scala.

Nel Cristianesimo: la Croce non è la fine della storia

Se esiste una storia che non può essere giudicata prima della conclusione, è quella di Gesù.

Osservata soltanto sul Golgota, sembrerebbe una sconfitta.

Un giusto viene tradito, abbandonato, umiliato, torturato e crocifisso. Se la narrazione terminasse con la deposizione nel sepolcro, potremmo domandarci dove sia la vittoria.

Ma per il Cristianesimo la Croce non è l’ultima pagina.

Dopo la Croce viene la Risurrezione.

Dopo l’umiliazione viene l’esaltazione.

Paolo esprime questa dinamica nella Lettera ai Filippesi: Cristo umilia sé stesso fino alla morte di croce e «per questo DIO lo ha sovranamente innalzato» (Filippesi 2:8-9).

La sofferenza non era dunque la conclusione della storia.

La Risurrezione diventa anzi il cuore stesso della speranza cristiana: la morte non possiede l’ultima parola sull’esistenza.

Questo cambia completamente il modo nel quale possiamo guardare anche alle nostre prove.

Una vita difficile non è necessariamente una vita fallita. Una persona che attraversa povertà, malattia, persecuzione o ingiustizia non può essere considerata meno benedetta semplicemente perché, in quel momento, vediamo soltanto sofferenza.

Il Cristianesimo estende la storia oltre la morte attraverso la resurrezione e il giudizio.

La vera conclusione, quindi, non appartiene necessariamente a questa vita.

Nell’Islam: questa vita non è il giudizio finale

Anche il Corano insiste continuamente sul pericolo di giudicare tutto attraverso la prosperità presente.

La ricchezza non dimostra automaticamente il favore di DIO, così come una prova non dimostra necessariamente il Suo abbandono.

Il Corano corregge esplicitamente questa mentalità:

«Quanto all’essere umano, quando il suo Signore lo mette alla prova onorandolo e colmandolo di favori, dice: “Il mio Signore mi ha onorato”. Quando invece lo mette alla prova restringendo i suoi mezzi, dice: “Il mio Signore mi ha umiliato”. No!»
(Corano 89:15-17)

Quel “No!” è fondamentale.

La condizione presente non costituisce il verdetto finale di DIO.

L’Islam pone quindi enorme enfasi sull’Ākhirah, la vita futura. Questa vita è transitoria; le azioni vengono registrate e arriverà un momento nel quale ciò che oggi sembra incompleto sarà giudicato con perfetta giustizia.

Il Corano afferma:

«Nel Giorno della Resurrezione porremo bilance giuste e nessuno subirà alcun torto.»
(Corano 21:47)

Qui ritorna il principio del capitolo precedente: persino ciò che sembra piccolissimo possiede un peso.

Il bene nascosto, la pazienza durante una prova, la carità che nessuno ha visto, il perdono concesso senza ricevere nulla in cambio: nulla deve necessariamente produrre la propria ricompensa completa oggi per avere valore davanti a DIO.

La storia continua.

Anche l’ultimo gradino può cambiare una vita

Questo principio ci porta a un’altra conseguenza importante.

Non dovremmo considerare definitivamente perduta una persona soltanto a causa del suo passato.

Qualcuno può avere trascorso gran parte della propria esistenza nell’errore. Può avere mentito, truffato, ferito altre persone o commesso ingiustizie gravissime.

Questo non cancella la responsabilità.

Quando è possibile, il male deve essere riconosciuto, abbandonato e riparato. Il pentimento autentico non consiste semplicemente nel pronunciare alcune parole davanti a DIO continuando volontariamente la stessa condotta.

Ma se il cambiamento è autentico, anche una persona molto lontana dal bene può cominciare a salire.

Nelle tre tradizioni troviamo, con differenze teologiche importanti, una porta aperta al ritorno.

L’Ebraismo parla di teshuvah: letteralmente, ritorno.

Il Cristianesimo parla di metanoia: conversione, cambiamento profondo della mente e della vita.

L’Islam parla di tawbah: ritorno pentito verso DIO.

Tre parole nate da lingue differenti, ma tutte contengono movimento.

Si può cambiare direzione.

Questo non significa che una conversione all’ultimo istante trasformi automaticamente tutta una vita in una vita giusta, né possiamo conoscere il giudizio particolare di DIO su una persona. Significa però che non siamo noi a poter dichiarare chi sia definitivamente irrecuperabile.

Finché DIO concede la possibilità del ritorno, la porta del cambiamento rimane nelle Sue mani.

La nostra storia è ancora in corso

Forse molte delle nostre domande nascono proprio dalla fretta.

Vogliamo sapere immediatamente perché qualcosa sia accaduto. Vogliamo vedere subito il risultato delle nostre buone azioni. Vogliamo comprendere perché qualcun altro sembri ricevere più di noi.

Ma stiamo osservando soltanto poche pagine.

Giobbe ci insegna a continuare a leggere.

Gesù ci insegna che persino una tomba può non essere la conclusione.

La mistica ebraica arriva a immaginare un percorso di rettificazione dell’anima che può oltrepassare una singola esistenza.

Il Cristianesimo guarda alla resurrezione e alla vita eterna.

L’Islam guarda al Giorno della Resurrezione e all’Ākhirah, dove nessuna azione sarà dimenticata.

Le spiegazioni non sono identiche e non dobbiamo renderle artificialmente uguali. Ma tutte ci obbligano ad allargare lo sguardo oltre l’immediato.

Per questo, quando attraversiamo un periodo difficile, forse la domanda non dovrebbe essere:

Perché DIO non mi ha ancora ricompensato?

Potremmo domandarci invece:

Qual è il prossimo gradino che posso salire?

Continua a fare il bene.

Continua a correggerti.

Continua a cercare DIO.

Continua a salire.

Perché non possiamo giudicare una storia finché DIO non ne ha scritto l’ultima pagina.

Conclusioni

La teologia, prima di diventare complessa, può essere molto semplice: cercate DIO, fate il bene, correggete i vostri errori e continuate a migliorare, un gradino alla volta. Non importa quanto lontano vi sembri il punto di arrivo: importa la direzione nella quale state camminando e ciò che scegliete di seminare oggi. Se volete avvicinarvi alla teologia, prima ancora di rivolgervi a un maestro — che sia un rabbino, un sacerdote o un imam — provate a incontrare direttamente la Parola: per Ebrei e Cristiani consigliamo di leggere, o semplicemente ascoltare, il Libro dei Proverbi, straordinariamente concreto nel distinguere sapienza, giustizia e stoltezza; per i Musulmani, la Sura 2, al-Baqarah, che attraverso fede, preghiera, carità, digiuno, pazienza, giustizia e responsabilità può essere letta anche come un progressivo cammino di formazione della persona e della comunità. Poi cercate pure buoni maestri, perché possono aiutarvi a comprendere ciò che avete letto, ma ricordate sempre che nessuno può salire la scala al vostro posto: la responsabilità di scegliere il bene, cercare DIO e compiere il prossimo gradino appartiene a ciascuno di noi.

BIBLIOGRAFIA

  • ASH — Book of Proverbs / Libro dei Proverbi
    Nel sito ASH il Libro dei Proverbi è incluso nella sezione dei libri sapienziali della Scrittura.
    Book of Proverbs – Abrahamic Study Hall
  • ASH — Surah 2, Al-Baqarah – The Cow
    Questa è particolarmente adatta al post perché la pagina ASH contiene testo, traduzione interlineare e audio e presenta al-Baqarah come introduzione importante alla concezione teologica predicata da Muhammad.
    Surah 2 – Al-Baqarah – Abrahamic Study Hall
  • Chabad — What Is Kabbalah?
    Fonte ebraica molto autorevole e utile per dare al lettore un’introduzione alla Kabbalah, all’Albero della Vita e alla tradizione mistica ebraica senza affidarsi a siti esoterici generici.
    What Is Kabbalah? – Chabad.or
  1.  
  • Vaticano — San Giovanni Climaco e la Scala della Divina Ascesa
    È una fonte particolarmente forte per il nostro secondo capitolo: la catechesi descrive esplicitamente i diversi gradi dell’ascesa spirituale di Giovanni Climaco, dalla rinuncia fino alla carità come vertice del percorso.
    San Giovanni Climaco – Vaticano
  • Quran.com — Surah Al-Baqarah completa, con audio e Tafsir
    Per una fonte islamica accessibile e affidabile sceglierei questa. Permette di leggere e ascoltare l’intera Sura 2, con traduzioni, recitazione, parola per parola e tafsir. È sostenuta dalla Quran.Foundation.
    Surah Al-Baqarah – Quran.com
  • Chabad — The Menorah and the Sefirot
    Questa la inserirei perché entra direttamente nel tema delle Sefirot e mostra, attraverso un insegnamento dello Zohar, la relazione simbolica fra realtà materiale, rettificazione e struttura sefirotica.
    The Menorah and the Sefirot – Chabad.org
  •  

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